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Aleph: “Il mestiere di vivere” di Simona Leo

Anche queste feste sono volate via. Finalmente.

Chiamate, auguri, pranzi, cene, sorrisi, baci. Tutti riuniti in famiglia, o quasi tutti. Momenti di felicità, forse qualche tempo fa. Questi giorni, ormai, non fanno altro che farmi guardare intorno e cercare con lo sguardo l’unica persona che non c’è più, mio figlio. Cerco i suoi occhi, ma non li trovo. Provo ad ascoltare la sua voce. A volte ho la sensazione di sentirmi chiamare “mamma”, mi volto, ma lui non c’è.

“La vita va avanti, deve andare avanti” mi sento ripetere in continuazione, ma come? Fosse facile. Provo a leggere per distrarmi, ma neanche la letteratura riesce più a farmi evadere da questa realtà. No forse è un sogno, penso, “svegliati Carla, svegliati. È solo un brutto sogno. Marco è vivo!”, mi ripeto. Ecco che suona il campanello, non stavo sognando. Le solite visite. Certo non vogliono lasciarmi sola. Sento tirarmi le labbra in un timido sorriso di circostanza. Parole. Mi dicono che non sono più la stessa, che devo smettere di starmene chiusa nella sua stanza, che devo uscire, pensare a mio marito. Anche lui soffre, lo so. Finalmente mi parlano di Marco. Che bello quanto mi raccontano di come era buono con tutti, con le orecchie sempre disponibili all’ascolto, come riusciva a rallegrare chiunque, anche chi l’ha conosciuto solo durante una fila in posta. Eppure non si sono dimenticati di quello sconosciuto che per caso ha incrociato la loro esistenza. Ora solo assenza, quanti avrebbero voluto avere più tempo per conoscerlo, quanti non sanno più a chi chiedere consiglio, io vorrei solo il suo enorme e tenero abbraccio. “Fatti forza”, saluti, baci, parole.

Ma che ne sanno loro. La vita della mia anima si è spenta su quell’asfalto gelido quando il mio caldo corpo di mamma era steso accanto al suo, ormai esanime. Non avevo  mai pensato di vivere questo momento. Fermo il suo cuore, fermo il tempo, ferme le ruote della sua moto. Vorrei tanto sapere cosa è successo, chi c’era lì in quel momento e ha taciuto. Forse capire mi aiuterebbe a esorcizzare questo dolore, questa fitta che mi uccide dentro. Forse.

Uno, due, tre… tutte le decorazioni dell’albero sono nel cartone del pandoro dell’anno scorso. Quante cose sono cambiate. È giunto il momento di staccare le luci.

Simona Leo è una disperata laureanda in Lettere presso l’ateneo barese e scrive recensioni letterarie per temperamente.it. Tra ciò che ama non possono mancare i libri, i cani e le calde tisane. Non sopporta solitamente gli ambienti troppo affollati, i raccomandati e gran parte delle verdure.

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Ancora poche settimane e “Aleph” cambierà tema, ospitando per tre mesi nuovi racconti che abbiano come titolo “Uomini e no”. Continuate a inviarci i vostri racconti al nostro indirizzo info@puglialibre.it!

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L’immagine di questo articolo è tratta da http://www.artmarta.it/

“Il mestiere di vivere” di Antonella Squicciarini

Era il primo dell’anno, e quell’anno si assicurò che avrebbe trovato il modo giusto. Non avrebbe rifatto gli stessi errori, perché era sfiancata, atterrita, prostrata. Ma tutta quella tristezza capitava nel giorno giusto, l’ultimo di trecentosessantaquattro; sarebbe bastato chiudere con un nastro verde tutte le parole, tutti i gesti e le sconfitte in quel diario, e aprirne uno nuovo. Ne scelse uno rosso e si appuntò i divieti e gli obblighi. In fondo era stanca di quelle paure sedimentate, delle rincorse al passato per ricreare tepori raffreddati e delle rassicurazioni ormai sconsacrate. Scrisse di quanto nuovo avesse bisogno, di quanti sorrisi inattesi, di quanto coraggio avrebbe trovato per prendere un aereo da sola e immergersi nell’assurdo di una cultura estranea. Sottolineò la parola coraggio. Si disse che avrebbe messo in ordine le idee, e trovato finalmente la strada più dritta e sicura per arrivare ad una certezza; che la bussola impazzita avrebbe trovato il suo nord, anche da sola. Riempì tredici pagine, e poi andò a stappare lo spumante della mezzanotte tra botti assordanti e individui allegri per qualcosa che ancora non sapevano. La mattina si addormentò con un occhio socchiuso.

Anche quell’agosto arrivò, caldo, con i rumori delle cicale ad accompagnare ogni pensiero. Quelle instancabili lavoratrici cantavano un attimo sì, ed uno no, e inseguire le frasi sulla carta opaca diventava un ritmo di corde scordate. Scordate erano quelle parole, sepolte da un anno trascorso per metà. Erano le parole dell’inizio, e come ogni inizio profumavano di novità, fiducia, curiosità. Ma non aveva mantenuto i propri propositi, era ricaduta esattamente nelle stesse stranezze; la storia, e l’anno, si erano ripetuti, scorticandole ancora le ginocchia. Era rinchiusa nel passato. Avrebbe potuto avere ancora settanta primi di gennaio sul calendario, settanta nuovi propositi, ma lei sarebbe rimasta la stessa ripetizione di alternative sbarrate. Era l’amaro in bocca di ogni fine anno: accorgersi che la vita non era andata come e dove voleva.

Per fortuna esistono gli aeroporti, un limbo di adrenalina e pazienza, con un potenziale triplicato in quel mese di dicembre. È il mese che preferisce, per la delicatezza di giorni che preludono ad un finale, ma che hanno il carico di undici mesi sulle spalle. Ha sbagliato per tutto l’anno, ma c’è sempre il tempo giusto da aspettare, e da cui essere ricompensati, alla fine. L’ha scritto sulle pagine opache e imbottite dalle pillole di trecentosessantatré giorni, che adesso può chiudere per salire finalmente su quell’aereo.

Antonella Squicciarini, laurea triennale in Lettere, in attesa di concludere i miei studi, alla ricerca della mia strada dritta. Scrivo abitualmente per il web-media Linkredulo, occasionalmente per la Repubblica Bari.it – Libri, e giornalmente per me stessa: questo è il mio rifugio. Leggo tanti libri e guardo tanti film, semplicemente per vivere tutte le altre vite che non ho avuto.

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Nelle prossime settimane verranno pubblicati gli ultimi racconti della rubrica Aleph con il titolo “Il mestiere di vivere”. Successivamente, il tema e il titolo che dovranno avere i racconti da inviare al nostro indirizzo info@puglialibre.it sarà: “Uomini e no”. Aspettiamo i vostri racconti!

Aleph: “Il mestiere di vivere” di Giuseppe Ceddia

Quella mattina di Settembre le nuvole si mangiarono il sole come i passeri gli insetti. Luigi, al solito, si svegliò alle sette, aprì gli occhi incrostati causa congiuntivite, come al solito. Come al solito li scrostò con i dorsi delle mani, i filamenti si allargarono e vide la luce che proveniva dalla finestra dove, come al solito, non era abbassata la saracinesca la quale, arrugginita come ferro di antica memoria, era incrostata anch’essa come gli occhi, era come al solito fissa nella stessa posizione da tempo assai lungo, occhi e finestra guardavano il mondo innaturalmente, incrostati di ruggine e congiuntivite, non vi erano oli, non vi erano colliri che potessero addolcire, sciogliere quelle incrostazioni. Luigi si guardò intorno, seduto come al solito sul letto, il materasso andava cambiato e al risveglio la stanchezza era maggiore di quando si distese, non un massaggio notturno, piuttosto un lavoro di schiena era la notte per Luigi, il materasso non lo massaggiava, anzi lo schiaffeggiava sulla schiena, la rete cigolava, non aveva cigolato mai neanche quando il liquido dell’amore era fuoriuscito dal suo pene nelle rari notti di veglia e amore con qualche donna. Si guardò intorno, si scrostò gli occhi, vide i muri bianchi della stanza come al solito, quei muri che ogni dannata mattina sembrava volessero inghiottirlo così com’era, col pigiama sdrucito, i sandali ai piedi infilati al risveglio, Luigi e il suo letto, appetitoso pasto per i muri bianchi, immensi, spaziosi e lisci, possenti e ospedalieri, muniti di arti invisibili ma possenti che avrebbero attirato Luigi e l’avrebbero inghiottito in un solo boccone. Come al solito.
Come al solito il pensiero si trasformava in sonora risata, poi guardava la finestra Luigi, non cosa c’era fuori da essa, la finestra soltanto, il mondo finiva lì, oltre quella finestra e quei muri non vi era nulla, solo l’abisso incolmabile del mondo che non nutre nessuno ma si ciba delle speranze dei soggetti, di stomaci umani che digeriscono cuori di cavalli, di dolori del mondo, si sazia il mondo con i tic dell’uomo. Luigi lo sapeva molto bene, scrutava i giochi del destino, conosceva lo schema prefissato che dall’inizio dei tempi reggeva l’esistenza dell’essere vivente. Era tutto così. Come al solito. Sapeva che pochi individui intendono la vita come un lavoro, come un mestiere, e questo forse è il problema, si è giunchi al vento. Invece Luigi sapeva che l’esistenza è un mestiere. Come al solito. Il mestiere di vivere.

Giuseppe Ceddia è nato a Bari nel 1977. Pubblicista, collabora con la pagina culturale del «BariSera» e cura il blog spesbari.myblog.it. Dottore di Ricerca in Italianistica presso l’Università di Bari è anche collaboratore della rassegna cinematografica annuale “Sentieri nel Cinema”. Appassionato di musica blues&jazz, scrive anche racconti di cui uno pubblicato sulla rivista letteraria «L’Immaginazione» (Manni Editori). Nel 1999 ha vinto, nella sezione recensioni, il Premio Letterario città di Bari.

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Nelle prossime settimane verranno pubblicati gli ultimi racconti della rubrica Aleph con il titolo “Il mestiere di vivere”. Successivamente, il tema e il titolo che dovranno avere i racconti da inviare al nostro indirizzo info@puglialibre.it sarà: “Uomini e no”. Aspettiamo i vostri racconti!

Aleph: “Il mestiere di vivere” di Ilaria Lopez

«I can hear the soft breathing
of the girl that I love
She is soft, she is warm,
but my heart remains heavy»

C’è un ricciolo che gioca col suo respiro. Una ciocca corvina, ribelle, si è staccata lentamente dallo stormo disordinato che invade il suo cuscino. Probabilmente quel ricciolo insolente le solletica il naso. Se anche così fosse, lei non pare accorgersene: il volto disteso, le palpebre da baciare. Il chiarore della luna rimbalza contro il rosa delle sue labbra, facendomi rabbrividire. È stato un attimo. Per un attimo siamo stati quasi uguali… per un attimo, mi sono sentito quasi parte di lei, non più confuso con la quieta penombra della sua camera. Tutto è nero, come macchiato d’inchiostro, sparso ovunque da una mano maldestra. La mia, probabilmente. Tutto è oscurità, tranne lei: il calore e la morbidezza delle sue braccia e delle sue guance colorano l’aria che respira. È come se irradiasse un’aura. Così intensa, così bella da sembrare quasi viva. Viva di una vita propria. Quella stessa vita che manca a me. Quella vita che la fa arrossire e sorridere, e che le fa rombare il sangue nelle vene quando si emoziona. Quella stessa vita che, adesso, le fa sollevare e riabbassare la dolce forma del seno. Un moto di desiderio e d’amore mi passa da parte a parte, lama del gladio del più feroce combattente: la morte. Guardandola, respirare sembrava così naturale e imprescindibile… ostinato, tendo un braccio per stringerle la mano, abbandonata sul cuscino come una vergine su un letto nuziale. Le accarezzo le unghie, pallide di un rosa genuino e meravigliosamente vivo… mentre le accarezzo le falangi una per una, lei ritira la mano con un movimento soave: suonando su un’immaginaria tastiera, nasconde le dita fra le pieghe delle lenzuola. Ha sentito freddo. Non gli spifferi di una finestra dimenticata aperta nella stanza accanto, non l’inverno. Ha sentito me. Ha sentito il mio tocco freddo. Piangerei, se potessi. Urlerei, se mi sentisse. Ma l’unica cosa che posso fare è lottare contro l’impulso irresistibile di cingerla tutta quanta con le braccia. Perché manca poco all’alba e io allora dovrò andarmene, trascinandomi dietro la mia disperazione, arto fantasma di un cuore gelido. Prego per piangere. Ma le lacrime non vengono perché anche piangere fa parte di quello che chiamano ‘il mestiere di vivere’, da cui io sono stato licenziato già da tempo. Guardo il suo viso. Forse anche il giorno verrà licenziato dal ‘mestiere di vivere’ e non arriverà mai più.

Ilaria Lopez è studentessa presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Bari. Ha partecipato a diversi concorsi letterari, grazie ai quali sono stati pubblicati alcuni suoi racconti.

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Aleph: “Il mestiere di vivere” di Oscar Pizzulli

«Papà, mi racconti una storia?» chiese sospirando la bambina, non appena il chiarore lunare scese ad indorare il suo umile giaciglio.

Chiamava papà quell’uomo vecchio e stanco, quantunque non lo fosse, perché era stato l’unico a prendersi cura di lei e perché nei suoi lineamenti, dolci e consumati, riponeva quella fiducia universale che, alle volte, si porge inconsciamente, come un affluente che ceda le sue acque al mare.

Tutte le volte che la piccola gli rivolgeva quella richiesta, gli occhi dell’uomo, appesantiti da un dolore ancestrale, si inchinavano a fissare la sua infantile chioma nera, quasi non riuscissero a sostenere il volto della luna, pallido e scevro da ogni affanno. Cominciava così a raccontare le inverosimili storie di orchi e principesse, streghe e cavalieri erranti, ed era come se, con il passar del tempo, fosse svanita in lui ogni indecisione sulla veridicità di quegli avvenimenti narrati, convinto d’aver anch’egli preso parte, un giorno remoto del passato, a quelle incredibili avventure. La sua mente si era andata ricreando, attorno ai miti e alle leggende popolari, una nuova imbracatura che non la facesse uscir fuori dalla comune ragionevolezza. Dal momento che, per un istinto superiore, ognuno ha bisogno di vivere per condurre a termine una missione, aveva immaginato che la sua fosse quella di rendere servizio al potere del racconto, ormai in declino e trascurato e, in questo modo, si sentiva ancora vicino allo spirito naturale del genere umano. Non lo interessavano le moderne figure della tecnica, fuorvianti armature di non senso che trasudano di falsa originalità e da giovane aveva abbandonato il torchio della fabbrica alla ricerca di un’attività che sviluppasse, a suo dire, i più alti contenuti delle facoltà umane. Si era messo a praticare mestieri manuali, diventando un abile artigiano, per poi comprendere, come il filosofo cinico, che la vita può anche fare a meno di ciò che continuamente si crea e si modella con le mani, per essere, invece, vissuta all’interno della sottile cornice di un ricordo tramandato.

D’altronde, non basta la memoria di una piccola cellula per dar vita ad un essere umano?

Come cantastorie, ricordava la gente che per anni lo aveva seguito attentamente nei suoi continui spostamenti, prima che arrivassero altre distrazioni e che il timore e la paura portassero gli uomini a diffidare del prossimo e a trincerarsi dal vicino.

Ora che nessuno andava più ascoltando dalla sua voce il racconto della vita, non aveva più alcun senso girare il mondo ed incastrare e smontare il tempo per trovare un attimo di autenticità da descrivere e immortalare. Lui, il musico, il guardiano, l’attento osservatore di ogni gesto ed azione, avrebbe continuato a rivivere i suoi ricordi trasferendoli nel cuore di quella piccola creatura, abbandonata e dimenticata come la sua esistenza, e questo, nonostante il freddo e la coltre di indifferenza che li avvolgeva, avrebbe riscaldato, per sempre, gli umori feriti e malconci di entrambi.

Sono uno studente di fisica dell’Università di Bari. Al momento vivo a Bari per motivi di studio ma sono di Ginosa, paese della provincia di Taranto. Mi piace scrivere (ho collaborato saltuariamente con testate giornalistiche locali) e per anni ho studiato musica, attività purtroppo interrotta, che un giorno spero di poter riprendere.

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Aleph: “Il mestiere di vivere” di Angela Liuzzi

«Da grande farò: l’astronauta, la veterinaria, la maestra e la ballerina», dicevo con la mia vocina di bimba, nascondendomi dietro il braccio di papà per quell’insensata vergogna dei bambini, a chi mi chiedeva: «Che lavoro farai da grande?».
E allora erano tante le cose che mi piacevano: l’universo, immenso e incomprensibile agli occhi di una bambina che voleva solo afferrare le stelle e attaccarle sulla volta della sua cameretta; i miei gattini Lula e Poldo, il canarino Gino e le mie Tarta e Ruga; mi piaceva insegnare alle mie bambole quello che imparavo a scuola, e immaginarmi col tutù rosa, sola su un grande palco, davanti a un pubblico tutto mio.
Loro, invece, i miei genitori, sognavano per me una brillante carriera da ingegnere, o economista, dottoressa, avvocatessa. Sì, qualcosa di cui andar fieri, e potersi “vantare” sommessamente con gli altri, com’è naturale che un genitore affezionato faccia, pronunciando con un sibilo quasi impercettibile: «Oh, certo, Chiara è il nostro orgoglio», con gli occhi che brillano e la voce un po’ spezzata al ricordo di quando si viveva insieme, tutti e tre e gli animali, e all’idea di una figlia ormai donna, capace di camminare sulle proprie gambe, indipendente, a sua volta moglie e madre.

E invece eccomi qui. Ho perso i miei sogni di bambina, perché la realtà li ha sigillati ben bene nel forziere della mia memoria – troverò mai la chiave per aprirlo?; credevo d’aver trovato la mia via, ma una fitta nebbia è calata sui miei occhi e mi ha fatto uscire fuori strada: mi sono smarrita in un labirinto intricato di viottoli e stradoni che non riconosco, e senza bussola non ho modo di tornare sui miei passi. Le mie gambe sono due ramoscelli sottili e ancora troppo verdi perché possa alzarmi e camminare senza appoggiarmi a qualcuno. I grandi – quegli stessi grandi che mi chiedevano, bambina, cosa avrei fatto io da grande – hanno giocato a scacchi col mio futuro, e hanno perso: ma a farne le spese sono stata io.
Ho ventotto anni, una laurea a pieni voti, vivo ancora con i miei e lavoro in una pizzeria per 600 euro al mese. Ma so, lo so, che un giorno, presto o tardi, le cose cambieranno. La forza per andare avanti e credere ancora nella vita me la dà solo un pensiero: a poco a poco, sto imparando a lavorare. Sì, sto imparando il mestiere di vivere con poco e tanto coraggio.

Sono una studentessa di lettere moderne con la testa fra le nuvole e i piedi per terra. Per sfuggire a una realtà troppo spesso cruda e insensata, mi rifugio in un mondo perfetto, che non mi delude mai: quello dei libri. Dalla lettura nascono riflessioni/recensioni che pubblico su temperamente.it. Non posso fare a meno del rumore dei treni e dei paesaggi che vi scorgo quando viaggio.

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Aleph: “Il mestiere di vivere” di Carlotta Susca

Preferirei non andarci, a scuola, domani. Fa’ che domani scompaia, che scompaiano tutti i giorni delle medie, questo supplizio quotidiano. Fa’ che io sia grande, padrona della mia vita, senza l’incubo dei compiti del giorno dopo.

Mi sveglio in un letto non mio. Sono stata ascoltata, sono adulta. Mi acquatto ai margini della coscienza di questo corpo che non sembra risentire della mia presenza di ospite osservatore. È un letto matrimoniale. Sono sposata? Niente anelli. Bene. Sbircio la persona che dorme al mio fianco: non lo conosco, quest’uomo. Una parte della mia consapevolezza sa che ho ventisette anni. So che devo alzarmi dal letto e mi muovo come se conoscessi bene questa casa. Mi vedo percorrere il corridoio, vedo un cane. Vedo anche un gatto. Sono miei? Da quando li ho? Preparo il caffè. C’è una macchinetta, fantastico. Mi vedo riscaldare dei saccottini al cioccolato, e portarli col caffè a letto. Facciamo colazione, io e quest’uomo che non so chi sia. La sua faccia non mi dice nulla. Da quanto tempo lo conosco? Da quanto viviamo insieme?

Mi vedo vestirmi, andare a lavoro. Ho un lavoro. Bene, e sembra che mi piaccia. Pranzo in un posto dove mi conoscono. Mangio spesso fuori? La mia collega è simpatica, ho una scrivania, un computer e tanti faldoni. Faccio tutte queste cose? Devo aver imparato a usare il Mac, guarda un po’.

Mi vedo tornare a casa tardi, stanca. Sto leggendo un libro, quale? Roth. Non lo conosco, ma a ventisette anni evidentemente lo conoscerò. Prendo appunti, forse devo scrivere una recensione al libro: dove? Collaboro con un giornale? C’è un bellissimo computer e qualche parte di me sa che è mio. Diamine.

Mi piace questa vita? Quanto spesso vedo i miei genitori, e che faccia avrà mio fratello? Deve essere diventato grande, adesso.

Mi sento stanchissima ma so di dover cucinare, e so anche di dover fare la spesa, prima. Vedo che ci sarebbero delle robe a lavare, e vedo che ce ne sono altre già stese. Faccio io tutto questo? Devo essere diventata un po’ meno menefreghista, per le faccende casalinghe.

Vivo come ospite di me adulta da un paio di giorni, mi vedo sempre molto stanca, e vedo che la sera mi addormento sul divano, davanti alla televisione. Ci sono un sacco di canali. Non ho ancora capito se sono felice.

L’interrogazione di Storia dovrei averla scansata, ormai, ora posso anche tornare indietro. Ehi, capito? Posso tornare, ora. Per favore.

Carlotta Susca ha ventisette anni e vive a Bari. È laureata in Scienze della comunicazione, Editoria libraria e multimediale, Filologia Moderna. Lavora in campo editoriale, organizza eventi letterari e scrive per Puglialibre, Temperamente, Raccontopostmoderno, Sulromanzo, ipool. Da gennaio 2012 co-condurrà la trasmissione ‘Annidieci – Scritture dal web’ su radio linkredulo.

Aleph: “Il mestiere di vivere” di Franco Caprio

Un’ombra d’inquietudine ha avvolto il mio animo non appena ho appreso la destinazione che mi attendeva, e quell’ombra è divenuta una morsa scura ed opprimente ora che vi sto mettendo piede.

Eccomi… in questo mondo a me sconosciuto dove sono e soprattutto mi sento alieno. Un universo estraneo, che per forza di cose ritengo ostile e che, a ragione, come soggetto ostile mi percepisce. Ma, per quelli come me, si tratta semplicemente di un’ostilità viscerale, innocua, che per nulla preoccupa la popolazione autoctona. Sono così “libero” di muovermi entro i confini di questo territorio avverso.

L’incedere indolente dei miei passi testimonia senza equivoci l’assenza di uno scopo, una meta che dia senso al disordinato girovagare del mio corpo.

Un paio di gambe affusolate mi passa dinanzi. Alzo gli occhi e noto un bell’esemplare della specie dominante, seguito a ruota da un mio consimile schiavizzato a portatore. Rifletto su quanto algida e ingannevole può essere a volte la bellezza del nemico. Un involucro seducente che avvolge un arido cuore. Un broccato a filo d’oro quale sudario di un cadavere putrescente.

Affastello i pensieri e con immane sforzo cancello ciò che mi si para dinanzi, immaginandomi altrove intento in ben altre imprese. E questo è l’unico modo per soffocare la consapevolezza d’essere qui, in questo momento, condannato al tedio senza scampo.

Un senso di disagio mi pervade. È una crepa nello scudo di fantasie che a fatica ho stratificato. Una soluzione di continuo che risucchia la mia coscienza riconducendola nella grigia e cruda realtà. Poi, con egoistica soddisfazione, scorgo altri individui della mia specie: miei simili che vivono la mia medesima condizione. Espressioni smarrite. Occhi che si guardano intorno senza nulla osservare realmente. Facce da deportati su un brullo pianeta di frontiera, che ci hanno costretto a colonizzare.

Uno di loro incrocia il mio sguardo, ma sotto il peso dell’imbarazzo abbassa subito le palpebre. Si palesa una leggera smorfia intorno alla bocca. Le sue labbra non si schiudono, ma è come se volessero parlare e dire:  – Scusate, ma non sono qui per mio volere!

– Tranquillo, lo so! – è la mia risposta mentale. Come so pure che tutti i pochi uomini che vedo intorno a me non sono qui di propria sponte. Nessuno di loro sceglierebbe autonomamente di trascorrere il sabato pomeriggio, la mezza giornata più bella della settimana, accompagnando una donna, mogliefidanzataamicamadresorella, in un sordido outlet di abbigliamento femminile.

Franco Caprio, medico, nato a Torino e residente a Conversano (BA) ha pubblicato, insieme ad Antonella Caprio, il romanzo d’esordio Il Segreto del Gelso Bianco, Besa Editrice (“Oscar PugliaLibre” quale miglior romanzo edito in Puglia nel 2010; Vincitore Premio Letterario LibriaMola 2010 – 1° classificato; Vincitore Premio Letterario Via Po-Torino 2010 – 2° classificato).