“Reclusi” di Anna Paola Lacatena e Giovanni Lamarca

Il mondo del carcere è sempre più spesso oggetto di propaganda, di disinformazione, talvolta anche di speculazione elettorale da parte di chi invoca misure sempre più restrittive in nome della garanzia di sicurezza. Eppure, per questo come per altri contesti che si prestano a facili strumentalizzazioni, pochi conoscono nel dettaglio come funziona e in cosa consiste la vita nelle carceri nei suoi più diversi aspetti. Si tratta di una lacuna che si fatica a colmare, anche in assenza di libri divulgativi utili a questo scopo. Un ottimo contributo in tal senso è arrivato invece recentemente da Anna Paola Lacatena (Dirigente sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto) e Giovanni Lamarca (comandante del  Reparto della Polizia penitenziaria della Casa circondariale di Taranto), autori di Reclusi. Il carcere raccontato alle donne e agli uomini liberi (Carocci, pp. 304, euro 28).

Il volume si prende in carico di sfatare miti e di spiegare nel dettaglio, ma senza troppi tecnicismi, tutto ciò che riguarda il mondo delle carceri, in un ventaglio molto ampio com’è dimostrato dai diciannove capitoli che lo compongono: dalla storia dei luoghi fisici di detenzione all’organizzazione interna, dalla presenza femminile a quella dei migranti, dalla libertà di culto all’affettività e sessualità. Sena paura di prendere posizioni chiare su alcuni argomenti controversi. Ad esempio a proposito del rapporto tra reclusi legati alla microcriminalità e altri provenienti dal mondo dei colletti bianchi: «Di fatto il sistema sembra orientare attenzione (o meglio disattenzione) e paure verso i piccoli delinquenti con il risultato di sovraffollare le carceri, non senza sperequazioni e innegabili ingiustizie difensive rispetto al permanere dello status quo».

Ma non solo. Il numero di detenuti legati al consumo di sostanze stupefacenti impone un’altra interessante riflessione:«la detenzione, sia pur breve, in alcuni casi oltre ad interrompere il percorso terapeutico potrebbe addirittura inficiare l’esito della cura, sommando a stigma (sostanze stupefacenti) altro stigma (carcere)». Inoltre, aggiungono gli autori, «il 68% di soggetti che ha scontato una pena di questo tipo ha reiterato le proprie condotte criminali nell’arco dei cinque anni successivi». Allo stesso modo di grande interesse sono le pagine dedicate alla relazione tra detenzione e mondo del lavoro; in particolare, gli autori sottolineano come «Il diritto al lavoro dei detenuti, infatti, è un diritto sociale che crea in capo all’amministrazione [penitenziaria] un obbligo di attivarsi per reperire occasioni lavorative».

Gli ultimi capitoli del volume abbandonano gradualmente la sfera degli approfondimenti tecnici per dedicarsi ad aspetti generalmente misconosciuti o sottovalutati, come il rapporto che la detenzione può avere rispetto all’arte, alla scrittura, alla cinematografia, o semplicemente alla propensione a mostrarsi grati rispetto a coloro che hanno un ruolo nell’amministrazione carceraria: «la parola “grazie” ricorre spesso nel carcere. […] riconoscendo all’istituzione e ai suoi attori di aver contribuito al cambiamento o anche solo al rispetto e alla considerazione per la persona detenuta».

Legato al tema di questo libro, e ideato e coordinato da Giovanni Lamarca, sabato prossimo, 6 maggio, alle ore 10 verrà inaugurato a Taranto dal critico d’arte Achille Bonito Oliva il progetto “L’altra città”, un’installazione artistica e sensoriale allestita con il contributo di un gruppo di detenuti, grazie alla quale il carcere stesso intende farsi opera d’arte. L’installazione è collocata all’interno della sezione femminile e si snoda attraverso un corridoio che dà accesso a cinque ambienti: dall’ufficio matricola – dove saranno prese le impronte digitali e le foto segnaletiche – alla cella “nuovi giunti”, da quella di detenzione ordinaria alla cella d’isolamento, per giungere alla infine alla cella dei dimittendi. Tutti gli ambienti – trasfigurati attraverso l’intervento artistico di un gruppo di detenute guidate dal noto maestro d’arte Giulio De Mitri e con la partecipazione di alcuni agenti penitenziari – consentiranno al visitatore di “vivere” la reale esperienza del carcere e, nello stesso tempo, compiere un ideale e personale percorso che dalla percezione del castigo e dell’isolamento può portare al recupero e all’emancipazione.

Stefano Savella