Category Archives: LaPugliaCheScrive

“Football Hooliganism” di John Clarke

Il dibattito sulla violenza nel mondo del calcio viene spesso affidato a interlocutori improvvisati, in grado di analizzare il fenomeno soltanto in superficie e di proporre soluzioni già fallite in passato. E invece, come sempre, sarebbe necessario studiare a fondo l’origine di determinati comportamenti, e come essi si sono evoluti nel corso degli anni in seguito al ricambio generazionale dei frequentatori delle curve degli stadi. Dietro il «No al calcio moderno», slogan che unisce gruppi ultras di tutto il mondo, si nasconde proprio la miccia che negli anni Sessanta e Settanta in Gran Bretagna ha dato origine al fenomeno degli hooligan. E che da lì si è poi irradiato in tutto il mondo, pur con sfumature e con esiti evidentemente diversi.

Football hooliganism è appunto il titolo di un recente libro che prova a far luce sulla nascita dei gruppi violenti negli stadi inglesi, attraverso le parole di John Clarke, uno dei primi studiosi del fenomeno, attualmente visiting professor al Dipartimento di Sociologia e Antropologia sociale alla Central European University e professore emerito alla Facoltà di Arte e Scienze sociali alla Open University. Un’operazione editoriale di grande merito accademico e divulgativo, promossa da Luca Benvenga, dottorando di ricerca in Human and Social Sciences all’Università del Salento, nonché curatore e traduttore dei due saggi di Clarke riprodotti nel libro, uscito per la casa editrice DeriveApprodi (pp. 112, euro 11).

Clarke inserisce i suoi studi sulla violenza nel calcio in una «cornice teorica di chiara ispirazione marxista», e coglie nel football hooliganism le spie del rifiuto «di un modello-calcio che si sposta coattivamente verso la professionalizzazione (cura della tattica, studio delle situazioni di gioco, ecc.), la commercializzazione (tribune coperte, social club per i tifosi, ecc.) e la spettacolarizzazione (presenza di cheerleader […] ecc.)». Sullo sfondo, oltretutto, di un senso di frustrazione e di malcontento generale nei confronti della società. Tutto ciò produce, tra i figli della classe operaia, una profonda divisione: siamo alla fine degli anni Sessanta, e se c’è chi scende in strada per rivendicare i diritti della collettività, c’è anche chi fornisce una risposta diversa al senso di frustrazione, entrando a far parte dei primi gruppi Skinhead e sfogando la rabbia negli scontri con tifoserie avversarie e forze dell’ordine.

In questo secondo caso, la frustrazione avviene anche nel contestare l’«imborghesimento» del calcio in quegli anni, nei quali – scrive Clarke, nel primo dei due saggi tradotti da Benvenga – «il tifoso “genuino” non è più l’operaio tradizionale che vive nell’attesa del sabato […], è al contrario, il consumatore razionale e selettivo dei servizi di intrattenimento, che commenta dal suo comodo posto in tribuna». E la divisione sociale che si ritrova sugli spalti produce, in quegli stessi anni, un cambiamento anche sul rettangolo di gioco. Dove i calciatori diventano a tutti gli effetti delle star. Un effetto che oggi consideriamo naturale, e che invece chi ha studiato o chi ricorda il calcio pre-professionalizzato conosce bene.

Stefano Savella

“La falla oscura” di Paolo Castronuovo

Immaginate un mondo in decomposizione, mortalmente ferito, in un paesaggio spettrale che ricorda La terra degli uomini, il film di Alfonso Cuarón: «La luce non esiste più da quando la Terra è stata scheggiata da un asteroide e noi ci troviamo dall’altra parte del sole. L’America è stata spazzata via», e al suo posto c’è ora un’enorme Falla Oscura, che inghiotte chi tenta di avvicinarvisi. Immaginate, tuttavia, anche un territorio di provincia italiano, in un luogo o non-luogo i cui nomi suonano Funeraglia, Pani, Canina, e in cui vari fenomeni sociali (il bullismo a scuola, le cure psichiatriche per un adolescente) possono apparire estremamente realistici. Infine, immaginate un giovane uomo, reduce da tali trattamenti psichiatrici, che cerca nella creazione letteraria, e poi in quella artistica, l’unica via di fuga possibile da un mondo che gli sta troppo stretto.

Tutto questo è La falla oscura (pp. 90, euro 12), romanzo di Paolo Castronuovo uscito nel 2018 da Castelvecchi per la collana «Emersioni». Nato nel 1986, Castronuovo è già alla sua settima pubblicazione, dopo aver navigato le acque della narrativa, con il romanzo Streghe ignifughe (Lupo Editore), e della poesia, ad esempio con le sillogi Labiali (Pietre Vive) e L’insonnia dei corpi (Controluna). Non sorprende, dunque, che in quest’ultima prova narrativa l’intreccio lasci talvolta il campo a impressioni più sfumate, visioni da sogno (o meglio da incubo), elaborazioni immaginifiche e finanche passaggi di natura quasi filosofica (segnalati dall’uso delle iniziali maiuscole per termini come Corpo e Pensiero). Il risultato è un testo particolarmente denso, specialmente nella sua parte centrale, in cui la visionarietà del romanzo si fa più marcata, e in cui l’autore porta il lettore a conoscere le figure più o meno umane che popolano la sua mente.

Non ha un nome, il protagonista della Falla oscura. Ce l’hanno invece tutti coloro con cui si ritrova a condividere, nel bene e nel male, momenti di vita e visioni oniriche. Donne, soprattutto: Dalila, Tiziana, Amalia, Carmen, Yuma. Ma poi anche altri personaggi che già nel nome conservano un ruolo ben definito: Poeta, Teppista, Sciamano, il Lercio (quest’ultimo, rappresentazione del male). Basti un solo breve estratto per cogliere l’estremo legame tra presenza fisica e immaginazione: «Vedo Amalia correre scalza, coi piedi neri, i vestiti laceri e sudici di grasso, terra e sangue. […] Ci sono degli uomini che la inseguono e più indietro una donna grassa che fatica a correre. Amalia ha il terrore dipinto in faccia come nei suoi quadri più belli. Affannata si dirige verso l’unica luce di questo mondo scuro. Si tuffa dentro questo buco luminoso. Dev’essere la Falla Oscura, anche se qui non c’è buio, ma tanta luce che la inghiotte e la balza illividendola ancora».

In un questo mondo annientato, privo di coordinate spazio-temporali, il protagonista ripercorre «le sue paure, le sue forze, il suo passato», in un’oscillazione continua, come si è visto, tra visioni fantastiche, introspezione psicologica e precise sensazioni fisiche. E nel racconto del suo passato, prima del tentativo di firmare un’originale opera di arte performativa, spiccano le pubblicazioni del protagonista: sette, proprio come quelle dell’autore, come vengono elencate in un apposito «Indice delle opere» collocato in coda al romanzo: quasi a sfumare il grado di separazione tra narratore e autore, e a trattenere il lettore dentro il romanzo, pur essendone già uscito. Autopubblicazioni, opere ritirate dal commercio, o pubblicate da case editrici dai nomi improbabili (o, forse proprio per questo, quasi realistici): Cancro Editore, Cane Editore, Cooledizioni, Spermeditrice. Fino all’ultima opera: La Falla Oscura, appunto, trait d’union definitivo tra autore e narratore. Un romanzo che il lettore ha tra le mani, ma che nella finzione letteraria è soltanto un «manoscritto ritrovato in ospedale psichiatrico».

Stefano Savella

Concorso letterario “Luce a Sud Est”, sesta edizione

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Pietre Vive Editore, in collaborazione con le associazioni Pietre Vive e il Tre Ruote Ebbro, bandisce la sesta edizione del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.

Come ogni anno, lo scopo del concorso è quello di promuovere una nuova lettura attenta e trasversale del Paese e di favorire l’accesso alla pubblicazione di scrittori impegnati su tematiche sociali.

È ammesso al concorso qualsiasi genere letterario (romanzo, racconti, poesie, reportage giornalistico, testo teatrale, ecc.) purché attinente al tema. Il vincitore sarà premiato con la pubblicazione della propria opera. La partecipazione al concorso è gratuita.

I manoscritti dovranno essere inviati entro il 31 gennaio 2019 a questo indirizzo: info@pietreviveeditore.it mettendo in oggetto: LUCE A SUD EST, e accompagnando il testo con la scheda di adesione scaricabile, insieme al bando, sul sito di Pietre Vive.

La giuria, in via sperimentale, sarà composta da un comitato di cinque persone, selezionate fra i lettori di Pietre Vive. La stessa indicherà, fra i testi pervenuti, un solo vincitore.

Nelle precedenti edizioni sono stati premiati il romanzo breve “Il sindaco” del calabrese Claudio Metallo, incentrato sulla carriera politica di un uomo di potere; il romanzo allegorico “Isola” del pugliese Domenico Maggipinto e il poemetto “L’adatto vocabolario di ogni specie” dell’emiliano Alessandro Silva, entrambi ispirati ai problemi di Taranto e dell’Ilva; la raccolta di poesie “Il mondo come un clamoroso errore” di Paolo Polvani, delicata serie di ritratti degli ultimi; e la raccolta di poesie “Il rigo tra i rami del sambuco” della campana Emilia Barbato, sui temi della malattia e della cura ospedaliera.

È possibile scaricare il bando e la scheda di adesione sul sito di Pietre Vive: www.pietreviveeditore.it

“Se No” di Antonio Elia

Da professore di economia a romanziere il passo è lungo. Ma Antonio Elia l’ha tentato – senza salti mortali. Il suo libro fresco di stampa presso l’editrice L’Erudita, Se No (pp. 330, euro 23), lo mostra chiaramente.

Il romanzo narra la vicenda di due cinquantenni che scoprono di essere fratelli sui generis: Luigi, figlio di Salvatore e di Maria, in tenerissima età è stato adottato da Luisa, mentre la madre naturale si è risposata con un vedovo che ha un figlio, Tommaso, di cui lei diventa la seconda madre.

La scoperta scombussola la vita dei due, tanto che dovranno passare due anni di percorso, condiviso nell’implacabile analisi, perché si arrivi alla catarsi.

Il romanzo percorre con una serie di flashback la loro vita, professionalmente eccellente, dirigente d’azienda Luigi, professore universitario Tommaso; ma il campo affettivo è pressoché fallimentare, per l’uno come per l’altro.

La traiettoria geografica è indicata nel titolo, che con un acronimo indica il Nord-Ovest e il Sud-Est, vale a dire il territorio tra Torino e Milano, dove accade gran parte della vicenda, e il Salento, da cui erano stati costretti ad emigrare i genitori di Luigi e che torna continuamente nel racconto non solo per i rimandi memoriali ma perché lì si dipanerà la matassa che pareva irrimediabilmente arruffata.

Nel romanzo, il Sud si arricchisce progressivamente di differenti valenze, da quella culinaria a quella folcloristica, da quella storica a quella mitica. Per un lettore che vive altrove non pare vero che nel Salento sia nata e perduri tanta ricchezza nell’arte, nei miti immortalati da filosofi e poeti e passati per vie sotterranee nelle saghe popolari nonché nel vissuto delle persone, capaci di affrontare le tragedie con ammirevole dignità e consapevolezza.

I percorsi affettivi dei due fratelli sono per varie ragioni accidentati, e occorre il coraggio dell’analisi, dell’introspezione, del confronto anche impietoso per far emergere contraddizioni, responsabilità, limiti, a condizione che l’amore della verità non deroghi mai al rispetto, anzi alla misericordia per l’altro.

Chi leggerà il romanzo con l’occhio attento all’economia e alla sociologia si troverà costantemente indirizzato al versante affettivo dei due comprimari, ma patirà pure i sensi di colpa delle loro madri protrattisi per decenni per trovare  solo in extremis la possibilità del  riscatto; inoltre conoscerà le vicende travagliate e non sempre con esito felice di vari altri personaggi che a vario titolo diventano parte tutt’altro che accessoria del racconto.

Analogamente chi sarà mosso più da interessi psicologici e relazionali scoprirà di leggere con non minore attenzione la tematica dell’economia, del lavoro, dell’emigrazione.

Martino Pellegrino 

“Il castigo di Dio” di Marcello Introna

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Ci sono luoghi nella nostra città che evocano storie, storie di donne e uomini in momenti difficili, tristi, duri. Uno di questi era la Socia, palazzo fatiscente della fine dell’800, nato come casa popolare per i facchini che lavoravano alla stazione di Bari, diventato coacervo di delitti ed efferatezze da alcuni uomini che la abitarono. E’ in questo posto, un tempo al centro della nostra città, un palazzo abbattuto nel 1965, da cui si tenevano lontani donne e bambini, che si svolge il romanzo di Marcello Introna Il castigo di Dio (Mondadori, pp. 300, euro 19).

Non si tratta di archeologia del presente, ma di un passato prossimo sì, siamo negli anni più bui del secolo scorso, nel luglio del ’43, alla vigilia della caduta del fascismo e dei fatti di sangue che ne seguirono. Anche Bari ebbe i suoi martiri, giustiziati in via Nicolò dell’Arca, a memoria di chi non voleva che si dimenticasse chi fosse il più forte. Ma di cronaca e storia il libro è intriso e ben documentato, senza svolazzi e ipocrisie. Freddo e asciutto, Introna ci racconta una storia dolorosa, quella della Socia, vista con gli occhi di uno scrittore ormai quarantenne: lui conosce bene il mestiere e gli uomini, avendo scelto per professione la cura degli animali. Anche se questo evoca sicuramente un filosofo più noto, col quale non escludo possibili analogie, di fatto non si evincono dalla sua narrazione falsi moralismi o romanticismi di qualunque genere.

Introna ci irretisce nella trama costruendo con cura ogni personaggio, rendendolo funzionale al racconto, senza intercedere per l’uno o per l’altro. Sicuramente accade che ognuno di noi parteggi per l’uno o per l’altro, si scandalizzi per la violenza che viene esposta , ma sulla quale mai indugia. Le sue sono pennellate d’autore, servono a mettere alla luce ora l’uno, ora l’altro, ma su tutto dominano le tenebre di un’esistenza perduta, senza speranza. Ecco, è forse la disperazione l’anello della catena che li unisce tutti: Amaro  è il male, il castigo di Dio, si punisce quando ha pensieri positivi e punisce  tutti quelli che osano sperare. Questo è un luogo per disperati. Il paragone con la città dolente e la perduta gente mi sembra troppo semplificativo per raccontarlo, lì si punisce chi ha peccato, mentre qui si pecca per necessità, bisogno; sono i buoni a pagare non i cattivi.

L’inferno della Socia sopravvive grazie alla complicità di chi doveva invece garantire l’ordine e la legalità in una città vessata dalla guerra e dalla povertà, di chi ha dovuto piegarsi al malaffare per la sopravvivenza. Se è l’occasione che fa l’uomo ladro, in questo caso è la miseria che porta molte donne alla prostituzione e gli uomini alla delinquenza.

Le storie di questo romanzo sono tante, come tanti anche i messaggi e riferimenti al nostro presente. Ne riferirò solo i più evidenti, perché non voglio privare, chi non l’ha ancora letto, del piacere della scoperta.

Partirei dal ruolo della stampa e dell’importanza di un giornalismo di denuncia, da sempre sotto il tiro della ritorsione della malavita a cui spesso alcuni giornalisti sono costretti a piegarsi. Nel libro é Luca, giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno”, a barcamenarsi fra i tentennamenti dei suoi capi, firmandosi prima Bracco e poi Ferdinando Laterza, un cognome sicuramente non scelto a caso, per poter raccontare verità scomode e costringere le autorità a fare il proprio dovere.

Il ruolo della cultura è difeso dalla puttana Anna, la più bella e raffinata, grazie ai suoi studi classici trova la forza per vivere e difendersi, non lasciarsi sopraffare dal male. Ha con sé le poesie del Leopardi e a lei saranno dedicati splendidi versi d’amore, ma ciò non aiuterà il suo autore a sopravvivere.

Sarà Rimmato, un povero sciancato, segnato dal dolore della sua difformità ad avere una passione viscerale per l’arte ed il bello, unica consolazione al suo essere diverso e per questo maltrattato da tutti.

Tutta la complessa vicenda raccontata da Introna si avvale di un linguaggio perfetto e ricercato, che concorre a compiere un quadro completo di un’opera sicuramente unica e di facile lettura, dove l’autore impiega, con sapienza, il dialetto, per dare maggiore colore ai personaggi, o le storpiature del latino di Amaro, tipiche di una certa baresità.

Tanti e molto interessanti sono gli attori, che animano questo libro, tenendoci fino alla fine col fiato sospeso in una storia che sembra sfiorare un po’ le storie di tutta una città dolente per le ferite inferte dalla guerra e dal terribile bombardamento del 2 dicembre del ’43.

E’ lecito chiedersi se per loro verranno i giorni della pace. Bisognerà leggerlo per trovare la risposta.

Ne parlerò con l’autore Marcello Introna all’ADIRT, via Abbrescia 45/47 a Bari, il 20 aprile alle 17,30 insieme a Lucia Aprile.

Amalia Mancini

 

Quinta edizione di “Luce a Sud Est. Concorso di scrittura sociale”

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Pietre Vive Editore, in collaborazione con le associazioni Pietre Vive e il Tre Ruote Ebbro, bandisce la quinta edizione del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.

Duplice lo scopo del concorso: promuovere l’editoria etica, di denuncia o di promozione, per diffondere una nuova lettura attenta e trasversale del Paese; favorire l’accesso alla pubblicazione di giovani scrittori impegnati su tematiche sociali.

Il concorso è aperto a tutti, senza limiti geografici o di età. È ammesso al concorso qualsiasi genere letterario (romanzo, racconti, poesie, reportage giornalistico, testo teatrale, ecc.) purché attinente al tema. Il vincitore sarà premiato con la pubblicazione della propria opera. La partecipazione al concorso è gratuita.

I manoscritti dovranno essere invitai entro il 7 gennaio 2018 a questo indirizzo: info@pietreviveeditore.it mettendo in oggetto: LUCE A SUD EST, e accompagnando il testo con la scheda di adesione scaricabile, insieme al bando, sul sito di Pietre Vive.

Al vincitore sarà offerta la pubblicazione dell’opera proposta con Pietre Vive Editore.

In via sperimentale quest’anno, la giuria sarà composta da un comitato di cinque persone, tre delle quali selezionate fra i lettori di Pietre Vive, e due fra i collaboratori interni della casa editrice.

Nelle ultime edizioni sono stati premiati con la pubblicazione il romanzo breve “Il sindaco” del calabrese Claudio Metallo, incentrato sulla carriera politica di un uomo di potere; il romanzo allegorico “Isola” del pugliese Domenico Maggipinto e il poemetto “L’adatto vocabolario di ogni specie” dell’emiliano Alessandro Silva, entrambi ispirati al disastro di Taranto e dell’Ilva; e la raccolta di poesie “Il mondo come un clamoroso errore” di Paolo Polvani delicata serie di ritratti degli ultimi.

È possibile scaricare il BANDO e la scheda di adesione sul sito di Pietre Vive: www.pietreviveeditore.it

“Bellissime” di Flavia Piccinni

Dalle agenzie pubblicitarie ai concorsi di bellezza, dagli spot televisivi alle sfilate di moda: il lavoro delle modelle si svolge spesso al chiuso di questo quadrilatero di alternative. Esiste tuttavia, all’interno di questo spazio, un angolo che molti fingono di non vedere, pur essendo in realtà perfettamente illuminato e addirittura iper-esposto su media e social network. È il mondo delle modelle bambine, considerate regine di bellezza da un esercito di genitori e di parentame vario, e in quanto tali proposte per una vera e propria carriera professionale: di breve durata, certo, ma sufficiente a inorgoglire madri e padri e a cambiare radicalmente, talvolta per sempre, lo spirito con cui quelle bambine intendono e percepiscono la crescita fisica e intellettuale.

Bellissime, di Flavia Piccinni (Fandango Libri, pp. 200, euro 16), descrive nel dettaglio chi frequenta questo mondo, i luoghi in cui si celebra il mito della bellezza infantile e le ripercussioni sul modo in cui le bambine affrontano le relazioni con le coetanee e con il mondo degli adulti. Lo fa con sguardo critico, opportunamente attento a mostrare i rischi e le storture (in qualche caso al limite dell’inaudito, come avviene nei concorsi di bellezza per bambine ospitati anche quest’anno in numerose mete estive). L’ipersessualizzazione di quei corpi interroga infatti una società intera che già è alle prese con un pesante ritardo sulla percezione maschile del corpo delle donne adulte. Va da sé che di fronte a bambine con meno di dieci anni l’aggressione psicologica assume tratti ancor più marcati, pur passando, tutto sommato, pressoché inosservata.

Piccinni si immerge nel mondo dei provini, delle sfilate di moda (su tutte, Pitti Bimbo), dei concorsi di bellezza per bambine, forse la punta dell’iceberg di questo mondo che affonda le radici nel trash televisivo e in una cultura per cui lo sguardo maschile sulle donne viene introiettato e fatto proprio anche da molte madri, nonne, sorelle. Il racconto dell’autrice è profondamente legato alla situazione nel nostro paese, ma non mancano cenni su storie riguardanti l’esplosione del fenomeno delle baby miss negli Stati Uniti, patria del pageantry, un termine che «Sintetizza l’universo che ruota intorno ai concorsi e, anche se alla lettera vorrebbe dire spettacolo sfarzoso, si tratta di molto di più. Pageantry non riguarda esclusivamente l’esibizione in sé, ma abbraccia anche quello che la precede, e naturalmente le segue, sottolineando un modo esistenziale di rapportarsi allo specchio per conquistare la piacevolezza». Piccinni si rivolge, inoltre, ad alcune testimonianze preziose che propongono un punto di vista personale e nient’affatto scontato sull’argomento, da Giulia Blasi a Melissa Panarello. Passando per Lorella Zanardo, il cui documentario Il corpo delle donne, del 2009, continua a restare drammaticamente attuale. E questo libro di Flavia Piccinni ne è la più evidente dimostrazione.

Premio Merini: Dimartino, poeta tarantino, ritira la targa d’argento di Michele Affidato

Vincitore - Antonio Mirko Dimartino

Si è svolta la scorsa domenica, nel capoluogo calabrese, la cerimonia di premiazione della VI edizione del Premio di Poesia “Alda Merini”, ideato e realizzato dall’Accademia dei Bronzi presieduta da Vincenzo Ursini, con il partenariato della Camera di Commercio di Catanzaro.

Centinaia i poeti giunti da tutta Italia che hanno partecipato alla consegna dei riconoscimenti, tra i quali un poeta, professore e giornalista tarantino. Per la sezione poesia, infatti, il primo premio è stato assegnato a Antonio Mirko Dimartino per l’opera “Neoplasie evidenti” nella quale il poeta addita, “con lucida consapevolezza – è sottolineato nella motivazione – le cause di un male oscuro che devasta speranze e corrode prospettive di una comunità – quella di Taranto, città dell’Ilva – a cui hanno rubato il futuro”. Dimartino, visibilmente emozionato, ha ritirato una preziosa targa d’argento realizzata dal Maestro orafo Michele Affidato, con attestato e la realizzazione prossima di un progetto editoriale con le Edizioni Ursini.

Antonio Mirko Dimartino è un giovane scrittore di origini pugliesi residente da diversi anni in Calabria, brillante laureato in Scienze dell’Amministrazione con la passione per la poesia, giornalista della principale testata di Lamezia Terme e professore presso un noto liceo privato. Membro di giuria in diversi concorsi letterari, tra i quali ricordiamo il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Jack Kerouac nonché quello di Amelia Rosselli e di Sylvia Plath, Dimartino decide di rimettersi in gioco proprio come poeta al Premio Alda Merini di quest’anno, ottenendo il primo premio assoluto e riprendendo una meravigliosa carriera iniziata vincendo il Premio Neruda all’età di soli 16 anni. Negli anni ha collezionato numerosi riconoscimenti in ambiti spesso diversi, come il primo posto assoluto nella terza edizione della Scuola di Liberalismo Ludwig von Mises del 2011, per la quale ha affrontato e presentato una tesi sul problema dei beni pubblici ottenendo una borsa di studio della Camera di Commercio. Dopo aver ottenuto un’altra borsa di studio anche nel 2012, questa volta della Unipol Banca per un elaborato sul problema della “Società aperta” di Karl Popper, nel 2013 il Dimartino ottiene anche uno speciale riconoscimento dalla Fondazione Vincenzo Scoppa durante il Premio Internazionale Liber@mente. Nel 2014 arriva una menzione d’onore al Premio John Keats con una lirica dedicata al poeta prematuramente scomparso dal titolo “John sotto il peso del mondo” e l’anno successivo un quarto posto al Premio Letterario Area dello Stretto di Reggio Calabria, con una straziante lirica dal titolo “Migranti sullo Stretto dei venti”.

Nel 2015 riceve altresì un importante riconoscimento come giornalista in quel di Morano Calabro, la splendida cittadina ai piedi del Pollino, durante la cerimonia di chiusura del Premio Internazionale di Poesia Arthur Rimbaud. Il riconoscimento, che mette in luce peculiarità personali del Dimartino quali la tenacia e la concretezza, realizza un eccelso merito al giornalista per quel percorso – di cui ne danno prova i numerosi articoli – atto a difendere i giovani e ad affrontare i problemi legati alla nostra terra, soprattutto nel mondo del lavoro. Presente con le sue poesie in numerose antologie, tra le quali ricordiamo la selezione per ben tre anni di seguito al Premio Tropea Onde Mediterranee, il Dimartino si cimenta in concorsi ed esperienze sempre nuove. Nel 2016 viene selezionato per il Repertorio di Arte e Poesia, un censimento nazionale dei migliori poeti contemporanei e nel 2017 per il prestigioso Calendario di Arte e Poesia dell’Accademia dei Bronzi, con la lirica “Sublime incanto”.

Il secondo premio è stato assegnato ex-aequo ai poeti Elvio Angeletti di Marzocca di Senigallia per la lirica “Intarsi di vita” e Anna Cappella di Casapulla (Caserta), per la lirica “Il profumo delle camelie”. Assenti gli altri due poeti Alba Corrado di San Felice Circeo e Valeria Salvo di Comitini.

Particolare attenzione è stata riservata ai premi speciali assegnati quest’anno a Pino Verbaro (per il volontariato), Giuseppe Galati (per la sezione arte) e Franco Scrima (per il giornalismo) e ai riconoscimenti istituzionali attribuiti dall’Accademia dei Bronzi a Daniele Rossi (medaglia del Presidente del Senato Pietro Grasso) e Cettina Mazzei (medaglia del Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini).

Particolarmente significativa è stata la presenza, nella qualità di poeta, di Massimo Ronco, atleta pugliese, di Gioia del Colle, che ai prossimi campionati mondiali master di nuoto che si terranno a Budapest dal 17 al 20 agosto, gareggerà nella specialità 100 farfalla.

Le motivazioni critiche sono state lette da Annarita Palaia mentre Adele Fulciniti ha interpretato, con grande tensione emotiva, le poesie premiate. Ai cinque finalisti, oltre ai premi messi in palio, è stato consegnato altresì il primo album musicale “Nessuno è perfetto” di Massimiliano Lepera. Per l’Accademia dei bronzi hanno portato il loro saluto Titta Scalise, Mario D. Cosco e Antonio Montuoro. Cosco si è particolarmente soffermato sulle opere di Alda Merini che saranno oggetto di una prossima pubblicazione a cura delle edizioni Ursini.

Un ringraziamento finale particolare è stato infine rivolto da Vincenzo Ursini al Commissario straordinario della Camera di Commercio di Catanzaro “la cui adesione in qualità di partner dell’evento – ha detto – è stata per noi di grande aiuto perché ci ha consentito di confermare tutti gli impegni assunti in precedenza”. Insomma, il premio Merini, pur non ricevendo contributi pubblici, si conferma come un appuntamento culturale di prestigio che offre anche alla città una autentica opportunità turistica.