Poesia qualepoesia/41: Vittorino Curci, l’allargamento del segno

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Rubrica a cura di Francesco Aprile

L’esperienza di Vittorino Curci è scalfita in maniera preponderante dalla costante relazione fra segni; il tutto si risolve in maniera dinamica, stabilendo legami e continuità fra discipline lungo tutto l’arco della sua produzione, dagli anni Settanta ad oggi. Negli anni Settanta è a Roma dove studia presso l’Accademia di Belle Arti e stringe un legame fecondo con l’operatività culturale di Adriano Spatola. Sono anni in cui Curci inizia a lavorare sul segno pittorico e su quello poetico, sentendo con forza l’urgenza della parola, del dire che è radicato nell’esistenza e in virtù di questa sua collocazione apre al dialogo col mondo, che è prima di tutto un mondo di segni e simboli. In quest’ottica il segno pittorico inizia a cedere via via il passo al “poetico”, alla parola e alla scrittura fino a portare all’abbandono del segno grafico negli anni Ottanta, nell’ottica di un più serrato confronto con la tradizione poetica, avviando una copiosa produzione letteraria. L’opera grafica, verbo-visiva, degli anni Settanta mette in evidenza quel legame che fra segno pittorico e poetico si instaura nell’opera di Curci a partire dalle relazioni fra segni nel mondo e, soprattutto, dall’azione dell’esperire il reale e il corpo come veicolo privilegiato di tale azione. La macchina segnica dell’autore di Noci è dunque prima di tutto un intricato meccanismo di relazioni e componenti che nell’intrecciarsi agitano le maglie dell’azione. Poesia, diviene, prima di tutto, azione e in questo giocano un ruolo importante lo studio e la vicinanza al sentire delle avanguardie storiche.

La produzione verbo-visiva e segnica degli anni Settanta rivela la vicinanza dell’autore alle esperienze cardine di quegli anni, dalla poesia visiva al gruppo Fluxus, fino alla performance. Lavori datati al 1974 mostrano l’avvento di una gestualità tendente alla grafia, alla scrittura che fissa sulla pagina il movimento, il flusso dell’azione, e conferisce allo scrivere il gusto materico, dunque fisico, di un corpo, oltre che in azione, in relazione. La scrittura è acefala e si richiama alle esperienze dell’asemic writing in forte esplosione agli inizi degli anni Settanta, in ripresa delle ricerche di Michaux, prima, e Gysin poi, ma che nell’ottica di Curci si ricollega in maniera importante anche al primitivismo espressionistico del gruppo Cobra, al cui interno trionfano i logogrammi di Dotremont, e alla pittura segnica e calligrafica di Mark Tobey. Il significato, espressione diretta di una dimensione “carno-fallo(logo)centrica”, per dirla con Derrida, è mutilato, sottoposto a mortificazione, la dimensione logico-grammaticale è dispersa nella perdita di significato e nel rafforzamento di un senso altro che stabilisce legami con il dato permutazionale e gli inceppi di senso che nella raccolta poetica “Inside (Poesie 1976-1981)” (edizioni Tam Tam, 1984) si fanno produttori di un sovrasenso, bucando il simbolico e tracciando sulla pagina l’andamento di segni corporei che parlano del mistero dell’alterità. Altri lavori del Settantaquattro mostrano ancora la tendenza fisica alla scrittura, il rapporto serrato fra corpo autorale e produzione poetica che si dà nella forma e nei modi di una qualità visiva tendente al graffitismo, dove il segno si allarga, si espande e diventa più forte, violento e la scrittura si produce in sovrapposizioni, accavallamenti che rimandano alle scritture con le quali i graffitisti comunicano con un ipotetico altro. Qui i segni calligrafici sono evidenti, la scrittura permane in quanto tale, le lettere restano riconoscibili, ma esasperate, e il flusso non preclude la grafia socialmente riconosciuta. Lo spostamento del segno, espanso, allargato, dilatato, guardando al graffitismo contribuisce a collocare ancora una volta l’opera di Curci nei flussi esistenziali e il sovrapporsi delle scritture azzera, a tratti, i significati ridotti nell’insignificanza di un surplus che annulla lettere e parole nella molteplicità del dire che è proprio della strada in cui scorrono corpi e parole, segni e comunicazioni. Dal 1974 al 1977 altri lavori mettono in evidenza l’annullamento della parola la quale è espressa attraverso segni bianchi su fondi monocromi, neri, e risulta sottoposta a tagli, incisioni, esercitate attraverso rapide pennellate nere che, appunto, tagliano la parola prolungando l’avanzare del fondo nero, appiattendo il linguaggio nel rumore di fondo. Nel Settantasette i fondi neri sono sovrastati da grafie bianche, fluide, dove la scrittura è definitiva e perentoria, si impone sul rumore di fondo, similmente a quanto concepito, anche, da Ben Vautier.

La ripresa del segno grafico avviene nei primi anni del duemila e vede l’amplificazione delle ricerche precedenti in una connessione continua fra parola poetica e immagine. Nel 2005 pubblica per le edizioni dell’associazione culturale “Il bosco delle noci” un volume che raccoglie un primo campione di questa nuova esperienza; il lavoro, intitolato “Sotto a chi tocca”, presenta una serie di tavole dove scrittura manuale e pittura convivono sulla stessa pagina avviando una netta ripresa di istanze pittoriche, indirizzate alla rappresentazione della parola, capaci di mescolare istanze proprie della “Figuration libre” francese del secondo ‘900 e dell’art brut di Dubuffet, nonché il ricorso al fumetto che valica sia il détournement situazionista, sia l’estetica pop, in favore di una assurda ironia, più di area letteraria che pittorica, capace di scontornare situazioni della vita quotidiana e restituirle nella loro forza esistenziale e corrosiva. Restano vivi i legami con il graffitismo i quali sono però ammorbiditi, come nel caso della “Figuration libre” francese, e restituiti in una figurazione che gioca e oscilla fra bianco e nero e fondi monocromi, esaltando immagini e parola nell’intensità espressionista del segno. Scrive Bruno Di Marino, in occasione della mostra “Stookatzart” tenuta da Curci nel 2016, che «Dietro il suo stile, ostinatamente primitivista e “brut” ma anche terribilmente attuale, contemporaneo, si cela in realtà una straordinaria capacità di equilibrare campiture cromatiche, segni, lettering, creando una vera e propria jam-session totalmente ritmica e musicale. In questo senso il segno pittorico di Curci – dove il colore e il bianco e nero si alternano o si sposano felicemente, in alcuni casi declinando verso il monocromo – sembra essere un prolungamento della sua attività di sassofonista. E, viceversa, le improvvisazioni musicali estendono il suono verso altre dimensioni: lo spazio della pagina, il luogo della performance. Si avverte fortissima la sua adesione alla poesia visiva e sonora, aggiornata e ripensata, tuttavia, nell’era della post-modernità».

Nel 2017, all’interno del “Piccolo festival della parola” a Noci presso lo spazio espositivo “Spaaace”, Curci tiene una nuova mostra, intitolata “No tag” ovvero, come scrive Antonella Marino, «vietato etichettare, chiudere in uno schema o in una formula, normalizzare. Il titolo della mostra […] racchiude l’ambivalenza ironica della sua ricerca fresca, eclettica, scanzonata».

Ancora una volta questo nuovo percorso di Curci, avviato nei primi anni del duemila, evidenzia la coerente e rigorosa continuità di intenti nelle pratiche del poeta. Da “Inside”, contente opere poetiche e verbo-visive prodotte fra il 1976 e il 1981, ad oggi è forte la continuità che non appassisce e non si nasconde nell’evoluzione del segno e della ricerca. Il tratto giocoso e ironico di questo nuovo percorso rivela ambiti di reciprocità con la grafia infantile di “Inside”, e anche in questa ultima produzione il segno pittorico guarda all’infanzia e gioca fra immagini e parole, e nella ripetizione dei segni, apparentemente caotica, si mostra in continuità con la produzione musicale e poetico-sonora, dove ai suoni o alle parole che squarciano lo spazio dell’ascolto in maniera improvvisa, si sostituiscono le pennellate che modulano e scrivono la superficie della pagina rivelando un che di performativo.

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