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“preScrivimi un libro” di Angelo Urbano

prescrivimi un libro

La Biblioterapia è uno strumento psicologico che, attraverso la lettura e la scrittura, favorisce la cura di sé e la conoscenza di altri modi di pensare, di vivere e di essere. Questa tecnica si pone tra le applicazioni clinico-terapeutiche a più larga diffusione come strumento di auto-aiuto e di riflessione in situazioni di disagio psicologico e sociale. Rappresenta un atto di crescita, di ricerca della propria identità e valida risorsa in grado di affrontare particolari traumi o periodi di vita negativi condividendone i conseguenti vissuti emotivi. Leggere e scrivere, dunque, rappresentano una modalità efficace per prendersi cura di sé in quanto, nella loro diversità, i libri ci offrono differenti universi di significato, regalano benessere, sono una finestra sul mondo. Sviluppano il pensiero inducendolo al ragionamento e accrescono contemporaneamente l’immaginazione. I nostri orizzonti si allargano, mettendoci direttamente in contatto con idee, persone e luoghi sconosciuti.

Angelo Urbano, psicologo, in preScrivimi un libro. I benefici psicologici della biblioterapia (Stilo Editrice, pp. 130) affronta costrutti psicologici e sociali intrecciandoli con testimonianze di scrittori e lettori che, della parola, hanno fatto una vera e propria medicina dell’anima in grado di curare ferite e lenire dolori interiori. I libri come farmaci, dunque, in grado di migliorare la qualità della nostra vita, alimentare la nostra resilienza, aiutarci ad affrontare i problemi esistenziali, lenire le nostre ferite, farci sentire meno soli.

In un itinerario parallelo tra analisi psicologica e psicologia applicata, questo saggio “esperienziale” propone storie di amore, malattia, percorsi identitari alla ricerca di sé stessi, condivisione di emozioni, confronto sociale e, purtroppo, anche di separazioni. Tutte raccontate attraverso la personalissima penna dei reali protagonisti. Ne emergono spaccati di vita vissuta tra emozioni e turbamenti, tra gioie e dolori, tra sofferenze e speranze, tra sogni e disincanti.

Il terreno comune rappresentato dalle pagine di un libro si configura come vera e propria ‘piazza’, come luogo di incontro del sé con l’altro da sé, come particolare strumento di comunicazione interpersonale. I libri sono sempre stati veicolo di conoscenza e conoscenze. Sono un ricco patrimonio che gli uomini dovrebbero utilizzare al meglio perché, in fondo, ognuno di noi ha una storia da raccontare.

 

“Nietzsche e la solitudine” di Michele Bracco

La figura di Friedrich Nietzsche è da sempre associata a una certa idea di isolamento, contigua – per certi versi – a quella di elitarismo. Si tratta di un aspetto considerato pressoché connaturato alla personalità del filosofo tedesco, e perciò apparentemente non degno di ulteriori approfondimenti. Attraverso l’epistolario, le testimonianze di chi l’ha conosciuto in vita e certi suoi stessi scritti è tuttavia possibile sviluppare un discorso più ampio, che metta da parte pregiudizi e opinioni precostituite studiando in particolare una caratteristica decisiva, quella dell’«inattualità». Il recente saggio di Michele Bracco, Nietzsche e la solitudine. Il destino di un inattuale (Stilo Editrice, pp. 92, euro 10) rappresenta precisamente l’esito di questa analisi, condotta peraltro sulla scorta della partecipazione al Convegno Internazionale di Filosofia «L’inattuale. Da Nietzsche a noi» nel 2016, del suo precedente volume Nietzsche e la poesia (con Annalisa Caputo, Stilo, 2012) e, risalendo più indietro nel tempo, del suo primo saggio su La distanza. L’esperienza della vicinanza e della lontananza nelle relazioni umane (ripubblicato lo scorso anno sempre per Stilo).

Non sorprenda quest’ultimo riferimento, giacché è proprio attraverso lo studio delle relazioni umane e delle loro sempre più ampie distanze, fin dagli anni della prima giovinezza, che prende avvio (con un capitolo intitolato, non a caso, «Alla ricerca di una giusta distanza») il saggio Nietzsche e la solitudine. La giovanile adesione ad associazioni e circoli culturali svanisce rapidamente, e la delusione lascia il posto all’«aspirazione a innalzarsi al di sopra dello spirito del proprio tempo», e quindi a «diventare ‘inattuali’». Ma non si tratta di un’operazione semplice, né senza conseguenze: come scrive Giuliano Campioni nella Prefazione, «La “libertà dello spirito” non si presenta come facile e gaia leggerezza e caduta improvvisa di pesi: presuppone il “morboso isolamento” di chi si distacca dalle certezze incorporate, diventate istinti, diventate morale: l’essere “sempre in cammino, inquieto e senza meta come in un deserto”, con pensieri ed esperimenti inquietanti, pericolosi».

Da qui la definizione, rivelata dai numerosi riferimenti alla vita monacale, di Nietzsche quale «”frate” rapito al suo tempo»; da qui, ancora e conseguentemente, lo sforzo di rendersi inattuale, lottando «contro quella parte di sé che è stata a lungo forgiata, plasmata e condizionata dal tempo in cui si è vissuti», scrive Bracco. Che rafforza, come si diceva in apertura, la sua analisi con riferimenti mirati alle lettere e alle opere filosofiche di Nietzsche; ma anche, più inaspettatamente, nella poesia Da alti monti, pubblicata come Epodo dell’opera Al di là del bene e del male. È in questi versi che la solitudine, trasfigurandosi negli elementi atmosferici, mostra tutta la sua carica di maledizione e contestualmente di raccoglimento, quale esito ormai inevitabile della propria esistenza: «Imparai ad abitare / dove non abita alcuno, in desolate regioni da orsi, / più forse non seppi uomo e dio, maledizione e preghiera? / Un fantasma divenni che sui ghiacciai va?». Non sembra invece avere i contorni di un fantasma, non fosse altro che per le due lacrime che ne rigano il volto, il ritratto di Nietzsche riprodotto in copertina, opera di Valerio Adami, uno degli esponenti più prestigiosi del panorama artistico contemporaneo. Nel dialogo tra Adami e Bracco, che chiude il volume, troviamo un’ultima riflessione che parte proprio dai colori del dipinto: «Sembra che la solitudine di Nietzsche si riverberi all’esterno e la desolazione del paesaggio si riverberi in lui»: e così la distanza dalle relazioni umane pare capovolgersi in un battito all’unisono che unisce chi percorre il sentiero della solitudine e la terra che ne accoglie i passi.

Stefano Savella

“Sirena” di Giorgio Doveri

Tre generazioni a confronto. La prima è quella di Uccio, pescatore al porto di Tricase, ottant’anni sulle spalle e ancora un’energia invidiabile con cui andare per mare ogni giorno. La seconda è quella di Maddalena, ragazza salentina che nel 2000 si trova a Roma per studiare all’Accademia di Belle Arti e vive con altri coinquilini nel quartiere di San Lorenzo insieme a Lisa, al toscano Francesco e ad Amadou. La terza generazione è quella di Marina, figlia di Maddalena, che da Tricase decide una notte di partire da sola per la Turchia, dopo aver avuto tra le mani una lettera che le rivelava le sue origini.

Sirena, romanzo d’esordio di Giorgio Doveri (MusicaOs editore, pp. 184, euro 13), racconta l’intreccio di queste tre protagonisti in una storia che attraversa le generazioni nello stesso modo in cui attraversa il mare, e non un tratto di mare qualunque. Il canale d’Otranto è solcato nelle prime pagine del libro da Adam e Yardim, fratelli curdi fuggiti dalla Turchia nel 1985 diretti in Italia. Lo stesso canale d’Otranto, molti anni dopo, è percorso in direzione opposta da Marina e dal suo bisnonno Uccio, salito a bordo in extremis con la sua Apecar e all’insaputa di sua nipote. Dentro quelle acque, tra quelle onde, tra i resti di migranti che hanno perso la vita nei naufragi, ci sono anche le tracce di una storia familiare complessa, che unisce le due sponde del Mediterraneo in una storia di silenzi, di separazioni dolorose ma soprattutto di speranza.

Doveri, nato in Toscana trentanove anni fa ma residente da molti anni in Salento, suona il violino nel gruppo degli Officina Zoè; e la loro musica si adatterebbe bene quale colonna sonora di una storia come questa, che vede confondersi e mescolarsi parole, culture, ma anche colpe e perdite dolorose. Ma che soprattutto ci ricorda la presenza di generazioni diverse unite nel desiderio di riconoscere le proprie origini, scavalcando ostacoli sociali e familiari: «L’Uccio che saluta sua nipote [Maddalena] al porto è lo stesso Uccio che quindici anni dopo si trova sul bus con la sua bisnipote Marina, in arrivo sulla grande piazza Taksim a Istanbul: il viaggio è andato liscio. […] Passeggiando sul ponte che li porterà sull’altra sponda della città, i due non restano indifferenti a quei volti, a quella lingua e ai musicanti che incontrano».

Stefano Savella

“Mùtilo” di Marco Vetrugno

Egon Schiele, di cui è riportato in copertina il dipinto Prediger (1913), e Edvard Munch, la cui Madonna (con spermatozoi e feto) è collocata bene in vista nell’allestimento scenico, sono i numi tutelari di Mùtilo, monologo teatrale scritto da Marco Vetrugno e pubblicato da MusicaOs (pp.68, euro 8). Un’opera che prosegue la ricerca sulla parola di Vetrugno che era continuata con la raccolta Proiettili di-versi e che ora si spinge sul versante della scrittura teatrale. E tra pochi giorni, sabato 24 giugno, Mùtilo arriverà anche a Roma, presso il Caffè letterario Mameli27 (con la messa in scena a cura di Davide Morgagni).

Anche in quest’opera di Vetrugno il corpo è ben presente al centro (è il caso di dire) della scena, addirittura fin dal titolo. Mùtilo, protagonista e voce del monologo, è un uomo «in bilico», che osserva il mutamento del proprio corpo: prima all’interno («Il materiale inorganico / che confluisce nella  mente / incide il percorso / scarnificando l’intero corpo»), poi all’esterno, con l’amputazione in scena di entrambe le mani, i cui moncherini vengono coperti da guanti neri. Ma, come nelle opere precedenti di Vetrugno, il corpo è uno strumento utile ad affrontare il «gioco infernale della vita» scavando dentro sé stessi, nel proprio passato, in ciò che è stato: «nessuno si è mai accorto delle mie implosioni».

La pubblicazione raccoglie, al termine del monologo, anche uno scritto di Alfonso Guida da dietro le quinte: e il poeta lucano offre la sua lettura dell’opera di Vetrugno: «Mùtilo è uno che ha perduto definitivamente la poesia? Tutte le forme di poesia? Il disincanto è negativo. Mùtilo si nutre di sacralità, idolatrie, immagini incastrate, incastonate, immerse. Mùtilo obbedisce al solo scavo interiore, riportato in superficie sottoforma di sangue, vomito, crudezze. Linguaggio violento e congiunto. Come cardini congiungono porte invisibili. Come punti cardinali orientano i solissimi frequentatori dei ‘nonluoghi’. […] La carne ha subito tagli. La sua poesia non è morta». E ancora: «Non è la malattia. Scrivere, per Mùtilo, è la necessità. Scrivere è un atto di fuga. Scrivere non basta. Non può redimere. Scrivere è di chi sa che porrà fine. La scrittura si chiude con un punto. È una sensazione di non-vittoria. Ma non-vittoria su cosa? Sulle “voci”? Sulla società che reclude ed è induzione al suicidio, se è vero che l’uomo vive tra i suoi simili e i rapporti di umanità lì si innescano. Mùtilo è dei nostri giorni e di ogni giorno. Mùtilo mette in guardia. La scrittura è celebrata come la veglia antifonaria del Qoelet: Vanitas Vanitatum».

“Paso” di Lino De Venuto

Pier Paolo Pasolini non era soltanto un poeta, scrittore, editorialista, regista e drammaturgo. Era anche un grande appassionato del calcio: da giocatore, da spettatore, da tifoso. Si tratta di un aspetto noto a coloro che hanno studiato a fondo la personalità e la biografica dell’intellettuale friulano; ma di cui si è talvolta sottovalutato l’importanza, declinandolo a passione per lo sport più in voga nelle borgate romane. Niente di tutto questo: Pasolini conosceva e praticava il calcio con fervore, al punto da farne riferimento nei contatti epistolari con altri intellettuali del suo tempo, da frequentare assiduamente lo stadio Olimpico di Roma (pur restando accanito sostenitore del Bologna), da abbandonare un campo da gioco se i suoi compagni di squadra lo ignoravano troppo a lungo.

Libri sulla relazione tra Pasolini e il mondo del calcio ve ne sono già in commercio; più interessante è semmai l’accostamento di questa relazione a un testo teatrale originale, che permette di inserire la passione di Pasolini per il calcio in un contesto più ampio, non soltanto a riguardo delle frequentazioni dell’intellettuale friulano, ma anche operando un complesso lavoro sulla lingua da utilizzare. È questo il risultato finale di Paso, opera teatrale del barese Lino De Venuto, pubblicata a stampa per la casa editrice Gelsorosso (pp. 120, euro 12). Un’operazione editoriale interessante e completa: perché non si limita a proporre il testo teatrale, ma lo fa precedere da due ampie introduzioni dello stesso autore che contengono numerose notizie e imperdibili aneddoti sul ruolo che il calcio ha avuto nella vita giovanile dello stesso De Venuto (giocatore per alcune squadre della serie C e dei campionati minori fino alle soglie dei trent’anni, quando abbandonò i campi in erba e in terra battuta per dedicarsi esclusivamente al teatro) e anche di Pasolini (si vedano, su tutte, le lettere indirizzate al poeta Vittorio Sereni, le parole contro Helenio Herrera accusato di filo-franchismo, il rapporto con alcuni calciatori del tempo come Fabio Capello e Giacomo Bulgarelli).

Ma il cuore del libro è certamente rappresentato dal testo teatrale. Paso è ovviamente Pier Paolo Pasolini, qui indicato con un nome che sembra quello di un calciatore della Selecao brasiliana. Al suo fianco, compaiono Laura Betti, i ragazzi di vita delle borgate romane, intellettuali, calciatori di Casarsa, e soprattutto studenti, attraversando stagioni diverse della sua vita: la giovinezza in Friuli, l’approdo a Roma, il rapporto con la politica e con gli intellettuali. De Venuto dà voce a Pasolini ma non soltanto a lui, lavorando con attenzione alla lingua utilizzata dai protagonisti. Come scrive lo stesso De Venuto: «Sono uscito dal panico e dal caos iniziali, comincio con fatica ad assemblare qualcosa, la drammaturgia al di là della sua struttura non potrà prescindere anche dall’uso del dialetto di Casarsa, catturo alcune espressioni dialettali delle poesie giovanili, potrebbero far parte integrante del testo […] E il romanesco (con la tradizione linguistica del Belli) mette a fuoco la vita delle periferie romane, la vitalità chiassosa dei ragazzi di vita».

 

“Il mare traverso” di Antonio Rolli

Le frontiere del mare non hanno muri, né i muri presenti sulla terraferma hanno il potere di fermare l’afflusso di persone che intendono raggiungere una meta su scafi di fortuna. Le imbarcazioni dirette in Europa, da tempo, non arrivano più direttamente nei porti greci o italiani: navi della Marina militare, di altre nazioni europee o di organizzazioni non governative hanno oggi il compito di traghettare chi cerca di mettersi in salvo nel Mediterraneo. Eppure non sono lontani i tempi in cui a operare nelle azioni di salvataggio erano, prima di ogni altro, gli stessi pescatori che solcavano ogni giorno quelle acque. Attorno alle figure di alcuni di questi uomini si sono costruite produzioni cinematografiche, artistiche, talvolta addirittura leggende.

Oggi si tende a dimenticare il ruolo che uomini semplici e di inaudito coraggio hanno svolto nei salvataggi in mare degli ultimi ventincinque anni poco oltre le coste italiane. Per questo motivo, una storia che ha per protagonista un uomo di mare che si ritrova, con le sue sole forze, a salvare vite umane è oggi quanto mai necessaria: ed è ciò che ha realizzato – affidando peraltro al protagonista anche una passione smisurata per i libri – il giornalista Antonio Rolli nel suo romanzo d’esordio Il mare traverso (Besa Editrice, pp. 84, euro 12). L’uomo di mare della narrazione si chiama Giuseppe Leonetti e, per la verità, lavora nella sua libreria nel centro di Lecce, in via dei Mille. La sua storia incrocia però presto quella di Francesca, una ragazza che deve raggiungere a Candia, sull’isola di Creta, il giovane di cui è innamorata, Nisrin, siriano non vedente e accolto in un convento di Aleppo prima di fuggire dal suo paese.

Un’inedita Lecce innevata e sferzata dal vento di tramontana si alterna nel romanzo al viaggio di Nisrin dalla Siria alla Turchia, e quindi alla Grecia. Giuseppe e Francesca, invece, prenderanno il largo da San Foca a bordo del Cygnus, l’imbarcazione usata dal libraio per le sue uscite in mare aperto. Ma l’incontro con Nisrin non avverrà secondo le previsioni: un imprevisto, la presenza di scafisti senza scrupoli, la responsabilità di salvare una bimba, Hanan, affidata dal padre – un militante delle forze armate curde – proprio a Nisrin, cambieranno la vita di Francesca. E anche quella di Giuseppe, che del resto già lo immaginava, come scriveva nella lettera lasciata nelle mani di Tonino, panettiere e narratore: «Fare questo viaggio mi ha guarito. Ci ha guarito. Ci ha guarito da quel cinismo raggelante che ci incartoccia come la stagnola dorata di costosissimi cioccolatini preclusi ai più. Ci ha guarito dalla paura che segna i nostri giorni […]. Ci ha guarito, soprattutto, dalla solitudine che ci rende infelici».

Stefano Savella

“Colpevoli” di Annalisa Graziano

Tra i volumi dedicati al mondo del carcere, insieme al già segnalato Reclusi di Anna Paola Lacatena e Giovanni Lamarca, va annoverato anche Colpevoli. Vita dietro (e oltre) le sbarre di Annalisa Graziano (edizioni la meridiana, pp. 196, euro 15,50). L’autrice, foggiana, è giornalista professionista. Laureata in Lettere Moderne, con un master in Scienze della Comunicazione, è la responsabile della Comunicazione e referente del “Tavolo carcere e volontariato” del CSV Foggia. Nel 2016 ha realizzato il reportage sul mondo penitenziario “L’altra possibilità”. Collabora con riviste di settore e lavora in un quotidiano locale. È assistente volontario del carcere di Foggia.

Come scrive don Luigi Ciotti nella Prefazione, non basta parlare solo di legalità. «Il rispetto delle leggi è importante, ma non garantisce la sicurezza se manca il suo presupposto fondamentale: la giustizia sociale, cioè l’opportunità, per ogni persona, di vivere una vita libera, responsabile e dignitosa. Necessario è allora mettersi in gioco perché il carcere cessi di essere in molti casi una “discarica sociale”, la destinazione di chi non ha i diritti previsti dalla Costituzione, dall’altro perché la pena diventi uno strumento di inclusione, come sempre prevede la Costituzione. A beneficio non solo delle persone detenute ma di tutti noi, se è vero che laddove il carcere è riuscito in questa funzione, il tasso di recidiva, la possibilità che le persone ricadano nel crimine, è stato drasticamente ridotto».

Questo lavoro nasce da una lunga chiacchierata con il direttore della Casa Circondariale di Foggia, Mariella Affatato. Dopo l’esperienza della mostra e del volume fotografico “L’altra possibilità. Reportage dal mondo penitenziario”, spiega Annalisa Graziano, «ho pensato di raccontare la vita e le vite dentro. Colpevoli è un viaggio nelle sezioni dell’Istituto Penitenziario foggiano, tra le celle, le aule scolastiche, i passeggi, nella cucina e in tutti i luoghi accessibili. È, soprattutto, la rivelazione delle storie che ci sono dietro i nomi e le foto segnaletiche cui ci hanno abituati la cronaca nera e giudiziaria. Non solo rapinatori, omicidi, ladri e spacciatori, ma anche uomini, padri, figli e mariti con storie che nessuno aveva ancora raccolto».

“Strade negre” di Davide Morgagni

Una Roma che «sembra una cagna in mezzo ai maiali», come cantava Francesco De Gregori in Viaggi & miraggi, è lo sfondo perfetto per un romanzo che affronta la crisi del lavoro precario, la solitudine esistenziale dei giovani, la confusione e il caos che regnano nelle grandi metropoli contemporanee. Uno scenario cupo che si riflette in tutto ciò che ci circonda attraverso una caratteristica, la “negritudine”, attribuita a cose, parti del corpo, elementi di diverso genere. È ciò che avviene, come recita il titolo stesso del romanzo, in Strade negre (MusicaOs, pp. 184, euro 12), secondo libro di Davide Morgagni, autore, regista e attore teatrale leccese, che segue la pubblicazione nel 2014, sempre per MusicaOs, di I pornomadi.

Delle due parti di cui si compone il romanzo, la prima è quella in cui Roma, città in cui il protagonista di questa autofiction si trasferisce dalla Puglia, emerge con potenza attraverso odori, luoghi, situazioni: un autobus affollato, un barbiere nordafricano, le strade del Vaticano confondono spazi diversi a sensazioni apparentemente distanti, in realtà unite dalla solita, omologante e agglutinante negritudine: «Roma è solo un’idea, l’Idea di Roma, uno sbadiglio, una bestemmia, una parola scritta al contrario, ah Roma è una città dell’India, una lingua ripiegata su se stessa coi suoi organi accartocciati in rovina, coi suoi organi e apparati arrapati ripiegati nel soffocamento pubblico».

Ma non c’è solo questa Roma intimamente pasoliniana, brulicante e esasperata e bulimica e sovraeccitata, e non ci sono soltanto le sue strade negre. Ci sono anche Lecce, Parigi, e c’è tutto un mondo di personaggi e personaggi provenienti da tutto il mondo, ragazze couchsurfer ospitate dal protagonista e dall’amico Gigi con poco nascosti secondi fini: «la fica che ci salverà dagli inganni e dai sospetti, che ci salverà da questa depressione del cazzo, la grande fica mistica, la fica negra, la fica amara, la fica degli alleluia, la fica e nient’altro». Personaggi che popolano un «romanzo visionario, perché totalmente incollato alla superficie febbrile di ciò che descrive, attuale e immanente, perché racconta la realtà e la crea mentre essa stessa accade sotto i nostri occhi».