“Mùtilo” di Marco Vetrugno

Egon Schiele, di cui è riportato in copertina il dipinto Prediger (1913), e Edvard Munch, la cui Madonna (con spermatozoi e feto) è collocata bene in vista nell’allestimento scenico, sono i numi tutelari di Mùtilo, monologo teatrale scritto da Marco Vetrugno e pubblicato da MusicaOs (pp.68, euro 8). Un’opera che prosegue la ricerca sulla parola di Vetrugno che era continuata con la raccolta Proiettili di-versi e che ora si spinge sul versante della scrittura teatrale. E tra pochi giorni, sabato 24 giugno, Mùtilo arriverà anche a Roma, presso il Caffè letterario Mameli27 (con la messa in scena a cura di Davide Morgagni).

Anche in quest’opera di Vetrugno il corpo è ben presente al centro (è il caso di dire) della scena, addirittura fin dal titolo. Mùtilo, protagonista e voce del monologo, è un uomo «in bilico», che osserva il mutamento del proprio corpo: prima all’interno («Il materiale inorganico / che confluisce nella  mente / incide il percorso / scarnificando l’intero corpo»), poi all’esterno, con l’amputazione in scena di entrambe le mani, i cui moncherini vengono coperti da guanti neri. Ma, come nelle opere precedenti di Vetrugno, il corpo è uno strumento utile ad affrontare il «gioco infernale della vita» scavando dentro sé stessi, nel proprio passato, in ciò che è stato: «nessuno si è mai accorto delle mie implosioni».

La pubblicazione raccoglie, al termine del monologo, anche uno scritto di Alfonso Guida da dietro le quinte: e il poeta lucano offre la sua lettura dell’opera di Vetrugno: «Mùtilo è uno che ha perduto definitivamente la poesia? Tutte le forme di poesia? Il disincanto è negativo. Mùtilo si nutre di sacralità, idolatrie, immagini incastrate, incastonate, immerse. Mùtilo obbedisce al solo scavo interiore, riportato in superficie sottoforma di sangue, vomito, crudezze. Linguaggio violento e congiunto. Come cardini congiungono porte invisibili. Come punti cardinali orientano i solissimi frequentatori dei ‘nonluoghi’. […] La carne ha subito tagli. La sua poesia non è morta». E ancora: «Non è la malattia. Scrivere, per Mùtilo, è la necessità. Scrivere è un atto di fuga. Scrivere non basta. Non può redimere. Scrivere è di chi sa che porrà fine. La scrittura si chiude con un punto. È una sensazione di non-vittoria. Ma non-vittoria su cosa? Sulle “voci”? Sulla società che reclude ed è induzione al suicidio, se è vero che l’uomo vive tra i suoi simili e i rapporti di umanità lì si innescano. Mùtilo è dei nostri giorni e di ogni giorno. Mùtilo mette in guardia. La scrittura è celebrata come la veglia antifonaria del Qoelet: Vanitas Vanitatum».