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“Labiali” di Paolo Castronuovo

Più di una silloge, «un contenitore poetico a due teste, un oggetto d’arte, in certo senso, come potrebbe essere una diavoleria di Damien Hirst». Sono parole di Franz Krauspenhaar, lo scrittore milanese che vergato la Prefazione a Labiali, l’ultima bella raccolta poetica di Paolo Castronuovo uscita da pochi mesi per la casa editrice Pietre Vive (pp. 68, euro 10). E non sono parole scritte a caso, perché in Labiali si accumulano effettivamente stimoli e visioni tipici della forma d’arte postmoderna, rendendo i suoi versi, per usare ancora le parole di Krauspenhaar, «un susseguirsi di immagini, rutilanti, a volte cinematografiche, fantascientifiche, fantasmagoriche, come in un Fellini impazzito e, dall’altra parte, domestiche».

Le «due teste» dell’opera, i due blocchi principali, Mercurio e Monoliti, sono aperti da versi che già mostrano, in sedicesimo, una parte delle numerose suggestioni successive («siamo sabbia fronde capi stesi / il tempo e il vento tritano la forma / […] / tra i ghiacciai muovi la cannuccia / nel succo di frutta»), e sono chiusi da un’altra, poco più lunga, lirica che a quelle suggestioni aggiunge il carico di umori e di sfiati e di atti corporali raccolti attraverso tutta la silloge («prima di togliermi la maglia / lercia di notte dal collo avvizzito / ho slabbrato uno sbadiglio»). È nel mezzo, tuttavia, nel cuore dei due blocchi, che l’accumulo di immagini esplode, incontrollato eppure consapevole, lucido, accurato.

E non ci si lasci deviare dal contributo dei versi che aprono Mercurio e che adombrano una misantropia profonda e viscerale: contro i bambini, cui «è stato concesso troppo», che «hanno messo le mani dappertutto»; contro una macchiettistica retorica meridionalista e della vita di comunità («Non parlerò del sud, e delle friselle da salvare», «Ho visto paesani travestiti da avvoltoi in cerca di gossip»); finanche contro il calcio moderno («Sono orgoglioso della claustrofobia / domenicale in alternativa allo stadio / […] / non è la disciplina ciò che mi disturba / quanto il lezzo attorno dei reality-slave-show / un mercato nero colorato di bandiere € bestemmie»).

I versi di Castronuovo scavano più in profondità, nei luoghi quanto nei corpi e neppure ignorando il proprio rapporto con la scrittura poetica («Il mio verso si è diradato e indurito / forse perché mi avvio al realismo / maschero l’avanguardia e abbandono / il surrealismo del muschio / accarezzato dal tuo abito»). La materialità degli oggetti e il contatto tra i corpi rendono superfluo il livore e illuminano la nuda sostanza delle cose («È muto il cellophane sui mobili / non lascia spazio alla polvere / […] / tutto rimane indecomposto / fermo come il soffitto») e delle relazioni («la mia barba ti ha affannato / stupita al buio vaporizzato di un abatjour / a mo’ di fuoco artificiale / sei esplosa dalle gambe fino al seno»). Ma la luce è lontana, incerta, come la percezione di un labiale «della passeggera accanto» di un viaggio in treno, come il confine della «bruciatura di sigaretta sulla pellicola», in bilico come il «fotogramma della pausa» per una vita che è come «un film tagliato male»,

Stefano Savella

“17АНДО. Un’opera rivoluzionaria in monologhi, musica e versi” di Simone Guagnelli

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Venerdì 7 aprile, alle ore 19.30, presso la Chiesa Santa Teresa dei Maschi (Strada Santa Teresa dei Maschi, 26) a Bari, all’interno del Festival Pagine di Russia, si terrà lo spettacolo 17андо. Un’opera rivoluzionaria in monologhi, musica e versi scritto e diretto da Simone Guagnelli.

«A 100 anni dalla rivoluzione d’Ottobre del 1917, 10 poeti e scrittori russi (Anna Achmatova, Aleksandr Blok, Daniil Charms, Velimir Chlebnikov, Marina Cvetaeva, Sergej Esenin, Nikolaj Gumilëv, Aleksej Kručënych, Vladimir Majakovskij, Osip Mandel’štam), protagonisti di quella stagione di febbrile attesa e cambiamenti, tornano in vita per raccontare di sé e del proprio rapporto con la rivoluzione in forma monologica. Ne vengono fuori 10 ritratti inediti, appositamente scritti per l’occasione, che mettono in luce, tra tragedia e commedia, tra miseria umana e trionfo dell’idea poetica, il testamento di quella che Roman Jakobson ha definito “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti”. Dopo ogni monologo seguirà la lettura, con accompagnamento musicale, di alcuni dei testi più significativi di ciascuno dei poeti in questione.»

Attori e interpreti: Annalisa Calice, Marco Caratozzolo, Pippo Casamassima, Sergio Garofalo, Simone Guagnelli, Andrea Gullotta, Anastasia Komarova, Massimo Maurizio, Elisa Morciano, Ermelinda Nasuto, Davide Maria Reno, Gabriella Schino, Massimo Terrusi.
Musicisti: Luisa Daniele (violino), Alessia Laurora (violino), Giuseppe Papagni (chitarra acustica), Federica Rubino (chitarra elettrica).

Simone Guagnelli, nato a Roma, dal 2012 è ricercatore di Lingua e Letteratura russa presso il Dipartimento di Lettere Lingue e Arti. Italianistica e Culture Comparate dell’Università di Bari. Nel 2003 ha fondato, con Alessandro Catalano, la rivista internazionale di culture slave «eSamizdat» (www.esamizdat.it). I suoi principali campi di ricerca riguardano il fenomeno del samizdat letterario in Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Polonia tra gli anni Sessanta e Ottanta del XX secolo, l’emigrazione letteraria russa del Novecento (in particolare Georgij Ivanov) e i rapporti culturali italo-russi nel Novecento. Da quando si è trasferito a Bari, con la collaborazione di colleghi e studenti della cattedra di russo, si diletta nell’organizzazione di serate di recitazione di brani letterari russi del Novecento. Con 17АНДО, per la prima volta, ha scritto e inserito propri testi monologici creando uno spettacolo che unisca teatro, musica e poesia.

“6 novembre 1992. Il coraggio di un uomo” di Michela Magnifico

Era già iniziata Mani Pulite. Erano già entrati in crisi i partiti romani. Erano già caduti sotto le esplosioni di tritolo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il 1992 si era già caratterizzato come l’anno nero della Repubblica. Ma prima della sua fine avrebbe ancora preteso un tributo di sangue. Ancora per opera della criminalità organizzata, ma a Foggia, dove un imprenditore aveva deciso di ribellarsi alle richieste estorsive e di collaborare con le forze dell’ordine. Quell’imprenditore si chiamava Giovanni Panunzio e sarebbe stato ucciso il 6 novembre 1992, lo stesso destino che era toccato poco più di un anno prima a un altro uomo che stava lottando contro il racket, Libero Grassi.

Alla storia di Giovanni Panunzio è dedicato il libro di Michela Magnifico, 6 novembre 1992. Il coraggio di un uomo, pubblicato dalle edizioni la meridiana (pp. 146, euro 15). L’autrice, giornalista di Telefoggia ed esperta di cronaca nera e giudiziaria, ha ripercorso la storia di Panunzio raccogliendo numerose testimonianze dirette e realizzando un vero e proprio mosaico di parole che compongono, nel loro insieme, il volto serio e orgoglioso dell’imprenditore edile foggiano. Che aveva iniziato la sua attività da zero, partendo come muratore, e costruendo nel corso degli anni una propria attività che si apprestava a cedere a suo figlio Lino. Almeno fino al 1989, l’anno in cui ebbero inizio le richieste estorsive e le successive minacce.

Grazie al libro è possibile scoprire il ruolo delle forze di polizia e della magistratura, e in particolare di uomini come Agostino De Paolis e Massimo Lucianetti, e quella parte di storia che talvolta viene dimenticata: vale a dire la storia giudiziaria, dei processi, come il maxiprocesso scaturito proprio dall’omicidio di Giovanni Panunzio, che portò alla condanna di numerosi esponenti di primo piano della “Società” foggiana. Sullo sfondo rimanevano però i silenzi di una classe imprenditoriale che restava in gran parte silente, nonostante gli agguati mortali e gli attentati contro altri suoi esponenti come Nicola Ciuffreda e Eliseo Zanasi.

Della storia di Giovanni Panunzio e del libro di Michela Magnifico si parlerà mercoledì 5 aprile alle ore 10,30 presso la Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia nel secondo incontro della rassegna Building Apulia dedicato al tema della legalità. Prenderà parte all’incontro anche Giovanna Belluna, nuora dell’imprenditore foggiano. Insieme al libro di Michela Magnifico sarà presentato anche il libro di Andrea Apollonio Storia della Sacra Corona Unita (Rubbettino).

“Bioetica e bioterrorismo” di Raffaele Sinno

Tanti ne parlano, ma pochi sanno definirlo correttamente. Parliamo di bioterrorismo. Il bioterrorismo è «l’uso intenzionale di agenti biologici (virus, batteri o tossine) in azioni contro l’incolumità pubblica quali attentati, sabotaggi, stragi o minacce volte a creare panico, o isteria collettiva». Se ne parla soprattutto da una ventina di anni, in seguito all’affermarsi delle minacce terroristiche di natura batteriologica. Eppure pochi immaginano che di bioterrorismo si è parlato fin dall’antichità e ancor prima: alla metà dell’Ottocento, infatti, il paleontologo Alfred Fontan scoprì nei pressi di una grotta a Massat, sui Pirenei, «punte di ossidiana imbevute di estratti vegetali», dimostrando così che già nell’era glaciale si era a conoscenza dell’effetto diretto e indiretto di determinati veleni. Anche in guerra.

Ad affrontare la questione del bioterrorismo e i suoi risvolti in diversi campi del sapere è ora il libro di Raffaele Sinno, Bioetica e bioterrorismo. Aspetti scientifici, etici, giuridici (Levante Editori, pp. 256, euro 25). Responsabile del Day Surgery Anestesiologico dell’ospedale Fatebenefratelli di Benevento, ma anche filosofo, l’autore è docente di Bioetica presso l’I.S.S.R. di Benevento – Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – e presso il master di Bioetica dell’Università di Bari. La storia del bioterrorismo rappresenta la prima parte del volume, dove troviamo numerosi esempi in luoghi diversi del pianeta: veniamo ad esempio a conoscenza che nel 1155, durante l’assedio di Tortona, «l’imperatore Federico Barbarossa fece avvelenare le fonti del Rinarolo, l’unica risorsa d’acqua della città, gettandovi carcasse di animali, ottenendone l’espugnazione»; e arriviamo fino al XX secolo, con l’uso – ad esempio – da parte dei Mau Mau in Kenya di tossine di origine vegetale.

Il secondo capitolo analizza più nel dettaglio il concetto di biosicurezza e quello di bioattacco, oltre alle caratteristiche delle armi biologiche. Il terzo capitolo è invece dedicato alle relazioni tra bioetica e bioterrorismo, senza trascurare gli effetti del «panico morale» innescato in modo particolare dai mezzi di comunicazione. Ancor più specificamente, il quarto capitolo mostra come le risorse economiche necessarie alla realizzazione di armi biologiche siano tutt’altro che ingenti; assai più consistenti sono invece i costi della biodifesa, ovvero utili per garantire alla popolazione la sicurezza in caso di bioattacchi. In chiusura del volume, è da segnalare un’appendice contenente protocolli e documenti internazionali, come la «Convenzione che vieta lo sviluppo, la fabbricazione e lo stoccaggio delle armi batteriologiche (biologiche) o a base di tossine e che disciplina la loro distruzione» firmata a Londra nel 1971, la «Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione» firmata a Parigi nel 1993, e il «Protocollo sulla biosicurezza della Convenzione sulla diversità biologica» di Cartagena e adottato a Montreal il 29 gennaio 2000.

Insomma questo libro, come scrive nella Prefazione Francesco Bellino, ordinario di Filosofia Morale, direttore del dipartimento di Bioetica dell’Università di Bari, «è una chiara e documentata analisi degli aspetti scientifici, etici, giuridici, economici del bioterrorismo. L’analisi teoretica dell’autore non è unilaterale ma duale, non prende in esame solo gli aspetti distruttivi, bellici, il bioattacco, ma anche gli aspetti benefici della biodifesa. Di fronte al bioterrorismo qual è l’atteggiamento etico più responsabile? L’autore esclude che si risponda con l’uso della forza, attraverso complesse strategie di attacco, discutibili sulla loro efficacia. La risposta più valida è quella non solo di proteggere la vita di tutti i soggetti, anche di quelli più a rischio e vulnerabili, ma quella di una formazione permanente dei cittadini. Sinno ci offre un prezioso contributo teoretico, individuando dei criteri bioetici per valutare gli aspetti critici e controversi della ricerca in questo settore, che non può prescindere dai principi di beneficialità e di giustizia. Sono dei punti fermi per proiettare «la complessità del presente in un progetto biofilo per le future generazioni».

“Mi si scusi il paragone” di Daniele Sidonio

La canzone d’autore. La poesia in forma di musica. Ma anche la relazione dei cantautori con la scrittura letteraria tout court. Questi e altri spunti di interesse sono al centro del libro di Daniele Sidonio, Mi si scusi il paragone (MusicaOs, pp. 202, euro 15). Il paragone del titolo è quello cui si riferisce Francesco Guccini in un’intervista inedita concessa all’autore e riportata all’interno del volume: «uno scrittore o un autore di canzoni è come un maiale […] perché il maiale più lo nutri, più quando lo uccidi è grasso e ti dà soddisfazione. Così uno che scrive, più ha messo dentro più può riprodurre qualcosa in maniera completa». E il nutrimento di un autore di canzoni è certamente vario: attraversa la letteratura (quando non è egli stesso un letterato: si pensi ai testi di Pier Paolo Pasolini per Domenico Modugno, o a quelli di Roberto Roversi per Lucio Dalla), incontra i conflitti sociali, s’imbeve della pluralità linguistica del proprio territorio d’origine o della quotidianità.

L’autore, laureato in Filologia Moderna, critico musicale e collaboratore di riviste e siti web, raccoglie dunque in questo volume documenti di diverso genere: non solo analisi sui testi, che pure ne costituiscono il cuore, ma anche interviste a cantautori e critici musicali sul tema del rapporto tra musica e scrittura. Tra questi ultimi, troviamo Paolo Talanca, direttore del Premio Lunezia, e Giò Alajmo, ideatore del premio della Critica al Festival di Sanremo: due riconoscimenti che, per l’appunto, considerano principalmente il valore del testo di una canzone, e che si pongono in relazione diretta con quei premi (come quello intitolato a Eugenio Montale) che hanno visto nel corso degli anni, tra i vincitori, cantautori di alta levatura come Paolo Conte, Franco Battiato e lo stesso Guccini.

Chi sono, dunque, i cantautori i cui testi Sidonio studia nel suo libro per dimostrare, come dice Alajmo, che «la canzone non è altro che una poesia che ha ritrovato la sua melodia»? Oltre al Maestrone, troviamo Fausto Mesolella e il suo tentativo di portare in musica dodici liriche di Stefano Benni (di entrambi, nel volume, è riportata un’intervista inedita), Vinicio Capossela (già candidato al Premio Strega, a sottolineare il legame indissolubile tra i suoi brani e la sua scrittura letteraria), incursioni nel rock con i Marlene Kuntz e il Teatro degli Orrori, e anche esponenti dell’ultima leva di cantautori, da Dente a Vasco Brondi e Brunori Sas; per chiudere, quindi, con il “rap colto” di Caparezza.

Di questi e altri argomenti affrontati nel libro si parlerà venerdì 24 marzo alle ore 10,30 nel primo incontro della nuova edizione della rassegna “Building Apulia”, promossa dalla Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia in via Giulio Petroni a Bari. Al fianco di Daniele Sidonio ci sarà l’autore di un altro libro dedicato alla musica e in particolare alla canzone d’autore: Fulvio Frezza, con il suo Canzoni del Tempo (Florestano).

“Drammi della storia universale” di August Strindberg

Nel 1903, August Strindberg (1849-1912), uno dei massimi autori della drammaturgia svedese ed europea e tuttora fra i più moderni interpreti dei peculiari conflitti spirituali che costituiscono il dramma delle nostre vite, scrive un saggio sul Misticismo della storia universale, che viene descritta come «una colossale partita a scacchi, nella quale un solo giocatore», divino e imperscrutabile, «muove sia i bianchi sia i neri, tenendosi completamente neutrale»; quindi, compone tre drammi dedicati alle figure di Mosè (Attraverso i deserti verso la terra promessa), Socrate (Ellade) e, più tangenzialmente, Cristo (L’agnello e la bestia).

Strindberg aveva in mente un immenso affresco drammaturgico, di cui restano solo questi pilastri (insieme a un altro dramma su Lutero), che sono rimasti spesso ai margini delle edizioni della sua opera e  delle rappresentazioni teatrali. Si tratta di drammi discontinui e occasionalmente espressionistici che, tuttavia, consentono – come dimostra l’introduzione di Franco Perrelli – una lettura e una valutazione in profondità di tutta la variegata produzione strindberghiana, in campo teatrale e no.

La traduzione di questi tre drammi e del saggio storico-filosofico Misticismo della storia universale è ora raccolta per la prima volta in Drammi della storia universale (Edizioni di Pagina, pp. 280, euro 14) a cura e con il commento di Franco Perrelli, il maggiore specialista di Strindberg in Italia. Perrelli è ordinario di Discipline dello Spettacolo presso il DAMS dell’Università di Torino. Premio Pirandello 2009 per la saggistica teatrale, nel 2014 gli è stato attribuito il prestigioso Strindbergspris della Strindbergssällskap di Stoccolma. Per le Edizioni di Pagina ha curato un’edizione del “Teatro scelto di August Strindberg” e ha pubblicato, tra l’altro, il volume Strindberg l’italiano. 130 anni di storia scenica (2015).

“Canzoni del Tempo” di Fulvio Frezza

Ci sono canzoni che raccontano storie meglio di tanti romanzi, e storie che ispirano canzoni restando tuttavia ben nascoste dietro metafore e altre figure retoriche. La dimensione narrativa, in ogni caso, è inestricabilmente connaturata alla forma musicale. Non soltanto, come si potrebbe immaginare, per la produzione di musica leggera: chi potrebbe negare, del resto, che non vi siano storie personali – e talvolta addirittura collettive – dietro la natura stessa della musica jazz o, risalendo indietro nel tempo, nella composizione di brani di musica classica? Esiste, poi, tutto un territorio pressoché inesplorato che guarda al connubio tra musica e racconto non dal versante della partitura musicale ma da quello della narrativa: storie, cioè, che capovolgono il rapporto innestando citazioni musicali in testi di scrittura creativa.

È quello che avviene, ad esempio, in Canzoni del Tempo (Florestano, pp. 134, euro 15), terzo libro di Fulvio Frezza che segue il successo di Meraviglioso, dodici racconti ispirati a canzoni di Domenico Modugno, pubblicati per la stessa casa editrice barese. Vi è anzi, in queste ultime due pubblicazioni di Frezza, un ulteriore elemento di contaminazione tra musica e letteratura: la realizzazione di  performance dal vivo (insieme al maestro Domenico Mezzina) in cui scrittura e musica, attraverso la recitazione e il canto, giungono a una sintonia completa.

I racconti delle Canzoni del Tempo appartengono, appunto, a tempi diversi. E la connotazione più che vagamente deandreiana del titolo si ritrova in non pochi titoli e in ancor più numerosi riferimenti interni: dall’esempio più evidente, la Canzone del tempo dell’Inverno, in cui l’autore compie una vera e propria analisi di questa canzone «maledetta», con «gli archi che suonano come fosse il Requiem di Mozart» e da cantare con voce «semplice, senza abbellimenti, senza portamento, perché il testo va quasi recitato, come una poesia, come una preghiera»; passando per altri racconti (Canzone del tempo dei Vecchi Amanti, Canzone del tempo dell’Amore perduto) al cui interno si segue una traccia narrativa coerente che intreccia amore, sensualità, ricette elaborate e buon vino. E in sottofondo, ancora, tanta e tanta musica.

Già, perché come sottolinea nella Prefazione Carla Vistarini, autrice di testi musicali e sceneggiatrice, questo libro, «questo viaggio in snowboard o sulle montagne russe, tra musiche sempre appassionatamente spiegate e irrimediabilmente incomprese, […] è un richiamo irresistibile per il lettore, che indotto dalla qualità della scrittura […] si troverà a volare tra le note e le pagine, senza capire perché mai sia finito lassù, a ipernutrirsi di nostalgia e scomposizioni di amido dalla pasta, ma ben felice di esserci arrivato». In compagnia delle canzoni di Tenco ed Endrigo, di Lauzi e De André, passando per Luis Mariano e Franco Califano.

Stefano Savella

“Pasolini e la dittatura del presente” di Pasquale Voza

Forse ha ragione David Grieco (autore del libro La macchinazione e regista dell’omonimo film in cui Massimo Ranieri presta anima e corpo a Pier Paolo Pasolini) quando dice che Pasquale Voza, in questa sua ultima e validissima fatica, si fa psicologo di Pasolini, anzi – oserei dire – più psicoterapeuta.

Pasolini e la dittatura del presente (Manni 2016, pp. 112, euro 12) consta di un’introduzione e dieci saggi in cui Voza analizza, destruttura, pindaricamente vola tra le pieghe dell’uomo Pasolini, tra le spiegazzature della sua opera, tra le varie idiosincrasie del suo pensiero e svela, con le numerose comparazioni, i rapporti dell’autore delle Ceneri di Gramsci con altri intellettuali, scrittori, antropologi, filosofi.

Proprio nell’introduzione si rammenta il concetto di “tolleranza” in Foucault, il quale riferendosi a Comizi d’amore (illuminante indagine socio-antropologica di Pasolini sul sesso tra i giovani) coniò questo termine avendo in mente la “mutazione antropologica”, spillo fisso nel cervello dello scrittore di Ragazzi di vita.

Una mutazione che in sé innerva il potere consumistico, il quale crea una “nevrosi afasica” nelle masse giovanili. È, insomma, quella concezione del “prima” che si fa strada in Pasolini, un “prima” che – catastroficamente – non c’è più, più non esiste (al contrario di Walter Benjamin, il quale sosteneva che la catastrofe – di contraltare – sta nel fatto che tutto continui come prima).

Proprio il primo saggio del volume prende piede dalle riflessioni pasoliniane sull’“ordine orrendo della modernità”, in cui l’incattivirsi dei giovani non può portare a nessuna consapevolezza critica, ovvero a nessuna liberazione; la nuova preistoria del capitalismo non ha, dunque, nulla a che vedere con la “preistoria” in cui ancora vivono i tanto amati sottoproletari romani, non c’è nulla di quell’istinto corporale (in parte primitivo) che caratterizzava i movimenti di un tempo, lo spazio che il soggetto occupava nella società, ora il brusio della parola “figlia” della vitalità dei corpi, può dare voce poetica alle radici antropologiche della vita.

L’accostamento tra la periferia romana e la città indonesiana di Bandung (L’uomo di Bandung è una poesia scritta da Pasolini nel 1967) è ancora una dimostrazione dell’attrazione che il mondo primitivo, schietto, arcaicamente innocente, desta nell’animo del poeta e scrittore, un’esplosione vitale che il Terzo Mondo e gli sterminati “regni della fame” rendono viva e pullulante di riflessioni. Il famoso odore dell’India, insomma, odore e non “idea” (come nell’amico Alberto Moravia).

Il consumismo è dunque, nel suo essere colonna portante di certa modernità capitalista, quello che priva gli stessi giovani del Sessantotto dell’acqua della vita, che li rende omologati pur nella presunta contestazione, che li trasforma – come lo stesso Pasolini affermò riguardo la questione di Valle Giulia – in irresponsabili, perché figli della borghesia e non di povera gente (come il poeta differenziava i poliziotti). La borghesia era colpevole del massacro del Circeo (aveva affermato Calvino) ma anche – secondo Pasolini – dello spirito dei ragazzi del popolo, i quali avrebbero potuto fare la medesima cosa.

Ecco allora che il potere dei consumi getta il seme della pianta per il “nuovo fascismo”, il poeta ora può esercitare solo “in falsetto”. La consonanza con Ezra Pound nasce proprio dal trauma alla base della poetica della stagione ultima. Nel poeta dei Cantos, Pasolini vedeva l’astoricismo poetico e la possibilità di una “Destra sublime” che fosse una poetica del regresso, laddove il problematico venire alla luce fosse sostituito dal rifugio nell’oscura caverna. L’idea di una coscienza della lingua, in sostanza, che potesse istituire nuove forme (una “scommessa schizoide” come scrive Voza).

Il volume scorre piacevolmente alla lettura, Voza analizza il rapporto di Pasolini con Zanzotto, percorre le parole del poeta in un’intervista rilasciata a Dacia Maraini nell’ottobre del 1972, mette in luce il rapporto tra Pasolini e Ernesto De Martino (Apocalisse culturale e mutazione antropologica): la poesia popolare (verso la quale impreparata si era rivelata la cultura marxista) pare essere non poco legata alla questione meridionale. In De Martino Pasolini vedeva un “marxismo privo di semplicismo ideologico” che si innestava nello storicismo del Croce ma anche in suggestioni mutuate da Freud; il riferimento a Gramsci (Letteratura e vita nazionale) è anch’esso critico da parte del poeta delle Ceneri, il quale sostiene che il pensatore sardo, nell’analizzare il melodramma e il romanzo d’appendice, ignora invece la poesia popolare.

Quest’ultima raccolta di saggi di Pasquale Voza, professore emerito di Letteratura Italiana presso l’Università di Bari nonché presidente onorario del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e membro del comitato scientifico della rivista “Studi pasoliniani”, va letta e studiata; un’agile e pungente scrittura crea una sana complicità nel lettore, una duratura memoria di quel che si è letto, un’idea di Pasolini in parte nuova, perché caratterizzata dall’analisi minuziosa e capillare (molecolare) di certi assunti. In Voza alberga un Pasolini che, senza scomodare la trita e ritrita frase del “cosa penserebbe oggi del mondo”, è ancora invece più vivo che mai, pur nel suo essere (al presente) ancora ‘profeta’ e ancora ‘ritardatario’ (come chiosò al tempo il buon Contini).

Giuseppe Ceddia