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“Più silenzioso dell’acqua” di Berislav Blagojević

Più silenzioso dell’acqua è l’isolamento di chi sopravvive a una guerra ingiusta. È l’amore di una donna che tenta di riportare suo marito alla realtà, è l’aiuto di un medico che decide di opporsi a un sistema sanitario ormai guasto, è un dialogo immaginario con un poeta russo annotato su un taccuino.

Più silenzioso dell’acqua (Stilo Editrice, pp. 120, euro 14) è il romanzo in cui Berislav Blagojević traccia il ritratto di un Paese sconvolto fisicamente ed emotivamente, partendo dalla vicenda di Danilo Mišić, protagonista reduce dal conflitto consumatosi in Bosnia ed Erzegovina negli anni ’90, all’indomani della dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Si tratta di una sanguinosa guerra fra etnie della stessa nazione (serbi, croati e bosgnacchi) che non lascia pace alla coscienza, soprattutto per chi, come Danilo, ha incontrato da vicino, al fronte, i volti della distruzione e della disperazione. Paziente psichiatrico numero 36918, egli si chiude in un silenzio invalicabile, e a stento l’unico medico incorrotto dell’ospedale cercherà di risvegliarlo dal torpore in cui sembra essere caduto. In realtà, è un silenzio loquace, il suo, traboccante di domande senza risposta: attraverso la sua voce, questo testo ci restituisce gli interrogativi di un’intera generazione che nei Balcani di quegli anni si trovava a fare i conti con la fame, i preparativi bellici, gli agguati di milizie inebetite e bisbetiche, un’unica e infinita notte illuminata dai proiettili luminosi delle sparatorie. Una lotta fra popoli che, a conti fatti, è una lotta contro il senso e la ragione: piccole guerre alimentate da odi ingigantiti. “Il vero manicomio è quello fuori dell’ospedale”, dirà Danilo in una delle sue intime conversazioni col poeta russo Daniil Charms: unico legame con la realtà, e unico interlocutore nel riaffiorare dei ricordi di una memoria traumatizzata, visitata dai fantasmi vittime di truci scontri, frutto di un titanico senso di colpa. Il tema fondamentale con il quale l’autore di origine croata B. Blagojević porta a confrontarsi è quello dell’identità in crisi, riflesso di una memoria sgretolata perché costretta a rimuovere pur di difendersi, che non può più contare sul senso di appartenenza civile e nazionale, ormai demolito dalla guerra.

Che cosa resta di una popolazione così deprivata della propria dimensione personale e collettiva? Rimangono uomini invalidi, poiché limitati su ogni fronte: impossibilitati a esprimere liberamente il proprio pensiero, a viaggiare e muoversi, a realizzarsi professionalmente, soprattutto se apolitici od oppositori. Chi resta incanala il proprio istinto di sopravvivenza nella speranza che il presente diventi presto passato, e che l’eco degli slogan comunisti dica il vero – il domani sarà migliore. Con uno stile chiaro ed essenziale, che si fa strada nell’emotività dei personaggi senza invaderla né forzarla, l’autore ci racconta la commovente missione di Radmila e Alen (moglie e amico di Danilo) accompagnati dal dottor Braković, tre moderni e balcanici Argonauti che tenteranno di salvare l’infermo, ciascuno con le proprie motivazioni e riscattando una parte di sé. Mentre dalle radio si diffonde quella musica portata, insieme al resto, dal ‘ciclone infuriato della storia’ (Pink Floyd, Led Zeppelin, David Bowie), il lettore apprende pagina dopo pagina che, a dispetto degli avvenimenti – o forse proprio da quelli imparando ?- , è ancora possibile comprendersi fra persone educate alla stessa fede e che parlano la stessa lingua. La sfida finale, universale, è sulle note di Leonard Cohen, vedere se riusciamo ad essere così forti, “Waiting for the Miracle” (“Aspettando il miracolo”).

Rossella Mariani

“La nostra voce non si spezza” di Antonio Lillo

Antonio Lillo è uno di quegli autori rari che riesce a essere efficace sia nella scrittura in versi che nella forma della prosa. Forse è perché lo sguardo di un poeta è prima di tutto lo sguardo di un uomo che tiene dentro di sé ancora la prospettiva pulita dei bambini, di chi è sempre pronto a stupirsi e a dare un nome nuovo alle cose. La nostra voce non si spezza, Stilo Editrice (pp. 116, euro 12), è un libro di racconti dalla struttura unitaria e da una varietà interna sottile e precisa, come un fiore chiuso che al suo interno contiene petali e pollini. Il libro presenta nove racconti, nove parentesi di vita quotidiana, niente di straordinario, la vita che può appartenere a tutti.

Antonio descrive soprattutto quei tratti dell’ordinario che vengono taciuti normalmente, di cui crescendo non se ne tiene conto, che rimangono ai lati dei ricordi. Qui forse sta la commistione tra poesia e narrativa, dove si ricerca l’esatta parola come fosse la prima volta che la si pronuncia, nel miracolo dell’accadere delle cose di tutti i giorni. Sebbene ogni racconto sia una storia a sé stante ciò che li rende uniti e riconoscibili a livello stilistico è la completa umiltà della voce narrante, una voce che non si descrive ma che cede la sua a chi di parole ne ha sempre dette poche, a chi non veniva davvero ascoltato e perdeva poco a poco la voglia di raccontare e raccontarsi. Il libro è pieno di personaggi che restano in silenzio, che dicono poche cose, spesso sempre le stesse, l’autore quindi cerca la crepa che sta nella routine, in quella che è una apparente ripetizione degli eventi.

Antonio cerca la fessura in cui liberare queste voci, che sono le nostre voci, dei nostri padri, dei vecchi del paese, degli amici dimenticati. Il padre infatti è un elemento ricorrente lungo tutta la narrazione, una figura di confronto con cui ci si scontra ma ci si raggomitola insieme nel dolore di una perdita o delle difficoltà giornaliere. L’autore ci inserisce con precisione nei dettagli di una crisi sottile e sotterranea dei giovani e dei meno giovani, la crisi di chi non trova un suo posto, di chi perde il lavoro o nemmeno riesce mai a iniziare a cercarne uno. Di chi cambia casa e si trasferisce nelle grandi città dove forse spera che la fretta strozzi tutto, anche quel contorno che ti evita la solitudine per qualche periodo come ne L’uomo ombra, in cui si affronta la noncuranza, ci si scorda del coinquilino e il racconto inizia con una domanda che blocca il respiro da quanto è vera e schietta: «Dove finiscono le persone dimenticate?».

Ed è questa scrittura disarmante e diretta che è il sottile filo che unisce tutti i racconti. Una scrittura sincera, che chiama le cose col loro nome togliendo tutte le patine e tutte le sfumature che si danno per alleggerire dolori che non hanno alcuna speranza di essere alleviati. È una voce di bambino quella di Antonio, di chi ha conservato l’innocenza tutta chiusa nel petto come in Una storia di cani, dove parlando della perdita della madre dice con spontaneità e leggerezza «Io di mia mamma non ricordo più niente, anche se mio padre dice che la cicatrice che ho in fronte, proprio sopra il sopracciglio, è un suo ricordo, me l’ha fatta lei un giorno che aveva bevuto troppa birra.» Antonio Lillo in questi racconti ha la capacità di modellare la lingua e la parola attraversando temi difficili come la descrizione di una depressione profonda e scura, rendendoli comprensibili e semplici per chiunque abbia incontrato almeno una volta una persona con una tristezza che ha origini lontane e irraggiungibili. L’autore però riesce anche a utilizzare un registro leggero e lieve, come in Lettera a un editor, ma pur sempre con un profondo significato.

La spinta costante in questi racconti è la ricerca del giusto e del vero, della radice prima degli eventi, dei comportamenti e delle emozioni umane, Antonio cerca tra le persone e le cose che vede e tocca con le proprie mani il limite ultimo della genuinità umana. Dove tutto il superfluo viene scrostato dalla superficie, restano solo le parole necessarie.

Clery Celeste

“Pasquale Sorrenti. Il principe dei librai”

Pasquale Sorrenti, Il principe dei librai (LB edizioni, pp. 81, euro 10) è una raccolta di testimonianze, interviste, articoli di giornale, ricordi personali di una figura, quella di Pasquale Sorrenti, che ha animato per oltre 40 anni la vita culturale di Bari. L’idea di questo libro è venuta a Luigi Bramato e Valeria Bottalico in occasione dell’intitolazione a Sorrenti, il 27 settembre 2017, da parte del Comune di Bari, di un piccolo giardino sul lungomare Imperatore Augusto.

Accompagnata da una Prefazione di Angelo Tomasicchio e da una Introduzione e Postfazione dei due figli di Sorrenti, questa raccolta a più voci si discosta in verità solo in parte dalla linea editoriale della LB edizioni: stavolta ad essere recuperato non è più un libro datato o dimenticato, ma una figura che ha dedicato la propria vita ai libri, al recupero e alla conservazione della memoria culturale barese e pugliese e della sua enorme ricchezza, in tutti gli ambiti del sapere. Sorrenti, appunto, non fu solo un libraio, ma fu un erudito «autodidatta», come soleva definirsi, la cui attività poliedrica di storico infaticabile e poeta vernacolare è ben riassunta da Gianni Cavalli, nonché dalla bibliografia essenziale posta alla fine del volume. L’enorme conoscenza della cultura pugliese è d’altronde messa in risalto da un’intervista di Giorgio Saponaro a Sorrenti, risalente al 1981 e contenuta nel volume Le voci della città (Adda). Da queste parole emerge la vastità di interessi e la profondità dell’erudizione che Sorrenti possedeva, nutrite dalla sua enorme biblioteca che donò poi al Comune di Bari. La sua attività di ricerca spaziava dalla poesia, alla pittura, all’architettura, alla toponomastica, alla musica, al teatro, alla storiografia.

Le “voci” di questa raccolta non si concentrano però solo sull’uomo, pacato e dal carattere spigoloso solo all’apparenza, ma si soffermano sul luogo fisico a cui egli diede vita: la libreria, con le sue «stalagmiti» di libri impilati e il caos calmo nel quale Sorrenti si muoveva con disinvoltura sorprendente. Era lì infatti che Sorrenti studiava e scriveva i propri libri.

La libreria di Pasquale Sorrenti in via Andrea da Bari, 79 non fu soltanto un ‘negozio’ di libri, bensì un vero e proprio luogo d’incontro e scambio culturale. Di lì sono passate intere generazioni di intellettuali (e non solo), poeti e filosofi baresi, da Giorgio Saponaro e Vittorio Stagnani sino a Vito De Fano, Vito Maurogiovanni nonché Hrand Nazariantz, di cui Sorrenti era personalmente amico.

Il libello pensato da LB edizioni è non soltanto un omaggio a un grande barese, ma anche ad una Bari che non esiste più, che piacerà ricordare a chi l’ha vissuta e certamente interesserà ancor di più chi non ha potuto farlo.

Stefano Costanzo

“Falce senza martello” a cura di Giulia Marcucci

La Falce senza il Martello è una spaccatura, la simbolica divisione di un’anima, lo sgretolarsi di un’era e la perdita del mondo come era prima. Così sono anche le anime dei protagonisti negli undici racconti di questa raccolta: segnati da profonde crisi, destinati a perdere una parte di sé in recondite metamorfosi. Ciascuno dei protagonisti ci accompagna fino al suo personale punto di non ritorno, lì dove soffia quel vento caro a Platonov, luogo da cui possiamo osservare, come “strada che si perde lontano fra gli umili campi russi”, la vita che li ha condotti fino a lì.

Falce senza martello, antologia pubblicata da Stilo Editrice nel marzo 2017 a cura di Giulia Marcucci, si colloca tra tradizione e innovazione, e ha l’intento di presentare al nostro scenario alcune tra le più promettenti e premiate voci letterarie russe del Ventunesimo secolo. Una stimolante tappa della collana Pagine di Russia, omonima del Festival che ogni anno la Stilo Editrice organizza a Bari, in collaborazione con l’Università, per approfondire i grandi temi della letteratura e dell’arte russi, attraverso un acuto sguardo tanto al presente quanto al passato.

Ognuno di questi racconti è espressione di una specifica cultura, di modo che lo sfondo si sposta e spazia tra Leningrado/Pietroburgo, Mosca, Siberia, Cecenia e territori decentrati come Armenia e Daghestan – oggi non più parte della Federazione Russa. Sebbene dislocate nello spazio, però, le voci narranti hanno in comune il suolo emotivo: l’esperienza di aver sentito la propria vita sfaldarsi e la realtà venire meno, di aver percepito il momento della perdita della coscienza della propria identità, aver vissuto quel tempo intimo del disgelo dopo il quale la vita prosegue diversa e tutto cambia.

In racconti come Le mele (G. Sadulaev), Infanzia (V. Ajrapetjan), La canicola (M. Elizarov), La commedia dell’arte (A. Astvacaturov), Com’è che si chiamava?… (A. Snegirev), La scala per Marte (I. Abuzjarov), l’infanzia/giovinezza, quel lontano mondo vagheggiato e onirico, è rievocato attraverso indelebili impressioni sensoriali e oggetti carichi di significati simbolici e affettivi – come pure a fare da spartiacque sono amori perduti o stroncati sul nascere. Altri racconti, concentrati soprattutto nella parte finale della raccolta (Tredici di A. Ganieva, La fienagione di R. Senčin, Il Gianicolo di V. Levental’), ci mettono di fronte a rotture più concrete e tangibili, dure e dolorose, che nondimeno determinano un cambio di rotta rispetto all’avvenire.

La dimensione politica è rintracciabile sullo sfondo dei testi come un’eco ricorrente, che talvolta riaffiora alla superficie della trama: i discorsi del Comitato regionale del Partito, il radioso avvenire dipinto dagli slogan sovietici, la routine domestica e scolastica scandita dagli stessi principi epocali, e poi il presagio della graduale scomparsa di quegli attributi statali e parastatali in vigore da più di cinquant’anni, con l’avvento dei nuovi politici e il rimpianto per i ritmi di vita di quel tempo storico non più raggiungibile. Rimarchevoli sono i riferimenti intertestuali a quell’epoca (realia, film, autori letterari e canzoni). Tutto questo conferisce alla raccolta quella individualità post-sovietica annunciata dal sottotitolo: la generazione di autori del Duemila guarda al passato sovietico di cui ha esperienza e ce lo restituisce nostalgicamente.

Se possiamo godere di questi racconti è anche e soprattutto merito del magistrale lavoro di cura e traduzione di Giulia Marcucci, vincitrice della IV edizione del premio letterario “Polski Kot”, assegnato a Falce senza martello come miglior opera tradotta in italiano dalle lingue slave nel 2017. I racconti nascono dalle consapevoli penne di autori diversi tra loro perché fortemente caratterizzati ciascuno da un proprio stile personale, inoltre in alcuni testi emergono termini propri della cultura specifica di sfondo: dunque parole àvare, tartare, provenienti dal russo-daghestano o d’origine turca o araba. Brillante è la capacità di G. Marcucci di passare da un tipo di situazione comunicativa e registro all’altro, al punto che avvertiamo distinti i cambi di voce e le diversità, ma sentiamo al tempo stesso quella fluidità linguistica per cui ogni racconto è parte di un’unità, e la raccolta un’unica collana incastonata di undici raffinate pietre.

Rossella Mariani

 

“Assonanze Notturne e altri racconti” di Lorena Liberatore

Assonanze Notturne e altri racconti (Messaggi Edizioni, pp. 126, euro 15) è il titolo di un lavoro e insieme una dichiarazione d’intenti della poliedrica Lorena Liberatore. In quest’opera i cui echi sono richiami all’essere, l’autrice dispone su pagine le linee scure e marcate come note musicali in forme, colori di sottile asprezza, mimetizzata da offerte di delicata eleganza. I suoi racconti appaiono come sassolini o fiammelle, sussurri sui sentieri smarriti dall’anima che, destatasi in un bosco “d’adulte sagome”, avvia un confronto tra l’immaginato e l’inimmaginabile.

Una costellazione di tracce fiammanti, di sperimentazioni che vanno dalla commedia al noir; groviglio di vene e arterie volte verso la polare incastonata nelle volte altissime della notte, nei percorsi mentali e misteriosi che appaiono all’imbrunire.

Sono impasti di riflessioni filosofiche luminanti, per quanti intendono mettersi in viaggio e attraversare gli inferni delle proprie ombre, setacciando negli inchiostri neri: ricerca di nuove assonanze con realtà.

Attraverso questi racconti ritroviamo il fiabesco affilato che, nel fendere l’indecifrabile, squarcia i veli del confuso e libera musicalità seducenti, quasi scie di profumo ondeggiante nelle maree oscure del cuore. Nella bruma dell’apparente “l’Odisseo lettore” trovasi a navigare in surrealistiche situazioni erotiche e così il miraggio favoloso seduce il suo inconscio, lo estrapola dalla ritualità svuotata del quotidiano, lo allontana dall’offuscante dinamicità delle contraddizioni umane, ponendolo in una posizione privilegiata dell’ascolto nel quale, piroettando, ritrova i semi dell’umanità errante.

Questi scritti strizzano l’occhio disincantato al pellegrino nel deserto, alla ricerca della fonte delle idee, per il quale ha tasselli d’arte compiuta del vivere la libertà troppo spesso anestetizzata, assediata da ostilità rumorose. Un libro, quello della Liberatore, come consecuzione di narrazioni eleganti su binari che sobbalzano fantasticamente per giungere a un rapporto catartico, ovvero di purificazione d’anima e corpo da consegnare alla magia della bellezza.

Salvo Jethro Brifa

“Vento nel Vento. Dieci anni di Lucio e Giulio” di Fulvio Frezza

“La vita, spesso, si diverte a costruire melodie perfette”, scrive Fulvio Frezza nel suo bel libro Vento nel vento (Florestano Edizioni, pp. 120, euro 12): un modo davvero originale di raccontare Lucio Battisti e il suo incontro con Giulio Rapetti, in arte Mogol. L’amicizia e l’affinità artistica tra i due è stata, forse, una di quelle melodie perfette, che nascono con la timidezza della sperimentazione, esplodono nella genialità della simbiosi creativa, tramontano in silenzio, “come la neve che non fa rumore” direbbe Battisti.

Frezza racconta in modo inedito l’incontro tra i due artisti, e nel farlo riannoda il nastro degli anni Settanta, ricordando gli eventi sociopolitici di quegli anni. È il 1969, Richard Nixon viene eletto presidente degli Stati Uniti; Enrico Berlinguer, vicesegretario del Pci, critica apertamente l’invasione russa in Cecoslovacchia. In Italia viene abolito il reato di adulterio. È l’anno in cui Battisti attraversa a cavallo mezza Italia, da Milano e Roma, con il suo amico Mogol. Da quel viaggio, un po’ anacronistico, nasce Emozioni, una delle canzoni più note della loro produzione.

È questa la prima chiave di lettura del libro: mentre la società vive il fermento di una continua evoluzione, politica, culturale e sociale, quasi con la volubilità di un adolescente insoddisfatto, la storia personale di quell’incontro sembra battere un altro tempo. I due amici prima si scrutano, poi si avvicinano, quindi si trovano, e infine si completano. C’è lui, Lucio Battisti, un ragazzo timido, certo non privo di autostima, e c’è Giulio, personalità forse più complessa, che diventerà il paroliere di fiducia e il miglior amico dell’artista.

Quella di Vento nel vento è un’operazione difficile e originale: Frezza sa che, per ricostruire la storia di questi due giganti della musica italiana, non basta raccontare le loro vite, serve altro. La ricerca parte proprio dai versi e dalle melodie delle loro canzoni, spesso frutto di dissidi interni. “Che ci faccio con questi la mi re che si ripetono all’infinito?”, chiede Mogol a Battisti, che invece, da parte sua, reclama la predominanza della musica sul testo.

Con il tempo la vita suggerisce ad entrambi strade diverse. Battisti, a poco a poco, si allontana, prima da Mogol, poi anche dal suo pubblico. Lo fa rintanandosi dietro le quinte della sua vita privata, in quell’intimità così gelosamente tenuta al riparo dai riflettori. Frezza racconta quel passaggio dell’artista, dalla luce all’ombra, dall’apoteosi del successo al ritiro dalle scene, quasi con un velo di malinconia.

La seconda chiave di lettura del libro è nei continui parallelismi musicali. Ogni capitolo, infatti, parte da un celebre disco di Battisti, per trovare quasi una sponda nella musica classica. Couperin, Stravinskij, Bach si alternano al piano con Battisti. Così, la nostalgia per un’infanzia felice e innocente che ritroviamo ne La canzone del sole, è la stessa che sembra aver ispirato, un secolo prima, Johannes Brahms nella sua Ninna Nanna. Anche gli esperimenti di Battisti sull’utilizzo dell’elettronica, in una versione meno conosciuta de Il nostro caro angelo, sembrano fare eco alle costruzioni musicali ripetitive di Philip Glass, che in quegli anni registra il suo monumentale Musica in dodici parti.

Ma gli incroci musicali, nella penna di Frezza, non sono finiti. Ogni paragrafo è introdotto dai cosiddetti “imperdibili da riascoltare”: tre best seller della musica di quegli anni, accuratamente selezionati dall’autore.

Un consiglio, infine, a chi leggerà le belle pagine di Vento nel vento: prima di iniziare la lettura di ogni capitolo, si può creare una piccola playlist in cui inserire uno degli “imperdibili” suggerito da Frezza e subito dopo la canzone di Battisti a cui quel capitolo è dedicato. Dopo aver costruito questa piccola scenografia musicale, sembrerà di vivere fino in fondo il contesto che ha accompagnato ogni singola creazione del duo Battisti-Mogol.

Roberta Massarelli

“ControCorrente. Tra Storia e Stile” di Lorena Liberatore

copertina con dorso per web

ControCorrente. Tra Storia e Stile (Messaggi Edizioni, 2018, testo con immagini fotografiche a tema ideate e realizzate da Maria Campanelli con l’aiuto di Pietro Defrenza, pp. 62, euro 10,00) è il titolo di un lavoro per il teatro di Lorena Liberatore, ispirato alla vita di Coco Chanel.

Uno spettacolo fluido che è invito a guardare verso l’alto, anzi lontano, in un futuro ignoto, senza lasciarsi prendere dallo sgomento; un invito a immedesimarsi nella piccola Gabrielle Bonheur Chanel, ovvero Coco Chanel che contemplando il cielo ombroso sa riconosce nelle stelle il sentiero del suo destino, la costellazione dello zodiaco: di realizzazione contro ogni apparenza di brutta fine già enunciata.

Tutto il lavoro è un inno alla forza, un invito a mettere a fuoco i propri sogni senza lasciarsi spaventare dal buio o dalle chiusure mentali di troppi esseri saccenti, che guardano dall’alto della loro esperienza e vogliono insegnare ciò che è giusto e sbagliato, incapaci di mettere a fuoco un tempo, il presente che è invece cambiato. E così Lea, che sta scrivendo una tesi sulla vita della stilista (piuttosto che sul suo stile innovativo, capace di ridare sobrietà alla donna senza rinunciare alla raffinatezza) si trova prigioniera in un “caffè concerto”, in quanto la sua collega Cathrin, credendola ormai fuori dal locale, spegne le luci e la lascia dentro, al buio.

La studentessa trasforma quell’incidente in un grembo d’immaginazione, in un’occasione per mettere ordine nel suo lavoro. Lea tornando ai tavolini, sui quali sono sparsi libri, fogli di appunti e cd, può ricomporre i propri pensieri divenendo spettatrice tra spettatori, ed evocatrice del passato di una donna da comprendere tra i modelli di abiti in un atelier di moda, dove la verità sulla sua vita vera e l’immaginazione si confondono con creatività nelle trame del passato, in un gioco divertente tra il troppo e il poco, il superfluo e il necessario, nascosto tra le note di una fisarmonica malinconica e una cantante.

È un viaggio nella vita, non nella naftalina, una spoletta di riflessioni sul modo di essere e apparire, sul vestito come specchio di personalità. Coco Chanel è il simbolo di coraggio e indipendenza, la Donna che ha saputo trovare nella scuola dell’esistere il bandolo per tessere l’abito nuovo a un mondo che sbuffa e desidera inconsciamente un abbigliamento originale che risponda ai bisogni di dinamicità, ed eleganza. Lorena Liberatore mette in scena il sogno assetato di opportunità e lo contrappone a cori di angeliche voci su pentagrammi d’amarezza.

Ci sono sempre persone che rievocano il passato con acidità e avocano a loro meriti, gli stessi che ci ricordano chi siamo e da dove veniamo, ma la lezione di Coco Chanel è nel volere, fortissimamente volere andare oltre, rielaborando ogni cattivo ricordo in una opportunità costruttiva: la forza repulsiva in quella di attrazione!

I rapporti catartici con suor Claire, ben rappresentati, sono l’espressione graffiante della rielaborazione della sofferenza di una donna guardinga come una leonessa che non dimentica il dolore, ma lo sublima e fa dell’esperienza radice gingilli di ricordi evanescenti di povertà e solitudine, superati e usati per disegnare una borsetta, invidia dei “docili squali”. Perciò il passato che segna profondamente, tornando irritante con le vocali di un’amabile istitutrice-cameriera-serva si traduce con passionalità nell’ago pungente che desta a visioni aperte, e forbice che sa dare un taglio a ciò che è vecchio, consunto, svuotato, dal quale si decolla costruttivamente.

Piero Fabris

“Intuizioni” di Gian Paolo Roffi

Intuizioni. Copertina 1-778013

CentodAutore è una collana fondata da Oronzo Liuzzi e Rossana Bucci sul finire del 2014 per le edizioni Eureka dell’omonima associazione culturale di Corato. Il proposito di Liuzzi e Bucci è significativo; la poesia, edita in sole cento copie, numerate e firmate, ritrova un senso nell’operazione editoriale messa in piedi dai due poeti e poeti visivi in quanto la parola, restituita al fare, torna a fare esperienza di sé attraverso una militanza che oggi scarseggia. Ogni pubblicazione presenta, infatti, interventi manuali in copertina, realizzati dai rispettivi autori di ogni volume, caratterizzando ogni singola uscita per l’originalità e manualità della copertina che va a rendere unica ogni copia, permettendone la circolazione oltre che come libro di poesia, come opera di poesia visiva. In questi anni l’attività della collana CentodAutore si è distinta per la linea editoriale rigorosa, pubblicando autori, secondo quanto afferma il poeta e critico Giorgio Moio, «in base alla qualità, meno per il nome», affiancando, a poeti navigati dello scenario nazionale, nuove proposte; una serie di autori, dunque, che in linea con la militanza della collana tentano l’azzardo rifiutando l’atteggiamento pacificato e stagnante di questi anni.

Uscito nel mese di gennaio 2018, Intuizioni rappresenta la nuova fatica letteraria di Gian Paolo Roffi, poeta, poeta visivo, performer, poeta sonoro, autore di libri oggetto. Il libro, suddiviso in “Premesse” e “Intuizioni” con nel mezzo tre “Sequenze”, presenta i tratti edificanti la ricerca dell’autore bolognese; una poesia essenziale, frantumazione del verso, l’andamento minimale che si fa veicolo di una visione di protesta. Di formazione letteraria, Roffi porta avanti una ricerca incentrata sul frammento sia in poesia lineare, sia in poesia visiva, frantumando la regolarità del discorso, ma agendo in maniera fredda e meditando la protesta civile attraverso lo statuto coscienziale della poetica. È lo stesso autore, nella sua “Nota di metodo e di merito”, a delineare alcuni degli assi portanti della raccolta, individuando nel tema dell’intuizione il momento centrale della poetica, dove all’intuizione improvvisa segue l’appunto, rapido, poi sottoposto, in un secondo momento, alla messa a fuoco e allo sviluppo «sotto la lente d’ingrandimento della riflessione» (Roffi, p. 2). L’intuizione è innanzitutto sviluppata da Roffi nell’ottica di una riflessione su sé e sul mondo; ma ciò che rappresenta l’autore, come avvio della riflessione in generale, è prima di tutto un discorso sull’«immagine di sé come “altro da sé” da osservare» (Roffi, p. 1).

Il lavoro è, dunque, un lavoro sul linguaggio come riflessione sul mondo e sulla propria persona, ancora, frantumata ed espressa nel linguaggio stesso. Le cose materiali sono precarie e ogni “intuizione” finisce con l’essere una meditazione sullo stato del tempo, della storia e della società. Il presente, inafferrabile, è per Roffi espressione di una condizione patologica della vita: «Il poeta osserva le scatole dei suoi medicinali e medita sulla condizione patologica della vita. / leggere glicemia      colesterolo / è come leggere d’altro        o di altri. / parole senza suono / segni labili     / tracce / di segrete minacce» (p. 23). La minaccia rappresentata dal dover ricorrere ai medicinali si fa esperienza dell’altro da sé, del corpo estraneo che insidia la vita, l’esperienza quotidiana, condizionandola. Queste parole della malattia, delle malattie, accerchiate nell’uso quotidiano dei medicinali, risultano senza suono, segni labili, poiché avverse alla vita e alla sua sonorità che è ritmo, verso, spazio di intervento, pratica, azione e durata, segno le cui tracce respirano. Il lavoro sulle “tracce” è per Roffi spazio di intervento sulla pagina, oggettivazione di un senso in quanto prolungata ricerca di una forza eversiva plurale; da un lato, infatti, la spaziatura diventa corpo e senso di un vuoto, sì esistenziale, del vivente, ma anche momento privilegiato di una produzione successiva che ha nell’isolamento della parola la messa in rilievo di un tono, di un segno, di un dato elemento che restituisce l’autore al luogo dell’alterità. Questi segni, allora, diventano segni “di altri”, passaggi sulla pagina a cui «un insieme di vuoti      ai quali prima / il contenuto prestava la forma». La freddezza, ancora, dello stile minimale è valicata dalla postura visiva che nelle pratiche dell’autore persiste; dalla poesia visiva al libro oggetto, fino alla poesia lineare, Roffi insiste sulla centralità del vedere come modus operandi della sua linea poetica. Lo sguardo posato sul display digitale dell’auto, poi sulle bottiglie vuote, sui titoli di libri su una bancarella, un film francese o la Parthenocissus quinquefolia sono solo alcuni dei momenti privilegiati della visione trasformati in poesia e che permettono il superamento dell’essenzialità fredda dello stile nella coloritura esistenziale.

Francesco Aprile