“La gente per bene” di Francesco Dezio

Il conflitto generazionale sempre più aspro maturato in questi decenni soprattutto al Sud ha un nome ben preciso: lavoro. Il conflitto è quello tra una classe di trenta-quarantenni che continua a cercare (e trovare) soluzioni temporanee e precarie alla disoccupazione, e i propri genitori, i primi (e, come è ormai evidente, gli ultimi) a godere, quasi sempre, di un posto di lavoro stabile e con maggiori garanzie. Circa un decennio fa, quando apparvero con evidenza i segni di questa frattura generazionale, un piccolo patrimonio di speranza veniva ancora custodito da coloro che erano poco più che trentenni: certo in ritardo, rispetto agli altri paesi europei, sulla strada dell’indipendenza economica, ma ancora in grado di scrutare all’orizzonte qualcosa di buono, e di nuovo. Quell’orizzonte che oggi, superati i quarant’anni, ha mostrato tutta la sua inconsistenza. E la speranza si è trasformata in rabbia cieca.

Nel 2004, il romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio si rivelò un quadro perfetto di quel conflitto generazionale ai suoi albori. A distanza di oltre dieci anni, lo scrittore altamurano, dopo una serie di prove in forma di racconto (raccolte in Qualcuno è uscito dagli anni Ottanta, Stilo, 2014), è tornato a misurarsi con quella ferita, oggi ormai in cancrena, disegnandola con passione civile e una scrittura ruvida ed efficace. Esprimendo bene come non ci sia più speranza di guarigione. Solo dolore, disperazione che precede la sconfitta. La gente per bene (Terrarossa Edizioni, pp. 216, euro 15) è appunto la storia di Francesco, una «biografia di fatti non accaduti» che affonda la penna in lavori malpagati, dipendenti sfruttati, settori produttivi in caduta libera. Come quello del divano, che proprio nel territorio tra Altamura e Matera è stato visto nascere, crescere e disfarsi nel giro di un paio di generazioni.

Del Nicola Rubino, La gente per bene riprende soprattutto la descrizione dei rapporti negli ambienti di lavoro: la fabbrica della grande multinazionale lascia il posto a piccole sistemazioni in ufficio, talvolta malridotte, sempre a tiro del proprietario o di qualche suo braccio destro, con richieste sempre più eccessive, e uno straordinario sempre meno pagato. Dezio indugia inoltre sul contesto familiare sempre più disgregato: il protagonista, che lavori o no, resta un fallito agli occhi di una madre di tre figli che si dividono tra disoccupazione cronica, lista mobilità e piccoli lavori precari con una lista di candidati lunga così. E infatti non manca chi, con più esperienza, consiglia a Francesco di «Non fare un cazzo che è meglio, perché quelli non vedono l’ora di vedersi arrivare un bel bocconcino come te che bussa alla porta. Fesso sei tu che ti presti».

Ma così si torna indietro al punto di partenza. A una casa troppo piccola per genitori e figli, a una vita sentimentale troppo frastagliata per poter farsela bastare. A un presente immobile, a un futuro che si può scrivere, forse, soltanto lontano dal Sud.

Stefano Savella