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“Assonanze Notturne e altri racconti” di Lorena Liberatore

Assonanze Notturne e altri racconti (Messaggi Edizioni, pp. 126, euro 15) è il titolo di un lavoro e insieme una dichiarazione d’intenti della poliedrica Lorena Liberatore. In quest’opera i cui echi sono richiami all’essere, l’autrice dispone su pagine le linee scure e marcate come note musicali in forme, colori di sottile asprezza, mimetizzata da offerte di delicata eleganza. I suoi racconti appaiono come sassolini o fiammelle, sussurri sui sentieri smarriti dall’anima che, destatasi in un bosco “d’adulte sagome”, avvia un confronto tra l’immaginato e l’inimmaginabile.

Una costellazione di tracce fiammanti, di sperimentazioni che vanno dalla commedia al noir; groviglio di vene e arterie volte verso la polare incastonata nelle volte altissime della notte, nei percorsi mentali e misteriosi che appaiono all’imbrunire.

Sono impasti di riflessioni filosofiche luminanti, per quanti intendono mettersi in viaggio e attraversare gli inferni delle proprie ombre, setacciando negli inchiostri neri: ricerca di nuove assonanze con realtà.

Attraverso questi racconti ritroviamo il fiabesco affilato che, nel fendere l’indecifrabile, squarcia i veli del confuso e libera musicalità seducenti, quasi scie di profumo ondeggiante nelle maree oscure del cuore. Nella bruma dell’apparente “l’Odisseo lettore” trovasi a navigare in surrealistiche situazioni erotiche e così il miraggio favoloso seduce il suo inconscio, lo estrapola dalla ritualità svuotata del quotidiano, lo allontana dall’offuscante dinamicità delle contraddizioni umane, ponendolo in una posizione privilegiata dell’ascolto nel quale, piroettando, ritrova i semi dell’umanità errante.

Questi scritti strizzano l’occhio disincantato al pellegrino nel deserto, alla ricerca della fonte delle idee, per il quale ha tasselli d’arte compiuta del vivere la libertà troppo spesso anestetizzata, assediata da ostilità rumorose. Un libro, quello della Liberatore, come consecuzione di narrazioni eleganti su binari che sobbalzano fantasticamente per giungere a un rapporto catartico, ovvero di purificazione d’anima e corpo da consegnare alla magia della bellezza.

Salvo Jethro Brifa

“Vento nel Vento. Dieci anni di Lucio e Giulio” di Fulvio Frezza

“La vita, spesso, si diverte a costruire melodie perfette”, scrive Fulvio Frezza nel suo bel libro Vento nel vento (Florestano Edizioni, pp. 120, euro 12): un modo davvero originale di raccontare Lucio Battisti e il suo incontro con Giulio Rapetti, in arte Mogol. L’amicizia e l’affinità artistica tra i due è stata, forse, una di quelle melodie perfette, che nascono con la timidezza della sperimentazione, esplodono nella genialità della simbiosi creativa, tramontano in silenzio, “come la neve che non fa rumore” direbbe Battisti.

Frezza racconta in modo inedito l’incontro tra i due artisti, e nel farlo riannoda il nastro degli anni Settanta, ricordando gli eventi sociopolitici di quegli anni. È il 1969, Richard Nixon viene eletto presidente degli Stati Uniti; Enrico Berlinguer, vicesegretario del Pci, critica apertamente l’invasione russa in Cecoslovacchia. In Italia viene abolito il reato di adulterio. È l’anno in cui Battisti attraversa a cavallo mezza Italia, da Milano e Roma, con il suo amico Mogol. Da quel viaggio, un po’ anacronistico, nasce Emozioni, una delle canzoni più note della loro produzione.

È questa la prima chiave di lettura del libro: mentre la società vive il fermento di una continua evoluzione, politica, culturale e sociale, quasi con la volubilità di un adolescente insoddisfatto, la storia personale di quell’incontro sembra battere un altro tempo. I due amici prima si scrutano, poi si avvicinano, quindi si trovano, e infine si completano. C’è lui, Lucio Battisti, un ragazzo timido, certo non privo di autostima, e c’è Giulio, personalità forse più complessa, che diventerà il paroliere di fiducia e il miglior amico dell’artista.

Quella di Vento nel vento è un’operazione difficile e originale: Frezza sa che, per ricostruire la storia di questi due giganti della musica italiana, non basta raccontare le loro vite, serve altro. La ricerca parte proprio dai versi e dalle melodie delle loro canzoni, spesso frutto di dissidi interni. “Che ci faccio con questi la mi re che si ripetono all’infinito?”, chiede Mogol a Battisti, che invece, da parte sua, reclama la predominanza della musica sul testo.

Con il tempo la vita suggerisce ad entrambi strade diverse. Battisti, a poco a poco, si allontana, prima da Mogol, poi anche dal suo pubblico. Lo fa rintanandosi dietro le quinte della sua vita privata, in quell’intimità così gelosamente tenuta al riparo dai riflettori. Frezza racconta quel passaggio dell’artista, dalla luce all’ombra, dall’apoteosi del successo al ritiro dalle scene, quasi con un velo di malinconia.

La seconda chiave di lettura del libro è nei continui parallelismi musicali. Ogni capitolo, infatti, parte da un celebre disco di Battisti, per trovare quasi una sponda nella musica classica. Couperin, Stravinskij, Bach si alternano al piano con Battisti. Così, la nostalgia per un’infanzia felice e innocente che ritroviamo ne La canzone del sole, è la stessa che sembra aver ispirato, un secolo prima, Johannes Brahms nella sua Ninna Nanna. Anche gli esperimenti di Battisti sull’utilizzo dell’elettronica, in una versione meno conosciuta de Il nostro caro angelo, sembrano fare eco alle costruzioni musicali ripetitive di Philip Glass, che in quegli anni registra il suo monumentale Musica in dodici parti.

Ma gli incroci musicali, nella penna di Frezza, non sono finiti. Ogni paragrafo è introdotto dai cosiddetti “imperdibili da riascoltare”: tre best seller della musica di quegli anni, accuratamente selezionati dall’autore.

Un consiglio, infine, a chi leggerà le belle pagine di Vento nel vento: prima di iniziare la lettura di ogni capitolo, si può creare una piccola playlist in cui inserire uno degli “imperdibili” suggerito da Frezza e subito dopo la canzone di Battisti a cui quel capitolo è dedicato. Dopo aver costruito questa piccola scenografia musicale, sembrerà di vivere fino in fondo il contesto che ha accompagnato ogni singola creazione del duo Battisti-Mogol.

Roberta Massarelli

“ControCorrente. Tra Storia e Stile” di Lorena Liberatore

copertina con dorso per web

ControCorrente. Tra Storia e Stile (Messaggi Edizioni, 2018, testo con immagini fotografiche a tema ideate e realizzate da Maria Campanelli con l’aiuto di Pietro Defrenza, pp. 62, euro 10,00) è il titolo di un lavoro per il teatro di Lorena Liberatore, ispirato alla vita di Coco Chanel.

Uno spettacolo fluido che è invito a guardare verso l’alto, anzi lontano, in un futuro ignoto, senza lasciarsi prendere dallo sgomento; un invito a immedesimarsi nella piccola Gabrielle Bonheur Chanel, ovvero Coco Chanel che contemplando il cielo ombroso sa riconosce nelle stelle il sentiero del suo destino, la costellazione dello zodiaco: di realizzazione contro ogni apparenza di brutta fine già enunciata.

Tutto il lavoro è un inno alla forza, un invito a mettere a fuoco i propri sogni senza lasciarsi spaventare dal buio o dalle chiusure mentali di troppi esseri saccenti, che guardano dall’alto della loro esperienza e vogliono insegnare ciò che è giusto e sbagliato, incapaci di mettere a fuoco un tempo, il presente che è invece cambiato. E così Lea, che sta scrivendo una tesi sulla vita della stilista (piuttosto che sul suo stile innovativo, capace di ridare sobrietà alla donna senza rinunciare alla raffinatezza) si trova prigioniera in un “caffè concerto”, in quanto la sua collega Cathrin, credendola ormai fuori dal locale, spegne le luci e la lascia dentro, al buio.

La studentessa trasforma quell’incidente in un grembo d’immaginazione, in un’occasione per mettere ordine nel suo lavoro. Lea tornando ai tavolini, sui quali sono sparsi libri, fogli di appunti e cd, può ricomporre i propri pensieri divenendo spettatrice tra spettatori, ed evocatrice del passato di una donna da comprendere tra i modelli di abiti in un atelier di moda, dove la verità sulla sua vita vera e l’immaginazione si confondono con creatività nelle trame del passato, in un gioco divertente tra il troppo e il poco, il superfluo e il necessario, nascosto tra le note di una fisarmonica malinconica e una cantante.

È un viaggio nella vita, non nella naftalina, una spoletta di riflessioni sul modo di essere e apparire, sul vestito come specchio di personalità. Coco Chanel è il simbolo di coraggio e indipendenza, la Donna che ha saputo trovare nella scuola dell’esistere il bandolo per tessere l’abito nuovo a un mondo che sbuffa e desidera inconsciamente un abbigliamento originale che risponda ai bisogni di dinamicità, ed eleganza. Lorena Liberatore mette in scena il sogno assetato di opportunità e lo contrappone a cori di angeliche voci su pentagrammi d’amarezza.

Ci sono sempre persone che rievocano il passato con acidità e avocano a loro meriti, gli stessi che ci ricordano chi siamo e da dove veniamo, ma la lezione di Coco Chanel è nel volere, fortissimamente volere andare oltre, rielaborando ogni cattivo ricordo in una opportunità costruttiva: la forza repulsiva in quella di attrazione!

I rapporti catartici con suor Claire, ben rappresentati, sono l’espressione graffiante della rielaborazione della sofferenza di una donna guardinga come una leonessa che non dimentica il dolore, ma lo sublima e fa dell’esperienza radice gingilli di ricordi evanescenti di povertà e solitudine, superati e usati per disegnare una borsetta, invidia dei “docili squali”. Perciò il passato che segna profondamente, tornando irritante con le vocali di un’amabile istitutrice-cameriera-serva si traduce con passionalità nell’ago pungente che desta a visioni aperte, e forbice che sa dare un taglio a ciò che è vecchio, consunto, svuotato, dal quale si decolla costruttivamente.

Piero Fabris

“Intuizioni” di Gian Paolo Roffi

Intuizioni. Copertina 1-778013

CentodAutore è una collana fondata da Oronzo Liuzzi e Rossana Bucci sul finire del 2014 per le edizioni Eureka dell’omonima associazione culturale di Corato. Il proposito di Liuzzi e Bucci è significativo; la poesia, edita in sole cento copie, numerate e firmate, ritrova un senso nell’operazione editoriale messa in piedi dai due poeti e poeti visivi in quanto la parola, restituita al fare, torna a fare esperienza di sé attraverso una militanza che oggi scarseggia. Ogni pubblicazione presenta, infatti, interventi manuali in copertina, realizzati dai rispettivi autori di ogni volume, caratterizzando ogni singola uscita per l’originalità e manualità della copertina che va a rendere unica ogni copia, permettendone la circolazione oltre che come libro di poesia, come opera di poesia visiva. In questi anni l’attività della collana CentodAutore si è distinta per la linea editoriale rigorosa, pubblicando autori, secondo quanto afferma il poeta e critico Giorgio Moio, «in base alla qualità, meno per il nome», affiancando, a poeti navigati dello scenario nazionale, nuove proposte; una serie di autori, dunque, che in linea con la militanza della collana tentano l’azzardo rifiutando l’atteggiamento pacificato e stagnante di questi anni.

Uscito nel mese di gennaio 2018, Intuizioni rappresenta la nuova fatica letteraria di Gian Paolo Roffi, poeta, poeta visivo, performer, poeta sonoro, autore di libri oggetto. Il libro, suddiviso in “Premesse” e “Intuizioni” con nel mezzo tre “Sequenze”, presenta i tratti edificanti la ricerca dell’autore bolognese; una poesia essenziale, frantumazione del verso, l’andamento minimale che si fa veicolo di una visione di protesta. Di formazione letteraria, Roffi porta avanti una ricerca incentrata sul frammento sia in poesia lineare, sia in poesia visiva, frantumando la regolarità del discorso, ma agendo in maniera fredda e meditando la protesta civile attraverso lo statuto coscienziale della poetica. È lo stesso autore, nella sua “Nota di metodo e di merito”, a delineare alcuni degli assi portanti della raccolta, individuando nel tema dell’intuizione il momento centrale della poetica, dove all’intuizione improvvisa segue l’appunto, rapido, poi sottoposto, in un secondo momento, alla messa a fuoco e allo sviluppo «sotto la lente d’ingrandimento della riflessione» (Roffi, p. 2). L’intuizione è innanzitutto sviluppata da Roffi nell’ottica di una riflessione su sé e sul mondo; ma ciò che rappresenta l’autore, come avvio della riflessione in generale, è prima di tutto un discorso sull’«immagine di sé come “altro da sé” da osservare» (Roffi, p. 1).

Il lavoro è, dunque, un lavoro sul linguaggio come riflessione sul mondo e sulla propria persona, ancora, frantumata ed espressa nel linguaggio stesso. Le cose materiali sono precarie e ogni “intuizione” finisce con l’essere una meditazione sullo stato del tempo, della storia e della società. Il presente, inafferrabile, è per Roffi espressione di una condizione patologica della vita: «Il poeta osserva le scatole dei suoi medicinali e medita sulla condizione patologica della vita. / leggere glicemia      colesterolo / è come leggere d’altro        o di altri. / parole senza suono / segni labili     / tracce / di segrete minacce» (p. 23). La minaccia rappresentata dal dover ricorrere ai medicinali si fa esperienza dell’altro da sé, del corpo estraneo che insidia la vita, l’esperienza quotidiana, condizionandola. Queste parole della malattia, delle malattie, accerchiate nell’uso quotidiano dei medicinali, risultano senza suono, segni labili, poiché avverse alla vita e alla sua sonorità che è ritmo, verso, spazio di intervento, pratica, azione e durata, segno le cui tracce respirano. Il lavoro sulle “tracce” è per Roffi spazio di intervento sulla pagina, oggettivazione di un senso in quanto prolungata ricerca di una forza eversiva plurale; da un lato, infatti, la spaziatura diventa corpo e senso di un vuoto, sì esistenziale, del vivente, ma anche momento privilegiato di una produzione successiva che ha nell’isolamento della parola la messa in rilievo di un tono, di un segno, di un dato elemento che restituisce l’autore al luogo dell’alterità. Questi segni, allora, diventano segni “di altri”, passaggi sulla pagina a cui «un insieme di vuoti      ai quali prima / il contenuto prestava la forma». La freddezza, ancora, dello stile minimale è valicata dalla postura visiva che nelle pratiche dell’autore persiste; dalla poesia visiva al libro oggetto, fino alla poesia lineare, Roffi insiste sulla centralità del vedere come modus operandi della sua linea poetica. Lo sguardo posato sul display digitale dell’auto, poi sulle bottiglie vuote, sui titoli di libri su una bancarella, un film francese o la Parthenocissus quinquefolia sono solo alcuni dei momenti privilegiati della visione trasformati in poesia e che permettono il superamento dell’essenzialità fredda dello stile nella coloritura esistenziale.

Francesco Aprile

“Sempre verso Itaca” di Bianca Sorrentino

Il mito antico non ha mai smesso di esercitare il suo richiamo culturale, ma anche il suo fascino di storie senza tempo. Il mondo contemporaneo ha anzi affidato al mito, attraverso i suoi personaggi e i suoi racconti, il compito di essere rappresentato in numerosi e diversi contesti: su tutti, la letteratura e le arti, da sempre strumenti privilegiati per la riproduzione dei miti. Sul rapporto tra Mito classico e poesia del Novecento già nel 2016 aveva visto la luce un’utile e ben studiata antologia a cura di Bianca Sorrentino; la stessa autrice ha ora ampliato la propria ricerca, affidando a una nuova pubblicazione, Sempre verso Itaca. Itinerari tra mito e riletture contemporanee (Stilo Editrice, pp. 164, euro 14), l’approfondimento di altri percorsi tematici al cui interno mito antico e mondo contemporaneo dialogano senza soluzione di continuità, attraverso testi della letteratura internazionale provenienti quasi da ogni angolo del pianeta.

Come scrive Claudio Schiano nella Postfazione, infatti, la sfida principale lanciata dall’autrice ai lettori è «di seguirla in una indagine […] anche attraverso la duratura sopravvivenza del mito stesso, rivestitosi nei secoli di mille significati diversi». Significati in gran parte originali, talvolta dichiaratamente ostili a quella che ancora Schiano definisce «una visione rasserenante del mito antico». I percorsi tracciati da Sorrentino, che attraversano gli otto temi del viaggio, della memoria, della verità, della condivisione, della poesia, del lutto, del ravvedimento e della ricerca, tendono a incontrarsi proprio su questo punto: la ricchezza e la varietà dei richiami al mito nella letteratura contemporanea non si adagiano su un terreno già preparato dai testi letterari delle epoche precedenti, ma si avventurano in territori poco o per nulla esplorati, che pongono il mito in diretta connessione con le grandi questioni della contemporaneità: la libertà dalle dittature, la ricerca della propria individualità, gli slanci verso l’affermazione di una propria autonomia rispetto alle convenzioni esterne.

Dai Dialoghi con Leucò e dalla poesie giovanili di Cesare Pavese, alle opere di Valeria Parrella, passando per l’Enea di Caproni e la Cassandra di Amelia Rosselli, non mancano i riferimenti alla letteratura italiana (con un’incursione cinematografica nel caso dell’Edipo Re di Pasolini e finanche nella graphic novel per il Poema a fumetti di Dino Buzzati con una rivisitazione del mito di Orfeo e Euridice). Ma, come per il precedente Mito classico e poesia del Novecento, l’abilità dell’autrice è quella di recuperare vere e proprie gemme della letteratura internazionale, inserendole all’interno dei percorsi tematici: è in fondo questo il senso della «mappatura di un materiale titanicamente indomabile» segnalato da Francesco Paolo Del Re nella sua Prefazione al volume.

“Allora scarabocchio versi al cosmo”: “Lampi di verità” di Donato Di Poce

QdB - La Copertina Z - Donato Di Poce

Primo titolo dato alle stampe nella collana di poesia “Z”, diretta dal poeta e critico Nicola Vacca per iQdB Edizioni di Stefano Donno, Lampi di verità (ottobre 2017) di Donato Di Poce, articolato in due sezioni – la prima dà il titolo alla raccolta, la seconda è intitolata invece “Lampi di bellezza” – si presenta come un volume il cui intento civile è riassunto, fin dal titolo, nell’immagine del “lampo”, la quale appare costitutiva della creatività dell’autore. Di questa cifra stilistica, la sintesi energica che l’immagine del “lampo” propone è perfetta esegesi. Di Poce, nato a Sora (Fr) nel 1958 e residente a Milano dal 1982, è poeta, critico d’arte, fotografo, scrittore di aforismi, poeta visivo, autore di libri d’artista, trova nella sintesi espressiva quella linea comune alle diverse azioni creative praticate, tale da far risultare la raccolta poetica “Lampi di verità” giustapposta alle diverse vie del suo operare. I lampi evocati dall’autore sono lampi di verità che si allacciano idealmente al costrutto poetico della seconda sezione, dove si assiste al trapasso dell’idea stessa di verità in quella di bellezza come cura alle brutture del mondo. Di questa bellezza, l’altezza del cielo, al quale tendere lo sguardo anche solo per la visione del lampo, appare collegata all’idea di verità al punto da richiamare la tradizione platonica del mondo delle idee. In Di Poce, come nella teoria platonica, il vero, il buono e il bello viaggiano assieme, colti dal poeta nella matrice dell’esistenza, accompagnano le sue parole come motivi centrali della poetica. L’ideale di bellezza raccontato dall’autore è quello di una natura che è colta in opposizione al mondo metropolitano (Che ne sanno le rondini metropolitane / del lento volteggiare dell’aquila / che si fionda improvvisa / su una vipera sbucata dai sassi / e l’artiglia in volo trionfante?); questa natura, lungi dall’essere ridotta a copia di una qualche idealità, svincola il discorso poetico dalla teoria platonica e appare, invece, “madre” di quel principio tanto caro all’autore, quella creAttività che nell’azione rivela il suo respiro migliore. Questa azione non è necessariamente impetuosa, e non ha a che fare in maniera totalizzante con un sublime, sia esso matematico o dinamico, che atterrisce; l’azione della natura è movimento costante, ma anche lento ed ha che fare con l’essenza dello scarto che nell’esperienza dell’uomo nel mondo attiene, o può attenere, ad un “resto”, ad un qualcosa di marginale eppure capace di produrre, realizzare, un cambiamento attivo in una porzione di mondo, costruendo bellezza. È a questo punto che la natura in Di Poce assume un valore critico, diventando denuncia, esperienza civile che consente in qualche modo di “discolpare” quelle generazioni avvinghiate alla tecnologia e incapaci di perdersi nel respiro del mondo, rivolgendo l’accusa ai “mercanti di solitudine”: «Oggi i bambini sono ipnotizzati / dai game-boy e play-station / non hanno mai guardato l’orizzonte / con gli occhi colmi d’infinito / non vedono l’erba sbucare dagli argini / e non pescano trote con le mani nei ruscelli. / Che ne sanno i mercanti di solitudine / dei sogni di queste rondini metropolitane?».

L’indagine dell’autore prosegue intrecciando natura e impegno civile; su questa linea è costruito il lavoro poetico che in apertura si presenta con gli omaggi a Pasolini e Mattei, scagliando invettive contro i soprusi perpetrati in nome del petrolio e di quell’idea di sviluppo capace di guardare all’efficacia strumentale, economica, e ridurre l’uomo a debito economico-esistenziale da spremere nelle sue accelerazioni emotive, ormai linfa vitale per le accelerazioni del capitale. Tuttavia in Di Poce emerge e trionfa una fede smisurata nell’arte e nella poesia tale da non rinunciare alla qualità del vivere “umano” che permette all’autore di non soccombere al respiro distopico di questi anni; resiste un certo grado utopico tale da consentire alla “visione” del mondo una progettualità di azione filtrata dal sogno, dal pensiero e dall’idea che «dalle grotte della conoscenza / usciranno i poeti del respiro / […] dalle officine dell’arte / verranno lampi di creatività / a indicarci i percorsi di verità / e ogni uomo sarà come la montagna / un grido di terra unanime / un respiro d’amore scavato nell’abisso».

Il tema dell’abisso va di pari passo, nella raccolta, a quello dell’urgenza poetica. La spinta creatrice è dunque urgenza sottolineata dalla data e dall’indicazione del luogo di scrittura (ad esempio un treno sulla tratta Trento-Milano) in chiusura di ogni singolo testo. Ogni testo è collocato nella contingenza della vita quotidiana che trova una continuità nella lunga serie di testi dedicati ad amici poeti e artisti; fra questi come dimenticare il compianto poeta, critico, editore Gianmario Lucini con il quale Di Poce sembra condividere l’impegno civile che trasuda dalla poetica oltre a quella verve sapienziale che traspare nell’operato dei due come moniti, sentenze che tracciano il discrimine fra un comportamento e un altro concorrendo alla costruzione di un edificio poetico che della denuncia dell’immoralità politica di questi anni ha fatto fondamenta solide. L’abisso, evocato anche in riferimento al vuoto montaliano che «dilania l’anima», a partire dallo statuto orientale che il concetto di “vuoto” assume in Di Poce appare colto non in una inaccessibilità conoscitiva, bensì come luogo conoscitivo per eccellenza. Questo vuoto taoista è compartecipazione col mondo, compenetrazione, «uno scarto di vita / per riempire di noi l’assoluto», luogo generatore di parola in cui il silenzio non è opposto a nulla, ma feconda, conduce a creazione. Questa compenetrazione uomo-mondo, vuoto-silenzio-parola è esemplificativa di quella tendenza che porta l’autore a intrecciare natura e esistenza umana, perciò la ricerca della verità assimila l’uomo al lampo «e come un asceta invisibile / un poeta ignoto a se stesso / ma complice del mondo / saprai riconoscerlo nel nulla che incombe / e traverserai la notte / come una spada di luce». Obiettivo centrale, però, della raccolta è quell’elemento che coniugando gli aspetti sinora esaminati comporta la definitiva presa di coscienza del poeta e il riconoscimento del ruolo della poesia che non aspira a cambiamenti immani nell’immediato, ma, come la natura, produce azioni e scarti che hanno un senso nella durata alfine di far diventare vita la storia «e la vita finalmente poesia». In questa posizione però l’autore si allontana da ogni tentativo di estetizzazione dell’esistenza e della persona, mettendo in opera quella compenetrazione uomo-mondo di marca taoista che è assunzione di responsabilità, non narcisismo.

Francesco Aprile

 

“Vie d’uscita” di Rita Lopez

Un tempo nel quartiere Libertà c’erano 11 sale cinematografiche, 3 solo su via Napoli. Tra queste c’era anche il teatro della chiesa del Santissimo Redentore. Questo maestoso e imponente spazio, dotato di palcoscenico e gradinate, di cui oggi resta soltanto lo scheletro, torna a rivivere nel libro di Rita Lopez, Vie d’uscita. Salvarsi con i Led Zeppelin, Bach e Nilla Pizzi (Florestano 2016, pp. 92, euro 10), nel racconto intitolato Il teatro nel cuore del Libertà. Negli anni ’70-’80 un gruppo di ragazzi del quartiere Libertà, che gravitava intorno alla chiesa del Redentore, armati di scope, stracci e detersivi, rimise a lucido quello spazio comune per realizzare al suo interno uno spettacolo e cantare alla presenza di familiari, parenti, amici e commercianti che avevano dato il loro contributo per realizzare il sogno di quei ragazzi di calcare per la prima volta un palcoscenico. La musica in quel teatro salvò molti dei giovani di Libertà dalla strada e li aiutò a sfuggire a delinquenza e degrado, in un quartiere estremamente popoloso e molto difficile. Il palco di quel teatro fu calcato allora da Gennaro Nunziante, residente nel quartiere Libertà, regista e sceneggiatore, ben noto al pubblico pugliese, e non solo, per i programmi di Toti e Tata e per i film di Checco Zalone, o da Gianni Ciardo, altro noto artista barese. Non è un caso poi che sia attiva oggi un’iniziativa di recupero e rivalutazione delle sale cinematografiche del Libertà, a cominciare dall’ex Arena Moderno di via Napoli (progetto ExpostModerno), nell’ambito del progetto di recupero urbano Pop Hub, per ridare vita ad un cinema “di quartiere” che oltre ad essere un luogo di incontro è anche un punto di riferimento culturale per la comunità.

Ma se il teatro del Redentore “salvò” alcuni dei ragazzi del Libertà, la musica rappresentò una via di fuga per gli altri protagonisti dei racconti di Rita Lopez: per Marianna, infaticabile operaia presso la Manifattura dei tabacchi, per Sara, adolescente costretta a portare un grosso fardello sul cuore, e per Davide, cresciuto tra le acciaierie di Taranto. Nei racconti trovano spazio anche i ricordi autobiografici dell’autrice: dalle lezioni del nonno alla pianola elettrica, alla prima opera gustata al Teatro Petruzzelli con zia Teresa, all’inizio dell’università a Roma. E tutte le vite dei protagonisti sono tenute strettamente insieme dalla musica: qualsiasi genere di musica, classica, rock o neomelodica, è per loro salvifica.

Piacevole e fluida è poi la scrittura della Lopez che ogni tanto cede il passo ad espressioni in dialetto barese che hanno il pregio di avvicinare ancor di più il lettore alla realtà dei personaggi presentati.

Il libro Vie d’uscita di Rita Lopez sarà presentato domani, venerdì 24 novembre, alle ore 10.30 presso la Teca del Mediterraneo – Biblioteca del Consiglio Regionale, per la rassegna “Building Apulia”, insieme al libro di Annatonia Margiotta Frammenti di vita pendolare (Edizioni Città Futura).

“preScrivimi un libro” di Angelo Urbano

prescrivimi un libro

La Biblioterapia è uno strumento psicologico che, attraverso la lettura e la scrittura, favorisce la cura di sé e la conoscenza di altri modi di pensare, di vivere e di essere. Questa tecnica si pone tra le applicazioni clinico-terapeutiche a più larga diffusione come strumento di auto-aiuto e di riflessione in situazioni di disagio psicologico e sociale. Rappresenta un atto di crescita, di ricerca della propria identità e valida risorsa in grado di affrontare particolari traumi o periodi di vita negativi condividendone i conseguenti vissuti emotivi. Leggere e scrivere, dunque, rappresentano una modalità efficace per prendersi cura di sé in quanto, nella loro diversità, i libri ci offrono differenti universi di significato, regalano benessere, sono una finestra sul mondo. Sviluppano il pensiero inducendolo al ragionamento e accrescono contemporaneamente l’immaginazione. I nostri orizzonti si allargano, mettendoci direttamente in contatto con idee, persone e luoghi sconosciuti.

Angelo Urbano, psicologo, in preScrivimi un libro. I benefici psicologici della biblioterapia (Stilo Editrice, pp. 130) affronta costrutti psicologici e sociali intrecciandoli con testimonianze di scrittori e lettori che, della parola, hanno fatto una vera e propria medicina dell’anima in grado di curare ferite e lenire dolori interiori. I libri come farmaci, dunque, in grado di migliorare la qualità della nostra vita, alimentare la nostra resilienza, aiutarci ad affrontare i problemi esistenziali, lenire le nostre ferite, farci sentire meno soli.

In un itinerario parallelo tra analisi psicologica e psicologia applicata, questo saggio “esperienziale” propone storie di amore, malattia, percorsi identitari alla ricerca di sé stessi, condivisione di emozioni, confronto sociale e, purtroppo, anche di separazioni. Tutte raccontate attraverso la personalissima penna dei reali protagonisti. Ne emergono spaccati di vita vissuta tra emozioni e turbamenti, tra gioie e dolori, tra sofferenze e speranze, tra sogni e disincanti.

Il terreno comune rappresentato dalle pagine di un libro si configura come vera e propria ‘piazza’, come luogo di incontro del sé con l’altro da sé, come particolare strumento di comunicazione interpersonale. I libri sono sempre stati veicolo di conoscenza e conoscenze. Sono un ricco patrimonio che gli uomini dovrebbero utilizzare al meglio perché, in fondo, ognuno di noi ha una storia da raccontare.