Category Archives: Building Apulia

“Viaggio a Finibusterrae” di Antonio Errico

Il Salento. O la Terra d’Otranto. O… Finibusterrae. Riprendendo la definizione dal titolo di una lirica di Vittorio Bodini, Antonio Errico scende nelle viscere del profondo Salento in un testo che si è rivelato tra quelli di maggiore successo degli ultimi anni in Puglia: Viaggio a Finibusterrae. Il Salento tra passioni e confini è stato infatti edito per la prima volta da Manni Editori già nel 2007 (ne avevamo dato notizia qui) ed è stato ripubblicato quest’anno in una versione ampliata (pp. 120, euro 12). Questa nuova edizione, come indicato sulla fascetta promozionale, si prefiggeva l’obiettivo, tra gli altri, di fornire una guida letteraria al territorio interessato dalla candidatura di Lecce a capitale europea della cultura nel 2019. Terminata senza successo la competizione, tuttavia, il libro di Errico non perde affatto di interesse: le descrizioni dei luoghi, le evocazioni poetiche, le citazioni colte rappresentano, nel loro complesso, una delle più interessanti testimonianze del fascino letterario che il Salento non ha mai smesso di trasmettere.

Gli spunti offerti dalla prosa poetica di Errico, che nel Salento leccese vive e lavora come dirigente scolastico oltre a scrivere romanzi e saggi e a collaborare con quotidiani e riviste, sono numerosissimi eppure unici, proprio come gli scorci artistici e paesaggistici del territorio che descrive. È così fin dalle prime pagine, laddove si mostra il saldo connubio tra il Salento e l’Oriente – non a caso, il percorso parte da Otranto, la cui storia è segnata a fondo dalla battaglia dell’agosto 1480 -: un legame talmente profondo da non potersi comprendere l’estremo lembo di Puglia diversamente: «Bisogna essere passante forestiero per capire questi luoghi, per riuscire a riconoscere la mistura di falso e di vero, a discernere la realtà dall’invenzione […] Forse solo chi viene da lontano può capire. Chi viene da lontano non ha certo la storia dei turchi dentro la sua vita». Insieme a Otranto, ecco Castro e Santa Cesarea, dove bene è impressa l’immagine del mare come confine: la prima è «costruita in modo che si possa aspettare: che tornino le barche quando ingrossa l’onda»; la seconda è «un lungo balcone sul mare» dove «un tempo c’era Shahrazad che raccontava. Filava la conocchia e raccontava: di una vela che sembrava dover approdare e non approdava mai; di qualcuno che doveva tornare e non ritornò più».

Il viaggio poetico di Errico è intessuto di riferimenti alle più grandi personalità letterarie che il Salento ha accolto o alle quali ha dato i natali: oltre al già ricordato Bodini, anche Luigi Corvaglia, Antonio Verri, Vittorio Pagano, Girolamo Comi, Vittore Fiore, Maria Corti, Ernesto De Martino, Salvatore Toma e altri ancora. Le loro parole sono i nodi di una rete che le evocazioni dell’autore finiscono per comporre, soffermandosi in particolar modo su Lecce (la cui «immagine più autentica» è forse «nella fantasia che se ne può avere»), ma anche sulle chiese di Gallipoli (e su quelle di centri minori, come Galatone, la cui storia affonda le mani nelle macerie di una leggenda) e su Santa Maria di Leuca. E poi sui fari della costa, sulle pietre del Barocco, sulle piazze dei paesi «più a sud del sud». Tutto questo è la Finibusterrae di Errico. Ma è soprattutto, come si diceva, evocazione, sogno, poesia. E allora, «forse, Finibusterrae non esiste. È un luogo del pensiero. […] non è altro che letteratura».

Viaggio a Finibusterrae di Antonio Errico sarà presentato venerdì 21 presso la Biblioteca del Consiglio Regionale (via Giulio Petroni 14/A, a Bari), alle ore 11, per la rassegna Building Apulia, insieme al libro Le coste del Salento di Enrico Capone.

“Le coste del Salento” di Enrico Capone

Immaginare di prendere l’auto e dedicarsi a una lunga vacanza in Salento è già di per sé un pensiero assai attraente. Immaginare di attraversare poi per intero la sua costa, non staccando gli occhi dal mare (oltre che dalla strada), dall’Adriatico allo Ionio, è probabilmente il sogno di tanti turisti, da alcuni anni non più soltanto pugliesi. Insieme allo sviluppo turistico e alle strutture per l’accoglienza dei visitatori, si è perciò diffusa nello stesso periodo di tempo la pubblicazione di guide, di mappe, di itinerari che possano aiutare il visitatore a poter godere del numero maggiore di luoghi di quel territorio. Un esempio recente ne è Le coste del Salento, di Enrico Capone (Capone Editore, pp. 160, euro 9). Casa editrice specializzata proprio in guide turistiche e in volumi di storia locale, Capone può contare su un archivio fotografico di tutto rispetto, il cui contributo è sufficiente a far apprezzare le loro pubblicazioni.

Nel caso di Le coste del Salento, poi, insieme agli scorci più noti del mare, ma anche delle cittadine che vi si affacciano e dei loro luoghi più rappresentativi, si trovano anche immagini di posti assai meno noti, quantomeno a un turista che trascorre in Salento pochi giorni all’anno. Enrico Capone in questo libro attraversa così tutto il territorio costiero che ricade nella provincia di Lecce, partendo da Torre Specchiolla e Casalabate, sull’Adriatico, e arrivando a Torre Lapillo, sullo Ionio, al confine con la provincia di Taranto. Nel mezzo, numerosissimi luoghi e nomi, dai più noti ai quasi sconosciuti. Il testo di accompagnamento è volutamente semplice e si affida a brevi descrizioni, lasciando tutto il palcoscenico ai colori e alla limpidezza delle fotografie.

Corredato anche da alcune schede su singoli aspetti del territorio salentino nel suo complesso, non soltanto costiero (dal Barocco del capoluogo alla gastronomia), questo libro è perciò utile soprattutto a scoprire luoghi meno battuti rispetto alle maggiori località turistiche: un’operazione possibile anche grazie a mappe stradali dettagliate, soprattutto per ciò che riguarda, appunto, le coste. Sull’Adriatico, ad esempio, poco a sud di Torre dell’Orso, troviamo Sant’Andrea, «un’altra insenatura naturale non molto ampia, con alle spalle un ricchissimo bosco e, lungo le pareti della roccia che cade nel mare, vecchie grotte abitate prima dai monaci basiliani e successivamente, sino a non molti anni addietro, da pescatori locali». Nei pressi di Santa Maria di Leuca troviamo invece il Ponte Ciolo, «un’ardita opera di ingegneria» sotto la quale «una lunghissima e comoda scaletta a zig zag, in parte scavata sulla parete, dà la possibilità di scendere fin sotto la caletta». Sullo Ionio, infine, poco a nord di Gallipoli, troviamo Rivabella, «immersa nel verde degli eucalipti, dei pini e degli oleandri, con una spiaggia sabbiosa e formazioni dunali».

Le coste del Salento di Enrico Capone sarà presentato venerdì prossimo a Bari, nell’ambito della rassegna Building Apulia presso la Biblioteca del Consiglio Regionale in via Giulio Petroni, insieme a un altro libro dedicato al Salento, Viaggio a Finibusterrae di Antonio Errico (Manni Editori).

“La pazienza dell’esposimetro” di Gaetano Benedetto

Una storia d’amore, un gruppo di ragazzi, la vicenda drammatica di una malattia. E sullo sfondo Bari e la Murgia. Sono questi gli elementi principali del romanzo d’esordio di Gaetano Benedetto, La pazienza dell’esposimetro (Fal Vision, pp. 100, euro 10), giovane informatico barese già autore di una raccolta di poesie (Carta carbone, 2013) per la stessa casa editrice, e vincitore con questo romanzo del secondo premio al Concorso letterario “Building Apulia per gli scrittori emergenti” del 2013, organizzato dalla Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia e giunto quest’anno alla sua seconda edizione (per partecipare c’è tempo fino al 15 novembre e non bisogna avere più di trent’anni). Quella di Benedetto si configura in realtà come un’opera che trascende i confini del testo narrativo e si apre anche alla poesia (ogni capitolo è concluso proprio da alcuni versi) e alla fotografia (attraverso immagini in bianco e nero dei luoghi descritti nel romanzo, in particolare vedute della campagna pugliese).

Mattia, il protagonista del romanzo, è un giovane barese che per lavoro sottopone le proprie sceneggiature alle case cinematografiche. Ma è soprattutto la sua vita personale quella al centro della narrazione, in particolare la sua storia d’amore con Ines, bruscamente interrotta da un tradimento di lei e inframmezzata da una relazione con Marta, studentessa dell’Ateneo, con la quale però non scocca mai quel sentimento trascinante che lo aveva unito a Ines. Quest’ultima rientra però nella vita di Mattia in corrispondenza di un viaggio a Bologna, al capezzale di Giovanni, un suo amico prima che il loro rapporto si interrompesse bruscamente, ancora una volta in seguito a un tradimento.

Malgrado le sue relazioni, le sue amicizie, il suo lavoro, Mattia resta però un ragazzo fondamentalmente solo: «Non me lo ricordavo un momento della mia vita spensierato, davvero non riuscivo a trovarlo tra gli ammassi dei ricordi. […] Ebbi chiaro quello che mi serviva: volevo che questa oppressione si alleviasse». Non a caso in più occasioni gli capita di provare dolori lancinanti al petto, quasi una reazione psico-somatica alle difficoltà della vita. In un caso, addirittura, viene meno a un appuntamento con una ragazza, Giusy, a causa di uno smarrimento improvviso mentre è alla guida della sua moto, nei pressi del lungomare di Bari: in questo caso trascorrerà tutta la notte per la città, a piedi: «Pensavo, in silenzio, che forse col sole avrei trovato la soluzione alle cose». Una Bari notturna, quella di questo romanzo, attraversata in luoghi anche molto diversi, dal centro murattiano a Carrassi al quartiere Libertà, che viene descritto così: «Amavo le sue luci gialle, le strade squadrate che sembravano tirare dritto all’infinito, le auto parcheggiate a due centimetri l’una dall’altra, la polvere, i balconi con i fiori che pendevano dalle ringhiere, i fuorisede di qualunque specie e di qualunque posto più o meno legale, gli immigrati del Sud America, le serrande abbassate e quelle dei circoli ricreativi alzate a metà».

La pazienza dell’esposimetro sarà presentato venerdì alle ore 11 presso la Teca del Mediterraneo in via Giulio Petroni a Bari per la rassegna Building Apulia, insieme al primo classificato del concorso letterario prima menzionato, Cronache di un raggio di luna di Gabriele Carmelo Rosato (Stilo Editrice).

 

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“Re Gioacchino Murat” di Bianca Tragni

In occasione del bicentenario della fondazione del quartiere murattiano di Bari del 2013, oltre a eventi e iniziative celebrative, si è verificato un incremento di pubblicazioni riguardanti le origini della storia della città e in particolare gli anni a cavallo di quella progettazione urbanistica che avrebbe cambiato per sempre le dimensioni e lo sviluppo del capoluogo pugliese. Accanto alle figure locali che si rivelarono centrali per quell’occasione, da Luca de Samuele Cagnazzi a Carlo Tanzi all’abate Giuseppe Gimma, emerge però in particolare quella di Gioacchino Murat, che tuttoggi dà il nome al quartiere centrale di Bari, nonostante l’avversione già all’inizio dell’Ottocento da parte dei borbonici, che ne rivendicavano la fondazione. Ultima in ordine di tempo tra le biografie dedicate al comandante francese, cognato di Napoleone e poi re di Napoli, è quella date alle stampe da Bianca Tragni, Gioacchino Murat. La Puglia – Bari nel secondo centenario della nascita di Bari nuova (Adda Editore, pp. 116, euro 7).

Come nelle sue precedenti pubblicazioni di storia e di costume locale, Bianca Tragni utilizza un racconto aperto a un pubblico ampio, anche giovane, con un linguaggio che non disdegna fughe nella colloquialità: «Carolina e tutta la famiglia reale vivevano nel fasto e nel lusso. Si faceva la bella vita a Napoli!». Non ci si attendano dunque apparati di note al piede o uno stile spiccatamente storiografico; lo spirito divulgativo dell’opera è anzi tale che si sarebbero potute apprezzare illustrazioni di accompagnamento al testo che avrebbero reso ancor più accattivante la storia di Gioacchino Murat per i giovani lettori. A questi ultimi resta comunque il fascino delle avventure belliche (e amorose) del futuro re di Napoli, della sua ascesa al potere al fianco di Napoleone Bonaparte, del suo viaggio in Puglia del 1813 durante il quale, fermatosi a Bari, pose la prima pietra del nuovo quartiere che da lui prese il nome.

Proprio il racconto di questo viaggio rappresenta una delle parti più avvincenti del libro di Tragni. Gioacchino, partito dalla capitale del regno il 13 aprile 1813, passò prima da Avellino e Ariano Irpino per poi giungere in Puglia e attraversare Barletta, Taranto, Lecce, Gallipoli, Otranto, Brindisi, Bari, Trani e Foggia. Giunto a Bari un sabato pomeriggio, Murat «si ferma fuori della porta di piazza del Ferrarese […] Quando apparve nel vano della porta [di Mare] e in piazza Mercantile, la gente ne fu abbagliata e affascinata. […] Applausi, fiori gettati sul suo cammino, campane che suonavano, cannoni che sparavano, bande che intonavano la Marsigliese, edifici pavesati a festa e imbandierati. E in mezzo a tutto questo, lui che incedeva sorridente, placido e forte, salutando tutti con la mano inguantata di bianco». La cerimonia della posa della prima pietra di Bari nuova avvenne la mattina seguente del 25 aprile 1813, alle ore 10, e si concluse con le parole premonitrici del re: «Ne faremo una grande e bella città!».

Il volume di Bianca Tragni sarà presentato venerdì alle ore 11 nel corso del terzo appuntamento della rassegna Building Apulia a cura della Teca del Mediterraneo – Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia, in via Giulio Petroni a Bari. La giornata sarà dedicata alla casa editrice Adda, che ha pubblicato anche il secondo volume oggetto della presentazione, Il tratturo e la via Appia Antica, di Sante Cutecchia.

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“Cucinare con i piedi” a cura di Pierpaolo Lala

Dopo il mondiale messicano del 1970, quello di Italia-Germania 4-3, partita iper-raccontata in libri e produzioni cinematografiche, termina la storia della Coppa Rimet e ha inizio quella della Coppa del Mondo di calcio così come la conosciamo. E proprio dal mondiale successivo, quello del 1974 disputato in Germania e vinto dalla stessa nazione ospitante, nonostante la storica sconfitta contro la Germania Est nel girone eliminatorio, hanno inizio i racconti che aprono il volume Cucinare con i piedi. Storie di cene mondiali (Lupo Editore, pp. 168, euro 12). Come recita il titolo, sarebbe sbagliato attendersi una lettura esclusivamente per appassionati di calcio, nonostante il libro sia uscito proprio a ridosso dell’inizio del mondiale brasiliano. Al tempo stesso, non può dirsi solo un ricettario, perché tutta la prima parte della pubblicazione, e compreso il suo epilogo, è di taglio prettamente narrativo: è infatti dedicato un racconto ad ognuna delle edizioni della Coppa del Mondo dal 1974 al 2010, mentre quello conclusivo è affidato allo scrittore Alessio Viola, che sempre a un pasto pre-partita fa riferimento, ma a quello che precedette la trasmissione notturna del match d’esordio del primo mondiale di rugby, nel 1987: Nuova Zelanda-Italia.

A mettere insieme i fili, apparentemente così diversi, della narrazione sportiva e della proposta di specialità culinarie di vario genere, è Pierpaolo Lala, classe 1977, curatore di questo volume e, in passato, anche di 50 sfumature di fritto (2012) e Una frisella sul mare (2013), entrambi editi da Lupo Editore. A Lala spetta anche il compito di raccontare uno dei mondiali più tristi per la nazionale italiana (almeno prima delle due catastrofi in Sud Africa e Brasile), quello del 2002 e segnatamente il giorno della sconfitta con i padroni di casa sudcoreani, in una calda e affollata aula magna dell’università. Ciascuna edizione della Coppa del Mondo è però affidata ad autori diversi: il linguista Marcello Aprile, i giornalisti Dario Quarta, Mauro Favale, Peppe Ruggiero, Danilo Siciliano e Dario Goffredo, gli scrittori Osvaldo Piliego, Fausto Romano, Simona Toma e Gianluca Morozzi: ognuno di loro affronta l’edizione affidatagli con uno sguardo personale sul contesto in cui si è svolto l’intero mondiale o il suo match più significativo.

Terminati i racconti della prima parte, il volume raccoglie numerose ricette pensate per i pasti che tradizionalmente vengono consumati quando le partite del mondiale uniscono intorno a un televisore (e quindi anche intorno a una tavola) gruppi di amici e parenti. D’altra parte, come scrive il curatore, «Io tifo Italia perché sono italiano ma soprattutto perché andare avanti [nel mondiale] significa avere più cene, più arrosti misti, più stanati, più birre». Il primo ciclo di ricette comprende appunto quelle, spesso tipicamente salentine, indicate come particolarmente adatte ad accompagnare la visione – più o meno agitata – dei match della nazionale. Il secondo ciclo è affidato alla food community del progetto Cucina Mancina: “mancina” perché rivolta ai «mancini alimentari», vale a dire «gli intolleranti e gli allergici, tutti coloro che devono seguire diete con pochi grassi, pochi zuccheri, poco sodio, i vegetariani e i vegani»: proprio per questo le sue ricette sono tra le più originali, oltre a quelle con i nomi più divertenti (troneggiano su tutti “Doppietta di Vegburger” e “Rovesciata di calamaretti in rete”). Infine, non poteva mancare uno sguardo alla cucina etnica, con una ricetta per ognuna delle nazionali partecipanti all’ultimo mondiale.

Cucinare con i piedi sarà presentato venerdì alle ore 11 a Bari, presso la Biblioteca del Consiglio Regionale in via Giulio Petroni, insieme all’altro libro sul mondo del calcio Samba mondiale 2014, nel corso nel primo incontro della sessione autunnale della rassegna “Building Apulia. La Puglia che scrive, che edita, che parla di sé”.

Stefano Savella

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Due libri di poesia domani a Building Apulia

Per l’ultimo incontro della rassegna Building Apulia prima della pausa estiva, saranno presentati due libri di poesia. All’incontro, in programma per domani alle ore 18 presso il ristorante Terranima in via Putignani a Bari, saranno presenti i due autori, Giovanni Tria e Silvia De Luca, oltre all’attrice Paola Martelli che reciterà alcune loro liriche.

Chiaroscuri è il titolo dell’ultima raccolta poetica di Giovanni Tria (Adda Editore, pp. 124, euro 10) e giunge tre anni dopo la raccolta Acrobazie di un funambolo. L’autore è nato ad Acquaviva delle Fonti, città di cui è stato anche sindaco, e conserva nelle sue liriche un forte attaccamento alla propria terra d’origine. Il paesaggio murgiano è infatti lo scenario più frequente nei suoi versi, ed è sempre descritto in modo da esaltarne lo spirito autentico ma rilevandone anche un certo disincanto: «Terra bruna, / terra arsa, / così pugnalata dal sole / che ogni sogno si spegne / e la gramigna vi alligna. / Eppure terra buona, / tanto prodiga / che le basta la rugiada / della notte / per fecondare / germogli rigogliosi / e frutti generosi». Il riferimento alla gramigna non è casuale, ed è la spia di ciò che nell’Introduzione Ferdinando Pappalardo definisce la «dolente sensazione di inappartenenza» in un «presente avvertito come estraneo, se non addirittura nemico, e comunque deludente».

A conferma di questa sensazione dell’autore si coglie nelle liriche la presenza, in due diverse occorrenze, di due animali che costituiscono in sé la rappresentazione simbolica del desiderio di voler essere oltre e altrove e l’adesione, finanche fisica, alla terra, alla propria terra: l’aquila e la formica. «Alzati in volo, / aquila della notte […] / dove nessuno arriva, / dove non c’è ragione, […] / E sente e non si cura, / laggiù, latrare i cani / che abbaiano alla luna», scrive ad esempio Tria nel primo caso. Ma poche liriche più avanti, ecco emergere la seconda figura, quella della formica, alla quale il poeta vorrebbe insegnare «a schivare le mie pestate, / ad allertarmi, lì per lì, / a non passarci sopra». Ma quando arriverà il momento in cui «le formiche saremo noi», è forte la paura «che ci travolga / non un’onda malvagia / ma la loro indifferenza».

Pollini di Silvia De Luca è invece la seconda raccolta di poesie al centro della presentazione di domani. Arricchita dalle illustrazioni dei dipinti di Arben Shira, la silloge utilizza lo schema classico del susseguirsi delle stagioni per la divisione in parti. A prescindere dalla loro collocazione nella raccolta, dalla stagione cui appartengono, nei versi si coglie un’inesauribile necessità di una «relazione con l’Altro, dove ognuno ha il tacito interesse a perlustrare l’oggetto d’amore», come scrive nella Prefazione Nicola Ingravallo, psicologo e psicoterapeuta. Se ne ha testimonianza nei versi finali di Mattino, nella sezione intitolata alla Primavera: «Attendimi come t’attendo / e arriva come una promessa / aspettami come le ore / e portami fino a domani». Intorno al poeta e al Tu cui si rivolge non è presente un preciso contesto spazio-temporale, fatta eccezione per Venezia. Gli elementi naturali si affastellano e si confondono fino a dar vita a un unico grande palcoscenico dove va in scena la poesia: «Ho visto / della luna / il suo contorno / e poi di pietra viva / la sua terra. / Ho visto il sole / illuminarla a giorno». Non mancano cenni al dolore della vita, come nella «Sofferenza Ninnananna»; ma il tempo, come le note di una melodia, ne riduce il peso: «Passo / e poi ripasso / solco la scena / e poi / esco».

“Voci e volti della cultura dauna” di Duilio Paiano

Tradizionalmente, è intorno a giornali e case editrici che si coagulano gruppi di intellettuali che fanno la storia di un territorio. Non accade soltanto nelle grandi città: altrove, semmai, questi gruppi riescono a mobilitare un territorio ancor più vasto, sebbene più frastagliato. A dimostrarlo è la storia delle Edizioni del Rosone e del suo capostipite, Franco Marasca, scomparso nel 2001. È infatti intorno alla sua figura e alle pubblicazioni, alle collane, alle riviste della sua casa editrice che si sono ritrovati intellettuali dauni di diverse generazioni, che hanno rappresentato un punto di riferimento non solo per Foggia ma soprattutto per i propri piccoli paesi d’origine, sul Gargano e sui Monti Dauni. A raccontare le vicende biografiche e l’impegno culturale di alcuni questi intellettuali è Duilio Paiano nel volume Voci e volti della cultura dauna, edito proprio dalle Edizioni del Rosone (pp. 176, euro 13).

Benché nato a Maglie, nel Salento, l’autore vive da oltre trent’anni a Foggia, dove ha insegnato nelle scuole superiori ed è tuttora giornalista e scrittore. Ed è proprio grazie alla sua attività pubblicistica che ebbe modo di conoscere Marasca, che lo nominò vicedirettore di alcune riviste che ora, dopo la scomparsa del fondatore della casa editrice, sono passate sotto la sua direzione. La storia di Franco Marasca è interamente legata a quella del suo impegno culturale: prima a Milano, dove fu un punto di riferimento per la consistente comunità pugliese negli anni Sessanta e Settanta, e dove inaugurò le pubblicazioni di una rivista («Il Rosone», appunto) volta «a rivalutare il passato storico-culturale della città di Troia», di cui era originario, e del territorio circostante. Tornato in Puglia, Marasca insegnò lingua e letteratura inglese negli istituti superiori (ma parlava correntemente anche il russo) e si dedicò più da vicino alla produzione editoriale, la cui direzione è oggi affidata alla moglie Falina e alla figlia Marida.

Molti intellettuali della provincia di Foggia hanno avuto l’opportunità di pubblicare o di scrivere per riviste delle Edizioni del Rosone. Ad alcuni di essi, scomparsi nel primo decennio degli anni Duemila, Paiano dedica gli altri capitoli del suo libro. A partire da Pasquale Soccio, preside e intellettuale che visse a lungo a Lucera, che conobbe personalmente Benedetto Croce e che nei suoi testi poetici raccontò l’anima della sua terra: «Chiedermi che cosa è il Gargano, è chiedermi chi sono io, sua zolla vivente e vagabonda». Continuando con Enzo Lordi (originario di Sannicandro, con una lunga militanza giornalistica per quotidiani di tutta Italia), Filippo Fiorentino (che insegnò a lungo a Rodi Garganico e dedicò molte sue pubblicazioni al Gargano e, in particolare, alle testimonianze artistiche di Vico), Stefano Capone (docente, studioso di storia locale ma anche scrittore teatrale), Enzo Rubino (che ha legato il suo nome all’attività culturale da lui prodotta a Faeto, il paese più alto della Puglia, e alla tradizione franco-provenzale che costituisce la sua più grande risorsa), Lucio Miranda (che fu principalmente uomo politico del Partito liberale, ma che attraverso la sua associazione culturale pubblicò anche, a partire dagli anni Novanta, la rivista «Carte di Puglia»), Benito Mundi (animatore culturale soprattutto a San Severo, dove diresse la biblioteca comunale e diede vita al Museo civico).

Il libro di Duilio Paiano sarà presentato venerdì prossimo, 6 giugno, alle ore 11 presso la Sala Guaccero del Consiglio Regionale della Puglia, in via Capruzzi 214 a Bari, all’interno della rassegna Building Apulia. Al centro della giornata saranno proprio Foggia e la sua provincia: insieme al libro di Paiano sarà infatti presentato anche la raccolta di racconti I fuggiaschi. Racconti di narratori dauni (Stilo Editrice), dedicata a quel territorio (interverrà l’autore di uno dei racconti, Michele Presutto).

“Punto e a capo” di Patrizia Rossini

La vita di Nina è attraversata da violenze fisiche, sessuali e psicologiche di ogni tipo. Violenze perpetrate verso di lei in quanto bambina, adolescente, donna. La sua storia viene raccontata nel romanzo a più voci di Patrizia Rossini, Punto e a capo… in nome dell’amore (Gelsorosso, pp. 112, euro 14): un romanzo che però non è soltanto frutto della fantasia dell’autrice, che infatti nell’introduzione spiega di sentirsi «una privilegiata, onorata per aver conosciuto Nina e per essere stata destinataria e gelosa custode dei suoi dolori, delle sue battaglie, delle sue sconfitte e delle sue vittorie». La storia di Nina è ambientata a Bari, nella sua casa di famiglia nel quartiere Madonnella e poi in quella della zia, rifugio dopo le violenze, nella città vecchia. Ed è una storia raccontata in tappe diverse, dalla sua infanzia all’età matura, e da persone diverse: amiche, cugine, anche il suo psicologo. Ognuno di loro ritaglia della vita di Nina un arco di tempo limitato, con esperienze differenti, ma tutte costellate da forme di violenza che coinvolgono, da carnefici, tutti gli altri protagonisti di questa storia: a partire dai genitori.

Le violenze psicologiche subite da sua madre, fin dai primissimi anni, dopo la nascita del fratellino Matteo, sono l’avvio di un difficile rapporto nel corso del quale la madre in più di un’occasione considererà la figlia di rango inferiore rispetto al figlio proprio in quanto donna. E anche il rapporto con il padre, che fino ai 14 anni sembrava essere soddisfacente, finisce rapidamente per incrinarsi fino a far subire a Nina le più crude violenze. Come spesso accade, si tratta di situazioni di disagio delle quali all’esterno non rimane traccia: «Sembrava tutto normale, una famiglia normale, un padre normale, una madre normale… in realtà di normale non c’era nulla».

Anche la maturità, con le prime storie d’amore che apparentemente avrebbero dovuto portar via Nina da un ambiente familiare ormai compromesso, non le darà sollievo, anzi. Il suo corpo diventerà preda di istinti sessuali considerati “normali” dal maschio di turno, ma che rendono Nina sempre più sola, sempre più debole di fronte a quegli atti compiuti persino subito dopo un aborto. E neppure la storia con Marco, che sembrava avviata sul giusto binario, le darà la gioia di una vita, questa sì, normale. Ma nonostante tutte queste violenze, queste avversità, Nina non cederà mai alla decisione di togliersi la vita. Anzi, come sottolinea Maria Pia Vigilante nella Prefazione, «Il romanzo evidenzia sì la difficoltà a interrompere una relazione di maltrattamento, l’ambivalenza tra la voglia di scappare e il desiderio di restare, ma è anche un appello a tutte le “Nina” del mondo, al coraggio e alla forza delle donne».

Punto e a capo di Patrizia Rossini sarà presentato venerdì alle ore 11 presso la Sala Guaccero del Consiglio Regionale della Puglia nell’ambito di un incontro della rassegna Building Apulia dedicato alla violenza sulle donne. Insieme a questo libro, sarà presentato anche Santa che voleva solo vivere, di Alfredo Traversa (edizioni la meridiana).