“Vento nel Vento. Dieci anni di Lucio e Giulio” di Fulvio Frezza

“La vita, spesso, si diverte a costruire melodie perfette”, scrive Fulvio Frezza nel suo bel libro Vento nel vento (Florestano Edizioni, pp. 120, euro 12): un modo davvero originale di raccontare Lucio Battisti e il suo incontro con Giulio Rapetti, in arte Mogol. L’amicizia e l’affinità artistica tra i due è stata, forse, una di quelle melodie perfette, che nascono con la timidezza della sperimentazione, esplodono nella genialità della simbiosi creativa, tramontano in silenzio, “come la neve che non fa rumore” direbbe Battisti.

Frezza racconta in modo inedito l’incontro tra i due artisti, e nel farlo riannoda il nastro degli anni Settanta, ricordando gli eventi sociopolitici di quegli anni. È il 1969, Richard Nixon viene eletto presidente degli Stati Uniti; Enrico Berlinguer, vicesegretario del Pci, critica apertamente l’invasione russa in Cecoslovacchia. In Italia viene abolito il reato di adulterio. È l’anno in cui Battisti attraversa a cavallo mezza Italia, da Milano e Roma, con il suo amico Mogol. Da quel viaggio, un po’ anacronistico, nasce Emozioni, una delle canzoni più note della loro produzione.

È questa la prima chiave di lettura del libro: mentre la società vive il fermento di una continua evoluzione, politica, culturale e sociale, quasi con la volubilità di un adolescente insoddisfatto, la storia personale di quell’incontro sembra battere un altro tempo. I due amici prima si scrutano, poi si avvicinano, quindi si trovano, e infine si completano. C’è lui, Lucio Battisti, un ragazzo timido, certo non privo di autostima, e c’è Giulio, personalità forse più complessa, che diventerà il paroliere di fiducia e il miglior amico dell’artista.

Quella di Vento nel vento è un’operazione difficile e originale: Frezza sa che, per ricostruire la storia di questi due giganti della musica italiana, non basta raccontare le loro vite, serve altro. La ricerca parte proprio dai versi e dalle melodie delle loro canzoni, spesso frutto di dissidi interni. “Che ci faccio con questi la mi re che si ripetono all’infinito?”, chiede Mogol a Battisti, che invece, da parte sua, reclama la predominanza della musica sul testo.

Con il tempo la vita suggerisce ad entrambi strade diverse. Battisti, a poco a poco, si allontana, prima da Mogol, poi anche dal suo pubblico. Lo fa rintanandosi dietro le quinte della sua vita privata, in quell’intimità così gelosamente tenuta al riparo dai riflettori. Frezza racconta quel passaggio dell’artista, dalla luce all’ombra, dall’apoteosi del successo al ritiro dalle scene, quasi con un velo di malinconia.

La seconda chiave di lettura del libro è nei continui parallelismi musicali. Ogni capitolo, infatti, parte da un celebre disco di Battisti, per trovare quasi una sponda nella musica classica. Couperin, Stravinskij, Bach si alternano al piano con Battisti. Così, la nostalgia per un’infanzia felice e innocente che ritroviamo ne La canzone del sole, è la stessa che sembra aver ispirato, un secolo prima, Johannes Brahms nella sua Ninna Nanna. Anche gli esperimenti di Battisti sull’utilizzo dell’elettronica, in una versione meno conosciuta de Il nostro caro angelo, sembrano fare eco alle costruzioni musicali ripetitive di Philip Glass, che in quegli anni registra il suo monumentale Musica in dodici parti.

Ma gli incroci musicali, nella penna di Frezza, non sono finiti. Ogni paragrafo è introdotto dai cosiddetti “imperdibili da riascoltare”: tre best seller della musica di quegli anni, accuratamente selezionati dall’autore.

Un consiglio, infine, a chi leggerà le belle pagine di Vento nel vento: prima di iniziare la lettura di ogni capitolo, si può creare una piccola playlist in cui inserire uno degli “imperdibili” suggerito da Frezza e subito dopo la canzone di Battisti a cui quel capitolo è dedicato. Dopo aver costruito questa piccola scenografia musicale, sembrerà di vivere fino in fondo il contesto che ha accompagnato ogni singola creazione del duo Battisti-Mogol.

Roberta Massarelli