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Aleph: “Uomini e no” di Dirce Scarpello

LUciano (Hai messo occhiali e cuffietta?), Paolo (Hai limato le unghione?) e Ottavio (Faccio io il cattivo. Dalla nonna deve andare). Basta poco.

Passano tutti e tre sul motorino che sbanda, con le membra ciondolanti che andrebbero frenate, fermate. Vanno, sempre dondolando sulla strada sterrata che porta al casolare, mentre la nuvola di polvere non li fa desistere. Non hanno bisogno di aspettarla sul sentiero, di convincerla a non andare dalla nonna. È bastato farlo qualche tempo fa. Ora lei c’è dentro, che lo voglia, che lo capisca o no. E loro sono dentro di lei. Zitta, piccola puttana.

Si travestono da amici, da compagni e poi ognuno di loro diventa una parte dell’orrida belva pelosa che fa paura ai bambini, ogni parte pensa che non ha colpa, che le altre parti non oseranno tanto…

– Vado dalla nonna!

– Ce l’hai il telefonino?

– Sì. Ma’ stai tranquilla.

CAra mamma, Potrei dirti, PUrtroppo CCE l’ho il Telefonino.. TOh! bRutti strOnzi  mi meSSaggiano pure. Oggi alle quattro. Ci vado, ke si credono? Ke mi mettono paura? Più di quello ke hanno fatto su di me non si può fare! Ma io metto su un casino ke faccio scoppiare il paese! E pensare che mi ero innamorata di Luciano… Ma quello senza quei due bastardi non fa niente. Ke se non mi ero innamorata succedeva niente’.

– Venite fuori, pezzi di merda. – Dove trova il coraggio di parlare così?

Il vespino è arroventato sotto il sole. Loro sono qui da ore a non far niente. Fanno sega a scuola un giorno sì e uno no, i genitori rompono quando possono, ma c’hanno da lavorare. Per pagare la miscela al loro motorino e anche lo sballo, anche se non lo sanno. O fanno finta.

– Fa caldo. Entra tu. (Tira il saliscendi e la porta si aprirà).

LUciano, Paolo, Ottavio stanno carichi sopra il vecchio materasso. Ragazzi, quasi uomini d’ormoni. Uomini sì e no. O no.

Un telefonino lancia un tormentone, cominciano a muoversi tutti e tre come orsi, nel frattempo è entrata. Le sono intorno, la cominciano a toccare, se la spingono l’uno verso l’altro come gatti col topo.

– Stronzi! Sempre ad una cosa pensate!

CArla si fa Più piccola che PUò.

C… C’È una cosa che devo… dirvi.

Il segreto tenuto nel cuore, è un cuore arrabbiato. TuTTO comincia a girare nelle loro teste.

-Vi faRO’ paSSare i guai… O mi aiutate…

È un attimo. Il corpo peloso della belva comanda alle membra che ubbidiscono. Non è davvero il lupo che fa paura ma l’uomo travestito da lupo. Carla è in sua balìa, forse attende l’ennesimo possesso, violento, di ingenua perversione…

Non c’è più. Un pozzo.

47 anni, passione tardiva la scrittura, emanazione diretta di quella per la lettura in una normale vita di madre, moglie e lavoratrice. Diversi racconti e poesie pubblicati in varie antologie, soprattutto PerroneLAB. Qualche premio in concorsi letterari, più di recente un terzo premio al concorso Nero di Puglia. All’attivo anche un primo romanzo, Angulus ridet, edito PerroneLAB.

Aleph: “Uomini e no” di Federica Petruzzellis

I suoi occhi sono posati sul bicchiere che ha davanti.
Ne osserva la forma, il materiale, la consistenza e perfino il contenuto.
Sembra quasi che si sia scordata cosa ci sia lì dentro.
Sembra quasi che si sia scordata cosa ci faccia lì.
Il suo indice accarezza lentamente il bordo di quel frammento di vetro.
Al tocco ne proviene un suono, un sibilo, quasi impercettibile.
Intorno a lei, niente e nessuno.
O forse sì, ma non se ne accorge.
Il suo unico obiettivo, ora, è quel dannato liquore.
Le sue mani si impossessano avidamente del calice.
Le nocche le diventano quasi bianche per lo sforzo.
Le braccia si muovono lentamente.
Fanno fatica a sollevare il bicchiere, pesante quanto un masso.
Poi, le labbra vermiglie finalmente si ricongiungono al veleno.
Scorre giù, nella gola infernale.
Brucia, ma non importa.
Non si fermerà finché non sentirà più niente.
Odio.
Rancore.
Rabbia.
Delusione.
Niente.
Un altro bicchiere.
Le palpebre pesanti, la vista annebbiata.

Caron dimonio, con occhi di bragia.
Le guance rosse, il corpo accaldato.
La testa greve, ancora troppi pensieri.
Un altro goccio e poi un altro ancora.
Un automa, ecco cos’è diventata.
Non vede e non ascolta nessuno. Solo lei, quei bicchieri e quelle voci.
Rimbombano nella sua mente. La tormentano, non la lasciano in pace.
Socchiude gli occhi mentre le sue dita scorrono sui capelli, portandoli all’indietro.
Un braccio piegato, la mano le sorregge il capo.
Un arto inerme sul tavolo, l’indice sfiora il calice.
Uomini. Uomini e i loro no.
Volta lo sguardo verso la finestra, lì, vicino a lei.
Buio, immensamente buio.
Sembra che faccia freddo, fuori.
La lanterna del lampione in fondo alla strada intrattiene una danza sensuale con il vento.
A momenti si sente anche il dolce tamburellare delle gocce d’acqua che si posano per terra.
Nessuno che cammina, nessuno che si agita. Ma cosa si aspetta? In fondo piove.
E quando piove, il mondo si ferma.
Paura insanabile della pioggia, sì.
Perché tutti, alla fine, hanno paura di bagnarsi.
E se hanno paura di bagnarsi, è perché hanno paura di rivelarsi.
Portano tutti quell’immancabile maschera sul volto.
E l’acqua può scioglierla.
Anche lui ha timore. Con lei, potrebbe essere considerato un ribelle.
E non si può evitare di ricadere negli stupidi schemi che società impone, vero?

Federica Petruzzellis è una liceale, amante dell’arte e della cultura. Nel tempo libero adora leggere e scrivere, cercando un mondo migliore, diverso da quello in cui è costretta a vivere.

Aleph: “Uomini e no” di Franco Caprio

Quattro plafoniere, tecnologiche altalene sospese a metà altezza tra pavimento e soffitto, illuminano perennemente l’ufficio con la luce bianca e diffusa di altrettanti neon. Tubi fluorescenti che non lesinano mai il loro potere di annullare ogni ombra, di appiattire ogni forma e persino di sopprimere la luce calda del sole. Nell’ampia stanza, un rettangolo con porta e finestra sui lati corti e due file di tre scrivanie che si fronteggiano sui lati lunghi, solo due postazioni di lavoro sono occupate, quelle centrali. Sulle altre troneggiano vecchi monitor a tubo catodico perennemente in stand-by, pile di pratiche avvolte in ingialliti gusci di carta, testimonianza della lunga permanenza su quegli altari della accidia, e briciole di cracker alla deriva nella polvere.

– Allora, che hai deciso?

– In che senso?

– Come in che senso? Lo sai benissimo! Ti vuoi aggregare a noi oppure no?

– Ancora? Sarà la decima volte che mi fate la stessa domanda! Se avessi voluto lo avrei già fatto!

– Ehi, scusa tanto! Ma se non sbaglio questa sarà al massimo la seconda volta che te lo chiedo. Giusto?

– Va bene! Ma tieni presente che due volte tu, due volte l’altro, due volte l’altro ancora e via di seguito, alla fine diventa una vera e propria rottura di coglioni!

– Guarda che se te lo ripetiamo è anche per il tuo bene: lo sai quanto tempo libero in più avresti se non fossi così cacasotto? E tutti potremmo venire qui solo un giorno a settimana.

– Non è questione di essere cacasotto, è questione di coscienza e a me non va di rubare lo stipendio mentre me ne sto a casa e qualche collega timbra per me.

– Calma! Qui non ruba niente a nessuno. Si tratta solo di non fare i fessi della situazione!

– Scusa ma secondo te cercare di comportarsi onestamente vuol dire essere fessi?

– Sai che diceva Franco Nero in… quel film sulla mafia? Porca puttana non ricordo il nome! Vabbe’ diceva che esistono tre categorie: gli uomini, i mezzi uomini e i quacquaracquà!

– Il film è Il Giorno Della Civetta e non era Franco Nero ma Don Mariano Arena, cioè Lee J. Cobb, che divideva l’umanità in cinque categorie: gli uomini veri, i mezzi uomini, gli ominicchi, i ruffiani e infine i quacquaracquà.

– Ehi! O Franco Nero o Don come cazzo si chiama alla fine sempre quacquaracquà rimani!

– Lo sai cosa mi rode? È che quando non avevate un lavoro fisso avete pianto miseria al politico di turno e dopo che siete stati raccomandati per un posto vi è passata improvvisamente la voglia di lavorare.

– Perché, con tutta la corruzione e il magna-magna che c’è, a me personalmente non va proprio di essere l’unico a prenderla in quel posto!

– Guarda che siamo noi a scegliere i magna-magna che ci governano.

– Davvero? E me lo trovi tu un amministratore onesto e capace?

– Il nostro nuovo direttore, per esempio, mi sembra una persona corretta.

– È solo “fruscio di scopa nuova”! Fai passare ancora qualche mese e vedrai che bella fine farà il tuo direttore! – aggiunge con un sorriso strafottente.

Un cigolare di cardini interrompe la conversazione e sull’uscio si affaccia Michele, il messo, busta commerciale in una mano e cartellina e penna nell’altra.

– Giandomenico De Trizio? Una firma qua – dice alzando la mano sinistra con la cartellina – E questa é tua – aggiunge sventolando la mano destra con la busta.

Giandomenico, “uomo vero”, afferra la busta e firma la ricevuta. I due pollici e i rispettivi indici afferrano a pinza il bordo della busta e, allontanandosi una mano dall’altra, ne lacerano il lembo. Estrae il foglio e lo legge. Poche righe.

Un sipario di bianco pallore cala sul suo volto. L’arco del sorriso si drizza per poi incurvarsi in basso. Un ventaglio di rughe compare tra le folte sopracciglia.

– Che è successo, Giandome’?

– Senti qua: Le si comunica la Sua sospensione immediata dal servizio e dalla retribuzione configurandosi i presupposti per il Suo licenziamento!

Il fruscio di scopa nuova sta dunque diventando musica. Una musica nuova, diversa. E domani forse uno straccio finalmente raccatterà quelle povere briciole di cracker che da settimane annaspano nell’oceano di polvere.

Franco Caprio, medico, nato a Torino e residente a Conversano (BA) ha pubblicato, insieme ad Antonella Caprio, il romanzo d’esordio Il Segreto del Gelso Bianco, Besa Editrice (“Oscar PugliaLibre” quale miglior romanzo edito in Puglia nel 2010; Vincitore Premio Letterario LibriaMola 2010 – 1° classificato; Vincitore Premio Letterario Via Po-Torino 2010 – 2° classificato).

Aleph: “Uomini e no” di Giulia Basile

I tre volti guardavano fiduciosi da una vecchia fotografia. Li aveva adottati a distanza, tutti e tre insieme, e da lontano aveva seguito il loro cammino; ma a uno erano ora rivolti i suoi pensieri, a Kokou, perché non era più lo stesso.

Gli anni erano passati in fretta in quel piccolo villaggio sperduto, Kuma, a 150 km da Lomé, e ognuno di quei ragazzi aveva spinto la propria vela verso un diverso destino. Il maggiore dei tre stava terminando l’Università di Lomé, il più piccolo era rimasto con le suore della casa-famiglia a far loro da autista; il terzo, Kokou, era sempre in giro di qua e di là, in lotta con il mondo, appassionato e generoso, con il sangue che ribolliva quando stava in compagnia delle ragazze. Amava tanto le loro risa e i loro canti, ma era alla bella Akuvi che pensava il suo cuore.

Una domenica Akuvi gli dette appuntamento all’uscita dalla funzione liturgica, in cui si erano guardati complici, con buffe smorfie di ironia, quando il sacerdote si era messo  a raccontare di Rachele, che aveva avuto un figlio a ottant’anni da un uomo che ne aveva quasi cento. L’appuntamento era per il giorno dopo alle fontane: le chiamavano così le cascate di Kpimè, che il fiume faceva con un salto di 30 metri dal bosco superiore.

Percorsero la lunga strada saltellando come due ragazzini, felici di ridere e spintonarsi. Riempita d’acqua freschissima la giara da riportare al villaggio, si misero a giocare con l’acqua come in un rituale d’amore; poi si tolsero i vestiti per farli asciugare appesi ai rami di un baobab e finalmente si tuffarono per ristorarsi dall’arsura, come avevano sempre fatto, da quando erano bambini.

Ebbe lo stesso desiderio il commerciante di cocco e manghi, che raccoglieva da quella zona una camionata di frutta ogni lunedì per portarla ai mercati. Era un bianco sempre pieno di dollari e pronto a far baldoria. Quando si accorse della ragazza e dei vestiti, li chiamò con dolcezza – li conosceva entrambi. L’uomo camminava, sorrideva e giocherellava con un cocco tra le mani, ma con un gesto inaspettato e imprevedibile, appena l’ebbe sotto tiro, assestò un colpo alla nuca del ragazzo e con crudeltà si impossessò di lei.

Gli aveva scritto spesso in quegli anni, ma Kokou non le aveva mai risposto e, da quanto le riferivano i fratelli, era diventato violento e solitario; viveva sempre ai margini del suo villaggio da quando era uscito dal carcere, condannato per omicidio, nonostante molti si fossero schierati dalla sua parte e lo avessero ritenuto innocente. Infatti erano in tanti a conoscere la durezza e la cupidigia di Corentin e ad aver intuito come fossero andate le cose.

Ma era andata anche peggio alla bella Akuvi, che quel giorno lontano aveva perso la sua verginità e il suo amore per gli uomini. Buoni o cattivi, bianchi o neri.

Aleph: “Uomini e no” di Ilaria Lopez

Scarpe gettate sul pavimento. Una sottoveste rossa fascia il pavimento di legno scuro come un beffardo tappeto rosso. Un red carpet che la fa sentire l’ospite d’onore a quella crudele e ridicola cerimonia. Solo che al posto delle acclamazioni, in sottofondo, qualcuno geme.

Tacca, tacca, tacca.

Umiliata. Offesa. Un’idiota. Nella migliore tradizione dostoevskiana.

Tacca, tacca, tacca.

La lettiera del gatto da cambiare il lavoro da consegnare cristo non ce la farò mai la casa da tenere in ordine e il bucato da fare e ritirare attenta a non stenderlo proprio quando le previsioni in tv dicono che il cielo minaccia pioggia e poi bisogna aggiustare lo smalto sbeccato ché uscire così pare brutto mia madre mi guarderebbe sicuramente con un sopracciglio inarcato in segno di disapprovazione e il pranzo da preparare la cena la colazione l’assicurazione da pagare le bollette la posta da ritirare le

Tacca.

Cenere. Danza leggera, dopo l’eruzione del vulcano. Come un tuffatore a volo d’angelo dal trampolino, la cenere si posa. Elegante, perfetta, grigio marmo. Bugiarda, tenera, leggera. Fragile.

Tacca, tacca, tacca.

Dietro quella lingua putrescente srotolata sul pavimento, seguono altri vestiti, come i rimasugli di un pranzo succulento che tornano in superficie impastati di bile. La sua stessa casa le fa le boccacce. Sono le smorfie di un mostro cattivo che ha vomitato sul pavimento i resti del pranzo con cui si è ingozzato. A gemere sono in due, ora. Solo che in mezzo a quegli scarti c’è anche lei, sputata fuori, prigioniera di un bolo digerito a metà.

Tacca, tacca, tacca.

Come le tre scimmiette: non vede. Non sente. Non parla. Soprattutto, non parla.

Tacca, tacca, tacca.

La routine ti morde ti mastica ti mangia ti divora ti digerisce ti espelle come una tossina e non salva neanche ciò che di buono c’è in te

Tacca.

Nessun rumore sotto la cenere, ora. La coltre è spessa, grigia come l’asfalto consumato. Le ha intasato orecchie, bocca, naso, occhi.

Tacca, tacca, tacca.

Niente più ambigue frattaglie di seta sparse sul pavimento, ora. Niente gemiti. La casa ronza nel suo silenzio, come una cavalletta nervosa. La cenere al suo posto. Il viso rilassato, nessuna emozione a trapassare i pori della sua pelle come lame. Ma le tacche, le tacche sono tutte lì. Incise su tutto il suo corpo, color rubino. A ricordarle, in un rivolo color porpora, quanto abbia paura del dolore. Ciò che ci rende uomini e no.

I guess you are afraid of what everyone is made of…

Ilaria Lopez è studentessa presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Bari. Ha partecipato a diversi concorsi letterari, grazie ai quali sono stati pubblicati alcuni suoi racconti.

Aleph: da venerdì il prossimo tema “Uomini e no”

Dopo il successo dei racconti dal titolo “Il mestiere di vivere”, primo ciclo di Aleph: La Puglia Che Racconta, la rubrica settimanale del venerdì di «PugliaLibre» in cui ospitiamo le brevi prove narrative di scrittori pugliesi, dalla prossima settimana alla fine di maggio si riparte con le stesse regole ma un nuovo tema.

Come per i mesi appena trascorsi, infatti, l’unico requisito richiesto ai vostri racconti sarà il titolo, scelto dalla redazione di «PugliaLibre» tra i più importanti libri della letteratura italiana. Per i prossimi tre mesi, ospiteremo racconti che abbiano come titolo “Uomini e no“, come il celebre romanzo di Elio Vittorini.

I racconti dovranno essere inviati in formato word all’indirizzo e-mail info@puglialibre.it insieme ad un’immagine (un dipinto, una fotografia, un disegno), non dovranno superare la lunghezza di 2500 battute (spazi inclusi) e i migliori verranno pubblicati ogni venerdì su www.puglialibre.it. Ogni testo dovrà essere accompagnato da una brevissima nota biografica dell’autore che verrà pubblicata insieme al racconto.

Aleph: “Il mestiere di vivere” di Antonella Caprio

Beata te che sei giovane! Alla tua età sì che puoi divertirti!

Dicono tutti così i grandi, perché pensano che a quindici anni non puoi conoscere il dolore. A quindici anni sei una persona appena abbozzata: priva di sentimenti assoluti, di emozioni travolgenti. Pensano che sei solo puro istinto e risate sguaiate, e attività cerebrale zero. Che ne sanno loro di quanto puoi soffrire? Di quanto struggimento può contenere il tuo corpo? Nulla. Pensano che a quindici anni non puoi patire per amore, che l’amore è priorità del mondo degli adulti. Che alla tua età i fidanzatini vanno e vengono come i brufoli sulla fronte, senza lasciare traccia. E non sono nemmeno capaci di guardarti in faccia. Non si accorgono di niente… niente, i grandi. Loro che capiscono sempre tutto.

Solo tu sai quanto male fa non sentire più il telefonino squillare per leggere i suoi messaggi. Non sentire più d’inverno le sue mani calde sulle tue guance fredde. I suoi baci sulla tua bocca avida. Solo tu sai cosa si prova nel sentirsi abbandonati senza il conforto di una parola, di una spiegazione. Che so… Ti ho voluto bene ma ora è tutto finito, oppure… Sei la persona più cara al mondo ma io non ti merito, o… Dopo tutto quello che c’è stato fra noi, rimaniamo almeno buoni amici. Insomma frasi di questo genere che ti aiutano ad entrare nell’ordine di idee che il rapporto con lui cambierà direzione. Invece lui è fuggito via senza alcun preavviso, con passi felpati. Ti ha lasciata in silenzio. Un silenzio assordante dentro il quale senti solo urlare il suo nome. Tutto il giorno. Ogni ora. Ogni istante. Il suo nome ti rimbomba nella testa fino a farla scoppiare, fino ad occuparla tutta da non farci entrare altri pensieri, altre idee. E allora ti chiudi nella tua stanza e passi il tempo a guardare ora il display del telefonino e ora la finestra con la speranza di vederlo tornare a cercarti in qualche modo. Fino a quando un giorno non lo vedi su facebook in una foto abbracciato ad un’altra. Chiami di corsa la tua amica e lei ti dice che è tutto vero, che ora lui sta con quella tipa della foto e che di te non ne vuole nemmeno sentir parlare, che tu per lui sei stata un peso. Un peso.

La neve sbatte contro la finestra, si frantuma in mille cristalli che graffiano il vetro con lacrime ruvide, le stesse che senti piangere dal tuo cuore. E vorresti essere fiocco di neve, soave e candido, per accarezzare il suo corpo con i tuoi schizzi di ghiaccio e con quegli spilli freddi, incorporei, incidere sul suo petto Ti amo. Solo così, perché lui senta quanto può essere lieve il tuo affetto, e quanto gelida la tua solitudine.

Alla porta della tua camera la mamma bussa, ti invita ad andare a tavola. Per lei è importante solo che mangi, che ti mantieni in forma. E non capisce che il cibo è un macigno che ti tiene attaccata alla terra, ti schiaccia, ti annienta, mentre tu vuoi essere fiocco di neve, piuma d’uccello, foglia d’autunno. E così comprendi qual è la tua missione: diventare leggera come ali di farfalla, impalpabile come il vento, e come il vento annullare il peso.

Il peso della vita.

Antonella Caprio, docente, è nata e risiede a Torino, ma ha trascorso la giovinezza in Puglia. Ha pubblicato, insieme al fratello Franco Caprio, il romanzo d’esordio Il Segreto del Gelso Bianco, Besa Editrice (“Oscar PugliaLibre” quale miglior romanzo edito in Puglia nel 2010; Vincitore Premio Letterario LibriaMola 2010 – 1° classificato; Vincitore Premio Letterario Via Po-Torino 2010 – 2° classificato).

Aleph: “Il mestiere di vivere” di Mariagrazia Veccaro

Forse è quel sentirsi dei sopravvissuti a rinnovare l’impressione che la giornata non è che uno scontro campale.

Raggiungere un bar, uno qualsiasi, a prima mattina, diciamo verso le 7, 7 e mezzo, e mai per fame no, sempre per quel desiderio che un tempo, è vero, fu bulimico, di dare un’altra chance al mondo, a me stessa nel mondo. I sopravvissuti come me li riconosco a naso, sanno di sale degli oceani dei loro silenzi, gli altri sono solo le grida scosciate e il chiacchiericcio ronzante del bagnasciuga sudato durante la stagione balneare.

Al bar lo scampato ad un disastro familiare, al crollo dell’impalcatura di un amore cedevole, quello fermo nella trincea di una sala d’aspetto cerca sempre di lavorare in sottrazione sulle frasi, desidera un caffè-macchiato-lungo ma dice solo “un caffè”, sceglierebbe un cornetto alla marmellata con le praline bianche ma pronuncia “..e un kraffen”, gli costa fatica chiedere un bicchiere d’acqua ed è per questo che si tiene la sete, il  gesuita che con l’arsura crede di pagare la colpa della sua indolenza, poi si avvicina alla cassa, il gesto appesantito di aprire il portafoglio che è come un “quant’è?”. Lui conosce il peso degli eventi, può farne persino una stima ad occhio, ecco perché fa fatica ad usare più di due parole per volta, riconosce l’inutilità dell’abbellimento, riduce all’essenziale e, tastando il nocciolo dell’essenza nell’essenziale, non ha paura di morire come tutti quelli che come lui hanno già preso le misure degli addii e delle distanze.

Qual è la differenza tra la consapevolezza e l’essersi arresi?

C’è l’altro seduto sempre al tavolino all’angolo, quello più nascosto, lui che veniva schernito per come s’ingobbiva durante i compiti in classe, un arco appassionato, che ogni volta, ora, che sente suonare la porta d’entrata si posiziona a schiena dritta sulla sedia come un cervo che si scuote dall’ansia di poter essere di nuovo vittima, guarda dritto chi entra come punterebbe il bersaglio un cecchino, stacca un pezzetto di flauto al latte con decisione, strappa i lembi della pasta con un taglio dei denti netti, un po’ spaventato per questa rabbia che il tempo gli ha fatto crescere dentro, figlio maledetto di uno stupro ma che comunque lui è deciso a tenersi, una gestazione è un’ulteriore barriera tra se stessi e gli altri.

La ragazza bassa che al bar si finge un’artiste parigina e sogna un amore che la cerchi nel bistrot, “perché non aspettavo che te”. Ordina sempre un tè perché spera che lui la riconosca seguendo il filo dell’odore del gelsomino, poi improvvisa un balletto per ritrovare degli spiccioli in tasca, lascia come mancia un sorriso dolce, da dare a lui nel caso passasse la sera, inavvertitamente. Passano gli anni, diversi gli avventori, baristi, menù, il colore di una tovaglia, ma rimane lì, sgranando silenziosi versi imparati a memoria di abbracci sotto i portici e ciliegi che arrossiscono di poeti che si fecero bastare l’amore di una donna soltanto.

Nel bar che frequento, verso le 7, 7 e mezzo, non c’è mai nessuno. Allora immagino di occupare ogni tavolino con le diverse anime che sono.

E tutto quello che è andato perso e tutto quello che non è ancora perduto ha l’alito di caffè, è nel freddo pungente delle 7, nel tintinnio delle pance calde delle tazze.

Mariagrazia Veccaro, nata ad Alberobello, studentessa in Lettere, collabora con varie riviste e giornali.