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“Nessuno è buono” di Michele Sciscio

Nessuno è buono di Michele Sciscio (GoWare, 2017, pp. 143, euro 10,99 – ebook euro 4,99) narra le vicende di Gualtiero Covella, un professore di latino che, suo malgrado, viene risucchiato dal vortice di un’esistenza inquieta sempre alla ricerca di riscatto personale, professionale e sociale: “In quest’orgia di mondo dove ognuno si fa vanto di non prendersi sul serio, lui l’aveva fatto: si era perso sul serio. Voleva salire. Perciò aveva studiato per diventare professore e per uscire dal ghetto. Ora, di tanto livore non c’era traccia. Il carcere lo aveva sedato” (p. 9).

Il prof sembra un pessimista, in realtà è soltanto impaziente che la razza umana si estingua, ma non per questo cova rancore verso l’umanità. L’esperienza del carcere lo trasforma in un uomo senza futuro, “E ora c’era il presente: un passato vestito da presente. Questo lo attendeva. E questo era il suo futuro” (p. 20).

Ed è proprio dal passato, macchiato da azioni criminali, che Gualtiero cerca di riappropriarsi della sua vita, simile a una ragnatela al centro della quale il ragno si sente protetto e invincibile, circondato da personaggi legati l’uno all’altro da un destino imprevedibile e beffardo: da Baracca a Ivanka (la “badante”), da Pilato ad Alessio Maritati (deputato della Repubblica italiana), da Vudialle a Dirce (la diva del web).

Le vicende, con un intreccio dalle tinte nere, si svolgono in Puglia, nella città agricola di Cerina, tagliata da tratturi possenti come vene di legno e interessata da una lenta conversione industriale, e vedono il coinvolgimento di politica, fondazione bancaria e chiesa.

Un romanzo avvincente, capace di instaurare empatia tra lettore e personaggi, ricco di colpi di scena e spunti di riflessione, e con un finale che si presta a diverse interpretazioni.

Michele Sciscio dimostra di essere uno scrittore avvezzo all’uso consapevole della parola, perché sa che si cade in trappola anche quando si raccontano emozioni e sentimenti e che, come sostiene Gualtiero, “La lingua è una prigione, si disse. L’ennesima. Parlare vuol dire imprigionarsi. Perciò inseguirla è inutile: si cade in trappola. Che vuol dire buono? Buono per chi? Per gli altri, per se stessi, per chi? Buono è una parola. Un’altra cella del carcere” (p. 80). E, forse, in questa affermazione si cela anche una possibile risposta alla dichiarazione provocatoria espressa nel titolo del libro. Da leggere.

Pasquale Braschi

“I tre volti di Ecate” di Vito Santoro

Due giovani e inesperti ladri d’appartamento, Dario Ondiga e Alberto Marzo, entrano in una grande villa per un furto su commissione. L’oggetto del desiderio è una piccola statua di Ecate di cui non sanno riconoscere il valore. Un imprevisto scontro a fuoco con un personaggio misterioso cambierà i loro piani e dà inizio all’articolato intreccio di I tre volti di Ecate, il nuovo romanzo noir di Vito Santoro pubblicato dalle edizioni Spartaco (pp. 194, euro 10). Come nella prova precedente del 2015, Non c’è tempo per il sole (premio Narratori della Sera), anche qui Santoro dà prova di saper costruire una trama narrativa complessa, muovendo i personaggi come pedine di una scacchiera. Separandoli, infatti, su due schieramenti contrapposti, che iniziano a inseguirsi per ottenere la statua e far perdere le tracce del trafugamento.

Intorno a Dario e Alberto, infatti, si muovono interessi ben più alti di loro ma non del tutto chiari, almeno all’inizio. Da una parte c’è Messalla, ricco proprietario di un albergo, alleato con il commissario di polizia Nebbio, disposto anche a commettere omicidi e a inquinare le acque pur di passarla liscia. Dall’altra, un altro uomo con oscuri interessi e appassionato di armi da fuoco, Mario Sforza, che offre la propria protezione ai due giovani: «Qualcuno aveva messo in giro la voce che Sforza fosse un ex mercenario. Un agente dei servizi segreti si fantasticava, o addirittura una spia. Alberto e Dario non avevano mai creduto a quelle storie: per loro Sforza era solo una persona che aveva deciso di lasciarsi il passato alle spalle e aveva scelto quella piccola città del Sud per cercare un po’ di tranquillità». Altri personaggi prendono posizione tra i due schieramenti, come il sicario Hahn, giunto dall’Europa dell’Est per far fuori i testimoni della vicenda. Nel mezzo, il proprietario della statuetta, il Conte, Enrico Banti, che intende ritornarne in possesso per motivi affettivi.

Il paesaggio in cui Santoro ambienta il romanzo unisce ricordi di luoghi diversi: la vicenda si sviluppa tra la città di Cesme, il Casale, l’isola di Sant’Andrea, il bar Gabriel, e tutti questi luoghi portano con sé suggestioni del paesaggio dell’Italia meridionale: «Aggirarono la duna e si diressero verso un vecchio rudere abbandonato. Alcuni mattoni erano caduti da un pezzo e ciò che restava era ricoperto da muschi secchi e avvolto da tralci di rovo. Probabilmente un tempo quello era stato un rifugio per i pastori, ma il progressivo inaridimento del terreno aveva allontanato quella zona dagli itinerari delle greggi». Ma l’attenzione del lettore resta fissata sulla storia di questo romanzo, i cui nodi verranno sciolti soltanto nelle battute finali.

“Reclusi” di Anna Paola Lacatena e Giovanni Lamarca

Il mondo del carcere è sempre più spesso oggetto di propaganda, di disinformazione, talvolta anche di speculazione elettorale da parte di chi invoca misure sempre più restrittive in nome della garanzia di sicurezza. Eppure, per questo come per altri contesti che si prestano a facili strumentalizzazioni, pochi conoscono nel dettaglio come funziona e in cosa consiste la vita nelle carceri nei suoi più diversi aspetti. Si tratta di una lacuna che si fatica a colmare, anche in assenza di libri divulgativi utili a questo scopo. Un ottimo contributo in tal senso è arrivato invece recentemente da Anna Paola Lacatena (Dirigente sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto) e Giovanni Lamarca (comandante del  Reparto della Polizia penitenziaria della Casa circondariale di Taranto), autori di Reclusi. Il carcere raccontato alle donne e agli uomini liberi (Carocci, pp. 304, euro 28).

Il volume si prende in carico di sfatare miti e di spiegare nel dettaglio, ma senza troppi tecnicismi, tutto ciò che riguarda il mondo delle carceri, in un ventaglio molto ampio com’è dimostrato dai diciannove capitoli che lo compongono: dalla storia dei luoghi fisici di detenzione all’organizzazione interna, dalla presenza femminile a quella dei migranti, dalla libertà di culto all’affettività e sessualità. Sena paura di prendere posizioni chiare su alcuni argomenti controversi. Ad esempio a proposito del rapporto tra reclusi legati alla microcriminalità e altri provenienti dal mondo dei colletti bianchi: «Di fatto il sistema sembra orientare attenzione (o meglio disattenzione) e paure verso i piccoli delinquenti con il risultato di sovraffollare le carceri, non senza sperequazioni e innegabili ingiustizie difensive rispetto al permanere dello status quo».

Ma non solo. Il numero di detenuti legati al consumo di sostanze stupefacenti impone un’altra interessante riflessione:«la detenzione, sia pur breve, in alcuni casi oltre ad interrompere il percorso terapeutico potrebbe addirittura inficiare l’esito della cura, sommando a stigma (sostanze stupefacenti) altro stigma (carcere)». Inoltre, aggiungono gli autori, «il 68% di soggetti che ha scontato una pena di questo tipo ha reiterato le proprie condotte criminali nell’arco dei cinque anni successivi». Allo stesso modo di grande interesse sono le pagine dedicate alla relazione tra detenzione e mondo del lavoro; in particolare, gli autori sottolineano come «Il diritto al lavoro dei detenuti, infatti, è un diritto sociale che crea in capo all’amministrazione [penitenziaria] un obbligo di attivarsi per reperire occasioni lavorative».

Gli ultimi capitoli del volume abbandonano gradualmente la sfera degli approfondimenti tecnici per dedicarsi ad aspetti generalmente misconosciuti o sottovalutati, come il rapporto che la detenzione può avere rispetto all’arte, alla scrittura, alla cinematografia, o semplicemente alla propensione a mostrarsi grati rispetto a coloro che hanno un ruolo nell’amministrazione carceraria: «la parola “grazie” ricorre spesso nel carcere. […] riconoscendo all’istituzione e ai suoi attori di aver contribuito al cambiamento o anche solo al rispetto e alla considerazione per la persona detenuta».

Legato al tema di questo libro, e ideato e coordinato da Giovanni Lamarca, sabato prossimo, 6 maggio, alle ore 10 verrà inaugurato a Taranto dal critico d’arte Achille Bonito Oliva il progetto “L’altra città”, un’installazione artistica e sensoriale allestita con il contributo di un gruppo di detenuti, grazie alla quale il carcere stesso intende farsi opera d’arte. L’installazione è collocata all’interno della sezione femminile e si snoda attraverso un corridoio che dà accesso a cinque ambienti: dall’ufficio matricola – dove saranno prese le impronte digitali e le foto segnaletiche – alla cella “nuovi giunti”, da quella di detenzione ordinaria alla cella d’isolamento, per giungere alla infine alla cella dei dimittendi. Tutti gli ambienti – trasfigurati attraverso l’intervento artistico di un gruppo di detenute guidate dal noto maestro d’arte Giulio De Mitri e con la partecipazione di alcuni agenti penitenziari – consentiranno al visitatore di “vivere” la reale esperienza del carcere e, nello stesso tempo, compiere un ideale e personale percorso che dalla percezione del castigo e dell’isolamento può portare al recupero e all’emancipazione.

Stefano Savella

“L’orizzonte della scomparsa” di Giuliana Altamura

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Christian Leone è un giovane pianista di origine abruzzese che fugge dalla provincia italiana per lasciarsi alle spalle, attraverso la musica e un talento ipnotico, una vita inquieta. Ma i viaggi non lo salveranno: da Salisburgo a Montréal, passando per gli Stati Uniti, gli eventi che lo circondano lo conducono a scavare sempre più negli anfratti profondi della sua esistenza. Profondi come il deep web, immensa palude che nasconde, sotto la superficie di click, social network e youtubers, l’anima nascosta della Rete. È lì che Christian approderà per cercare la soluzione a un mistero di cui sarà protagonista collaterale (attraverso un profilo fake su Facebook di nome Christine Vega) e testimone di un suicidio (che scopre, per caso?, su Chatroulette, il sito che mette in collegamento due sconosciuti dotati di webcam).

Se Internet è il “Regno sommerso” di vite multiple ed esistenze virtuali, al di fuori di esso il mondo sembra ignorarlo. I reality di Mtv, lo show-biz, i concorsi pianistici di livello internazionale: tutti, a modo loro, appaiono muoversi su un piano distante, disperatamente aggrappato a briciole di realtà materiale (le riprese tv con camera a mano, le sfilate di moda, i tasti di un pianoforte) e ignaro che ad attenderlo c’è, sempre più vicino, L’orizzonte della scomparsa: come il titolo di questo intenso romanzo di Giuliana Altamura da poco uscito per Marsilio (pp. 224, euro 17) come già Corpi di Gloria, esordio nel 2014 della giovane scrittrice barese.

Con le sue dita tremanti al pianoforte, con gli shock del suo passato, con la sua sessualità confusa e vorace, Christian è tuttavia soltanto un punto di congiunzione tra i due veri fuochi della narrazione. Uno è Blaxon, personaggio reale o forse entità immateriale che affabula uomini e donne su Chatroulette così come su un forum, New Jerusalem, che apparentemente raccoglie integralisti religiosi. A mettersi sulle sue tracce è, fin dalle prime pagine del romanzo, l’altra protagonista, Lara, una giovane di Orlando, Florida. A differenza di Blaxon, lei è certamente un corpo in carne e ossa, marchiato a fuoco dalla violenza sessuale subita da adolescente; eppure Lara è soprattutto «virtualità pura […] la virtualità è un flusso costante, un’anticipazione continua, e impera su tutto, prolifera nel vuoto. Tu non sei nulla, e se non sei niente allora puoi essere chi vuoi. Il niente è il futuro. Possiamo essere chiunque vogliamo solo perché non siamo niente».

Lara e Christian/Christine vogliono comprendere la vera natura di Blaxon per superare i propri traumi. Per farlo, utilizzeranno Facebook e Skype. Christian, dal canto suo, scivolerà oltre, negli incontri in tempo reale di Grindr e nelle profondità del deepweb attraverso OutGuess e Tor. Nel mondo interconnesso, anche i luoghi perdono la propria autenticità: Orlando, Montréal, Salisburgo, persino Parigi, che sembra finire nel desolato bunker di un anonimo edificio di una banlieu; lo stesso bunker in cui Lara deciderà di scuotere la sua vita, e in cui l’arte prova a riacquistare un senso mostrando il male, reale o virtuale che sia. Perché «il male in questo mondo è la violenza stessa del rito – casuale, insensata, illocalizzata. Come una partita a Chatroulette».

Stefano Savella

“Povera patria” di Stefano Savella

Tempo di ricorrenze, purtroppo non piacevoli. Sono passati venticinque anni dall’arresto di Mario Chiesa e quindi dall’inizio dell’inchiesta Mani Pulite. Numerosi i testi al riguardo usciti in questo periodo, interessante è provare a guardare questa parte di Storia da una particolare angolazione. Stefano Savella in Povera patria. La canzone italiana e la fine della Prima Repubblica (Arcana, pp. 240, euro 17,50) analizza gli eventi insieme ai testi di molte canzoni di quegli anni. Chi ha vissuto quel periodo ricorderà le monetine contro Craxi, i discorsi in autobus sui politici tutti ladri, lo sconquasso dei partiti tradizionali. Sembra che sia cambiato poco, solo Craxi non c’è più e la gente le monetine preferisce tenerle in tasca. Tempo di crisi, non si sa mai!

Effettivamente gli anni sono passati, se ne sono accorte le giunture, ma la politica e la società italiane non sembrano aver trovato una via seria ed equilibrata per la gestione del Paese. Si continua a prendere decisioni con la pancia più che con il cervello e i successi di partiti estremisti o xenofobi sono all’ordine del giorno. Il morbo populista dall’Italia sembra essersi esteso al resto dell’Europa e anche agli Stati Uniti.

L’atmosfera di quegli anni a cavallo del 1992 (il libro si occupa degli anni subito precedenti e arriva fino al 1994, anno della vittoria di Berlusconi alle elezioni) si respira pienamente nel libro ed è straordinario perché più che un racconto diretto è una severa e puntigliosa ricerca con citazioni documentate accuratamente. Si tratta del lavoro di uno storico della quotidianità con la scrittura piacevole ma ricca di un romanzo. Savella, tacitianamente, cerca di esaminare le fonti contando sul distacco temporale dagli eventi e mantiene una ammirevole equidistanza tra le parti. Qui e là emerge il suo pensiero, ma in maniera così discreta e corretta da non inficiare la imparzialità del lavoro.

Dopo un decennio di edonismo e spensieratezza, gli anni ’90 si caratterizzano per una rivoluzione giudiziaria che stimola gli istinti del pubblico e i cantanti più attenti, anche alcuni notoriamente disimpegnati, fiutando l’aria si lanciano in canzoni dai testi politici e di denuncia. Il titolo del libro è, ovviamente, preso dalla canzone di Battiato, il più mistico dei nostri cantautori. Non un cantautore totalmente disimpegnato, ma sicuramente poco incline alle canzoni strettamente politiche. La scelta è inevitabile, perché la canzone viene pubblicata pochi mesi prima dell’arresto di Mario Chiesa e musicalmente è una sorta di dolce lamento che contrasta con l’asprezza delle parole. La si può definire una canzone civile, nel senso stretto del termine e Savella giustamente ricorda quanto mettano i brividi le parole: “ma non vi danno un po’ di dispiacere/quei corpi in terra senza più calore?” che sembrano prevedere le stragi di Capaci e via D’Amelio. La canzone diventa quindi l’inno di una stagione purtroppo oscura e il cantautore siciliano sarà sempre restio a cantarla e, infatti, nei concerti degli ultimi anni non sarà più presente o quasi.

Il libro è ricco di curiosità e notizie su cantanti noti e meno e ogni capitolo è dedicato ad una o più canzoni inserite nel contesto storico che ci viene raccontato. L’ultima parte di ogni capitolo ci dice come è andata a finire. Va sottolineata l’ultima parte dedicata a Sanremo ricca di curiosità giudiziarie, politiche, ma anche musicali, se così si può dire. Una su tutte, il ricordo dei Fandango, gruppo misconosciuto che partecipa al Festival del 1993 con una cantante di nome Lilla Fiori, casualmente figlia di Publio Fiori, notabile democristiano e in seguito tra i fondatori di Alleanza Nazionale. Una sequenza meravigliosa di stonature, per una canzone neanche troppo disgustosa.

Questo libro quindi è una miniera d’oro per gli amanti della politica e della musica e andrebbe letto avendo a portata di mano Youtube per poter apprezzare alcune canzoni citate. Oltre che per rivedere alcune facce. Utilissimi l’indice dei nomi e le note che rendono giustizia al certosino lavoro di ricerca compiuto dall’autore.

Fabio Mele

“A occhi chiusi, a cuore aperto” di Teocleziano Degli Ugonotti

Un’anima in armonia con il proprio corpo, con la natura, finanche con la storia del proprio territorio. Insomma, con il mondo. Le tracce di questa armonia attraversano le righe del pentagramma, le strade e i porti della Terra di Bari, le quattro mura di una casa dove vivere momenti di serenità e intimità. E si possono leggere nei versi della raccolta d’esordio di Teocleziano Degli Ugonotti, pseudonimo di Teodoro Ugone, A occhi chiusi, a cuore aperto, uscita pochi mesi fa per le edizioni dell’Associazione culturale varesina Tracce per la Meta (pp. 120, euro 11). Versi nei quali è facile rintracciare echi delle numerose attività svolte dall’autore: tenore leggero, quale solista e componente di un coro, partecipante a rievocazioni medievali, referente provinciale di Bari del movimento giovanile dell’Unicef.

Un esempio? La musica. «Scale che salgono / scale che scendono, / stamattina sul mio pianoforte», quelle della lirica Scale di crome, sono metafora di una «luminosa giornata / di pieno inverno» che sorge dopo una notte preda del gelo. Note musicali che manifestano la loro imprevedibilità, da accogliere come una sorpresa che possa portare allegria nel corso di un mattino. Allegria, ma soprattutto armonia, vera e propria parola-chiave dell’intera silloge. Termine, non a caso, associato al lessico musicale in un’altra lirica, Anime gioviali: «L’anima è vibrazione: / onde fluttuanti / originano dall’inconscio. / […] armonizzano il corpo, / echeggiano nell’insieme / in sinfonia sublime».

La ricerca dell’armonia supera tuttavia gli spazi musicali, per aprirsi al mondo esterno, ai luoghi in cui l’anima può trovare ristoro e serenità. Ci sono i porticcioli della costa pugliese, ognuno di quali è «tempio / di chi non conosce ricchezze»; ci sono «strade del centro antico» i cui lampioni sono «testimoni di baci fugaci / e di sguardi infiniti»; ci sono i campanili, le cui «altezze infinite / sfidano il cielo»; c’è, insomma, la Terra federiciana, la cui «selva risponde / con canto di cicale / come orchestra d’archi / e squilli di fiati». Il territorio è quindi una componente ineliminabile e decisiva per la formazione umana e spirituale del poeta. Il quale, tuttavia, non si manifesta come persona solitaria; anzi mostra, allo stesso modo, quanto importante sia l’aspetto affettivo e sensuale per una armoniosa celebrazione della vita: «la libertà dell’amore / è come una giostra / dove l’eccitazione / cede il passo al rapimento».

Il contatto, che sia quello che avviene con la natura, con un altro corpo, o attraverso la voce, è dunque sinonimo di relazione; e infatti Teocleziano Degli Ugonotti, come scrive nella Prefazione Giusy Tolomeo, «è sempre in relazione con gli altri, [è] un artista che ama far parte di un “coro” di voci, piuttosto che levarsi come voce solitaria».

“Il volo dell’eremita” di Caterina Emili

Il protagonista è sempre lui: l’inossidabile Vittore Guerrieri, umbro trapiantato in Puglia, a Ceglie Messapica, per commerciare olio, vino e altri alimenti tipici verso i ristoranti del centro-nord. Anche i suoi compagni di bevute e, soprattutto, di mangiate, sono gli stessi: l’amico Mario, sarto, e sua moglie Maria, regina delle brasciole al ragù. Così come i compari del bar, come il Professore, che cattura gli avventori con le sue litanie onniscienti. A cambiare, nell’ultimo romanzo di Caterina Emili, Il volo dell’eremita (pp. 160, euro 14,50), è soltanto lo strumento della pubblicazione: la prestigiosa casa editrice e/o invece del self-publishing (di successo) utilizzato per gli ultimi libri, L’innocenza di Tommasina e Il ritrovamento dello zio bambino. Preceduti da L’autista delle slot, edito da Besa nel 2012.

Anche stavolta la vita di Vittore riserva la costruzione di un ponte tra la Puglia e l’Umbria. La telefonata di una agenzia immobiliare di Marsciano, un borgo in provincia di Perugia, svela al protagonista l’eredità dell’appartamento di sua madre, per il quale una coppia di neozelandesi innamorato dei paesaggi umbri è disposta a investire una grossa cifra. Soldi che fanno gola a Vittore ma soprattutto ai suoi amici del bar, che lo “invitano caldamente” («Nassi scherz culli sold!», come dice Mario) a recarsi nella sua terra d’origine per ottenere quel compenso inaspettato.

Ma presto Vittore (con Mario che lo accompagna nella trasferta umbra) comprende che la situazione è assai meno semplice. Ingorghi successori lo conducono così a fare la conoscenza di Volendo Guerrieri, un lontano cugino abbarbicato nei boschi dei Monti Amerini, presso Amelia nel Ternano, dove conduce una vita da eremita. Sulle sue tracce si muovono come segugi (non poteva essere diversamente, in terra di tartufi) Vittore, Mario e il Professore, pronto per quest’esperienza fuori dal comune e dalle amate mura di Ceglie.

Chi è davvero Volendo, e quale segreto custodisce, spetta al lettore comprenderlo fino all’ultima pagina, nel consueto intrigo di storie e personaggi (tra i quali svetta, in questo libro, padre Antonio Noica, anzi Noika) creato dall’autrice inframezzato da pranzi sostanziosi, vino a volontà, caffè e ammazzacaffè. Del resto, come dice Vittore: «Ho sempre fame da quando vivo a Ceglie. […] È tornata da quando vivo in Puglia, è tornata prepotente e costante, ingorda di orecchiette, di castrato, di fave, di pittole, di braciole, di taralli. E io la lascio fare, anzi la vizio e la allevo come un prezioso cincillà».

Stefano Savella

“Storia della Sacra Corona Unita” di Andrea Apollonio

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Al fianco di Cosa Nostra, Camorra e ‘ndrangheta, nel menzionare le organizzazioni mafiose più potenti e agguerrite del Mezzogiorno, si cita ancora oggi la Sacra Corona Unita, indicata non di rado quale “mafia pugliese”. Gli studi specialistici, come spesso avviene, si prendono in carico la difesa della verità, o quantomeno l’analisi assai più attenta dei fenomeni descritti superficialmente sui giornali o nel dibattito pubblico. Ed è così che si scopre che la storia della Sacra Corona Unita ha peculiarità assai diverse da quelle delle altre grandi organizzazioni mafiose, sia per ciò che riguarda la sua stessa fondazione, sia per le sue dinamiche interne, sia per la sua radicalizzazione sul territorio regionale. Un approfondimento utile ed esaustivo su queste vicende si trova ora in Storia della Sacra Corona Unita, un saggio di Andrea Apollonio edito da Rubbettino (pp. 350, euro 16).

L’autore, nato a San Pietro Vernotico, è dottore di ricerca in Giustizia penale presso l’Università di Pavia e ha già pubblicato numerosi studi sul fenomeno mafioso in Puglia e non solo, partecipando anche in qualità di consulente alla Federazione delle Associazioni Antiracket Italiane promossa dal Ministero dell’Interno. Un’esperienza personale che lo ha aiutato nel comprendere determinate dinamiche ma anche nell’affinare uno stile divulgativo che rende il volume ancor più valido dal punto di vista editoriale. Un lavoro che si apre, fin dalle pagine dell’Introduzione, con un chiarimento sulla tesi di fondo che vi è esposta: quella di uno «strano destino» occorso alla Sacra Corona Unita, di essere «sottovalutata negli anni di massima espansione e radicamento, ampiamente sopravvalutata oggi, che non esiste più in quanto struttura mafiosa, ed è divenuta piuttosto un brand, un “marchio” che, ove possibile, la criminalità locale sfrutta per i propri abietti fini; ma che non risponde più alla realtà delle cose». Tesi, come si può ben immaginare, e come ammette lo stesso autore, rischiosa e attaccabile da parte di chi la interpreta come “un favore” fatto ai mafiosi. Ma del tutto coerente con l’analisi esposta nel volume e confermata dall’evoluzione stessa dell’organizzazione criminale nell’ultimo decennio.

Tra i molteplici spunti di riflessione offerti dal libro, è utile soffermarsi proprio sul diverso radicamento territoriale della Sacra Corona Unita in Puglia. Fondata nel 1983 da Pino Rogoli, carismatico criminale di Mesagne, nel Brindisino, in una cella del carcere di Bari, l’organizzazione mafiosa ha fin dall’inizio acquisito forme e dinamiche diverse nelle province pugliesi, radicandosi prevalentemente nel Salento e finendo presto ai margini delle attività criminali in Capitanata (dove la Società foggiana ha presto dimostrato la propria abilità nell’occupazione violenta del territorio) e in Terra di Bari (dove i clan del capoluogo si sono divisi anche i territori dell’hinterland). Da qui, tutto il carattere improprio della definizione della Sacra Corona Unita quale “mafia pugliese”. Ben più pertinente, invece, quella di “mafia acefala”, giacché, come scrive Apollonio, «la stessa sagomatura frastagliata dell’associazione è diretta conseguenza dell’assenza di un vertice riconosciuto, sede di risoluzione delle controversie e delle decisioni più importanti», conducendo ciò alla formazione di «una più realistica, frammentata realtà socio-criminale, contrassegnata da rivalità meramente territoriali e quasi campanilistiche». Così come è pertinente, e originale, la definizione di “mafia anomala” attribuita alla Sacra Corona Unita anche nel sottotitolo dell’opera: tale perché «irriducibile ai paradigmi classici» dell’assocazione mafiosa, come invece ancora troppe demistificazioni e luoghi comuni faticano ad ammettere.

Stefano Savella