Category Archives: LaPugliaChePubblica

“Mi si scusi il paragone” di Daniele Sidonio

La canzone d’autore. La poesia in forma di musica. Ma anche la relazione dei cantautori con la scrittura letteraria tout court. Questi e altri spunti di interesse sono al centro del libro di Daniele Sidonio, Mi si scusi il paragone (MusicaOs, pp. 202, euro 15). Il paragone del titolo è quello cui si riferisce Francesco Guccini in un’intervista inedita concessa all’autore e riportata all’interno del volume: «uno scrittore o un autore di canzoni è come un maiale […] perché il maiale più lo nutri, più quando lo uccidi è grasso e ti dà soddisfazione. Così uno che scrive, più ha messo dentro più può riprodurre qualcosa in maniera completa». E il nutrimento di un autore di canzoni è certamente vario: attraversa la letteratura (quando non è egli stesso un letterato: si pensi ai testi di Pier Paolo Pasolini per Domenico Modugno, o a quelli di Roberto Roversi per Lucio Dalla), incontra i conflitti sociali, s’imbeve della pluralità linguistica del proprio territorio d’origine o della quotidianità.

L’autore, laureato in Filologia Moderna, critico musicale e collaboratore di riviste e siti web, raccoglie dunque in questo volume documenti di diverso genere: non solo analisi sui testi, che pure ne costituiscono il cuore, ma anche interviste a cantautori e critici musicali sul tema del rapporto tra musica e scrittura. Tra questi ultimi, troviamo Paolo Talanca, direttore del Premio Lunezia, e Giò Alajmo, ideatore del premio della Critica al Festival di Sanremo: due riconoscimenti che, per l’appunto, considerano principalmente il valore del testo di una canzone, e che si pongono in relazione diretta con quei premi (come quello intitolato a Eugenio Montale) che hanno visto nel corso degli anni, tra i vincitori, cantautori di alta levatura come Paolo Conte, Franco Battiato e lo stesso Guccini.

Chi sono, dunque, i cantautori i cui testi Sidonio studia nel suo libro per dimostrare, come dice Alajmo, che «la canzone non è altro che una poesia che ha ritrovato la sua melodia»? Oltre al Maestrone, troviamo Fausto Mesolella e il suo tentativo di portare in musica dodici liriche di Stefano Benni (di entrambi, nel volume, è riportata un’intervista inedita), Vinicio Capossela (già candidato al Premio Strega, a sottolineare il legame indissolubile tra i suoi brani e la sua scrittura letteraria), incursioni nel rock con i Marlene Kuntz e il Teatro degli Orrori, e anche esponenti dell’ultima leva di cantautori, da Dente a Vasco Brondi e Brunori Sas; per chiudere, quindi, con il “rap colto” di Caparezza.

Di questi e altri argomenti affrontati nel libro si parlerà venerdì 24 marzo alle ore 10,30 nel primo incontro della nuova edizione della rassegna “Building Apulia”, promossa dalla Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia in via Giulio Petroni a Bari. Al fianco di Daniele Sidonio ci sarà l’autore di un altro libro dedicato alla musica e in particolare alla canzone d’autore: Fulvio Frezza, con il suo Canzoni del Tempo (Florestano).

“Drammi della storia universale” di August Strindberg

Nel 1903, August Strindberg (1849-1912), uno dei massimi autori della drammaturgia svedese ed europea e tuttora fra i più moderni interpreti dei peculiari conflitti spirituali che costituiscono il dramma delle nostre vite, scrive un saggio sul Misticismo della storia universale, che viene descritta come «una colossale partita a scacchi, nella quale un solo giocatore», divino e imperscrutabile, «muove sia i bianchi sia i neri, tenendosi completamente neutrale»; quindi, compone tre drammi dedicati alle figure di Mosè (Attraverso i deserti verso la terra promessa), Socrate (Ellade) e, più tangenzialmente, Cristo (L’agnello e la bestia).

Strindberg aveva in mente un immenso affresco drammaturgico, di cui restano solo questi pilastri (insieme a un altro dramma su Lutero), che sono rimasti spesso ai margini delle edizioni della sua opera e  delle rappresentazioni teatrali. Si tratta di drammi discontinui e occasionalmente espressionistici che, tuttavia, consentono – come dimostra l’introduzione di Franco Perrelli – una lettura e una valutazione in profondità di tutta la variegata produzione strindberghiana, in campo teatrale e no.

La traduzione di questi tre drammi e del saggio storico-filosofico Misticismo della storia universale è ora raccolta per la prima volta in Drammi della storia universale (Edizioni di Pagina, pp. 280, euro 14) a cura e con il commento di Franco Perrelli, il maggiore specialista di Strindberg in Italia. Perrelli è ordinario di Discipline dello Spettacolo presso il DAMS dell’Università di Torino. Premio Pirandello 2009 per la saggistica teatrale, nel 2014 gli è stato attribuito il prestigioso Strindbergspris della Strindbergssällskap di Stoccolma. Per le Edizioni di Pagina ha curato un’edizione del “Teatro scelto di August Strindberg” e ha pubblicato, tra l’altro, il volume Strindberg l’italiano. 130 anni di storia scenica (2015).

“Canzoni del Tempo” di Fulvio Frezza

Ci sono canzoni che raccontano storie meglio di tanti romanzi, e storie che ispirano canzoni restando tuttavia ben nascoste dietro metafore e altre figure retoriche. La dimensione narrativa, in ogni caso, è inestricabilmente connaturata alla forma musicale. Non soltanto, come si potrebbe immaginare, per la produzione di musica leggera: chi potrebbe negare, del resto, che non vi siano storie personali – e talvolta addirittura collettive – dietro la natura stessa della musica jazz o, risalendo indietro nel tempo, nella composizione di brani di musica classica? Esiste, poi, tutto un territorio pressoché inesplorato che guarda al connubio tra musica e racconto non dal versante della partitura musicale ma da quello della narrativa: storie, cioè, che capovolgono il rapporto innestando citazioni musicali in testi di scrittura creativa.

È quello che avviene, ad esempio, in Canzoni del Tempo (Florestano, pp. 134, euro 15), terzo libro di Fulvio Frezza che segue il successo di Meraviglioso, dodici racconti ispirati a canzoni di Domenico Modugno, pubblicati per la stessa casa editrice barese. Vi è anzi, in queste ultime due pubblicazioni di Frezza, un ulteriore elemento di contaminazione tra musica e letteratura: la realizzazione di  performance dal vivo (insieme al maestro Domenico Mezzina) in cui scrittura e musica, attraverso la recitazione e il canto, giungono a una sintonia completa.

I racconti delle Canzoni del Tempo appartengono, appunto, a tempi diversi. E la connotazione più che vagamente deandreiana del titolo si ritrova in non pochi titoli e in ancor più numerosi riferimenti interni: dall’esempio più evidente, la Canzone del tempo dell’Inverno, in cui l’autore compie una vera e propria analisi di questa canzone «maledetta», con «gli archi che suonano come fosse il Requiem di Mozart» e da cantare con voce «semplice, senza abbellimenti, senza portamento, perché il testo va quasi recitato, come una poesia, come una preghiera»; passando per altri racconti (Canzone del tempo dei Vecchi Amanti, Canzone del tempo dell’Amore perduto) al cui interno si segue una traccia narrativa coerente che intreccia amore, sensualità, ricette elaborate e buon vino. E in sottofondo, ancora, tanta e tanta musica.

Già, perché come sottolinea nella Prefazione Carla Vistarini, autrice di testi musicali e sceneggiatrice, questo libro, «questo viaggio in snowboard o sulle montagne russe, tra musiche sempre appassionatamente spiegate e irrimediabilmente incomprese, […] è un richiamo irresistibile per il lettore, che indotto dalla qualità della scrittura […] si troverà a volare tra le note e le pagine, senza capire perché mai sia finito lassù, a ipernutrirsi di nostalgia e scomposizioni di amido dalla pasta, ma ben felice di esserci arrivato». In compagnia delle canzoni di Tenco ed Endrigo, di Lauzi e De André, passando per Luis Mariano e Franco Califano.

Stefano Savella

“Pasolini e la dittatura del presente” di Pasquale Voza

Forse ha ragione David Grieco (autore del libro La macchinazione e regista dell’omonimo film in cui Massimo Ranieri presta anima e corpo a Pier Paolo Pasolini) quando dice che Pasquale Voza, in questa sua ultima e validissima fatica, si fa psicologo di Pasolini, anzi – oserei dire – più psicoterapeuta.

Pasolini e la dittatura del presente (Manni 2016, pp. 112, euro 12) consta di un’introduzione e dieci saggi in cui Voza analizza, destruttura, pindaricamente vola tra le pieghe dell’uomo Pasolini, tra le spiegazzature della sua opera, tra le varie idiosincrasie del suo pensiero e svela, con le numerose comparazioni, i rapporti dell’autore delle Ceneri di Gramsci con altri intellettuali, scrittori, antropologi, filosofi.

Proprio nell’introduzione si rammenta il concetto di “tolleranza” in Foucault, il quale riferendosi a Comizi d’amore (illuminante indagine socio-antropologica di Pasolini sul sesso tra i giovani) coniò questo termine avendo in mente la “mutazione antropologica”, spillo fisso nel cervello dello scrittore di Ragazzi di vita.

Una mutazione che in sé innerva il potere consumistico, il quale crea una “nevrosi afasica” nelle masse giovanili. È, insomma, quella concezione del “prima” che si fa strada in Pasolini, un “prima” che – catastroficamente – non c’è più, più non esiste (al contrario di Walter Benjamin, il quale sosteneva che la catastrofe – di contraltare – sta nel fatto che tutto continui come prima).

Proprio il primo saggio del volume prende piede dalle riflessioni pasoliniane sull’“ordine orrendo della modernità”, in cui l’incattivirsi dei giovani non può portare a nessuna consapevolezza critica, ovvero a nessuna liberazione; la nuova preistoria del capitalismo non ha, dunque, nulla a che vedere con la “preistoria” in cui ancora vivono i tanto amati sottoproletari romani, non c’è nulla di quell’istinto corporale (in parte primitivo) che caratterizzava i movimenti di un tempo, lo spazio che il soggetto occupava nella società, ora il brusio della parola “figlia” della vitalità dei corpi, può dare voce poetica alle radici antropologiche della vita.

L’accostamento tra la periferia romana e la città indonesiana di Bandung (L’uomo di Bandung è una poesia scritta da Pasolini nel 1967) è ancora una dimostrazione dell’attrazione che il mondo primitivo, schietto, arcaicamente innocente, desta nell’animo del poeta e scrittore, un’esplosione vitale che il Terzo Mondo e gli sterminati “regni della fame” rendono viva e pullulante di riflessioni. Il famoso odore dell’India, insomma, odore e non “idea” (come nell’amico Alberto Moravia).

Il consumismo è dunque, nel suo essere colonna portante di certa modernità capitalista, quello che priva gli stessi giovani del Sessantotto dell’acqua della vita, che li rende omologati pur nella presunta contestazione, che li trasforma – come lo stesso Pasolini affermò riguardo la questione di Valle Giulia – in irresponsabili, perché figli della borghesia e non di povera gente (come il poeta differenziava i poliziotti). La borghesia era colpevole del massacro del Circeo (aveva affermato Calvino) ma anche – secondo Pasolini – dello spirito dei ragazzi del popolo, i quali avrebbero potuto fare la medesima cosa.

Ecco allora che il potere dei consumi getta il seme della pianta per il “nuovo fascismo”, il poeta ora può esercitare solo “in falsetto”. La consonanza con Ezra Pound nasce proprio dal trauma alla base della poetica della stagione ultima. Nel poeta dei Cantos, Pasolini vedeva l’astoricismo poetico e la possibilità di una “Destra sublime” che fosse una poetica del regresso, laddove il problematico venire alla luce fosse sostituito dal rifugio nell’oscura caverna. L’idea di una coscienza della lingua, in sostanza, che potesse istituire nuove forme (una “scommessa schizoide” come scrive Voza).

Il volume scorre piacevolmente alla lettura, Voza analizza il rapporto di Pasolini con Zanzotto, percorre le parole del poeta in un’intervista rilasciata a Dacia Maraini nell’ottobre del 1972, mette in luce il rapporto tra Pasolini e Ernesto De Martino (Apocalisse culturale e mutazione antropologica): la poesia popolare (verso la quale impreparata si era rivelata la cultura marxista) pare essere non poco legata alla questione meridionale. In De Martino Pasolini vedeva un “marxismo privo di semplicismo ideologico” che si innestava nello storicismo del Croce ma anche in suggestioni mutuate da Freud; il riferimento a Gramsci (Letteratura e vita nazionale) è anch’esso critico da parte del poeta delle Ceneri, il quale sostiene che il pensatore sardo, nell’analizzare il melodramma e il romanzo d’appendice, ignora invece la poesia popolare.

Quest’ultima raccolta di saggi di Pasquale Voza, professore emerito di Letteratura Italiana presso l’Università di Bari nonché presidente onorario del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e membro del comitato scientifico della rivista “Studi pasoliniani”, va letta e studiata; un’agile e pungente scrittura crea una sana complicità nel lettore, una duratura memoria di quel che si è letto, un’idea di Pasolini in parte nuova, perché caratterizzata dall’analisi minuziosa e capillare (molecolare) di certi assunti. In Voza alberga un Pasolini che, senza scomodare la trita e ritrita frase del “cosa penserebbe oggi del mondo”, è ancora invece più vivo che mai, pur nel suo essere (al presente) ancora ‘profeta’ e ancora ‘ritardatario’ (come chiosò al tempo il buon Contini).

Giuseppe Ceddia

“Mal di giardino” di Franco Botta e Giuseppe Caccavale

Può un giardino rivelarsi molto di più di un semplice aggregato di piante? La risposta è certamente sì: lo testimoniano secoli di studi e di applicazioni pratiche in cui il giardino è diventato vero e proprio elemento architettonico di pregio, tale da dare ampia notorietà a coloro che si occupavano di curarli. Ma non è soltanto l’accostamento con l’architettura a rendere il giardino un luogo affine all’arte, in tutte le sue forme. In un momento storico in cui il giardino cambia forma e conquista spazi diversi dal passato, ancor più preciso può rivelarsi il legame con la musica.

È da questo spunto che prende avvio il libro Mal di giardino. Natura e arte del verde (Progedit, pp. 108, euro 15) scritto da Franco Botta, economista e appassionato di giardini, e Giuseppe Caccavale, professore di Arti murali e Disegno a Parigi e autore delle tavole presenti nel volume. L’accostamento con la musica, ad esempio, è ben sottolineato dalle parole di Renzo Piano, riportate in una delle prime pagine dell’opera, riguardanti la passione per il giardino del maestro Claudio Abbado: «Nel verde c’è qualcosa di aereo, di leggero, di temporaneo. In qualche maniera c’è qualcosa che appartiene alla dimensione momentanea della musica, del suono». Ed era proprio passeggiando nei suoi amati giardini che Abbado riusciva a comporre le sue migliori opere musicali.

Ma nel libro non si parla soltanto di musica. Numerosi sono anzi i riferimenti filosofici, come quelli di Henry David Thoreau, grande ispiratore dell’idea dei cammini; mentre nella seconda parte Botta raccoglie brevi testi in gran parte frutto di recensioni a volumi riguardanti, a loro volta, i giardini e il loro valore pratico e simbolico. Né mancano riflessioni interessanti su singole specie, come l’edera, il glicine o il crisantemo; e neppure preziosi consigli rivolti al giardiniere sul lavoro da svolgersi nelle diverse stagioni dell’anno. Sempre nel rispetto del proprio ruolo, e ovviamente nel rispetto della natura (ad esempio per ciò che riguarda l’uso di fertilizzanti e altre sostanze chimiche); del resto, come scrive Botta riprendendo una frase di Libereso Guglielmi, che curava il giardino del padre di Italo Calvino, i giardinieri «sanno che, quando si costruisce un giardino, non ci si deve allontanare mai troppo dalla natura, pur non ignorando per il risultato del proprio lavoro non sarà mai natura».

Mal di giardino sarà presentato venerdì alle ore 17 presso Villa La Rocca, in via Celso Ulpiani 27 a Bari, in un incontro organizzato dalla sezione “Cultura dell’ambiente” della Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia. Interverranno, oltre a Franco Botta, anche Eugenio Scandale (presidente dell’Accademia Pugliese delle Scienze), Daniela Daloiso (dirigente Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale del Consiglio Regionale della Puglia), Vittorio Marzi (presidente dell’Accademia dei Georgofili, sez. Sud-Est), Franca Tommasi (professore associato di Fisiologia Vegetale all’Università di Bari), Giuseppe Carlone (storico dell’urbanistica del Politecnico di Bari) e Maria Valeria Mininni (professore associato di Urbanistica presso il DiCEM di Matera).

 

“Breve commentario alla Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto” a cura di Stefano Donno

La Tavola smeraldina è un testo che secondo la leggenda sarebbe stato ritrovato in Egitto, prima dell’era cristiana. Il testo, che prende questo nome perché è stato inciso su una lastra di smeraldo, è stato tradotto dall’arabo al latino soltanto nel 1250. Soprattutto è un testo celebre tra tutti gli scritti ermetici, e viene attribuito a Ermete Trismegisto, leggendario personaggio di eta pre-classica e venerato come maestro di sapiena. La Tavola smeraldina apparve per la prima volta a stampa nel 1541, inclusa nel De Alchemia di Johannes Patricius. Stando a quanto riporta la tradizione, Ermete avrebbe inciso le parole della Tavola su una lastra verde di smeraldo con la punta di un diamante; in seguito, Sara, moglie di Abramo, l’avrebbe rinvenuta all’interno della sua tomba.

A corredo del testo della Tavola smeraldina è da poco disponibile un Breve Commentario a cura di Stefano Donno (I quaderni del bardo, pp. 44, euro 6). «Ermete Trismegisto è stato talvolta identificato anche con il dio Ermes e talaltra con Thot, dio egizio delle umane lettere, e dell’armonia geometrica», scrive il curatore, vicepreside della Libera Unversità di Studi Esoterici “Achille d’Angelo-Giacomo Catinella” di Lecce. Donno è inoltre laureato in filosofia all’Università degli Studi di Lecce e ha ricevuto nel 2013 una laurea HC in Juridical Science presso la Moscow University Sancti Nicolai.

Come spiega inoltre Enrica Perucchietti nella Introduzione a questo Commentario, «Donno ci spiega proprio come vadano interpretati il contenuto e la struttura della Tabula, analizzando passo a passo i suoi corollari e offrendo una illuminante e preziosa spiegazione che sarà certamente utile per l’iniziato quanto per colui che si avvicini per la prima volta a questo genere di tematiche. Sullo sfondo il suo leggendario autore, Ermete Trismegisto». E infatti ognuno dei dodici corollari è interpretato sinteticamente ma non senza approfondimento dal curatore, che nella sua nota introduttiva spiega: «La Tavola Smeraldina ha rappresentato una bussola fondamentale per raggiungere il centro del cuore, per vedere con altri occhi che cosa siamo e che cosa possiamo diventare. Scendendo nelle profondità del nostro essere, in silenzio e rispettando il silenzio, per anni o eoni […], si potrà divenire un essere tre volte grande, libero, forte, amorevole, sapiente, unico diradando le tenebre e divenendo guida sicura e fermo punto di riferimento per gli altri».

“Popolo nazione stirpe” di Ferdinando Pappalardo

La definizione di «casta» applicata alla classe politica è apparentemente un fenomeno tutto sommato recente. Nel maggio prossimo, infatti, ricorreranno i dieci anni dalla pubblicazione dell’omonima inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, uno di quei rari casi in cui il titolo di un libro acquisisce una fortuna che supera gli stessi successi editoriali (pur già di per sé eclatanti). Ma è proprio vero che la rivolta contro la Casta (tout court: il riferimento alla politica è da tempo scomparso, portando con ciò a un’implicita negazione delle altre, talvolta ben più radicate, caste) si debba circoscrivere agli ultimi anni della Seconda Repubblica? La risposta è no; eppure sembra difficile convincerne un Paese proverbialmente senza memoria, inchiodato a rincorrere le polemiche e gli scandali del giorno per poi dimenticarli a stretto giro.

Altri libri servono a questo scopo: uno tra questi è il recente Popolo nazione stirpe. La retorica civile di Gabriele d’Annunzio (1888-1915) di Ferdinando Pappalardo, pubblicato per i tipi di Piero Lacaita Editore (pp. 160, euro 18), storica casa editrice di Manduria con una lunga vocazione nella diffusione della cultura laica e dell’impegno civile. Una pubblicazione, quella di Pappalardo, che – come è chiaro sin dal titolo – non si limita a ripercorrere in chiave storica il ruolo nella vita politica di uno dei protagonisti della temperie culturale dell’Italia unita; ma che unisce, a una ricerca dei testi dannunziani usciti su quotidiani e riviste dell’epoca, l’analisi della dimensione politica del Vate attraverso le sue opere letterarie. Il tutto, sotto il segno di una «retorica civile» ben contraddistinta proprio da quegli accenti che oggi definiremmo «anti-casta».

Ben trenta anni prima dell’impegno interventista nelle «radiose giornate di maggio» del 1915 si trovano le radici della presenza di d’Annunzio nel dibattito pubblico, ed è proprio questo trentennio a rappresentare lo spazio cronologico della ricerca di Pappalardo, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Bari e direttore del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani. La breve esperienza parlamentare di d’Annunzio tra il 1897, quando fu eletto per la Destra nel collegio abruzzese di Ortona, e il 1900, quando fallì la rielezione sostenuto dalla Sinistra, rappresenta soltanto una parte di quella fase storica; utile, e per certi versi decisiva, tuttavia, per comprendere appieno il «pensiero politico» del Vate, o, per dir meglio, la sua assenza. Come scrive Pappalardo, infatti, «egli si nutrì di un viscerale disprezzo per la politica, se per politica s’intendono i compiti del governo, la cura dell’amministrazione, il pluralismo della rappresentanza e la sua dialettica»; in sintesi, verso tutto ciò che potesse rappresentare l’idea del «compromesso»: «La sua oratoria civile tracima di denunce, ma è poverissima di proposte».

Questo giudizio non contraddice l’espletamento del mandato parlamentare: condotto infatti, come sottolinea l’autore, senza sottoscrivere alcun disegno di legge e senza mai prendere la parola in aula o nelle commissioni sui provvedimenti legislativi in discussione. Va, semmai, inquadrato alla luce delle parole pronunciate da Claudio Cantelmo nella Vergine delle rocce («Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio!»), rivolte – come commenta Pappalardo – a «sollecitare con il proprio esempio gli artisti affinché levino alta la voce contro la decadenza del presente e si dispongano alla battaglia contro la barbarie democratica, prima responsabile del declino del loro declino sociale». Senza dimenticare, tuttavia, l’«innata propensione al protagonismo» di d’Annunzio, e la ricerca di «un canale di comunicazione con più ampi strati sociali». L’esperienza di deputato non scalfirà, in realtà, le sue polemiche anti-parlamentari: presenti fin dal 1888 nell’Armata d’Italia, continueranno a costituire un punto fermo nella retorica civile dannunziana anche nei comizi per la campagna elettorale del 1900, forse con «l’intento di blandire l’orgoglio municipalistico degli elettori fiorentini», dove era in quell’occasione candidato.

Stefano Savella

“Lo spiraglio” di Nelida Milani

Sono trascorsi pochi giorni dal Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, che dal 2005 si celebra ogni anno in Italia il 10 febbraio. Una data con un significato preciso: il 10 febbraio del 1947, infatti, con il Trattato di Parigi, l’Istria diventava, a tutti gli effetti, territorio jugoslavo. A partire da quella data, l’esodo degli italiani che abitavano quelle terre, già iniziato durante il secondo conflitto mondiale, s’intensificò. Ben pochi rimasero ad abitare città, villaggi e terre che per secoli erano stati casa comune e segno d’identità, e per quei pochi iniziò una vita non facile.

Questa vicenda storica è al centro della raccolta di racconti Lo spiraglio, l’ultimo libro di Nelida Milani (Besa Editrice, pp. 164, euro 15). L’autrice è nata a Pola (Istria) nel 1939. Ha svolto per anni le mansioni di vicepreside e responsabile della Sezione Italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Pola. Ha pubblicato libri, saggi e articoli di carattere sociolinguistico. Nel 1991 esce, per Sellerio, la sua prima raccolta di racconti, Una valigia di cartone (Premio Mondello 1992). Nel 1998 scrive a quattro mani con Anna Maria Mori Bora (Frassinelli), un romanzo autobiografico sulle tormentate vicende della terra istriana viste attraverso gli occhi di un’esule e di una “rimasta”. È del 2007 Crinale estremo, mentre l’anno successivo arrivano i Racconti di guerra (pubblicati successivamente in sloveno). Nel 2013 esce la raccolta di racconti La bacchetta del direttore. Nel 2004, Nelida Milani è stata nominata commendatore con stella della solidarietà dal Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi.

In questo suo ultimo libro Nelida Milani torna a narrare l’Istria dei “superstiti”, delle serrande chiuse e delle finestre abbassate per sempre, l’Istria della confusione e dello smarrimento, ma anche della convivenza e della molteplicità di lingue. Dopo il successo di Bora, la scrittrice delinea con il tratto fine e delicato che le è proprio un mondo spesso dimenticato e rinnegato, attraversando gli anni e i decenni, traghettando lungo gli esiti della storia le vite di quanti hanno abitato, con fiducia e abbandono, una terra contesa all’incrocio di due mondi.