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“Pasolini e la dittatura del presente” di Pasquale Voza

Forse ha ragione David Grieco (autore del libro La macchinazione e regista dell’omonimo film in cui Massimo Ranieri presta anima e corpo a Pier Paolo Pasolini) quando dice che Pasquale Voza, in questa sua ultima e validissima fatica, si fa psicologo di Pasolini, anzi – oserei dire – più psicoterapeuta.

Pasolini e la dittatura del presente (Manni 2016, pp. 112, euro 12) consta di un’introduzione e dieci saggi in cui Voza analizza, destruttura, pindaricamente vola tra le pieghe dell’uomo Pasolini, tra le spiegazzature della sua opera, tra le varie idiosincrasie del suo pensiero e svela, con le numerose comparazioni, i rapporti dell’autore delle Ceneri di Gramsci con altri intellettuali, scrittori, antropologi, filosofi.

Proprio nell’introduzione si rammenta il concetto di “tolleranza” in Foucault, il quale riferendosi a Comizi d’amore (illuminante indagine socio-antropologica di Pasolini sul sesso tra i giovani) coniò questo termine avendo in mente la “mutazione antropologica”, spillo fisso nel cervello dello scrittore di Ragazzi di vita.

Una mutazione che in sé innerva il potere consumistico, il quale crea una “nevrosi afasica” nelle masse giovanili. È, insomma, quella concezione del “prima” che si fa strada in Pasolini, un “prima” che – catastroficamente – non c’è più, più non esiste (al contrario di Walter Benjamin, il quale sosteneva che la catastrofe – di contraltare – sta nel fatto che tutto continui come prima).

Proprio il primo saggio del volume prende piede dalle riflessioni pasoliniane sull’“ordine orrendo della modernità”, in cui l’incattivirsi dei giovani non può portare a nessuna consapevolezza critica, ovvero a nessuna liberazione; la nuova preistoria del capitalismo non ha, dunque, nulla a che vedere con la “preistoria” in cui ancora vivono i tanto amati sottoproletari romani, non c’è nulla di quell’istinto corporale (in parte primitivo) che caratterizzava i movimenti di un tempo, lo spazio che il soggetto occupava nella società, ora il brusio della parola “figlia” della vitalità dei corpi, può dare voce poetica alle radici antropologiche della vita.

L’accostamento tra la periferia romana e la città indonesiana di Bandung (L’uomo di Bandung è una poesia scritta da Pasolini nel 1967) è ancora una dimostrazione dell’attrazione che il mondo primitivo, schietto, arcaicamente innocente, desta nell’animo del poeta e scrittore, un’esplosione vitale che il Terzo Mondo e gli sterminati “regni della fame” rendono viva e pullulante di riflessioni. Il famoso odore dell’India, insomma, odore e non “idea” (come nell’amico Alberto Moravia).

Il consumismo è dunque, nel suo essere colonna portante di certa modernità capitalista, quello che priva gli stessi giovani del Sessantotto dell’acqua della vita, che li rende omologati pur nella presunta contestazione, che li trasforma – come lo stesso Pasolini affermò riguardo la questione di Valle Giulia – in irresponsabili, perché figli della borghesia e non di povera gente (come il poeta differenziava i poliziotti). La borghesia era colpevole del massacro del Circeo (aveva affermato Calvino) ma anche – secondo Pasolini – dello spirito dei ragazzi del popolo, i quali avrebbero potuto fare la medesima cosa.

Ecco allora che il potere dei consumi getta il seme della pianta per il “nuovo fascismo”, il poeta ora può esercitare solo “in falsetto”. La consonanza con Ezra Pound nasce proprio dal trauma alla base della poetica della stagione ultima. Nel poeta dei Cantos, Pasolini vedeva l’astoricismo poetico e la possibilità di una “Destra sublime” che fosse una poetica del regresso, laddove il problematico venire alla luce fosse sostituito dal rifugio nell’oscura caverna. L’idea di una coscienza della lingua, in sostanza, che potesse istituire nuove forme (una “scommessa schizoide” come scrive Voza).

Il volume scorre piacevolmente alla lettura, Voza analizza il rapporto di Pasolini con Zanzotto, percorre le parole del poeta in un’intervista rilasciata a Dacia Maraini nell’ottobre del 1972, mette in luce il rapporto tra Pasolini e Ernesto De Martino (Apocalisse culturale e mutazione antropologica): la poesia popolare (verso la quale impreparata si era rivelata la cultura marxista) pare essere non poco legata alla questione meridionale. In De Martino Pasolini vedeva un “marxismo privo di semplicismo ideologico” che si innestava nello storicismo del Croce ma anche in suggestioni mutuate da Freud; il riferimento a Gramsci (Letteratura e vita nazionale) è anch’esso critico da parte del poeta delle Ceneri, il quale sostiene che il pensatore sardo, nell’analizzare il melodramma e il romanzo d’appendice, ignora invece la poesia popolare.

Quest’ultima raccolta di saggi di Pasquale Voza, professore emerito di Letteratura Italiana presso l’Università di Bari nonché presidente onorario del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani e membro del comitato scientifico della rivista “Studi pasoliniani”, va letta e studiata; un’agile e pungente scrittura crea una sana complicità nel lettore, una duratura memoria di quel che si è letto, un’idea di Pasolini in parte nuova, perché caratterizzata dall’analisi minuziosa e capillare (molecolare) di certi assunti. In Voza alberga un Pasolini che, senza scomodare la trita e ritrita frase del “cosa penserebbe oggi del mondo”, è ancora invece più vivo che mai, pur nel suo essere (al presente) ancora ‘profeta’ e ancora ‘ritardatario’ (come chiosò al tempo il buon Contini).

Giuseppe Ceddia

“Mal di giardino” di Franco Botta e Giuseppe Caccavale

Può un giardino rivelarsi molto di più di un semplice aggregato di piante? La risposta è certamente sì: lo testimoniano secoli di studi e di applicazioni pratiche in cui il giardino è diventato vero e proprio elemento architettonico di pregio, tale da dare ampia notorietà a coloro che si occupavano di curarli. Ma non è soltanto l’accostamento con l’architettura a rendere il giardino un luogo affine all’arte, in tutte le sue forme. In un momento storico in cui il giardino cambia forma e conquista spazi diversi dal passato, ancor più preciso può rivelarsi il legame con la musica.

È da questo spunto che prende avvio il libro Mal di giardino. Natura e arte del verde (Progedit, pp. 108, euro 15) scritto da Franco Botta, economista e appassionato di giardini, e Giuseppe Caccavale, professore di Arti murali e Disegno a Parigi e autore delle tavole presenti nel volume. L’accostamento con la musica, ad esempio, è ben sottolineato dalle parole di Renzo Piano, riportate in una delle prime pagine dell’opera, riguardanti la passione per il giardino del maestro Claudio Abbado: «Nel verde c’è qualcosa di aereo, di leggero, di temporaneo. In qualche maniera c’è qualcosa che appartiene alla dimensione momentanea della musica, del suono». Ed era proprio passeggiando nei suoi amati giardini che Abbado riusciva a comporre le sue migliori opere musicali.

Ma nel libro non si parla soltanto di musica. Numerosi sono anzi i riferimenti filosofici, come quelli di Henry David Thoreau, grande ispiratore dell’idea dei cammini; mentre nella seconda parte Botta raccoglie brevi testi in gran parte frutto di recensioni a volumi riguardanti, a loro volta, i giardini e il loro valore pratico e simbolico. Né mancano riflessioni interessanti su singole specie, come l’edera, il glicine o il crisantemo; e neppure preziosi consigli rivolti al giardiniere sul lavoro da svolgersi nelle diverse stagioni dell’anno. Sempre nel rispetto del proprio ruolo, e ovviamente nel rispetto della natura (ad esempio per ciò che riguarda l’uso di fertilizzanti e altre sostanze chimiche); del resto, come scrive Botta riprendendo una frase di Libereso Guglielmi, che curava il giardino del padre di Italo Calvino, i giardinieri «sanno che, quando si costruisce un giardino, non ci si deve allontanare mai troppo dalla natura, pur non ignorando per il risultato del proprio lavoro non sarà mai natura».

Mal di giardino sarà presentato venerdì alle ore 17 presso Villa La Rocca, in via Celso Ulpiani 27 a Bari, in un incontro organizzato dalla sezione “Cultura dell’ambiente” della Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia. Interverranno, oltre a Franco Botta, anche Eugenio Scandale (presidente dell’Accademia Pugliese delle Scienze), Daniela Daloiso (dirigente Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale del Consiglio Regionale della Puglia), Vittorio Marzi (presidente dell’Accademia dei Georgofili, sez. Sud-Est), Franca Tommasi (professore associato di Fisiologia Vegetale all’Università di Bari), Giuseppe Carlone (storico dell’urbanistica del Politecnico di Bari) e Maria Valeria Mininni (professore associato di Urbanistica presso il DiCEM di Matera).

 

“Breve commentario alla Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto” a cura di Stefano Donno

La Tavola smeraldina è un testo che secondo la leggenda sarebbe stato ritrovato in Egitto, prima dell’era cristiana. Il testo, che prende questo nome perché è stato inciso su una lastra di smeraldo, è stato tradotto dall’arabo al latino soltanto nel 1250. Soprattutto è un testo celebre tra tutti gli scritti ermetici, e viene attribuito a Ermete Trismegisto, leggendario personaggio di eta pre-classica e venerato come maestro di sapiena. La Tavola smeraldina apparve per la prima volta a stampa nel 1541, inclusa nel De Alchemia di Johannes Patricius. Stando a quanto riporta la tradizione, Ermete avrebbe inciso le parole della Tavola su una lastra verde di smeraldo con la punta di un diamante; in seguito, Sara, moglie di Abramo, l’avrebbe rinvenuta all’interno della sua tomba.

A corredo del testo della Tavola smeraldina è da poco disponibile un Breve Commentario a cura di Stefano Donno (I quaderni del bardo, pp. 44, euro 6). «Ermete Trismegisto è stato talvolta identificato anche con il dio Ermes e talaltra con Thot, dio egizio delle umane lettere, e dell’armonia geometrica», scrive il curatore, vicepreside della Libera Unversità di Studi Esoterici “Achille d’Angelo-Giacomo Catinella” di Lecce. Donno è inoltre laureato in filosofia all’Università degli Studi di Lecce e ha ricevuto nel 2013 una laurea HC in Juridical Science presso la Moscow University Sancti Nicolai.

Come spiega inoltre Enrica Perucchietti nella Introduzione a questo Commentario, «Donno ci spiega proprio come vadano interpretati il contenuto e la struttura della Tabula, analizzando passo a passo i suoi corollari e offrendo una illuminante e preziosa spiegazione che sarà certamente utile per l’iniziato quanto per colui che si avvicini per la prima volta a questo genere di tematiche. Sullo sfondo il suo leggendario autore, Ermete Trismegisto». E infatti ognuno dei dodici corollari è interpretato sinteticamente ma non senza approfondimento dal curatore, che nella sua nota introduttiva spiega: «La Tavola Smeraldina ha rappresentato una bussola fondamentale per raggiungere il centro del cuore, per vedere con altri occhi che cosa siamo e che cosa possiamo diventare. Scendendo nelle profondità del nostro essere, in silenzio e rispettando il silenzio, per anni o eoni […], si potrà divenire un essere tre volte grande, libero, forte, amorevole, sapiente, unico diradando le tenebre e divenendo guida sicura e fermo punto di riferimento per gli altri».

“Popolo nazione stirpe” di Ferdinando Pappalardo

La definizione di «casta» applicata alla classe politica è apparentemente un fenomeno tutto sommato recente. Nel maggio prossimo, infatti, ricorreranno i dieci anni dalla pubblicazione dell’omonima inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, uno di quei rari casi in cui il titolo di un libro acquisisce una fortuna che supera gli stessi successi editoriali (pur già di per sé eclatanti). Ma è proprio vero che la rivolta contro la Casta (tout court: il riferimento alla politica è da tempo scomparso, portando con ciò a un’implicita negazione delle altre, talvolta ben più radicate, caste) si debba circoscrivere agli ultimi anni della Seconda Repubblica? La risposta è no; eppure sembra difficile convincerne un Paese proverbialmente senza memoria, inchiodato a rincorrere le polemiche e gli scandali del giorno per poi dimenticarli a stretto giro.

Altri libri servono a questo scopo: uno tra questi è il recente Popolo nazione stirpe. La retorica civile di Gabriele d’Annunzio (1888-1915) di Ferdinando Pappalardo, pubblicato per i tipi di Piero Lacaita Editore (pp. 160, euro 18), storica casa editrice di Manduria con una lunga vocazione nella diffusione della cultura laica e dell’impegno civile. Una pubblicazione, quella di Pappalardo, che – come è chiaro sin dal titolo – non si limita a ripercorrere in chiave storica il ruolo nella vita politica di uno dei protagonisti della temperie culturale dell’Italia unita; ma che unisce, a una ricerca dei testi dannunziani usciti su quotidiani e riviste dell’epoca, l’analisi della dimensione politica del Vate attraverso le sue opere letterarie. Il tutto, sotto il segno di una «retorica civile» ben contraddistinta proprio da quegli accenti che oggi definiremmo «anti-casta».

Ben trenta anni prima dell’impegno interventista nelle «radiose giornate di maggio» del 1915 si trovano le radici della presenza di d’Annunzio nel dibattito pubblico, ed è proprio questo trentennio a rappresentare lo spazio cronologico della ricerca di Pappalardo, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Bari e direttore del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani. La breve esperienza parlamentare di d’Annunzio tra il 1897, quando fu eletto per la Destra nel collegio abruzzese di Ortona, e il 1900, quando fallì la rielezione sostenuto dalla Sinistra, rappresenta soltanto una parte di quella fase storica; utile, e per certi versi decisiva, tuttavia, per comprendere appieno il «pensiero politico» del Vate, o, per dir meglio, la sua assenza. Come scrive Pappalardo, infatti, «egli si nutrì di un viscerale disprezzo per la politica, se per politica s’intendono i compiti del governo, la cura dell’amministrazione, il pluralismo della rappresentanza e la sua dialettica»; in sintesi, verso tutto ciò che potesse rappresentare l’idea del «compromesso»: «La sua oratoria civile tracima di denunce, ma è poverissima di proposte».

Questo giudizio non contraddice l’espletamento del mandato parlamentare: condotto infatti, come sottolinea l’autore, senza sottoscrivere alcun disegno di legge e senza mai prendere la parola in aula o nelle commissioni sui provvedimenti legislativi in discussione. Va, semmai, inquadrato alla luce delle parole pronunciate da Claudio Cantelmo nella Vergine delle rocce («Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio!»), rivolte – come commenta Pappalardo – a «sollecitare con il proprio esempio gli artisti affinché levino alta la voce contro la decadenza del presente e si dispongano alla battaglia contro la barbarie democratica, prima responsabile del declino del loro declino sociale». Senza dimenticare, tuttavia, l’«innata propensione al protagonismo» di d’Annunzio, e la ricerca di «un canale di comunicazione con più ampi strati sociali». L’esperienza di deputato non scalfirà, in realtà, le sue polemiche anti-parlamentari: presenti fin dal 1888 nell’Armata d’Italia, continueranno a costituire un punto fermo nella retorica civile dannunziana anche nei comizi per la campagna elettorale del 1900, forse con «l’intento di blandire l’orgoglio municipalistico degli elettori fiorentini», dove era in quell’occasione candidato.

Stefano Savella

“Lo spiraglio” di Nelida Milani

Sono trascorsi pochi giorni dal Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, che dal 2005 si celebra ogni anno in Italia il 10 febbraio. Una data con un significato preciso: il 10 febbraio del 1947, infatti, con il Trattato di Parigi, l’Istria diventava, a tutti gli effetti, territorio jugoslavo. A partire da quella data, l’esodo degli italiani che abitavano quelle terre, già iniziato durante il secondo conflitto mondiale, s’intensificò. Ben pochi rimasero ad abitare città, villaggi e terre che per secoli erano stati casa comune e segno d’identità, e per quei pochi iniziò una vita non facile.

Questa vicenda storica è al centro della raccolta di racconti Lo spiraglio, l’ultimo libro di Nelida Milani (Besa Editrice, pp. 164, euro 15). L’autrice è nata a Pola (Istria) nel 1939. Ha svolto per anni le mansioni di vicepreside e responsabile della Sezione Italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Pola. Ha pubblicato libri, saggi e articoli di carattere sociolinguistico. Nel 1991 esce, per Sellerio, la sua prima raccolta di racconti, Una valigia di cartone (Premio Mondello 1992). Nel 1998 scrive a quattro mani con Anna Maria Mori Bora (Frassinelli), un romanzo autobiografico sulle tormentate vicende della terra istriana viste attraverso gli occhi di un’esule e di una “rimasta”. È del 2007 Crinale estremo, mentre l’anno successivo arrivano i Racconti di guerra (pubblicati successivamente in sloveno). Nel 2013 esce la raccolta di racconti La bacchetta del direttore. Nel 2004, Nelida Milani è stata nominata commendatore con stella della solidarietà dal Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi.

In questo suo ultimo libro Nelida Milani torna a narrare l’Istria dei “superstiti”, delle serrande chiuse e delle finestre abbassate per sempre, l’Istria della confusione e dello smarrimento, ma anche della convivenza e della molteplicità di lingue. Dopo il successo di Bora, la scrittrice delinea con il tratto fine e delicato che le è proprio un mondo spesso dimenticato e rinnegato, attraversando gli anni e i decenni, traghettando lungo gli esiti della storia le vite di quanti hanno abitato, con fiducia e abbandono, una terra contesa all’incrocio di due mondi.

“3 giugno 1981. Il giorno dopo” di Davide Carrozza

Cosa sarebbe accaduto a Rino Gaetano se quel 2 giugno 1981 fosse sopravvissuto all’incidente? Se lo è chiesto Davide Carrozza, scrittore gallipolino, traduttore e interprete d’Inglese, appassionato di saggistica, filosofia, letteratura e cinema. 3 giugno 1981. Il giorno dopo (Il Raggio Verde edizioni, pp. 104, euro 12) è il titolo del suo romanzo d’esordio che vuole essere un chiaro omaggio alla figura del cantautore calabrese. Il libro, impreziosito dall’immagine in copertina di Valentina Campa, intende proporre una rilettura dei suoi testi da un punto di vista poetico e filosofico. Un intento largamente spiegato nelle note dallo stesso autore che racconta la lunga genesi del romanzo e le persone che in qualche modo ne hanno condiviso il percorso. Con questo suo romanzo d’esordio, Carrozza riporta all’attenzione del lettore la vita di Rino Gaetano, ma – come scrive Claudia Forcignanò nella prefazione al testo – “non si limita ad una mera biografia postuma: concede al giovane cantautore un’altra possibilità, gli restituisce il sorriso facendolo rivivere in una dimensione completamente nuova, nella quale ha il tempo di riflettere e reinventarsi”.

Davide Carrozza nasce a Gallipoli 37 anni fa, vive a Roma dove insegna Lingua e Letteratura Inglese presso il Liceo Classico-Scientifico Manieri-Copernico e il British Institute. Collabora inoltre attivamente con il “Festival Del Cinema Europeo” di Lecce per il quale traduce i sottotitoli dei film in concorso e cura i contatti internazionali e con il “Forum di Coproduzione Euromediterraneo”.

3 giugno 1981 Il giorno dopo ha già collezionato alcuni riconoscimenti partecipando a concorsi letterari, nella sezione “testi inediti”, e classificandosi rispettivamente al terzo posto del Premio Casentino, Poppi (AR) 2012- XXXVII edizione e al quarto del Premio Montefiore 2013 (RN) (con il titolo Forse, non essenzialmente). Inoltre nel 2012 ha partecipato alla trasmissione radiofonica “Tramate con noi” di Radio 1.

“L’estate comunque” di Francesco De Giorgi

Chi l’ha detto che un’estate trascorsa in Salento debba essere ad ogni costo divertente, spensierata, trasgressiva? Per qualcuno non è così. Come Felice Lozupone, il protagonista dell’ultimo romanzo di Francesco De Giorgi, L’estate comunque (Musica Os, pp. 196, euro 13). Che compie diciotto anni in un’estate tutta particolare, quella dei Mondiali del calcio del 2006 vinti dalla nazionale italiana, mentre le spiagge salentine iniziano a conoscere quel clamore, quel successo turistico che si estenderà ancora per tutti gli anni a venire. Quella di Felice è una storia ispirata a una vicenda realmente accaduta, e si legge come una lenta discesa agli inferi, in un nuovo mondo lontano da quello dei suoi coetanei, inesplorato e, soprattutto, terribilmente buio.

Buio perché Felice inizia a soffrire di una malattia degli occhi che lo porta a perdere rapidamente la vista. È anche per questo che inizia col tenersi lontano dalle adunate degli amici per seguire le partite della nazionale italiana; convinto com’è, peraltro, che non proseguirà a lungo il suo percorso verso la fase finale. Le buie giornate di Felice iniziano a popolarsi di musica, di odori, di tutto ciò che appartiene ai sensi che gli restano. Nello stereo ci finiscono i Marlene Kuntz, “Se c’è una voce in grado di raccontare gli stati d’animo dei miei ultimi anni, proviene di sicuro dai loro brani”. Mentre l’olfatto lo aiuterà a comprendere fin da subito una nuova frequentazione da parte di sua madre.

La nuova condizione di Felice muta anche i suoi rapporti con gli amici: che, per timore di apparire troppo legati a lui (nel suo paesino del Salento, tutti avrebbero pensato a chissà quale liaison omosessuale), lo guidano a piedi senza prenderlo troppo ostentatamente sotto braccio: “Tempo fa, mi venne chiesto da un conoscente di indossare gli occhiali scuri anche dopo il tramonto, per far capire al resto della piazza che stava aiutando un cieco”.

Le notti diventano presto interminabili, dolorose: “È quasi l’alba e non riesco a dormire. Peggio, ho la faccia solcata dalle lacrime. […] Il letto è ormai diventato una pozza di sudore”. Inizieranno a farsa strada anche pensieri funesti. Ma l’estate mostrerà alla fine il suo volto dolce: quello di un pomeriggio al mare con gli amici, o quello di Roberta che lo accompagna, con dolcezza, sulla punta di uno scoglio. L’estate finisce, la vita no.

“Irene e Frida” di Simona Cleopazzo

Il contatto con la propria interiorità, a volte, passa tra le pagine bianche di un libro tutto dedicato a se stessi. La scrittura di un “diario” rappresenta, per chi ne fa uso, una risorsa preziosa di introspezione e riflessione personale. Scrivere di sé, delle giornate scandite dagli impegni di lavoro, trascorse tra le mura domestiche o immerse nel caos cittadino può aiutare ad osservare il film della propria vita con un ritmo differente, più lento, in grado di cogliere dettagli confusi o sfumature emotive non facilmente comprensibili nella casualità del loro verificarsi. Vivere in pienezza la contingenza è una possibilità non sempre concessa e, solo con un attento esame di realtà, si riesce a comprendere a pieno il reale significato di un evento, di un gesto, di un pensiero o di un’emozione intensa.

Quanti di noi sono disposti a dedicare qualche attimo della giornata per specchiarsi davanti ad una pagina bianca che di certo non rifletterà l’immagine perfetta che la mente brama con ardore, ma rimanderà, autentica e sincera, una presa d’atto delle vite stonate che siamo costretti a vivere, delle sbavature emotive che proviamo durante il giorno e che a stento riusciamo a sopportare, dei rapporti umani che intrecciamo con gli affetti e degli effetti, benefici o tossici, che questi causano sul benessere psicofisico. Senza dubbio un atto di coraggio ma, a ben vedere, ricco di frutti da cogliere per approfondire la propria conoscenza interiore e il vero Sé.

Queste e molte altre riflessioni psicologiche emergono dalla lettura de Irene e Frida di Simona Cleopazzo edito da Musicaos (pp. 136, euro 13). Il racconto di due donne diverse per ruolo e status sociale che affidano alla scrittura privata di un diario l’intimità della loro vita fatta di dubbi, incertezze, verità difficili da accettare e passioni sopite da risvegliare. La loro penna indaga esistenze costruite su false identità, su compromessi accettati in logiche famigliari di osservanza e rispetto, lontane anni luce dai reali desideri e realizzazioni personali.

Sono confidenze intime di vite pronte al riscatto che, sul punto di rottura, tentano di giocare l’ultima carta utile per vincere un residuo di serenità in grado di lenire delusioni e amarezze, sentimentali e personali. Irene, moglie e madre devota, saprà dimostrare che una ribellione allo status quo opprimente e scandaloso non solo è possibile ma si rende necessaria. Frida, allo stesso modo, affiderà alle righe del suo diario note di speranza degne della sua giovane e promettente vita da studentessa. Attraverserà, con disarmante dignità, sfide e incontri capaci di trasformare un attimo di incertezza in un eterno moto dell’animo.

Angelo Urbano