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“Allora scarabocchio versi al cosmo”: “Lampi di verità” di Donato Di Poce

QdB - La Copertina Z - Donato Di Poce

Primo titolo dato alle stampe nella collana di poesia “Z”, diretta dal poeta e critico Nicola Vacca per iQdB Edizioni di Stefano Donno, Lampi di verità (ottobre 2017) di Donato Di Poce, articolato in due sezioni – la prima dà il titolo alla raccolta, la seconda è intitolata invece “Lampi di bellezza” – si presenta come un volume il cui intento civile è riassunto, fin dal titolo, nell’immagine del “lampo”, la quale appare costitutiva della creatività dell’autore. Di questa cifra stilistica, la sintesi energica che l’immagine del “lampo” propone è perfetta esegesi. Di Poce, nato a Sora (Fr) nel 1958 e residente a Milano dal 1982, è poeta, critico d’arte, fotografo, scrittore di aforismi, poeta visivo, autore di libri d’artista, trova nella sintesi espressiva quella linea comune alle diverse azioni creative praticate, tale da far risultare la raccolta poetica “Lampi di verità” giustapposta alle diverse vie del suo operare. I lampi evocati dall’autore sono lampi di verità che si allacciano idealmente al costrutto poetico della seconda sezione, dove si assiste al trapasso dell’idea stessa di verità in quella di bellezza come cura alle brutture del mondo. Di questa bellezza, l’altezza del cielo, al quale tendere lo sguardo anche solo per la visione del lampo, appare collegata all’idea di verità al punto da richiamare la tradizione platonica del mondo delle idee. In Di Poce, come nella teoria platonica, il vero, il buono e il bello viaggiano assieme, colti dal poeta nella matrice dell’esistenza, accompagnano le sue parole come motivi centrali della poetica. L’ideale di bellezza raccontato dall’autore è quello di una natura che è colta in opposizione al mondo metropolitano (Che ne sanno le rondini metropolitane / del lento volteggiare dell’aquila / che si fionda improvvisa / su una vipera sbucata dai sassi / e l’artiglia in volo trionfante?); questa natura, lungi dall’essere ridotta a copia di una qualche idealità, svincola il discorso poetico dalla teoria platonica e appare, invece, “madre” di quel principio tanto caro all’autore, quella creAttività che nell’azione rivela il suo respiro migliore. Questa azione non è necessariamente impetuosa, e non ha a che fare in maniera totalizzante con un sublime, sia esso matematico o dinamico, che atterrisce; l’azione della natura è movimento costante, ma anche lento ed ha che fare con l’essenza dello scarto che nell’esperienza dell’uomo nel mondo attiene, o può attenere, ad un “resto”, ad un qualcosa di marginale eppure capace di produrre, realizzare, un cambiamento attivo in una porzione di mondo, costruendo bellezza. È a questo punto che la natura in Di Poce assume un valore critico, diventando denuncia, esperienza civile che consente in qualche modo di “discolpare” quelle generazioni avvinghiate alla tecnologia e incapaci di perdersi nel respiro del mondo, rivolgendo l’accusa ai “mercanti di solitudine”: «Oggi i bambini sono ipnotizzati / dai game-boy e play-station / non hanno mai guardato l’orizzonte / con gli occhi colmi d’infinito / non vedono l’erba sbucare dagli argini / e non pescano trote con le mani nei ruscelli. / Che ne sanno i mercanti di solitudine / dei sogni di queste rondini metropolitane?».

L’indagine dell’autore prosegue intrecciando natura e impegno civile; su questa linea è costruito il lavoro poetico che in apertura si presenta con gli omaggi a Pasolini e Mattei, scagliando invettive contro i soprusi perpetrati in nome del petrolio e di quell’idea di sviluppo capace di guardare all’efficacia strumentale, economica, e ridurre l’uomo a debito economico-esistenziale da spremere nelle sue accelerazioni emotive, ormai linfa vitale per le accelerazioni del capitale. Tuttavia in Di Poce emerge e trionfa una fede smisurata nell’arte e nella poesia tale da non rinunciare alla qualità del vivere “umano” che permette all’autore di non soccombere al respiro distopico di questi anni; resiste un certo grado utopico tale da consentire alla “visione” del mondo una progettualità di azione filtrata dal sogno, dal pensiero e dall’idea che «dalle grotte della conoscenza / usciranno i poeti del respiro / […] dalle officine dell’arte / verranno lampi di creatività / a indicarci i percorsi di verità / e ogni uomo sarà come la montagna / un grido di terra unanime / un respiro d’amore scavato nell’abisso».

Il tema dell’abisso va di pari passo, nella raccolta, a quello dell’urgenza poetica. La spinta creatrice è dunque urgenza sottolineata dalla data e dall’indicazione del luogo di scrittura (ad esempio un treno sulla tratta Trento-Milano) in chiusura di ogni singolo testo. Ogni testo è collocato nella contingenza della vita quotidiana che trova una continuità nella lunga serie di testi dedicati ad amici poeti e artisti; fra questi come dimenticare il compianto poeta, critico, editore Gianmario Lucini con il quale Di Poce sembra condividere l’impegno civile che trasuda dalla poetica oltre a quella verve sapienziale che traspare nell’operato dei due come moniti, sentenze che tracciano il discrimine fra un comportamento e un altro concorrendo alla costruzione di un edificio poetico che della denuncia dell’immoralità politica di questi anni ha fatto fondamenta solide. L’abisso, evocato anche in riferimento al vuoto montaliano che «dilania l’anima», a partire dallo statuto orientale che il concetto di “vuoto” assume in Di Poce appare colto non in una inaccessibilità conoscitiva, bensì come luogo conoscitivo per eccellenza. Questo vuoto taoista è compartecipazione col mondo, compenetrazione, «uno scarto di vita / per riempire di noi l’assoluto», luogo generatore di parola in cui il silenzio non è opposto a nulla, ma feconda, conduce a creazione. Questa compenetrazione uomo-mondo, vuoto-silenzio-parola è esemplificativa di quella tendenza che porta l’autore a intrecciare natura e esistenza umana, perciò la ricerca della verità assimila l’uomo al lampo «e come un asceta invisibile / un poeta ignoto a se stesso / ma complice del mondo / saprai riconoscerlo nel nulla che incombe / e traverserai la notte / come una spada di luce». Obiettivo centrale, però, della raccolta è quell’elemento che coniugando gli aspetti sinora esaminati comporta la definitiva presa di coscienza del poeta e il riconoscimento del ruolo della poesia che non aspira a cambiamenti immani nell’immediato, ma, come la natura, produce azioni e scarti che hanno un senso nella durata alfine di far diventare vita la storia «e la vita finalmente poesia». In questa posizione però l’autore si allontana da ogni tentativo di estetizzazione dell’esistenza e della persona, mettendo in opera quella compenetrazione uomo-mondo di marca taoista che è assunzione di responsabilità, non narcisismo.

Francesco Aprile

 

“Vie d’uscita” di Rita Lopez

Un tempo nel quartiere Libertà c’erano 11 sale cinematografiche, 3 solo su via Napoli. Tra queste c’era anche il teatro della chiesa del Santissimo Redentore. Questo maestoso e imponente spazio, dotato di palcoscenico e gradinate, di cui oggi resta soltanto lo scheletro, torna a rivivere nel libro di Rita Lopez, Vie d’uscita. Salvarsi con i Led Zeppelin, Bach e Nilla Pizzi (Florestano 2016, pp. 92, euro 10), nel racconto intitolato Il teatro nel cuore del Libertà. Negli anni ’70-’80 un gruppo di ragazzi del quartiere Libertà, che gravitava intorno alla chiesa del Redentore, armati di scope, stracci e detersivi, rimise a lucido quello spazio comune per realizzare al suo interno uno spettacolo e cantare alla presenza di familiari, parenti, amici e commercianti che avevano dato il loro contributo per realizzare il sogno di quei ragazzi di calcare per la prima volta un palcoscenico. La musica in quel teatro salvò molti dei giovani di Libertà dalla strada e li aiutò a sfuggire a delinquenza e degrado, in un quartiere estremamente popoloso e molto difficile. Il palco di quel teatro fu calcato allora da Gennaro Nunziante, residente nel quartiere Libertà, regista e sceneggiatore, ben noto al pubblico pugliese, e non solo, per i programmi di Toti e Tata e per i film di Checco Zalone, o da Gianni Ciardo, altro noto artista barese. Non è un caso poi che sia attiva oggi un’iniziativa di recupero e rivalutazione delle sale cinematografiche del Libertà, a cominciare dall’ex Arena Moderno di via Napoli (progetto ExpostModerno), nell’ambito del progetto di recupero urbano Pop Hub, per ridare vita ad un cinema “di quartiere” che oltre ad essere un luogo di incontro è anche un punto di riferimento culturale per la comunità.

Ma se il teatro del Redentore “salvò” alcuni dei ragazzi del Libertà, la musica rappresentò una via di fuga per gli altri protagonisti dei racconti di Rita Lopez: per Marianna, infaticabile operaia presso la Manifattura dei tabacchi, per Sara, adolescente costretta a portare un grosso fardello sul cuore, e per Davide, cresciuto tra le acciaierie di Taranto. Nei racconti trovano spazio anche i ricordi autobiografici dell’autrice: dalle lezioni del nonno alla pianola elettrica, alla prima opera gustata al Teatro Petruzzelli con zia Teresa, all’inizio dell’università a Roma. E tutte le vite dei protagonisti sono tenute strettamente insieme dalla musica: qualsiasi genere di musica, classica, rock o neomelodica, è per loro salvifica.

Piacevole e fluida è poi la scrittura della Lopez che ogni tanto cede il passo ad espressioni in dialetto barese che hanno il pregio di avvicinare ancor di più il lettore alla realtà dei personaggi presentati.

Il libro Vie d’uscita di Rita Lopez sarà presentato domani, venerdì 24 novembre, alle ore 10.30 presso la Teca del Mediterraneo – Biblioteca del Consiglio Regionale, per la rassegna “Building Apulia”, insieme al libro di Annatonia Margiotta Frammenti di vita pendolare (Edizioni Città Futura).

“preScrivimi un libro” di Angelo Urbano

prescrivimi un libro

La Biblioterapia è uno strumento psicologico che, attraverso la lettura e la scrittura, favorisce la cura di sé e la conoscenza di altri modi di pensare, di vivere e di essere. Questa tecnica si pone tra le applicazioni clinico-terapeutiche a più larga diffusione come strumento di auto-aiuto e di riflessione in situazioni di disagio psicologico e sociale. Rappresenta un atto di crescita, di ricerca della propria identità e valida risorsa in grado di affrontare particolari traumi o periodi di vita negativi condividendone i conseguenti vissuti emotivi. Leggere e scrivere, dunque, rappresentano una modalità efficace per prendersi cura di sé in quanto, nella loro diversità, i libri ci offrono differenti universi di significato, regalano benessere, sono una finestra sul mondo. Sviluppano il pensiero inducendolo al ragionamento e accrescono contemporaneamente l’immaginazione. I nostri orizzonti si allargano, mettendoci direttamente in contatto con idee, persone e luoghi sconosciuti.

Angelo Urbano, psicologo, in preScrivimi un libro. I benefici psicologici della biblioterapia (Stilo Editrice, pp. 130) affronta costrutti psicologici e sociali intrecciandoli con testimonianze di scrittori e lettori che, della parola, hanno fatto una vera e propria medicina dell’anima in grado di curare ferite e lenire dolori interiori. I libri come farmaci, dunque, in grado di migliorare la qualità della nostra vita, alimentare la nostra resilienza, aiutarci ad affrontare i problemi esistenziali, lenire le nostre ferite, farci sentire meno soli.

In un itinerario parallelo tra analisi psicologica e psicologia applicata, questo saggio “esperienziale” propone storie di amore, malattia, percorsi identitari alla ricerca di sé stessi, condivisione di emozioni, confronto sociale e, purtroppo, anche di separazioni. Tutte raccontate attraverso la personalissima penna dei reali protagonisti. Ne emergono spaccati di vita vissuta tra emozioni e turbamenti, tra gioie e dolori, tra sofferenze e speranze, tra sogni e disincanti.

Il terreno comune rappresentato dalle pagine di un libro si configura come vera e propria ‘piazza’, come luogo di incontro del sé con l’altro da sé, come particolare strumento di comunicazione interpersonale. I libri sono sempre stati veicolo di conoscenza e conoscenze. Sono un ricco patrimonio che gli uomini dovrebbero utilizzare al meglio perché, in fondo, ognuno di noi ha una storia da raccontare.

 

“Nietzsche e la solitudine” di Michele Bracco

La figura di Friedrich Nietzsche è da sempre associata a una certa idea di isolamento, contigua – per certi versi – a quella di elitarismo. Si tratta di un aspetto considerato pressoché connaturato alla personalità del filosofo tedesco, e perciò apparentemente non degno di ulteriori approfondimenti. Attraverso l’epistolario, le testimonianze di chi l’ha conosciuto in vita e certi suoi stessi scritti è tuttavia possibile sviluppare un discorso più ampio, che metta da parte pregiudizi e opinioni precostituite studiando in particolare una caratteristica decisiva, quella dell’«inattualità». Il recente saggio di Michele Bracco, Nietzsche e la solitudine. Il destino di un inattuale (Stilo Editrice, pp. 92, euro 10) rappresenta precisamente l’esito di questa analisi, condotta peraltro sulla scorta della partecipazione al Convegno Internazionale di Filosofia «L’inattuale. Da Nietzsche a noi» nel 2016, del suo precedente volume Nietzsche e la poesia (con Annalisa Caputo, Stilo, 2012) e, risalendo più indietro nel tempo, del suo primo saggio su La distanza. L’esperienza della vicinanza e della lontananza nelle relazioni umane (ripubblicato lo scorso anno sempre per Stilo).

Non sorprenda quest’ultimo riferimento, giacché è proprio attraverso lo studio delle relazioni umane e delle loro sempre più ampie distanze, fin dagli anni della prima giovinezza, che prende avvio (con un capitolo intitolato, non a caso, «Alla ricerca di una giusta distanza») il saggio Nietzsche e la solitudine. La giovanile adesione ad associazioni e circoli culturali svanisce rapidamente, e la delusione lascia il posto all’«aspirazione a innalzarsi al di sopra dello spirito del proprio tempo», e quindi a «diventare ‘inattuali’». Ma non si tratta di un’operazione semplice, né senza conseguenze: come scrive Giuliano Campioni nella Prefazione, «La “libertà dello spirito” non si presenta come facile e gaia leggerezza e caduta improvvisa di pesi: presuppone il “morboso isolamento” di chi si distacca dalle certezze incorporate, diventate istinti, diventate morale: l’essere “sempre in cammino, inquieto e senza meta come in un deserto”, con pensieri ed esperimenti inquietanti, pericolosi».

Da qui la definizione, rivelata dai numerosi riferimenti alla vita monacale, di Nietzsche quale «”frate” rapito al suo tempo»; da qui, ancora e conseguentemente, lo sforzo di rendersi inattuale, lottando «contro quella parte di sé che è stata a lungo forgiata, plasmata e condizionata dal tempo in cui si è vissuti», scrive Bracco. Che rafforza, come si diceva in apertura, la sua analisi con riferimenti mirati alle lettere e alle opere filosofiche di Nietzsche; ma anche, più inaspettatamente, nella poesia Da alti monti, pubblicata come Epodo dell’opera Al di là del bene e del male. È in questi versi che la solitudine, trasfigurandosi negli elementi atmosferici, mostra tutta la sua carica di maledizione e contestualmente di raccoglimento, quale esito ormai inevitabile della propria esistenza: «Imparai ad abitare / dove non abita alcuno, in desolate regioni da orsi, / più forse non seppi uomo e dio, maledizione e preghiera? / Un fantasma divenni che sui ghiacciai va?». Non sembra invece avere i contorni di un fantasma, non fosse altro che per le due lacrime che ne rigano il volto, il ritratto di Nietzsche riprodotto in copertina, opera di Valerio Adami, uno degli esponenti più prestigiosi del panorama artistico contemporaneo. Nel dialogo tra Adami e Bracco, che chiude il volume, troviamo un’ultima riflessione che parte proprio dai colori del dipinto: «Sembra che la solitudine di Nietzsche si riverberi all’esterno e la desolazione del paesaggio si riverberi in lui»: e così la distanza dalle relazioni umane pare capovolgersi in un battito all’unisono che unisce chi percorre il sentiero della solitudine e la terra che ne accoglie i passi.

Stefano Savella

“Sirena” di Giorgio Doveri

Tre generazioni a confronto. La prima è quella di Uccio, pescatore al porto di Tricase, ottant’anni sulle spalle e ancora un’energia invidiabile con cui andare per mare ogni giorno. La seconda è quella di Maddalena, ragazza salentina che nel 2000 si trova a Roma per studiare all’Accademia di Belle Arti e vive con altri coinquilini nel quartiere di San Lorenzo insieme a Lisa, al toscano Francesco e ad Amadou. La terza generazione è quella di Marina, figlia di Maddalena, che da Tricase decide una notte di partire da sola per la Turchia, dopo aver avuto tra le mani una lettera che le rivelava le sue origini.

Sirena, romanzo d’esordio di Giorgio Doveri (MusicaOs editore, pp. 184, euro 13), racconta l’intreccio di queste tre protagonisti in una storia che attraversa le generazioni nello stesso modo in cui attraversa il mare, e non un tratto di mare qualunque. Il canale d’Otranto è solcato nelle prime pagine del libro da Adam e Yardim, fratelli curdi fuggiti dalla Turchia nel 1985 diretti in Italia. Lo stesso canale d’Otranto, molti anni dopo, è percorso in direzione opposta da Marina e dal suo bisnonno Uccio, salito a bordo in extremis con la sua Apecar e all’insaputa di sua nipote. Dentro quelle acque, tra quelle onde, tra i resti di migranti che hanno perso la vita nei naufragi, ci sono anche le tracce di una storia familiare complessa, che unisce le due sponde del Mediterraneo in una storia di silenzi, di separazioni dolorose ma soprattutto di speranza.

Doveri, nato in Toscana trentanove anni fa ma residente da molti anni in Salento, suona il violino nel gruppo degli Officina Zoè; e la loro musica si adatterebbe bene quale colonna sonora di una storia come questa, che vede confondersi e mescolarsi parole, culture, ma anche colpe e perdite dolorose. Ma che soprattutto ci ricorda la presenza di generazioni diverse unite nel desiderio di riconoscere le proprie origini, scavalcando ostacoli sociali e familiari: «L’Uccio che saluta sua nipote [Maddalena] al porto è lo stesso Uccio che quindici anni dopo si trova sul bus con la sua bisnipote Marina, in arrivo sulla grande piazza Taksim a Istanbul: il viaggio è andato liscio. […] Passeggiando sul ponte che li porterà sull’altra sponda della città, i due non restano indifferenti a quei volti, a quella lingua e ai musicanti che incontrano».

Stefano Savella

“Mùtilo” di Marco Vetrugno

Egon Schiele, di cui è riportato in copertina il dipinto Prediger (1913), e Edvard Munch, la cui Madonna (con spermatozoi e feto) è collocata bene in vista nell’allestimento scenico, sono i numi tutelari di Mùtilo, monologo teatrale scritto da Marco Vetrugno e pubblicato da MusicaOs (pp.68, euro 8). Un’opera che prosegue la ricerca sulla parola di Vetrugno che era continuata con la raccolta Proiettili di-versi e che ora si spinge sul versante della scrittura teatrale. E tra pochi giorni, sabato 24 giugno, Mùtilo arriverà anche a Roma, presso il Caffè letterario Mameli27 (con la messa in scena a cura di Davide Morgagni).

Anche in quest’opera di Vetrugno il corpo è ben presente al centro (è il caso di dire) della scena, addirittura fin dal titolo. Mùtilo, protagonista e voce del monologo, è un uomo «in bilico», che osserva il mutamento del proprio corpo: prima all’interno («Il materiale inorganico / che confluisce nella  mente / incide il percorso / scarnificando l’intero corpo»), poi all’esterno, con l’amputazione in scena di entrambe le mani, i cui moncherini vengono coperti da guanti neri. Ma, come nelle opere precedenti di Vetrugno, il corpo è uno strumento utile ad affrontare il «gioco infernale della vita» scavando dentro sé stessi, nel proprio passato, in ciò che è stato: «nessuno si è mai accorto delle mie implosioni».

La pubblicazione raccoglie, al termine del monologo, anche uno scritto di Alfonso Guida da dietro le quinte: e il poeta lucano offre la sua lettura dell’opera di Vetrugno: «Mùtilo è uno che ha perduto definitivamente la poesia? Tutte le forme di poesia? Il disincanto è negativo. Mùtilo si nutre di sacralità, idolatrie, immagini incastrate, incastonate, immerse. Mùtilo obbedisce al solo scavo interiore, riportato in superficie sottoforma di sangue, vomito, crudezze. Linguaggio violento e congiunto. Come cardini congiungono porte invisibili. Come punti cardinali orientano i solissimi frequentatori dei ‘nonluoghi’. […] La carne ha subito tagli. La sua poesia non è morta». E ancora: «Non è la malattia. Scrivere, per Mùtilo, è la necessità. Scrivere è un atto di fuga. Scrivere non basta. Non può redimere. Scrivere è di chi sa che porrà fine. La scrittura si chiude con un punto. È una sensazione di non-vittoria. Ma non-vittoria su cosa? Sulle “voci”? Sulla società che reclude ed è induzione al suicidio, se è vero che l’uomo vive tra i suoi simili e i rapporti di umanità lì si innescano. Mùtilo è dei nostri giorni e di ogni giorno. Mùtilo mette in guardia. La scrittura è celebrata come la veglia antifonaria del Qoelet: Vanitas Vanitatum».

“Paso” di Lino De Venuto

Pier Paolo Pasolini non era soltanto un poeta, scrittore, editorialista, regista e drammaturgo. Era anche un grande appassionato del calcio: da giocatore, da spettatore, da tifoso. Si tratta di un aspetto noto a coloro che hanno studiato a fondo la personalità e la biografica dell’intellettuale friulano; ma di cui si è talvolta sottovalutato l’importanza, declinandolo a passione per lo sport più in voga nelle borgate romane. Niente di tutto questo: Pasolini conosceva e praticava il calcio con fervore, al punto da farne riferimento nei contatti epistolari con altri intellettuali del suo tempo, da frequentare assiduamente lo stadio Olimpico di Roma (pur restando accanito sostenitore del Bologna), da abbandonare un campo da gioco se i suoi compagni di squadra lo ignoravano troppo a lungo.

Libri sulla relazione tra Pasolini e il mondo del calcio ve ne sono già in commercio; più interessante è semmai l’accostamento di questa relazione a un testo teatrale originale, che permette di inserire la passione di Pasolini per il calcio in un contesto più ampio, non soltanto a riguardo delle frequentazioni dell’intellettuale friulano, ma anche operando un complesso lavoro sulla lingua da utilizzare. È questo il risultato finale di Paso, opera teatrale del barese Lino De Venuto, pubblicata a stampa per la casa editrice Gelsorosso (pp. 120, euro 12). Un’operazione editoriale interessante e completa: perché non si limita a proporre il testo teatrale, ma lo fa precedere da due ampie introduzioni dello stesso autore che contengono numerose notizie e imperdibili aneddoti sul ruolo che il calcio ha avuto nella vita giovanile dello stesso De Venuto (giocatore per alcune squadre della serie C e dei campionati minori fino alle soglie dei trent’anni, quando abbandonò i campi in erba e in terra battuta per dedicarsi esclusivamente al teatro) e anche di Pasolini (si vedano, su tutte, le lettere indirizzate al poeta Vittorio Sereni, le parole contro Helenio Herrera accusato di filo-franchismo, il rapporto con alcuni calciatori del tempo come Fabio Capello e Giacomo Bulgarelli).

Ma il cuore del libro è certamente rappresentato dal testo teatrale. Paso è ovviamente Pier Paolo Pasolini, qui indicato con un nome che sembra quello di un calciatore della Selecao brasiliana. Al suo fianco, compaiono Laura Betti, i ragazzi di vita delle borgate romane, intellettuali, calciatori di Casarsa, e soprattutto studenti, attraversando stagioni diverse della sua vita: la giovinezza in Friuli, l’approdo a Roma, il rapporto con la politica e con gli intellettuali. De Venuto dà voce a Pasolini ma non soltanto a lui, lavorando con attenzione alla lingua utilizzata dai protagonisti. Come scrive lo stesso De Venuto: «Sono uscito dal panico e dal caos iniziali, comincio con fatica ad assemblare qualcosa, la drammaturgia al di là della sua struttura non potrà prescindere anche dall’uso del dialetto di Casarsa, catturo alcune espressioni dialettali delle poesie giovanili, potrebbero far parte integrante del testo […] E il romanesco (con la tradizione linguistica del Belli) mette a fuoco la vita delle periferie romane, la vitalità chiassosa dei ragazzi di vita».

 

“Il mare traverso” di Antonio Rolli

Le frontiere del mare non hanno muri, né i muri presenti sulla terraferma hanno il potere di fermare l’afflusso di persone che intendono raggiungere una meta su scafi di fortuna. Le imbarcazioni dirette in Europa, da tempo, non arrivano più direttamente nei porti greci o italiani: navi della Marina militare, di altre nazioni europee o di organizzazioni non governative hanno oggi il compito di traghettare chi cerca di mettersi in salvo nel Mediterraneo. Eppure non sono lontani i tempi in cui a operare nelle azioni di salvataggio erano, prima di ogni altro, gli stessi pescatori che solcavano ogni giorno quelle acque. Attorno alle figure di alcuni di questi uomini si sono costruite produzioni cinematografiche, artistiche, talvolta addirittura leggende.

Oggi si tende a dimenticare il ruolo che uomini semplici e di inaudito coraggio hanno svolto nei salvataggi in mare degli ultimi ventincinque anni poco oltre le coste italiane. Per questo motivo, una storia che ha per protagonista un uomo di mare che si ritrova, con le sue sole forze, a salvare vite umane è oggi quanto mai necessaria: ed è ciò che ha realizzato – affidando peraltro al protagonista anche una passione smisurata per i libri – il giornalista Antonio Rolli nel suo romanzo d’esordio Il mare traverso (Besa Editrice, pp. 84, euro 12). L’uomo di mare della narrazione si chiama Giuseppe Leonetti e, per la verità, lavora nella sua libreria nel centro di Lecce, in via dei Mille. La sua storia incrocia però presto quella di Francesca, una ragazza che deve raggiungere a Candia, sull’isola di Creta, il giovane di cui è innamorata, Nisrin, siriano non vedente e accolto in un convento di Aleppo prima di fuggire dal suo paese.

Un’inedita Lecce innevata e sferzata dal vento di tramontana si alterna nel romanzo al viaggio di Nisrin dalla Siria alla Turchia, e quindi alla Grecia. Giuseppe e Francesca, invece, prenderanno il largo da San Foca a bordo del Cygnus, l’imbarcazione usata dal libraio per le sue uscite in mare aperto. Ma l’incontro con Nisrin non avverrà secondo le previsioni: un imprevisto, la presenza di scafisti senza scrupoli, la responsabilità di salvare una bimba, Hanan, affidata dal padre – un militante delle forze armate curde – proprio a Nisrin, cambieranno la vita di Francesca. E anche quella di Giuseppe, che del resto già lo immaginava, come scriveva nella lettera lasciata nelle mani di Tonino, panettiere e narratore: «Fare questo viaggio mi ha guarito. Ci ha guarito. Ci ha guarito da quel cinismo raggelante che ci incartoccia come la stagnola dorata di costosissimi cioccolatini preclusi ai più. Ci ha guarito dalla paura che segna i nostri giorni […]. Ci ha guarito, soprattutto, dalla solitudine che ci rende infelici».

Stefano Savella