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“Quante bugie hai detto questa sera” di Alessio Di Girolamo

Quante bugie hai detto questa sera (TerraRossa Edizioni, pp. 186, euro 15) è il romanzo di esordio di Alessio Di Girolamo: un esordio potente e molto audace, perfettamente riuscito dal punto di vista stilistico e dello sviluppo narrativo, e anche per il tracciato intimo emotivo del racconto.

L’incipit è fortemente significativo e fornisce la chiave multipla di lettura di tutto il romanzo. Un’opera come un cerchio aperto, un racconto che riunisce in sé più livelli di realtà, più punti di accesso, e permette al lettore un’azione che solo pochi scrittori sono in grado di fare: rientrare nel testo, rileggerlo con una nuova linea interpretativa.

In apertura siamo catapultati senza alcuna introduzione nella riflessione di una donna di cui non sappiamo l’età, ricorda che quando era bambina si guardava a lungo le mani ed esprimeva un desiderio. Si guardava a lungo le mani, in tutti i loro dettagli, fino a quando aveva la certezza assoluta che fossero proprio le sue mani. Basterebbero questi primi due dettagli per farci capire che Anna, la protagonista, è una donna che parla da adulta ma cade a tratti in un linguaggio ancora da bambina, un essere umano che si guarda le mani e ha bisogno di tempo per riconoscersi individuo. Un essere umano che solo dopo essersi riappropriato del proprio io può aprire gli occhi e guardare il mondo, sentirlo e viverlo, ma soprattutto può “perdonare tutti. Senza alcuna eccezione”.

Improvvisamente poi in questo primo capitolo troviamo un cambio di ritmo: un dialogo a due voci dentro un singolo corpo, un corpo disabitato che si chiama Anna ma che ora non ha più un nome. Anna si chiede spiegazioni, chiede la verità, suggerisce alle corde vocali di esplodere in un urlo, esamina le parti del corpo che riesce a sentire e quelle che non riesce a muovere. Pare sia vittima di un abuso, di una violenza feroce e totale. E da questo dialogo a due voci che si fonde in una sola compare una risposta al dolore insolita: “vorrei tanto toccarmi… mi ha sempre aiutato (…) Ho bisogno di toccarmi per non piangere: di toccarmi per rallentare il battito… Calma!”. Nel dolore più estremo dove ci dice di trovarsi Anna pensa che ha bisogno di toccarsi nelle parti intime, parti che sente ferite e lacerate. Rispondere al dolore con una forma di piacere frenetica e privata è una cosa insolita, è una cosa che non si dice.

Alessio Di Girolamo ha la straordinaria capacità di mimetizzarsi a livello immaginativo e descrittivo nella parte più intima di una donna. Una esattezza e una precisione che forse le donne stesse si negherebbero per pudore. La scoperta del proprio corpo per le donne è un atto difficile e segreto, spesso avviene anche diversi anni dopo il primo rapporto sessuale. La vagina è un organo che si svolge all’interno, è di per sé un organo rinchiuso e con un accesso spesso doloroso. Il piacere sessuale la donna lo scopre da bambina ma le viene subito proibito come qualcosa di pericoloso, come qualcosa di sporco, deve essere taciuto. Le prime stimolazioni sono un patto segreto tra quella cosa che le piace tanto sfregare e il suo prezioso silenzio. Per Anna inizia sull’autobus di scuola, uno sfregare lieve e poi forte per le frenate improvvise. Non sa cosa sia, sa che è meglio non farne parola, si accorda al movimento del bus e ogni giorno è una certezza, un rinnovo di quella promessa segreta.

Di Girolamo ci mostra come un autore sia capace di mimetizzarsi nel corpo e nelle emozioni più intime e fisiche di una donna. Per me è stata una conferma: ho sempre pensato che gli artisti, se tali sono davvero, abbiano la possibilità di entrare in tutte le sfere dell’umano, donna o maschio che sia, farle proprie, rubarne il corpo e i pensieri. Lui in questo esordio lo fa, con naturalezza, portando il lettore in quel mondo magmatico e liquido che è la sessualità femminile. Un libro, questo, che ripercorre tutte le tappe della scoperta del piacere, dall’autoerotismo più privato e taciuto fino a rapporti sessuali più estremi e quasi esibiti. La storia personale di Anna si svolge partendo dai segreti, a ogni passaggio di “grado sessuale” anche la storia famigliare si apre: nitida e quasi statuaria la figura della nonna, mutevole e sfuggente la figura della madre che si trasforma nella narrazione fino a diventare competitiva, una figura ridotta a pochi e vaghi contorni quella del padre. Si intuisce che il trauma stia lì, in quello che non si conosce, nell’unica figura disegnata enorme sui fogli bianchi della scuola elementare, un papà gigante nel ricordo di una bambina.

Ad Anna si crede, si crede ciecamente per tutto il libro. Anna è brava a farci stare dalla sua parte anche quando non approviamo per decenza o per pudore o per vergogna quello che fa. Ma capiamo la sua ricerca di amore, capiamo che dal corpo di un uomo sta cercando amore, una parola sentita solo una volta da un bambina. Anna pensa che dal piacere suo e altrui si possa riscattare la pace di un sentimento. Il lettore è portato istintivamente a stare dalla parte di una vittima che è abusata e abusa a sua volta, è il cerchio nero della violenza, da vittima a carnefice il passo è breve. Il titolo però ci ricorda una cosa Quante bugie hai detto questa sera è un monito continuo, dice al lettore di stare attento. E infatti lungo tutto il romanzo sono disseminati degli indizi: Anna di sicuro ha perso l’innocenza, avrà perso anche la verità? E l’inizio del libro torna, torna continuamente il momento in cui Anna si guarda le mani, osserva che le linee siano tutte al posto giusto. Possiamo quindi fidarci di un narratore che si guarda le mani per riconoscersi? Quante bugie ci ha detto Anna questa sera?

Anna può essere tante persone, può essere la bambina che scopre il piacere, la giovane donna precoce, la vittima di una o più violenze e infine una persona disturbata e alterata fermata con cinghie strette in un ospedale. Non sappiamo quante Anna stiano dentro a una sola, ma in questo libro abbiamo la possibilità di abitarle tutte quasi contemporaneamente.

Clery Celeste

“Stampa. Quel modo nuovo di fare informazione” di Francesco Caroli

Una vita da giornalista, intervistando alcuni tra i nomi più celebri della cultura, della società, della politica italiana, approfondendo questioni di carattere nazionale e locale. Francesco Caroli, scrittore oltre che giornalista, ha voluto raccogliere questa sua preziosa testimonianza di vita e professionale in un volume pieno di notizie e di curiosità sull’Italia dell’ultimo mezzo secolo. Il prodotto finale è Stampa. «Quel modo nuovo di fare informazione» (Artebaria Edizioni, pp. 430, euro 20).

Attorno agli anni Settanta ci fu un momento in cui “i giornalisti italiani hanno creduto di essere del tutto liberi di informare e di poter offrire al pubblico giornali davvero indipendenti”. Sulle prime “il potere è stato a guardare, poi ha reagito e, infine, ha vinto”. Di quella “grande illusione” ne fece un puntuale racconto Giampaolo Pansa. Nacque perciò e si propagò in quegli anni, sotto la spinta di quel vento riformatore, all’interno delle redazioni, l’esigenza di un “modo nuovo di fare informazione”. Soprattutto nel Sud si avviò un dibattito per mutare i termini del confronto tra le stesse proprietà dei giornali e ampi settori dell’opinione pubblica. Anche in Puglia si fecero spazio nuovi giornali, “alternativi” alla tradizionale comunicazione paludata. Ma gli spazi di libertà, seppur limitati, vennero ben presto serrati. L’attenzione si spostò allora dal centro alla periferia: organi dell’informazione locale nacquero con lo scopo di mantener viva quella pur tenue scintilla di un giornalismo al servizio dei lettori.

L’attività professionale di Caroli segue interamente la curva di questa parabola discendente: dopo aver lavorato per la Rai regionale pugliese è stato per quindici anni al «Quotidiano» di Lecce e ha poi fondato, tra gli anni Novanta e i Duemila, due quotidiani locali, «Il Paese Nuovo» e «Il Nuovo Paese». Senza trascurare collaborazioni con numerose altre testate giornalistiche. Dalle pagine di questo libro emergono come pietre preziose di un recente passato le testimonianze, le interviste e le opinioni di maestri del giornalismo e della comunicazione: Piero Ottone, Giuseppe Giacovazzo, Beppe Lopez, Franco Rositi, Giovanni Bechelloni, Ettore De Marco, Anna Montefalcone, Franco Chieco, Federico Pirro. Di personalità della cultura, dello spettacolo e dell’impegno sociale: Paolo Grassi, don Andrea Gallo, Carlo Betocchi, Giacinto Spagnoletti, Bruno Campanella, Armando Gnisci, Vito Signorile, Raffaele Nigro, Enrico Crispolti, Mirella Bentivoglio, Guido Le Noci, Antonio Paradiso, Milly Carlucci, Ilona Staller, Lisetta Carmi, Alessandro Caroli, don Peppino Argese. Di politici, amministratori e personalità delle istituzioni: Flaminio Piccoli, Giuseppe Vacca, Enzo Mattina, Domenico Amalfitano, Antonio Coppola, Sergio Blasi, Cosimo Durante, Giuseppe Caroli, Antonio Scialpi, Rocco Loreto, Giuseppe Petrelli, Vito Consoli, Franco Punzi, Giancarlo Cito, Martino Margiotta, Pasquale Caroli, Bruno Semeraro, Leonardo Conserva, Franco Palazzo, Ubaldo Amati, Angelo Bernassola, Antonio Galeone, Michele Giudice, Rita Borsellino.

“Poesie di un’estate” di Silvana Palazzo

L’estate volge, ormai, al termine portando con sé colori, sapori, umori di un tempo particolare, dilatato, sospeso. Una stagione magica, quando il fisico esalta il suo vigore, si espone alla brezza, alla salsedine, alla luce dorata. Le percezioni si amplificano e la sensazione di benessere invade ogni cellula, ogni sostanza. Il tanto agognato periodo della calma e della pace non delude mai, o quasi…

Silvana Palazzo, in Poesie di un’estate (Manni editore, pp. 120, euro 14), offre una visione dell’estate in chiaroscuro. Una stagione luminosa ma al contempo annebbiata. Felice ma ornata con punte di tristezza. La raccolta di versi, divisa in quattro parti, segue cronologicamente l’avvicendarsi dei mesi più caldi. I pensieri privati dell’autrice si fondono agli elementi naturali in un’atmosfera densa e riflessiva. Le emozioni si alternano con svariati gradienti di intensità.

Giugno, con le sue bramose aspettative, inaugura l’opera mostrando le tenebre dalle quali proviene “Navigo al buio/attaccata ad un filo/che non si spezzerà/più duro delle catene/cresciuto come/non si sa… Tutto è nero intorno/ma so che presto/una luce alla vita/mi aprirà”. E la luce giunge, puntuale, a dar speranza al futuro, a trasmettere la vita nel tempo a venire: “Silvia è un regalo/che la vita ha donato/è l’innocenza perduta/ed in lei ritrovata”.

A seguire ci parla Luglio, mese nel quale nubi, vento, mare e stelle marine accompagnano versi intensi dedicati alla poesia “C’è un poeta/che non scrive più poesie…”, “Che valore ha/una poesia?/Tanto se arriva/nell’abisso del cuore…”.

Agosto, contro ogni aspettativa, risulta il mese più sofferto. Il solleone stenta a scaldare il cuore e l’anima vaga in cerca di ristoro. “Il pensiero/si restringe/si fa nero…”, “Vorrei scavarmi/dentro/per capire/il perché di questo/mio soffrire…”, “Temo/che la mia vita/proseguirà/in avanti/senza emozioni…”. Il desiderio di un amore, però, lancia un amo di speranza: “Avrei voglia/d’innamorarmi/ancora. Di provare/la voglia convisa/della vita…”.

Infine, Settembre. La fine del viaggio, il termine corsa. Tempo di rendiconti, di tirar le somme. “Settembre/ha con sé/la malinconia/delle cose finite/e l’inquietudine/delle cose/non ancora iniziate…”. Anche il mare, elemento accogliente e rilassante, muta atteggiamento: “Il mare/a settembre/è senza parole./Pare stanco/delle troppe signore…”.

La forza della poesia, però, non delude mai. Musa soave da invocare in soccorso, porterà sollievo e restituirà la luce dorata dell’estate: “Ti prego aiutami poesia/tu che sei stata/fedele compagna/della vita mia/quando ancora la speranza/mi era sorella/ed ora non mi rimane più/neanche quella./Ti prego aiutami ora/cara poesia/perché questa vita/diventi più mia”.

Angelo Urbano

“La gente per bene” di Francesco Dezio

Il conflitto generazionale sempre più aspro maturato in questi decenni soprattutto al Sud ha un nome ben preciso: lavoro. Il conflitto è quello tra una classe di trenta-quarantenni che continua a cercare (e trovare) soluzioni temporanee e precarie alla disoccupazione, e i propri genitori, i primi (e, come è ormai evidente, gli ultimi) a godere, quasi sempre, di un posto di lavoro stabile e con maggiori garanzie. Circa un decennio fa, quando apparvero con evidenza i segni di questa frattura generazionale, un piccolo patrimonio di speranza veniva ancora custodito da coloro che erano poco più che trentenni: certo in ritardo, rispetto agli altri paesi europei, sulla strada dell’indipendenza economica, ma ancora in grado di scrutare all’orizzonte qualcosa di buono, e di nuovo. Quell’orizzonte che oggi, superati i quarant’anni, ha mostrato tutta la sua inconsistenza. E la speranza si è trasformata in rabbia cieca.

Nel 2004, il romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio si rivelò un quadro perfetto di quel conflitto generazionale ai suoi albori. A distanza di oltre dieci anni, lo scrittore altamurano, dopo una serie di prove in forma di racconto (raccolte in Qualcuno è uscito dagli anni Ottanta, Stilo, 2014), è tornato a misurarsi con quella ferita, oggi ormai in cancrena, disegnandola con passione civile e una scrittura ruvida ed efficace. Esprimendo bene come non ci sia più speranza di guarigione. Solo dolore, disperazione che precede la sconfitta. La gente per bene (Terrarossa Edizioni, pp. 216, euro 15) è appunto la storia di Francesco, una «biografia di fatti non accaduti» che affonda la penna in lavori malpagati, dipendenti sfruttati, settori produttivi in caduta libera. Come quello del divano, che proprio nel territorio tra Altamura e Matera è stato visto nascere, crescere e disfarsi nel giro di un paio di generazioni.

Del Nicola Rubino, La gente per bene riprende soprattutto la descrizione dei rapporti negli ambienti di lavoro: la fabbrica della grande multinazionale lascia il posto a piccole sistemazioni in ufficio, talvolta malridotte, sempre a tiro del proprietario o di qualche suo braccio destro, con richieste sempre più eccessive, e uno straordinario sempre meno pagato. Dezio indugia inoltre sul contesto familiare sempre più disgregato: il protagonista, che lavori o no, resta un fallito agli occhi di una madre di tre figli che si dividono tra disoccupazione cronica, lista mobilità e piccoli lavori precari con una lista di candidati lunga così. E infatti non manca chi, con più esperienza, consiglia a Francesco di «Non fare un cazzo che è meglio, perché quelli non vedono l’ora di vedersi arrivare un bel bocconcino come te che bussa alla porta. Fesso sei tu che ti presti».

Ma così si torna indietro al punto di partenza. A una casa troppo piccola per genitori e figli, a una vita sentimentale troppo frastagliata per poter farsela bastare. A un presente immobile, a un futuro che si può scrivere, forse, soltanto lontano dal Sud.

Stefano Savella

 

“Più silenzioso dell’acqua” di Berislav Blagojević

Più silenzioso dell’acqua è l’isolamento di chi sopravvive a una guerra ingiusta. È l’amore di una donna che tenta di riportare suo marito alla realtà, è l’aiuto di un medico che decide di opporsi a un sistema sanitario ormai guasto, è un dialogo immaginario con un poeta russo annotato su un taccuino.

Più silenzioso dell’acqua (Stilo Editrice, pp. 120, euro 14) è il romanzo in cui Berislav Blagojević traccia il ritratto di un Paese sconvolto fisicamente ed emotivamente, partendo dalla vicenda di Danilo Mišić, protagonista reduce dal conflitto consumatosi in Bosnia ed Erzegovina negli anni ’90, all’indomani della dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Si tratta di una sanguinosa guerra fra etnie della stessa nazione (serbi, croati e bosgnacchi) che non lascia pace alla coscienza, soprattutto per chi, come Danilo, ha incontrato da vicino, al fronte, i volti della distruzione e della disperazione. Paziente psichiatrico numero 36918, egli si chiude in un silenzio invalicabile, e a stento l’unico medico incorrotto dell’ospedale cercherà di risvegliarlo dal torpore in cui sembra essere caduto. In realtà, è un silenzio loquace, il suo, traboccante di domande senza risposta: attraverso la sua voce, questo testo ci restituisce gli interrogativi di un’intera generazione che nei Balcani di quegli anni si trovava a fare i conti con la fame, i preparativi bellici, gli agguati di milizie inebetite e bisbetiche, un’unica e infinita notte illuminata dai proiettili luminosi delle sparatorie. Una lotta fra popoli che, a conti fatti, è una lotta contro il senso e la ragione: piccole guerre alimentate da odi ingigantiti. “Il vero manicomio è quello fuori dell’ospedale”, dirà Danilo in una delle sue intime conversazioni col poeta russo Daniil Charms: unico legame con la realtà, e unico interlocutore nel riaffiorare dei ricordi di una memoria traumatizzata, visitata dai fantasmi vittime di truci scontri, frutto di un titanico senso di colpa. Il tema fondamentale con il quale l’autore di origine croata B. Blagojević porta a confrontarsi è quello dell’identità in crisi, riflesso di una memoria sgretolata perché costretta a rimuovere pur di difendersi, che non può più contare sul senso di appartenenza civile e nazionale, ormai demolito dalla guerra.

Che cosa resta di una popolazione così deprivata della propria dimensione personale e collettiva? Rimangono uomini invalidi, poiché limitati su ogni fronte: impossibilitati a esprimere liberamente il proprio pensiero, a viaggiare e muoversi, a realizzarsi professionalmente, soprattutto se apolitici od oppositori. Chi resta incanala il proprio istinto di sopravvivenza nella speranza che il presente diventi presto passato, e che l’eco degli slogan comunisti dica il vero – il domani sarà migliore. Con uno stile chiaro ed essenziale, che si fa strada nell’emotività dei personaggi senza invaderla né forzarla, l’autore ci racconta la commovente missione di Radmila e Alen (moglie e amico di Danilo) accompagnati dal dottor Braković, tre moderni e balcanici Argonauti che tenteranno di salvare l’infermo, ciascuno con le proprie motivazioni e riscattando una parte di sé. Mentre dalle radio si diffonde quella musica portata, insieme al resto, dal ‘ciclone infuriato della storia’ (Pink Floyd, Led Zeppelin, David Bowie), il lettore apprende pagina dopo pagina che, a dispetto degli avvenimenti – o forse proprio da quelli imparando ?- , è ancora possibile comprendersi fra persone educate alla stessa fede e che parlano la stessa lingua. La sfida finale, universale, è sulle note di Leonard Cohen, vedere se riusciamo ad essere così forti, “Waiting for the Miracle” (“Aspettando il miracolo”).

Rossella Mariani

“La nostra voce non si spezza” di Antonio Lillo

Antonio Lillo è uno di quegli autori rari che riesce a essere efficace sia nella scrittura in versi che nella forma della prosa. Forse è perché lo sguardo di un poeta è prima di tutto lo sguardo di un uomo che tiene dentro di sé ancora la prospettiva pulita dei bambini, di chi è sempre pronto a stupirsi e a dare un nome nuovo alle cose. La nostra voce non si spezza, Stilo Editrice (pp. 116, euro 12), è un libro di racconti dalla struttura unitaria e da una varietà interna sottile e precisa, come un fiore chiuso che al suo interno contiene petali e pollini. Il libro presenta nove racconti, nove parentesi di vita quotidiana, niente di straordinario, la vita che può appartenere a tutti.

Antonio descrive soprattutto quei tratti dell’ordinario che vengono taciuti normalmente, di cui crescendo non se ne tiene conto, che rimangono ai lati dei ricordi. Qui forse sta la commistione tra poesia e narrativa, dove si ricerca l’esatta parola come fosse la prima volta che la si pronuncia, nel miracolo dell’accadere delle cose di tutti i giorni. Sebbene ogni racconto sia una storia a sé stante ciò che li rende uniti e riconoscibili a livello stilistico è la completa umiltà della voce narrante, una voce che non si descrive ma che cede la sua a chi di parole ne ha sempre dette poche, a chi non veniva davvero ascoltato e perdeva poco a poco la voglia di raccontare e raccontarsi. Il libro è pieno di personaggi che restano in silenzio, che dicono poche cose, spesso sempre le stesse, l’autore quindi cerca la crepa che sta nella routine, in quella che è una apparente ripetizione degli eventi.

Antonio cerca la fessura in cui liberare queste voci, che sono le nostre voci, dei nostri padri, dei vecchi del paese, degli amici dimenticati. Il padre infatti è un elemento ricorrente lungo tutta la narrazione, una figura di confronto con cui ci si scontra ma ci si raggomitola insieme nel dolore di una perdita o delle difficoltà giornaliere. L’autore ci inserisce con precisione nei dettagli di una crisi sottile e sotterranea dei giovani e dei meno giovani, la crisi di chi non trova un suo posto, di chi perde il lavoro o nemmeno riesce mai a iniziare a cercarne uno. Di chi cambia casa e si trasferisce nelle grandi città dove forse spera che la fretta strozzi tutto, anche quel contorno che ti evita la solitudine per qualche periodo come ne L’uomo ombra, in cui si affronta la noncuranza, ci si scorda del coinquilino e il racconto inizia con una domanda che blocca il respiro da quanto è vera e schietta: «Dove finiscono le persone dimenticate?».

Ed è questa scrittura disarmante e diretta che è il sottile filo che unisce tutti i racconti. Una scrittura sincera, che chiama le cose col loro nome togliendo tutte le patine e tutte le sfumature che si danno per alleggerire dolori che non hanno alcuna speranza di essere alleviati. È una voce di bambino quella di Antonio, di chi ha conservato l’innocenza tutta chiusa nel petto come in Una storia di cani, dove parlando della perdita della madre dice con spontaneità e leggerezza «Io di mia mamma non ricordo più niente, anche se mio padre dice che la cicatrice che ho in fronte, proprio sopra il sopracciglio, è un suo ricordo, me l’ha fatta lei un giorno che aveva bevuto troppa birra.» Antonio Lillo in questi racconti ha la capacità di modellare la lingua e la parola attraversando temi difficili come la descrizione di una depressione profonda e scura, rendendoli comprensibili e semplici per chiunque abbia incontrato almeno una volta una persona con una tristezza che ha origini lontane e irraggiungibili. L’autore però riesce anche a utilizzare un registro leggero e lieve, come in Lettera a un editor, ma pur sempre con un profondo significato.

La spinta costante in questi racconti è la ricerca del giusto e del vero, della radice prima degli eventi, dei comportamenti e delle emozioni umane, Antonio cerca tra le persone e le cose che vede e tocca con le proprie mani il limite ultimo della genuinità umana. Dove tutto il superfluo viene scrostato dalla superficie, restano solo le parole necessarie.

Clery Celeste

“Pasquale Sorrenti. Il principe dei librai”

Pasquale Sorrenti, Il principe dei librai (LB edizioni, pp. 81, euro 10) è una raccolta di testimonianze, interviste, articoli di giornale, ricordi personali di una figura, quella di Pasquale Sorrenti, che ha animato per oltre 40 anni la vita culturale di Bari. L’idea di questo libro è venuta a Luigi Bramato e Valeria Bottalico in occasione dell’intitolazione a Sorrenti, il 27 settembre 2017, da parte del Comune di Bari, di un piccolo giardino sul lungomare Imperatore Augusto.

Accompagnata da una Prefazione di Angelo Tomasicchio e da una Introduzione e Postfazione dei due figli di Sorrenti, questa raccolta a più voci si discosta in verità solo in parte dalla linea editoriale della LB edizioni: stavolta ad essere recuperato non è più un libro datato o dimenticato, ma una figura che ha dedicato la propria vita ai libri, al recupero e alla conservazione della memoria culturale barese e pugliese e della sua enorme ricchezza, in tutti gli ambiti del sapere. Sorrenti, appunto, non fu solo un libraio, ma fu un erudito «autodidatta», come soleva definirsi, la cui attività poliedrica di storico infaticabile e poeta vernacolare è ben riassunta da Gianni Cavalli, nonché dalla bibliografia essenziale posta alla fine del volume. L’enorme conoscenza della cultura pugliese è d’altronde messa in risalto da un’intervista di Giorgio Saponaro a Sorrenti, risalente al 1981 e contenuta nel volume Le voci della città (Adda). Da queste parole emerge la vastità di interessi e la profondità dell’erudizione che Sorrenti possedeva, nutrite dalla sua enorme biblioteca che donò poi al Comune di Bari. La sua attività di ricerca spaziava dalla poesia, alla pittura, all’architettura, alla toponomastica, alla musica, al teatro, alla storiografia.

Le “voci” di questa raccolta non si concentrano però solo sull’uomo, pacato e dal carattere spigoloso solo all’apparenza, ma si soffermano sul luogo fisico a cui egli diede vita: la libreria, con le sue «stalagmiti» di libri impilati e il caos calmo nel quale Sorrenti si muoveva con disinvoltura sorprendente. Era lì infatti che Sorrenti studiava e scriveva i propri libri.

La libreria di Pasquale Sorrenti in via Andrea da Bari, 79 non fu soltanto un ‘negozio’ di libri, bensì un vero e proprio luogo d’incontro e scambio culturale. Di lì sono passate intere generazioni di intellettuali (e non solo), poeti e filosofi baresi, da Giorgio Saponaro e Vittorio Stagnani sino a Vito De Fano, Vito Maurogiovanni nonché Hrand Nazariantz, di cui Sorrenti era personalmente amico.

Il libello pensato da LB edizioni è non soltanto un omaggio a un grande barese, ma anche ad una Bari che non esiste più, che piacerà ricordare a chi l’ha vissuta e certamente interesserà ancor di più chi non ha potuto farlo.

Stefano Costanzo

“Falce senza martello” a cura di Giulia Marcucci

La Falce senza il Martello è una spaccatura, la simbolica divisione di un’anima, lo sgretolarsi di un’era e la perdita del mondo come era prima. Così sono anche le anime dei protagonisti negli undici racconti di questa raccolta: segnati da profonde crisi, destinati a perdere una parte di sé in recondite metamorfosi. Ciascuno dei protagonisti ci accompagna fino al suo personale punto di non ritorno, lì dove soffia quel vento caro a Platonov, luogo da cui possiamo osservare, come “strada che si perde lontano fra gli umili campi russi”, la vita che li ha condotti fino a lì.

Falce senza martello, antologia pubblicata da Stilo Editrice nel marzo 2017 a cura di Giulia Marcucci, si colloca tra tradizione e innovazione, e ha l’intento di presentare al nostro scenario alcune tra le più promettenti e premiate voci letterarie russe del Ventunesimo secolo. Una stimolante tappa della collana Pagine di Russia, omonima del Festival che ogni anno la Stilo Editrice organizza a Bari, in collaborazione con l’Università, per approfondire i grandi temi della letteratura e dell’arte russi, attraverso un acuto sguardo tanto al presente quanto al passato.

Ognuno di questi racconti è espressione di una specifica cultura, di modo che lo sfondo si sposta e spazia tra Leningrado/Pietroburgo, Mosca, Siberia, Cecenia e territori decentrati come Armenia e Daghestan – oggi non più parte della Federazione Russa. Sebbene dislocate nello spazio, però, le voci narranti hanno in comune il suolo emotivo: l’esperienza di aver sentito la propria vita sfaldarsi e la realtà venire meno, di aver percepito il momento della perdita della coscienza della propria identità, aver vissuto quel tempo intimo del disgelo dopo il quale la vita prosegue diversa e tutto cambia.

In racconti come Le mele (G. Sadulaev), Infanzia (V. Ajrapetjan), La canicola (M. Elizarov), La commedia dell’arte (A. Astvacaturov), Com’è che si chiamava?… (A. Snegirev), La scala per Marte (I. Abuzjarov), l’infanzia/giovinezza, quel lontano mondo vagheggiato e onirico, è rievocato attraverso indelebili impressioni sensoriali e oggetti carichi di significati simbolici e affettivi – come pure a fare da spartiacque sono amori perduti o stroncati sul nascere. Altri racconti, concentrati soprattutto nella parte finale della raccolta (Tredici di A. Ganieva, La fienagione di R. Senčin, Il Gianicolo di V. Levental’), ci mettono di fronte a rotture più concrete e tangibili, dure e dolorose, che nondimeno determinano un cambio di rotta rispetto all’avvenire.

La dimensione politica è rintracciabile sullo sfondo dei testi come un’eco ricorrente, che talvolta riaffiora alla superficie della trama: i discorsi del Comitato regionale del Partito, il radioso avvenire dipinto dagli slogan sovietici, la routine domestica e scolastica scandita dagli stessi principi epocali, e poi il presagio della graduale scomparsa di quegli attributi statali e parastatali in vigore da più di cinquant’anni, con l’avvento dei nuovi politici e il rimpianto per i ritmi di vita di quel tempo storico non più raggiungibile. Rimarchevoli sono i riferimenti intertestuali a quell’epoca (realia, film, autori letterari e canzoni). Tutto questo conferisce alla raccolta quella individualità post-sovietica annunciata dal sottotitolo: la generazione di autori del Duemila guarda al passato sovietico di cui ha esperienza e ce lo restituisce nostalgicamente.

Se possiamo godere di questi racconti è anche e soprattutto merito del magistrale lavoro di cura e traduzione di Giulia Marcucci, vincitrice della IV edizione del premio letterario “Polski Kot”, assegnato a Falce senza martello come miglior opera tradotta in italiano dalle lingue slave nel 2017. I racconti nascono dalle consapevoli penne di autori diversi tra loro perché fortemente caratterizzati ciascuno da un proprio stile personale, inoltre in alcuni testi emergono termini propri della cultura specifica di sfondo: dunque parole àvare, tartare, provenienti dal russo-daghestano o d’origine turca o araba. Brillante è la capacità di G. Marcucci di passare da un tipo di situazione comunicativa e registro all’altro, al punto che avvertiamo distinti i cambi di voce e le diversità, ma sentiamo al tempo stesso quella fluidità linguistica per cui ogni racconto è parte di un’unità, e la raccolta un’unica collana incastonata di undici raffinate pietre.

Rossella Mariani