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“A sud di Maradona” di Andrea Ferreri

Il calcio degli anni Ottanta è diventato negli ultimi tempi oggetto di “operazioni nostalgia” sempre più frequenti. Sotto l’egida del film cult L’allenatore del pallone, si è moltiplicata la diffusione di testimonianze con le quali raccontare un mondo perduto, quel calcio in cui la dimensione popolare era ancora superiore a quella economica, con la serie A che poteva ancora fregiarsi del titolo di campionato più bello a livello internazionale. Non mancavano, poi, storie dal sapore di una favola, dietro le quali si nascondeva spesso il desiderio di ribalta di un intero territorio fino ad allora rimasto escluso dai grandi palcoscenici, chiuso nella dimensione di “provincia della provincia”, insomma luogo “di serie B”.

Il Lecce che raggiunge per la prima volta il traguardo della serie A, nel 1985, è una di queste favole, e da qui prende avvio il racconto di Andrea Ferreri in A sud di Maradona (Bepress Edizioni, pp. 170, euro 13). E la suggestione iniziale che ha convinto l’autore a ripercorrere le tappe di quel momento storico per tutto il Salento non poteva che arrivare da un luogo in cui il calcio e la sua rappresentazione sembra essere rimasta ferma agli anni Ottanta: il campo profughi palestinese di Dheisheh, a sud di Betlemme, dove in un gruppo di ragazzini che rincorre un pallone ce n’è uno che indossa la maglietta dell’Argentina campione del mondo nel 1986, quella di Diego Armando Maradona.

Il filo dei ricordi che conduce al Lecce delle meraviglie passa inevitabilmente proprio per l’Argentina, la terra di Beto Barbas e Pedro Pablo Pasculli, i due calciatori approdati in Italia proprio in quell’estate del 1985 e che da allora hanno impresso il loro nome nella storia della squadra salentina. Ferreri non si è tuttavia limitato a raccogliere informazioni, a cercare notizie negli archivi, a consultare testimoni di quegli anni: dopo aver intervistato Pasculli, che vive tuttora in Salento, è volato a Buenos Aires per intervistare Barbas, uno dei più dotati numeri 8 della storia del campionato italiano.

Grazie anche ai loro ricordi personali l’autore ha saputo ricostruire la storia di una squadra attraverso alcune stagioni d’oro, e del territorio che grazie ad essa visse uno straordinario momento di esaltazione collettiva. Una storia piena di aneddoti, a partire dall’arrivo di Pasculli, acquistato dal presidente Jurlaro “a scatola chiusa”, in quanto attaccante titolare della nazionale argentina, ma con il disappunto di Eugenio Fascetti, che non poté visionare per tempo i filmati che ritraevano le sue prodezze di oltreoceano. Eppure dopo la prima stagione deludente, terminata con la retrocessione (ma impreziosita dall’impresa della vittoria di Roma che fece perdere lo scudetto ai giallorossi), nulla lasciava immaginare che la favola sarebbe continuata. E invece, dopo soli due anni, ci sarà il ritorno nella massima serie grazie ai gol dei due argentini, e la prima storica salvezza e poi ancora le memorabili vittorie contro la Juventus e nei derby contro il Bari (in un caso proprio grazie a una magistrale punizione di Barbas). Quel Lecce sfornò anche campioni in erba come Antonio Conte e Checco Moriero, e soprattutto riempì gli spalti del Via del Mare ben oltre la capienza consentita. Un’epoca lontanissima se vista con gli occhi di oggi, un mondo forse definitivamente scomparso che sopravvive, però, anche grazie a libri come questo.

Stefano Savella

Aleph: “Uomini e no” di Luciana Manco

Ho fatto le foto. Sono cinque. Due di spalle, tre frontali. Nuda. Non c’è il viso, solo un accenno. Apro il sito. Le carico. Scrivo: “Concorso letterario. Il concorso è rivolto a tutti, uomini e no, di età compresa tra i 18 e i 50 anni. Il tema sono io. In allegato le foto. Dovrete scrivere un testo di massimo 1000 battute. Quello che fareste. Il premio sono io. L’indirizzo a cui mandare l’opera è: hsuel@mariope.it.  Avete tempo fino al 15 giugno. Il vincitore verrà contattato telefonicamente e verrà fissato un appuntamento. Tutto a mie spese.” Ho cliccato su invio. Pubblicato.

Quando avevo 21 anni ti ho aspettato sotto casa per una notte intera. Tu sei sceso dalle scale alle 08.45 e mi hai trovata lì in piedi. Mi hai detto: Vai via, ma io ero ferma e ti guardavo. Mi ero convinta di poterti trasmettere ogni cosa con gli occhi. Mi hai guardata. Vai via, hai detto. Io ti avvicinavo gli occhi da dentro, come si fa col respiro quando soffi. Mi prendevo l’anima dal cuore e tutte e due ti spingevamo il mio amore contro, attraverso gli occhi. Leggili, pensavo. Togli il nero. Ti prego, pensavo. In file lunghissime, dipanate su tutte le strade della città. Vai via hai detto, e sei andato via tu. Ed io ho lasciato lì tutto. E non ho mai più amato un uomo perché mai più un uomo eri tu.

E’ il 15 giugno. 118 opere. 118. Leggo. Descrizioni. Alcune poetiche, ma pur sempre scopate. Scarto o tengo. Leggo. Mail 87. Apro. “È giusto. Perfetto. Le parole servono a convincere, a prostituirsi, a prendere. A valicare i confini del silenzio, ad ingannare. Io ti scrivo che ti voglio e tu mi scegli perché ho mentito bene, meglio di tutti gli altri. Perché vedo quello che è in foto e mi preme l’ispirazione nei pantaloni e quindi scrivo, ispirato, la mia dedica al tuo culo. È giusto. Perché non hai nessuno che ti dica tutto con le mani, che ti dica tutto senza chiedere niente. Perché ti prendono senza esprimere desideri. Un regalo che scartano e che si sono comprati da soli. Quindi stupore zero, riconoscenza zero, cura zero. Appartieni a loro e alla loro dichiarazione dei redditi. Quindi tu dici: dimmi che mi desideri. E te lo fai scrivere da estranei, così uno che è bravo ti fa credere che sei la cosa più ambita che c’è, e tu gli dici grazie con la lingua. Ho ancora duecento caratteri e li sto usando per dirti che io voglio solo guardarti.”

Luciana Manco è della provincia di Lecce. Lavora nel web e collabora con varie riviste e siti che si occupano di musica e cultura, come Frigidaire, Il Male, Losthighways.it, Urka! e Salentuosi. Ha partecipato a molti concorsi di poesia ottenendo ottimi risultati. Nel 2010 ha pubblicato il portfolio “manco.” a sostegno di Frigolandia, terra di Frigidaire, dedicato ad Andrea Pazienza, con prefazione di Manuel Agnelli e con un intervento inedito di Ascanio Celestini. Scrive inoltre testi musicali per vari artisti come Paolo Benvegnù, Salvatore Cafiero, Inseta, Nuove Forme di Poesia e molti altri.

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Con questo racconto termina il ciclo dedicato al tema “Uomini e no”. A breve diffonderemo il titolo del nuovo tema, i cui racconti saranno pubblicati a partire dal mese di settembre!

Aleph: “Uomini e no” di Michele Miglionico

Dedicato a Fredric Brown e Barry Longyear

Se avessi dovuto figurarti l’inferno dell’antica mitologia, l’avresti immaginato come questo pianeta. Il tuo cervello si è rifiutato di impararne il nome originario: ti hanno detto che i nativi lo chiamano «Terra», ciascuno nella propria lingua incomprensibile e inarticolabile. Il vostro nome in codice è un asettico, provvisorio «Terranova-83», una delle tante potenziali colonie dell’umanità, e tanto ti basta. Pare l’Inferno perché il neon dell’aria, attraversato dai raggi della gigante rossa, conferisce una luminosità rossastra al cielo e scatena una continua tempesta di fulmini. I tuoi commilitoni riversi sul campo parrebbero solo addormentati, perché è difficile distinguere il colore del vostro sangue umano nelle pozze sotto di loro. Né di quella macchia scura sulla tua tuta, che tieni premuta a stento. Il neon, l’anidride carbonica e il freddo che penetrano ti uccideranno nel giro di un minuto. Non ti è mai parsa così triste l’idea di morire da solo, su un mondo ostile di un altro sistema stellare, con il suo sole rosso e con le sue lune a ricordarti quanto sei lontano da casa.
Secondo il protocollo, vi siete avvicinati troppo alle abitazioni dei civili, anche se in cuor tuo sai quanto sia sterile una distinzione tra i colonizzati che si sono armati per resistere e chi ha scelto di rifugiarsi nella propria dimora. Perciò non ti sorprende più di tanto la vista di un autoctono, non bardato dall’armatura che hai imparato a riconoscere.
Si staglia contro di te. Ti guarda, con tutti i suoi occhi. Pensi che stia godendo nel vederti soffocare e, per orgoglio, non abbassi lo sguardo e cerchi di mantenere un’aria degna, mentre ti accingi a spirare.
Si avvicina a passo svelto. Adesso sei sicuro che voglia infierire su di te. Magari porterà il tuo scalpo come trofeo, a casa, e si farà gagliardo di aver ucciso un invasore con le sue mani. Questo pensiero orribile non ti dà abbastanza energie per scappare, allontanarti o reagire, per non dargli questa soddisfazione.
Stavolta chiudi gli occhi quando si china su di te, in parte perché ti fa ribrezzo guardare questi alieni così da vicino, in parte perché non vuoi vedere che cos’ha in serbo per te, e in parte perché stai perdendo coscienza. Involontariamente li socchiudi e vedi una sua zampa illuminarsi e provi più paura che mai. Se gli sporchi autotrofi stanno vincendo la guerra, è perché hanno un qualche potere “magico” che i vostri scienziati non sono ancora riusciti a definire. Che cosa può farti?
La vista ti si sta annebbiando, quando tutto torna ad avere contorni più definiti e i pensieri si fanno densi e lucidi. D’istinto l’occhio ti cade sulla ferita: la tuta spaziale è integra, anche se si nota una sorta di cucitura a caldo. Non senti più dolore in corrispondenza di quel punto. L’aria nel casco è respirabile.
– Mi… mi hai salvato?
In tutta risposta, lo straniero si alza, continua a guardarti e se ne va con quella che interpreti come dignità, pur non conoscendo i modi di questo popolo. Ti ci vorrà del tempo per capire perché il tuo disumano nemico ha salvato la vita al proprio invasore, e quando ci arriverai, arrossirai di vergogna.

Michele Miglionico è studente presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bari.

Aleph: “Uomini e no” di Giuseppe Ceddia

Ci sono uomini che sono meta-uomini, vivono in se stessi, si scrutano dall’interno, sono specchio incompiuto del susseguirsi emotivo degli stati d’animo. Ci sono uomini che sono super-uomini, i quali, paradossalmente, non hanno mai letto Nietzsche. Neanche D’Annunzio. Ci sono uomini che sono uomini. Che non si vergognano di farsi vedere tali, nei pregi e nei difetti, nella gioia e nel dolore. Ci sono uomini che sono cyborg, che hanno attuato su stessi la disumanizzazione perenne, per non soffrire o forse per convenienza. Uomini che hanno un livido sul cuore e un ematoma sulla bile. Densa. Uomini che sono semplicemente animali, nel senso cattivo (ma anche buono del termine), assetati di sangue si cibano delle anime altrui, se le bevono come bicchieri d’acqua. O vino. Ci sono donne che giocano a fare gli uomini, il randagismo dell’anima sconcia urla sdraiato al sole della vita come il cinico Diogene. Ci sono uomini che sono deboli. Uomini sensibili ma estremamente forti, uomini che ballano sulla punta di un chiodo, uomini che bevono benzina per dimenticare le cicatrici sull’aorta. Ci sono uomini che sono sciacalli mafiosi (quei no uomini che ti appoggiano la mano sulla spalla e con l’altra ti mozzano il fiato con una lama affilata nel costato, poi ti baciano sulla bocca come Cristo con l’Inquisitore, ma in tutt’altro senso). Ci sono uomini che si nutrono di sigarette e ansiolitici, perché l’amore li abbandona e l’ansia se li mangia, uomini seri, giullari dell’anima, buffoni post-moderni. No. Uomini e no. Ci sono non uomini che ti sputano la perla del sapere appena ti volti di spalle, bagnata dalla saliva del tradimento. Non uomini che si sono giocati a poker la spina dorsale che ora campeggia come reliquia antica in un museo di cetacei. Non uomini che usano la strada come un grande rifiuto, pisciando sul muro della decenza e dell’etica umana. Esistono anche non uomini che credono stupidamente e infantilmente, causa deficit cognitivo-dialettico, di essere uomini. Che gran ridere! Non uomini che picchiano le donne e piangono con altri uomini. Uomini e no. No e uomini. Ci sono uomini, che Dio li benedica, che sono esseri umani. Semplicemente esseri umani. Che ridono, urlano, piangono, amano, dicono la verità, professano l’onestà. Splendidi esseri umani, forti, eretti, con uno specchio di fronte che li ritrae senza impronte. Un mattino, su una collina, furono crocifissi. Uno accanto all’altro. Sembrava si tenessero la mano, come bimbi in un girotondo. Uomini.

Giuseppe Ceddia, nato a Bari nel 1977. Dottorando di Ricerca in Italianistica presso l’Università di Bari. Pubblicista, collabora con le pagine culturali di varie testate cartacee e on line (BariSera, Corriere delle Puglie ecc.), cura il blog spesbari.myblog.it. Collaboratore della rassegna cinematografica annuale “Sentieri nel Cinema”. Appassionato di musica blues&jazz, scrive anche racconti di cui alcuni pubblicati. Nel 1999 ha vinto, nella sezione recensioni, il Premio Letterario città di Bari.

Aleph: “Uomini e no” di Gilliat La Masa

Perche tu gridi controlore bastardo? Perche gridi? No vedi che a mi mama trema le gambe, fuori fa fredo e piove, noi andare a fogia stasera, a baraka, no ce piu treno dopo. Dai controlore cazo, noi tornare a fogia, procsima volta fare billieto, giuro. Vedi mia sorela su pasegino, lei duanni, vuoi che more qua tuta note? No gridare tu, tanto noi billieto no l’abiamo. Dai controlore lei mi garda, lei bionda seduta la, vedi? Io vedo lei tuti giorni su treno, lei belisima viene da scola viene da bari forse, io vedo lei tuti jorni su treno, volio sposarla ma lei no garda mai me e ora garda male perche tu gridi capito? No tocare mia mama controlore ai capito? Bastardo no tocare mia mama! Ma no vedi come trema sue gambe lei tuto jorno impiedi su strada, anche policija fermato noi, tenuto nora impiedi, lei trema, a fredo, lei no stabene hodj. Lei bionda mo odia me perche treno no parte pe colpa nostra, lei forse tornare a casa da sua mama, ora pe colpa nostra lei clama su mama e dice torno dopo pe colpa di stronzi rom. Vedi bastardo controlore cazo? Io mai piu parlo co lei e colpa tua che gridi basta gridare cazo! Io piu grande filio di familia, io tridicianni, io piu grande omo di familia ora, mio papa tornato a montenegro da mese noi no sentire lui.

E fredo binario a statsione cerignola di note, no cè manco paese fuori, tuto buio, qua solo panino e strumento pe sonare. Jo mo facio na sonata pe mia mama che trema le gambe, lei streta a mia sorela belisime. Io gardo loro ma penso lei bionda, mia procsima sposa che prende tuti jorni treno pe scuola lei belisima taliana che amo. Ora quasi noi dormire, fuori statsione forti rumori motorini e jovani ragazi che gridano ma no capisco che dicono. Loro ragazi taliani posono parlare co lei belisima ma lei no sa che io solo amo vraimente lei. Penso suo bacio, poi penso controlore che grida, poi ragazi che grida, poi suo bacio piu forte, poi pasegino, poi oki basi di mama che gardano a tera su treno, poi io che gardo tuto e sto fermo e quasi volio morire qua a cerignola a statsione freda di note tanto nesuno sa.

Gilliat La Masa, redattore e pubblicista, vive a Bari.

Aleph: “Uomini e no” di Antonella Caprio

Mi siedo al solito posto. Mi sistemo e indosso le scarpe del mestiere: tacco numero dieci… a spillo. Scruto il luogo, questo acquario fatto di silenzi e di suoni, di abiti impalpabili e svolazzanti come meduse fluttuanti nella bolla dell’acqua, di pesci colorati che si inseguono e si accoppiano in un magma impetuoso di passione e di struggimento.

Ecco! La vedo dirigersi verso di me. Lei si avvicina. Mi tende la mano. Afferra la mia e con tale gesto, muto, mi invita. La seguo.

Mi abbraccia con una stretta possente e sento defluire un brivido caldo lungo la schiena. Le sue dita scorrono veloci sulle mie scapole e lungo la colonna vertebrale, come se volesse prendere le misure del mio corpo e dell’angusto spazio rimasto fra noi. La cingo anch’io con le mie braccia magre. Sento, sotto le dita, la camicetta umida di sudore, mentre le narici sono pervase dall’odore della sua pelle. Percepisco un lieve sentore di profumo. È un amalgama di violetta, bergamotto, radici e muschio. Mi concentro sul muschio e chiudo gli occhi. Ora. In questo istante. Sono davvero sua.

Poi tutto ha inizio.

Un vortice sbaraglia ogni pensiero, ogni inquietudine. La materia si dilegua e tutto diviene puro oblio. I corpi si inseguono, si muovono all’unisono in un ritmo ancestrale e perpetuo. Ognuna riempie lo spazio vuoto dell’altra. Le nostre carni sono ormai come rime baciate di una poesia. Perché è poesia quella che sto vivendo adesso. Un sortilegio raro, un’alchimia effimera, un miraggio. Eppure è vero. È una dimensione inconsueta, che non si verifica quasi mai. E non importa se il tuo “lui” sia uomo o donna. Non fa alcuna differenza. La suggestione, il trasporto, restano immutati.

Sono sazia d’estasi e tuttavia insaziabile. Vorrei che questo attimo non si concludesse mai, ma il gorgo si ferma. Tutto intorno a me si blocca come nel fermo immagine di un film, e ogni cosa ha fine.

Ciò che pareva realtà fino a questo istante è relegato al sogno.

Poi si accendono le luci. Il film si è concluso e ognuno torna se stesso.

Lei stacca le sue braccia dal mio corpo, e sento un brivido freddo lungo la schiena. Là, dove un attimo prima percepivo la passione delle sue membra, avverto un vuoto.

Mi riaccompagna alla mia sedia e si allontana da me con un sorriso appena tracciato sul suo volto.

Non so nemmeno il suo nome ma ho ancora il suo profumo sulla pelle, il suo sudore fra i capelli e sulle labbra il sapore aspro delle ruvide note del tango che ho appena danzato con lei.

Antonella Caprio, docente, è nata e risiede a Torino, ma ha trascorso la giovinezza in Puglia. Ha pubblicato, insieme al fratello Franco Caprio, il romanzo d’esordio Il segreto del gelso bianco, Besa Editrice (“Oscar PugliaLibre” quale miglior romanzo edito in Puglia nel 2010; Vincitore Premio Letterario LibriaMola 2010 – 1° classificato; Vincitore Premio Letterario Via Po-Torino 2010 – 2° classificato).

Aleph: “Uomini e no” di Silvana Farina

Siria, Homs, marzo 2012

C’è un silenzio assurdo qui. Fa freddo in questa buia cantina, il forte odore del vino ha riempito le mie narici, i polmoni e il cervello. Sono ubriaco di immagini spaventose. Non mi muovo, resto fermo in quest’angolino vicino ai cesti della verdura e alle galline morte nelle loro gabbie puzzolenti. Sarà forse l’alba, piccoli raggi di luce bianca come lame taglienti iniziano a penetrare dalla piccola finestra sulla parete in tufo. Il mio respiro è lento ma non ho più paura, non provo più niente, dopo ieri sera mi sento come svuotato. “Dio se ci sei guardami!”: le urla di mia madre squarciano il flusso dei miei pensieri. Ho fame, ho sonno, ho un dolore lancinante al braccio. “Dio se ci sei guardami”. Allungo le mani sporche per stropicciarmi gli occhi ma non riesco a piangere. Sotto le mie unghie strati di terra e sangue. “Dio se ci sei guardami”. Mamma sono Amir, mi senti? Sono riuscito a nascondermi, un signore mi ha condotto nella cantina di un capannone in periferia, ma dicono che ci raggiungeranno. Correvo come un pazzo per le strade di Adawiy, i soldati ci inseguivano ed io sono inciampato sul marciapiede, papà si è fermato di scatto, ha attraversato la strada per venire ad aiutarmi ed è stato colpito da un proiettile. Ho visto il suo volto atterrito, il sangue che usciva dalle sue labbra, le mani tese verso di me, ho sentito anche le sue ultime parole: “Scappa Amir”. Il mio cuore batteva all’impazzata, le gambe tremavano, correvo tra decine di corpi accatastati a terra, pieni di bruciature, crani spaccati, corpi sgozzati e mutilati da gruppi di terroristi. Ho imboccato la strada di casa, non sapevo dove andare. E ho intravisto una donna stesa per terra che implorava Dio. Era mia madre, tutta piena di sangue, vicino al corpo dilaniato del mio fratellino Omar. I predatori erano passati anche di lì. Mamma, mi senti? La fissavo negli occhi ma lei era assente, sembrava non riconoscermi. Un signore mi acciuffò per la giacca e mi trascinò via come un peso morto. La luce è entrata nella cantina, riconosco tutti i volti delle persone che come me credono di essere state portate in salvo. “Siete solo carne da macello!”: entrano gli ufficiali militari ridendo e imprecando contro di noi. Guardo i miei pantaloni, sono bagnati: ci ha venduti ai soldati. Quanto lo avranno pagato? Vorrei sapere almeno quanti soldi valgo. Mi giro al muro per essere giustiziato, prego Dio che mi porti in paradiso con la mia famiglia, spero se mai dovesse esserci una seconda vita, una reincarnazione, di non nascere mai più uomo.

Silvana Farina iscritta alla facoltà di Lettere presso l’Università di Bari, scrive recensioni di dischi per Youthless Fanzine, ha collaborato con Linkredulo, e scrive sul Blog di «Repubblica Bari». Inoltre, spera che i telegiornali parlino del massacro che sta avvenendo in Siria.

Aleph: “Uomini e no” di Oscar Pizzulli

Avvenne dopo il pranzo in onore di Rowena, eletta regina, non dei sassoni stavolta, bensì del Comune Comprensorio. Nell’Istituto, un palazzaccio a due piani dall’intonaco sbiadito, vi erano, a quel tempo, trenta ospiti e qualche sparuta apparizione. Vi alloggiavano usurati mestieranti e scapoli e zitelle non più nel fior degli anni. Pur, talvolta, vi sareste potuti imbattere in pensionati tiratardi o studenti di passaggio. Chiunque avesse voglia di prendere congedo dalla propria identità, in quel posto era libero di farlo. E, cosa ancor più straordinaria, si poteva fare ciò prendendo in prestito la vita di un qualsiasi personaggio della storia o del cinema. Ma adesso ritorniamo ai nostri fatti.

Quel pomeriggio, dopo l’ultima portata, era piombato sugli astanti quel velo di stanchezza ed acquiescenza che abbraccia e stringe a sé chi ha ben gustato ogni dono della tavola. Parecchi s’erano assopiti, eccetto un duo di ombre parlottanti, dietro le tende di stoffa della sala. Riconoscibili senza alcuna forma o incedere di indugio questi erano il  vecchio MacMahon e la piccola, si fa per dire visto che aveva quarant’anni, Shirley Temple. Chiunque in quel salone, se non fosse stato sbronzo o a testa in su, vi avrebbe saputo enumerare i molteplici amorosi tentativi andati a vuoto, del vecchio generale ai ricci gialli del prodigio Hollywoodiano. Ma in quell’assolato pomeriggio di giugno ormai inoltrato, il baffuto MacMahon sembrava veramente risoluto a far del suo vocione uno strumento celestiale. Così, com’ella si fu alzata, diretta verso l’uscita che dava sul cortile retrostante, egli prese a seguirla col cuore che pompava sangue a ritmo forsennato. E mentre procedevano, allontanandosi sempre più dalle note palazzine, la graziosa Shirley, agghindata in un abito azzurrino che s’andava allargando ad altezza di ginocchia, di tanto in tanto volgeva indietro sguardi per assicurarsi che il suo amante non l’avesse abbandonata. Così senza rendersene conto, usciti fuori dal confine cittadino, si ritrovarono, ambedue, sorpresi ed estasiati, ad ammirare una fonte sconosciuta che emanava il più intenso, tra gli odori immaginati. Intorno fiori, nonché erbe selvatiche delle più svariate specie, adornavano una bassa staccionata che sembrava sbucar fuori dai paesaggi campestri della Francia provenzale e sulla quale, ai due uomini ormai persi, parve fossero scritte le parole: “ERAVATE UOMINI ED ORA AHIMÈ NON PIÙ”.

Ma i due esiliati non eran giunti soli in quel luogo sperduto e inesplorato, poiché senza far rumore, un bel tipo lungo lungo, dentro una camicia a quadri ancor più lunga, li aveva seguiti pian pianino sin dai giochi delle tende. Costui era il druido del paese ed egli pure affollava, nei giorni di bel tempo, gli ampi spazi all’Istituto. Fu lui, per quello che si dice, a veder l’ultima volta MacMahon e Shirley con fattezze ancora umane, prima che, avvolti da una nube, venissero scambiati con due fiori dalle forme e dalle sottili foglie strane. E con quanto amor fraterno, quel druido dai galli discendente, col falcetto stretto in mano, recisi i fiori alla radice, decise di portarseli con sé. Così giunto all’Istituto prese un vaso e, nella prima stanza che incontrò, lì pose il vaso, dopodiché come ogni sera, corse a far le serenate alla mesta dea che l’attendeva.

Il giorno dopo a nessuno lì presente sfuggì la scena e la commedia divertente di Francisco Franco alle prese con le strambe allegorie del triste arredo. Ogni cosa s’era scambiata il proprio posto ed era poi comparso un nuovo vaso con due fiori che spuntavano con un’aria un po’ indiscreta. Ma questo era solo un lieve scherzo di due amici che, dismessa qualsiasi forma vegetale, si eran presi una rivincita contro i fatti della storia e gli sberleffi della vita, impartendo una lezione a colui che, per finzione, aveva scelto d’essere un feroce e un persecutore spietato di poeti.

Sono uno studente di fisica dell’Università di Bari. Al momento vivo a Bari per motivi di studio ma sono di Ginosa, paese della provincia di Taranto. Mi piace scrivere (ho collaborato saltuariamente con testate giornalistiche locali) e per anni ho studiato musica, attività purtroppo interrotta, che un giorno spero di poter riprendere.