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“Cronache della discordia” di Francesco Marocco

L’estate è tempo di letture distensive e rientra pienamente nel solco delle parodie dell’Italia contemporanea il secondo romanzo del barese Francesco Marocco, che ha esordito nel 2012 con Mai innamorarsi ad agosto (Fandango).

Cronache della discordia (Mondadori, pp. 288, euro 18) è un’opera corale che ha per protagonisti, insieme al premier (Mirko Bazzi), un giovane innamorato della ragazza sbagliata (Riccio), un’insegnante per vocazione (Culobasso), due candidati sindaco (Gino Matera e Bernardino Chiarelli) e una miriade di personaggi minori e macchiette: sono gli abitanti di due piccoli e immaginari comuni lucani divisi da un odio atavico e ora riuniti per volontà del governo in un unico municipio.

Per un caso fortuito, a loro spetterà decretare le sorti della nazione e provare magari a scardinare le logiche dell’ostilità e del campanilismo che da sempre condizionano i nostri rapporti: «L’Italia era quella, lo era sempre stata e così sarebbe rimasta, un posto unito solo sulla pelle di uno stivale, una mappa di conflitti tra regioni, città, paesini, quartieri, vicini di casa. Dovunque passi anche solo una strada, dovunque si affaccino anche solo due porte, ogni linea che disegna l’Italia traccia una separazione tra noi e qualcuno che non siamo noi, un altro a cui non ci accomuna nulla se non la stessa diffidenza che proviamo per lui e lui prova per noi».

“E invece io” di Davide Grittani

Il percorso professionale di Alberto Airoli, giornalista delle pagine culturali del quotidiano «La Notizia», è curioso, persino controintuitivo: da Pavia, una delle città con il più alto indice di qualità della vita, decide di accettare il trasferimento in una redazione di un capoluogo del Sud Italia: tutti gli indizi lasciano immaginare che si tratti di Foggia. Altrettanto curiosamente, Arioli sembra in un primo momento riuscire ad adattarsi bene alle dinamiche della sua nuova città di residenza: reduce da un matrimonio fallito, inizia a stringere relazioni professionali, politiche e affettive, tra cui quella con Ivana, sposata a un anchorman di un telegiornale su una tv locale. È sulla soglia dei cinquant’anni, e decide di festeggiare il traguardo con un viaggio solitario in America Latina, per il quale apre una raccolta fondi in una agenzia viaggi della sua nuova città.

Ma questo orizzonte è destinato a crollare, proprio nei giorni che precedono la partenza. E la vita di un giornalista qualunque finisce rapidamente alla gogna dei mass media e dei social network. Davide Grittani, giornalista e pressoché coetaneo del protagonista, racconta questa storia nel suo ultimo romanzo, E invece io (Robin Edizioni, pp. 216, euro 12), selezionato nella fase preliminare del Premio Strega. Già autore del romanzo Rondò nel 1998 (Transeuropa), di un saggio-inchiesta sul crollo della palazzina di viale Giotto a Foggia e di una raccolta di reportage (C’era un Paese che invidiavano tutti, 2011), Grittani torna qui alla narrativa con un lavoro (che diventerà presto un film) in cui affronta le dinamiche quotidiane di una città del Sud (non necessariamente circoscritte a Foggia, di cui lo stesso autore è originario), con inserti ironici e senza risparmiare punte sarcastiche nei confronti della politica locale, monopolizzata dal Partito dei Demiurghi e dalla Federazione Illuminata.

Qualcosa inizia a cambiare con una dura recensione di uno spettacolo teatrale, anticipata da uno scontro personale fuori dai camerini, con un giornalista-attore legato alla politica. Lo stesso Arioli è legato alla politica, come la sua testata e il suo direttore: e succede così che inizino ad arrivare al giornalista “venuto dal Nord” strani segnali e oblique minacce. Ma è lo stesso Arioli a sentirsi cambiato: «Sono all’equatore del tempo a mia disposizione, tutto quello che mi ha tenuto compagnia fino ad oggi – le presunte buone maniere, le abitudini politically-correct, gli opportunismi e le prudenze strategiche che avrebbero dovuto garantirmi serenità e protezione – sta lasciando il posto a un primitivo istinto di conservazione». Il crollo nervoso prosegue con l’aggressione a un automobilista che si era inchiodato al clacson, e affonda con il trattamento degno di una “macchina del fango” che gli viene riservato da un dossier anonimo girato ai giornali e in procura. Gli resta il viaggio in Sud America, per riprendersi. Cile, Argentina e Perù: «C’è un Sud dell’anima e del mondo che sa dire di “no”. Adesso che mi ricordo c’è. Io, invece, non ne sembro più capace».

Stefano Savella

“La macchina per cucire” di Valeria Patruno

C’è un modo alternativo di viaggiare. C’è un modo alternativo per impegnarsi a favore delle aree più povere della Terra. E c’è un modo alternativo per condividere le proprie storie di vita. Il libro di Valeria Patruno, La macchina per cucire. Viaggio nelle periferie dei diritti (Giazira Scritture, pp. 194, euro 14), raccoglie tutti questi elementi e soprattutto si distingue da quelle numerose pubblicazioni autobiografiche che non hanno granché da raccontare, fatta eccezione per l’egocentrismo dell’autore. In questo libro, al contrario, le storie vissute personalmente dall’autrice rappresentano il vero punto di forza; e sono talmente ricche di notizie, di contesti diversi, di emozioni che semmai saremmo tentati di conoscere, per ciascuna di esse, un ulteriore approfondimento.

C’è un modo alternativo di viaggiare, ed è quello di chi lavora nel campo della cooperazione internazionale. Valeria Patruno, laureata in Scienze politiche, opera in diverse aree del mondo da circa quindici anni, collaborando con agenzie delle Nazioni Unite e con alcune Ong e occupandosi anche di consulenza e formazione per le piccole e medie imprese. Al centro del suo libro ci sono proprio questi viaggi: dal Pakistan alla Cina, dal Kosovo al Mozambico, l’autrice ha attraversato luoghi distanti nello spazio e per tradizione culturale, ma senza perdere lo sguardo di chi intende conoscere in profondità il paese di cui si è ospiti. Uno sguardo ben diverso, com’è evidente, da quello di un turista; uno sguardo che però non lascia spazio alla compassione, e che invece è tutto rivolto alla passione, quella per il proprio lavoro di cooperante internazionale.

C’è un modo alternativo per impegnarsi a favore delle aree più povere della Terra, diverso dall’inviare un sms di solidarietà. La cooperazione internazionale soffre di una atavica assenza di narrazione da parte dei grandi mezzi di comunicazioni, oltre che di risorse economiche. Eppure è il campo in cui si misura davvero la volontà di aiutare intere popolazioni a ottenere migliori condizioni di vita. Valeria Patruno racconta numerose situazioni di questo tipo, soffermandosi in particolare su quei luoghi che necessitavano di un aiuto particolare successivamente a un grave disastro: un terremoto, un’alluvione, uno tsunami. Ricostruire da zero interi villaggi necessita non solo di grosse quantità di denaro, ma soprattutto di organizzazione, progettazione, impegno: il lavoro della cooperazione internazionale è prevalentemente quello, e le esperienze personali dell’autrice ne offrono una testimonianza preziosa.

Infine, c’è un modo alternativo per condividere le proprie storie di vita. Patruno in questo libro ha scelto di riprodurre le e-mail che, nel corso dei suoi viaggi, inviava ad amici e parenti rimasti in Italia. Si tratta, quindi, spesso di testimonianze in cui le emozioni personali e i racconti di vita quotidiana in contesti tutt’altro che facili prevalgono sulle approfondite analisi geopolitiche. Come scrive Claudio Schiano nella Prefazione, «In questo libro le storie fanno ciò che sanno far meglio: trasformare le statistiche e le riflessioni sociopolitiche in vite, dare mani e piedi e volti ai concetti, per impedirci di dimenticare che senza la gentilezza di Amir, senza la vocazione a proteggere di Liam il fuggitivo, senza l’operosità di Haad non potremmo neppure immaginarlo, un mondo più giusto».

“Nessuno è buono” di Michele Sciscio

Nessuno è buono di Michele Sciscio (GoWare, 2017, pp. 143, euro 10,99 – ebook euro 4,99) narra le vicende di Gualtiero Covella, un professore di latino che, suo malgrado, viene risucchiato dal vortice di un’esistenza inquieta sempre alla ricerca di riscatto personale, professionale e sociale: “In quest’orgia di mondo dove ognuno si fa vanto di non prendersi sul serio, lui l’aveva fatto: si era perso sul serio. Voleva salire. Perciò aveva studiato per diventare professore e per uscire dal ghetto. Ora, di tanto livore non c’era traccia. Il carcere lo aveva sedato” (p. 9).

Il prof sembra un pessimista, in realtà è soltanto impaziente che la razza umana si estingua, ma non per questo cova rancore verso l’umanità. L’esperienza del carcere lo trasforma in un uomo senza futuro, “E ora c’era il presente: un passato vestito da presente. Questo lo attendeva. E questo era il suo futuro” (p. 20).

Ed è proprio dal passato, macchiato da azioni criminali, che Gualtiero cerca di riappropriarsi della sua vita, simile a una ragnatela al centro della quale il ragno si sente protetto e invincibile, circondato da personaggi legati l’uno all’altro da un destino imprevedibile e beffardo: da Baracca a Ivanka (la “badante”), da Pilato ad Alessio Maritati (deputato della Repubblica italiana), da Vudialle a Dirce (la diva del web).

Le vicende, con un intreccio dalle tinte nere, si svolgono in Puglia, nella città agricola di Cerina, tagliata da tratturi possenti come vene di legno e interessata da una lenta conversione industriale, e vedono il coinvolgimento di politica, fondazione bancaria e chiesa.

Un romanzo avvincente, capace di instaurare empatia tra lettore e personaggi, ricco di colpi di scena e spunti di riflessione, e con un finale che si presta a diverse interpretazioni.

Michele Sciscio dimostra di essere uno scrittore avvezzo all’uso consapevole della parola, perché sa che si cade in trappola anche quando si raccontano emozioni e sentimenti e che, come sostiene Gualtiero, “La lingua è una prigione, si disse. L’ennesima. Parlare vuol dire imprigionarsi. Perciò inseguirla è inutile: si cade in trappola. Che vuol dire buono? Buono per chi? Per gli altri, per se stessi, per chi? Buono è una parola. Un’altra cella del carcere” (p. 80). E, forse, in questa affermazione si cela anche una possibile risposta alla dichiarazione provocatoria espressa nel titolo del libro. Da leggere.

Pasquale Braschi

“I tre volti di Ecate” di Vito Santoro

Due giovani e inesperti ladri d’appartamento, Dario Ondiga e Alberto Marzo, entrano in una grande villa per un furto su commissione. L’oggetto del desiderio è una piccola statua di Ecate di cui non sanno riconoscere il valore. Un imprevisto scontro a fuoco con un personaggio misterioso cambierà i loro piani e dà inizio all’articolato intreccio di I tre volti di Ecate, il nuovo romanzo noir di Vito Santoro pubblicato dalle edizioni Spartaco (pp. 194, euro 10). Come nella prova precedente del 2015, Non c’è tempo per il sole (premio Narratori della Sera), anche qui Santoro dà prova di saper costruire una trama narrativa complessa, muovendo i personaggi come pedine di una scacchiera. Separandoli, infatti, su due schieramenti contrapposti, che iniziano a inseguirsi per ottenere la statua e far perdere le tracce del trafugamento.

Intorno a Dario e Alberto, infatti, si muovono interessi ben più alti di loro ma non del tutto chiari, almeno all’inizio. Da una parte c’è Messalla, ricco proprietario di un albergo, alleato con il commissario di polizia Nebbio, disposto anche a commettere omicidi e a inquinare le acque pur di passarla liscia. Dall’altra, un altro uomo con oscuri interessi e appassionato di armi da fuoco, Mario Sforza, che offre la propria protezione ai due giovani: «Qualcuno aveva messo in giro la voce che Sforza fosse un ex mercenario. Un agente dei servizi segreti si fantasticava, o addirittura una spia. Alberto e Dario non avevano mai creduto a quelle storie: per loro Sforza era solo una persona che aveva deciso di lasciarsi il passato alle spalle e aveva scelto quella piccola città del Sud per cercare un po’ di tranquillità». Altri personaggi prendono posizione tra i due schieramenti, come il sicario Hahn, giunto dall’Europa dell’Est per far fuori i testimoni della vicenda. Nel mezzo, il proprietario della statuetta, il Conte, Enrico Banti, che intende ritornarne in possesso per motivi affettivi.

Il paesaggio in cui Santoro ambienta il romanzo unisce ricordi di luoghi diversi: la vicenda si sviluppa tra la città di Cesme, il Casale, l’isola di Sant’Andrea, il bar Gabriel, e tutti questi luoghi portano con sé suggestioni del paesaggio dell’Italia meridionale: «Aggirarono la duna e si diressero verso un vecchio rudere abbandonato. Alcuni mattoni erano caduti da un pezzo e ciò che restava era ricoperto da muschi secchi e avvolto da tralci di rovo. Probabilmente un tempo quello era stato un rifugio per i pastori, ma il progressivo inaridimento del terreno aveva allontanato quella zona dagli itinerari delle greggi». Ma l’attenzione del lettore resta fissata sulla storia di questo romanzo, i cui nodi verranno sciolti soltanto nelle battute finali.

“Reclusi” di Anna Paola Lacatena e Giovanni Lamarca

Il mondo del carcere è sempre più spesso oggetto di propaganda, di disinformazione, talvolta anche di speculazione elettorale da parte di chi invoca misure sempre più restrittive in nome della garanzia di sicurezza. Eppure, per questo come per altri contesti che si prestano a facili strumentalizzazioni, pochi conoscono nel dettaglio come funziona e in cosa consiste la vita nelle carceri nei suoi più diversi aspetti. Si tratta di una lacuna che si fatica a colmare, anche in assenza di libri divulgativi utili a questo scopo. Un ottimo contributo in tal senso è arrivato invece recentemente da Anna Paola Lacatena (Dirigente sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto) e Giovanni Lamarca (comandante del  Reparto della Polizia penitenziaria della Casa circondariale di Taranto), autori di Reclusi. Il carcere raccontato alle donne e agli uomini liberi (Carocci, pp. 304, euro 28).

Il volume si prende in carico di sfatare miti e di spiegare nel dettaglio, ma senza troppi tecnicismi, tutto ciò che riguarda il mondo delle carceri, in un ventaglio molto ampio com’è dimostrato dai diciannove capitoli che lo compongono: dalla storia dei luoghi fisici di detenzione all’organizzazione interna, dalla presenza femminile a quella dei migranti, dalla libertà di culto all’affettività e sessualità. Sena paura di prendere posizioni chiare su alcuni argomenti controversi. Ad esempio a proposito del rapporto tra reclusi legati alla microcriminalità e altri provenienti dal mondo dei colletti bianchi: «Di fatto il sistema sembra orientare attenzione (o meglio disattenzione) e paure verso i piccoli delinquenti con il risultato di sovraffollare le carceri, non senza sperequazioni e innegabili ingiustizie difensive rispetto al permanere dello status quo».

Ma non solo. Il numero di detenuti legati al consumo di sostanze stupefacenti impone un’altra interessante riflessione:«la detenzione, sia pur breve, in alcuni casi oltre ad interrompere il percorso terapeutico potrebbe addirittura inficiare l’esito della cura, sommando a stigma (sostanze stupefacenti) altro stigma (carcere)». Inoltre, aggiungono gli autori, «il 68% di soggetti che ha scontato una pena di questo tipo ha reiterato le proprie condotte criminali nell’arco dei cinque anni successivi». Allo stesso modo di grande interesse sono le pagine dedicate alla relazione tra detenzione e mondo del lavoro; in particolare, gli autori sottolineano come «Il diritto al lavoro dei detenuti, infatti, è un diritto sociale che crea in capo all’amministrazione [penitenziaria] un obbligo di attivarsi per reperire occasioni lavorative».

Gli ultimi capitoli del volume abbandonano gradualmente la sfera degli approfondimenti tecnici per dedicarsi ad aspetti generalmente misconosciuti o sottovalutati, come il rapporto che la detenzione può avere rispetto all’arte, alla scrittura, alla cinematografia, o semplicemente alla propensione a mostrarsi grati rispetto a coloro che hanno un ruolo nell’amministrazione carceraria: «la parola “grazie” ricorre spesso nel carcere. […] riconoscendo all’istituzione e ai suoi attori di aver contribuito al cambiamento o anche solo al rispetto e alla considerazione per la persona detenuta».

Legato al tema di questo libro, e ideato e coordinato da Giovanni Lamarca, sabato prossimo, 6 maggio, alle ore 10 verrà inaugurato a Taranto dal critico d’arte Achille Bonito Oliva il progetto “L’altra città”, un’installazione artistica e sensoriale allestita con il contributo di un gruppo di detenuti, grazie alla quale il carcere stesso intende farsi opera d’arte. L’installazione è collocata all’interno della sezione femminile e si snoda attraverso un corridoio che dà accesso a cinque ambienti: dall’ufficio matricola – dove saranno prese le impronte digitali e le foto segnaletiche – alla cella “nuovi giunti”, da quella di detenzione ordinaria alla cella d’isolamento, per giungere alla infine alla cella dei dimittendi. Tutti gli ambienti – trasfigurati attraverso l’intervento artistico di un gruppo di detenute guidate dal noto maestro d’arte Giulio De Mitri e con la partecipazione di alcuni agenti penitenziari – consentiranno al visitatore di “vivere” la reale esperienza del carcere e, nello stesso tempo, compiere un ideale e personale percorso che dalla percezione del castigo e dell’isolamento può portare al recupero e all’emancipazione.

Stefano Savella

“L’orizzonte della scomparsa” di Giuliana Altamura

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Christian Leone è un giovane pianista di origine abruzzese che fugge dalla provincia italiana per lasciarsi alle spalle, attraverso la musica e un talento ipnotico, una vita inquieta. Ma i viaggi non lo salveranno: da Salisburgo a Montréal, passando per gli Stati Uniti, gli eventi che lo circondano lo conducono a scavare sempre più negli anfratti profondi della sua esistenza. Profondi come il deep web, immensa palude che nasconde, sotto la superficie di click, social network e youtubers, l’anima nascosta della Rete. È lì che Christian approderà per cercare la soluzione a un mistero di cui sarà protagonista collaterale (attraverso un profilo fake su Facebook di nome Christine Vega) e testimone di un suicidio (che scopre, per caso?, su Chatroulette, il sito che mette in collegamento due sconosciuti dotati di webcam).

Se Internet è il “Regno sommerso” di vite multiple ed esistenze virtuali, al di fuori di esso il mondo sembra ignorarlo. I reality di Mtv, lo show-biz, i concorsi pianistici di livello internazionale: tutti, a modo loro, appaiono muoversi su un piano distante, disperatamente aggrappato a briciole di realtà materiale (le riprese tv con camera a mano, le sfilate di moda, i tasti di un pianoforte) e ignaro che ad attenderlo c’è, sempre più vicino, L’orizzonte della scomparsa: come il titolo di questo intenso romanzo di Giuliana Altamura da poco uscito per Marsilio (pp. 224, euro 17) come già Corpi di Gloria, esordio nel 2014 della giovane scrittrice barese.

Con le sue dita tremanti al pianoforte, con gli shock del suo passato, con la sua sessualità confusa e vorace, Christian è tuttavia soltanto un punto di congiunzione tra i due veri fuochi della narrazione. Uno è Blaxon, personaggio reale o forse entità immateriale che affabula uomini e donne su Chatroulette così come su un forum, New Jerusalem, che apparentemente raccoglie integralisti religiosi. A mettersi sulle sue tracce è, fin dalle prime pagine del romanzo, l’altra protagonista, Lara, una giovane di Orlando, Florida. A differenza di Blaxon, lei è certamente un corpo in carne e ossa, marchiato a fuoco dalla violenza sessuale subita da adolescente; eppure Lara è soprattutto «virtualità pura […] la virtualità è un flusso costante, un’anticipazione continua, e impera su tutto, prolifera nel vuoto. Tu non sei nulla, e se non sei niente allora puoi essere chi vuoi. Il niente è il futuro. Possiamo essere chiunque vogliamo solo perché non siamo niente».

Lara e Christian/Christine vogliono comprendere la vera natura di Blaxon per superare i propri traumi. Per farlo, utilizzeranno Facebook e Skype. Christian, dal canto suo, scivolerà oltre, negli incontri in tempo reale di Grindr e nelle profondità del deepweb attraverso OutGuess e Tor. Nel mondo interconnesso, anche i luoghi perdono la propria autenticità: Orlando, Montréal, Salisburgo, persino Parigi, che sembra finire nel desolato bunker di un anonimo edificio di una banlieu; lo stesso bunker in cui Lara deciderà di scuotere la sua vita, e in cui l’arte prova a riacquistare un senso mostrando il male, reale o virtuale che sia. Perché «il male in questo mondo è la violenza stessa del rito – casuale, insensata, illocalizzata. Come una partita a Chatroulette».

Stefano Savella

“Povera patria” di Stefano Savella

Tempo di ricorrenze, purtroppo non piacevoli. Sono passati venticinque anni dall’arresto di Mario Chiesa e quindi dall’inizio dell’inchiesta Mani Pulite. Numerosi i testi al riguardo usciti in questo periodo, interessante è provare a guardare questa parte di Storia da una particolare angolazione. Stefano Savella in Povera patria. La canzone italiana e la fine della Prima Repubblica (Arcana, pp. 240, euro 17,50) analizza gli eventi insieme ai testi di molte canzoni di quegli anni. Chi ha vissuto quel periodo ricorderà le monetine contro Craxi, i discorsi in autobus sui politici tutti ladri, lo sconquasso dei partiti tradizionali. Sembra che sia cambiato poco, solo Craxi non c’è più e la gente le monetine preferisce tenerle in tasca. Tempo di crisi, non si sa mai!

Effettivamente gli anni sono passati, se ne sono accorte le giunture, ma la politica e la società italiane non sembrano aver trovato una via seria ed equilibrata per la gestione del Paese. Si continua a prendere decisioni con la pancia più che con il cervello e i successi di partiti estremisti o xenofobi sono all’ordine del giorno. Il morbo populista dall’Italia sembra essersi esteso al resto dell’Europa e anche agli Stati Uniti.

L’atmosfera di quegli anni a cavallo del 1992 (il libro si occupa degli anni subito precedenti e arriva fino al 1994, anno della vittoria di Berlusconi alle elezioni) si respira pienamente nel libro ed è straordinario perché più che un racconto diretto è una severa e puntigliosa ricerca con citazioni documentate accuratamente. Si tratta del lavoro di uno storico della quotidianità con la scrittura piacevole ma ricca di un romanzo. Savella, tacitianamente, cerca di esaminare le fonti contando sul distacco temporale dagli eventi e mantiene una ammirevole equidistanza tra le parti. Qui e là emerge il suo pensiero, ma in maniera così discreta e corretta da non inficiare la imparzialità del lavoro.

Dopo un decennio di edonismo e spensieratezza, gli anni ’90 si caratterizzano per una rivoluzione giudiziaria che stimola gli istinti del pubblico e i cantanti più attenti, anche alcuni notoriamente disimpegnati, fiutando l’aria si lanciano in canzoni dai testi politici e di denuncia. Il titolo del libro è, ovviamente, preso dalla canzone di Battiato, il più mistico dei nostri cantautori. Non un cantautore totalmente disimpegnato, ma sicuramente poco incline alle canzoni strettamente politiche. La scelta è inevitabile, perché la canzone viene pubblicata pochi mesi prima dell’arresto di Mario Chiesa e musicalmente è una sorta di dolce lamento che contrasta con l’asprezza delle parole. La si può definire una canzone civile, nel senso stretto del termine e Savella giustamente ricorda quanto mettano i brividi le parole: “ma non vi danno un po’ di dispiacere/quei corpi in terra senza più calore?” che sembrano prevedere le stragi di Capaci e via D’Amelio. La canzone diventa quindi l’inno di una stagione purtroppo oscura e il cantautore siciliano sarà sempre restio a cantarla e, infatti, nei concerti degli ultimi anni non sarà più presente o quasi.

Il libro è ricco di curiosità e notizie su cantanti noti e meno e ogni capitolo è dedicato ad una o più canzoni inserite nel contesto storico che ci viene raccontato. L’ultima parte di ogni capitolo ci dice come è andata a finire. Va sottolineata l’ultima parte dedicata a Sanremo ricca di curiosità giudiziarie, politiche, ma anche musicali, se così si può dire. Una su tutte, il ricordo dei Fandango, gruppo misconosciuto che partecipa al Festival del 1993 con una cantante di nome Lilla Fiori, casualmente figlia di Publio Fiori, notabile democristiano e in seguito tra i fondatori di Alleanza Nazionale. Una sequenza meravigliosa di stonature, per una canzone neanche troppo disgustosa.

Questo libro quindi è una miniera d’oro per gli amanti della politica e della musica e andrebbe letto avendo a portata di mano Youtube per poter apprezzare alcune canzoni citate. Oltre che per rivedere alcune facce. Utilissimi l’indice dei nomi e le note che rendono giustizia al certosino lavoro di ricerca compiuto dall’autore.

Fabio Mele