Category Archives: LaPugliaCheScrive

“Povera patria” di Stefano Savella

Tempo di ricorrenze, purtroppo non piacevoli. Sono passati venticinque anni dall’arresto di Mario Chiesa e quindi dall’inizio dell’inchiesta Mani Pulite. Numerosi i testi al riguardo usciti in questo periodo, interessante è provare a guardare questa parte di Storia da una particolare angolazione. Stefano Savella in Povera patria. La canzone italiana e la fine della Prima Repubblica (Arcana, pp. 240, euro 17,50) analizza gli eventi insieme ai testi di molte canzoni di quegli anni. Chi ha vissuto quel periodo ricorderà le monetine contro Craxi, i discorsi in autobus sui politici tutti ladri, lo sconquasso dei partiti tradizionali. Sembra che sia cambiato poco, solo Craxi non c’è più e la gente le monetine preferisce tenerle in tasca. Tempo di crisi, non si sa mai!

Effettivamente gli anni sono passati, se ne sono accorte le giunture, ma la politica e la società italiane non sembrano aver trovato una via seria ed equilibrata per la gestione del Paese. Si continua a prendere decisioni con la pancia più che con il cervello e i successi di partiti estremisti o xenofobi sono all’ordine del giorno. Il morbo populista dall’Italia sembra essersi esteso al resto dell’Europa e anche agli Stati Uniti.

L’atmosfera di quegli anni a cavallo del 1992 (il libro si occupa degli anni subito precedenti e arriva fino al 1994, anno della vittoria di Berlusconi alle elezioni) si respira pienamente nel libro ed è straordinario perché più che un racconto diretto è una severa e puntigliosa ricerca con citazioni documentate accuratamente. Si tratta del lavoro di uno storico della quotidianità con la scrittura piacevole ma ricca di un romanzo. Savella, tacitianamente, cerca di esaminare le fonti contando sul distacco temporale dagli eventi e mantiene una ammirevole equidistanza tra le parti. Qui e là emerge il suo pensiero, ma in maniera così discreta e corretta da non inficiare la imparzialità del lavoro.

Dopo un decennio di edonismo e spensieratezza, gli anni ’90 si caratterizzano per una rivoluzione giudiziaria che stimola gli istinti del pubblico e i cantanti più attenti, anche alcuni notoriamente disimpegnati, fiutando l’aria si lanciano in canzoni dai testi politici e di denuncia. Il titolo del libro è, ovviamente, preso dalla canzone di Battiato, il più mistico dei nostri cantautori. Non un cantautore totalmente disimpegnato, ma sicuramente poco incline alle canzoni strettamente politiche. La scelta è inevitabile, perché la canzone viene pubblicata pochi mesi prima dell’arresto di Mario Chiesa e musicalmente è una sorta di dolce lamento che contrasta con l’asprezza delle parole. La si può definire una canzone civile, nel senso stretto del termine e Savella giustamente ricorda quanto mettano i brividi le parole: “ma non vi danno un po’ di dispiacere/quei corpi in terra senza più calore?” che sembrano prevedere le stragi di Capaci e via D’Amelio. La canzone diventa quindi l’inno di una stagione purtroppo oscura e il cantautore siciliano sarà sempre restio a cantarla e, infatti, nei concerti degli ultimi anni non sarà più presente o quasi.

Il libro è ricco di curiosità e notizie su cantanti noti e meno e ogni capitolo è dedicato ad una o più canzoni inserite nel contesto storico che ci viene raccontato. L’ultima parte di ogni capitolo ci dice come è andata a finire. Va sottolineata l’ultima parte dedicata a Sanremo ricca di curiosità giudiziarie, politiche, ma anche musicali, se così si può dire. Una su tutte, il ricordo dei Fandango, gruppo misconosciuto che partecipa al Festival del 1993 con una cantante di nome Lilla Fiori, casualmente figlia di Publio Fiori, notabile democristiano e in seguito tra i fondatori di Alleanza Nazionale. Una sequenza meravigliosa di stonature, per una canzone neanche troppo disgustosa.

Questo libro quindi è una miniera d’oro per gli amanti della politica e della musica e andrebbe letto avendo a portata di mano Youtube per poter apprezzare alcune canzoni citate. Oltre che per rivedere alcune facce. Utilissimi l’indice dei nomi e le note che rendono giustizia al certosino lavoro di ricerca compiuto dall’autore.

Fabio Mele

“A occhi chiusi, a cuore aperto” di Teocleziano Degli Ugonotti

Un’anima in armonia con il proprio corpo, con la natura, finanche con la storia del proprio territorio. Insomma, con il mondo. Le tracce di questa armonia attraversano le righe del pentagramma, le strade e i porti della Terra di Bari, le quattro mura di una casa dove vivere momenti di serenità e intimità. E si possono leggere nei versi della raccolta d’esordio di Teocleziano Degli Ugonotti, pseudonimo di Teodoro Ugone, A occhi chiusi, a cuore aperto, uscita pochi mesi fa per le edizioni dell’Associazione culturale varesina Tracce per la Meta (pp. 120, euro 11). Versi nei quali è facile rintracciare echi delle numerose attività svolte dall’autore: tenore leggero, quale solista e componente di un coro, partecipante a rievocazioni medievali, referente provinciale di Bari del movimento giovanile dell’Unicef.

Un esempio? La musica. «Scale che salgono / scale che scendono, / stamattina sul mio pianoforte», quelle della lirica Scale di crome, sono metafora di una «luminosa giornata / di pieno inverno» che sorge dopo una notte preda del gelo. Note musicali che manifestano la loro imprevedibilità, da accogliere come una sorpresa che possa portare allegria nel corso di un mattino. Allegria, ma soprattutto armonia, vera e propria parola-chiave dell’intera silloge. Termine, non a caso, associato al lessico musicale in un’altra lirica, Anime gioviali: «L’anima è vibrazione: / onde fluttuanti / originano dall’inconscio. / […] armonizzano il corpo, / echeggiano nell’insieme / in sinfonia sublime».

La ricerca dell’armonia supera tuttavia gli spazi musicali, per aprirsi al mondo esterno, ai luoghi in cui l’anima può trovare ristoro e serenità. Ci sono i porticcioli della costa pugliese, ognuno di quali è «tempio / di chi non conosce ricchezze»; ci sono «strade del centro antico» i cui lampioni sono «testimoni di baci fugaci / e di sguardi infiniti»; ci sono i campanili, le cui «altezze infinite / sfidano il cielo»; c’è, insomma, la Terra federiciana, la cui «selva risponde / con canto di cicale / come orchestra d’archi / e squilli di fiati». Il territorio è quindi una componente ineliminabile e decisiva per la formazione umana e spirituale del poeta. Il quale, tuttavia, non si manifesta come persona solitaria; anzi mostra, allo stesso modo, quanto importante sia l’aspetto affettivo e sensuale per una armoniosa celebrazione della vita: «la libertà dell’amore / è come una giostra / dove l’eccitazione / cede il passo al rapimento».

Il contatto, che sia quello che avviene con la natura, con un altro corpo, o attraverso la voce, è dunque sinonimo di relazione; e infatti Teocleziano Degli Ugonotti, come scrive nella Prefazione Giusy Tolomeo, «è sempre in relazione con gli altri, [è] un artista che ama far parte di un “coro” di voci, piuttosto che levarsi come voce solitaria».

“Il volo dell’eremita” di Caterina Emili

Il protagonista è sempre lui: l’inossidabile Vittore Guerrieri, umbro trapiantato in Puglia, a Ceglie Messapica, per commerciare olio, vino e altri alimenti tipici verso i ristoranti del centro-nord. Anche i suoi compagni di bevute e, soprattutto, di mangiate, sono gli stessi: l’amico Mario, sarto, e sua moglie Maria, regina delle brasciole al ragù. Così come i compari del bar, come il Professore, che cattura gli avventori con le sue litanie onniscienti. A cambiare, nell’ultimo romanzo di Caterina Emili, Il volo dell’eremita (pp. 160, euro 14,50), è soltanto lo strumento della pubblicazione: la prestigiosa casa editrice e/o invece del self-publishing (di successo) utilizzato per gli ultimi libri, L’innocenza di Tommasina e Il ritrovamento dello zio bambino. Preceduti da L’autista delle slot, edito da Besa nel 2012.

Anche stavolta la vita di Vittore riserva la costruzione di un ponte tra la Puglia e l’Umbria. La telefonata di una agenzia immobiliare di Marsciano, un borgo in provincia di Perugia, svela al protagonista l’eredità dell’appartamento di sua madre, per il quale una coppia di neozelandesi innamorato dei paesaggi umbri è disposta a investire una grossa cifra. Soldi che fanno gola a Vittore ma soprattutto ai suoi amici del bar, che lo “invitano caldamente” («Nassi scherz culli sold!», come dice Mario) a recarsi nella sua terra d’origine per ottenere quel compenso inaspettato.

Ma presto Vittore (con Mario che lo accompagna nella trasferta umbra) comprende che la situazione è assai meno semplice. Ingorghi successori lo conducono così a fare la conoscenza di Volendo Guerrieri, un lontano cugino abbarbicato nei boschi dei Monti Amerini, presso Amelia nel Ternano, dove conduce una vita da eremita. Sulle sue tracce si muovono come segugi (non poteva essere diversamente, in terra di tartufi) Vittore, Mario e il Professore, pronto per quest’esperienza fuori dal comune e dalle amate mura di Ceglie.

Chi è davvero Volendo, e quale segreto custodisce, spetta al lettore comprenderlo fino all’ultima pagina, nel consueto intrigo di storie e personaggi (tra i quali svetta, in questo libro, padre Antonio Noica, anzi Noika) creato dall’autrice inframezzato da pranzi sostanziosi, vino a volontà, caffè e ammazzacaffè. Del resto, come dice Vittore: «Ho sempre fame da quando vivo a Ceglie. […] È tornata da quando vivo in Puglia, è tornata prepotente e costante, ingorda di orecchiette, di castrato, di fave, di pittole, di braciole, di taralli. E io la lascio fare, anzi la vizio e la allevo come un prezioso cincillà».

Stefano Savella

“Storia della Sacra Corona Unita” di Andrea Apollonio

storie 2015 - apollonio-tipografia

Al fianco di Cosa Nostra, Camorra e ‘ndrangheta, nel menzionare le organizzazioni mafiose più potenti e agguerrite del Mezzogiorno, si cita ancora oggi la Sacra Corona Unita, indicata non di rado quale “mafia pugliese”. Gli studi specialistici, come spesso avviene, si prendono in carico la difesa della verità, o quantomeno l’analisi assai più attenta dei fenomeni descritti superficialmente sui giornali o nel dibattito pubblico. Ed è così che si scopre che la storia della Sacra Corona Unita ha peculiarità assai diverse da quelle delle altre grandi organizzazioni mafiose, sia per ciò che riguarda la sua stessa fondazione, sia per le sue dinamiche interne, sia per la sua radicalizzazione sul territorio regionale. Un approfondimento utile ed esaustivo su queste vicende si trova ora in Storia della Sacra Corona Unita, un saggio di Andrea Apollonio edito da Rubbettino (pp. 350, euro 16).

L’autore, nato a San Pietro Vernotico, è dottore di ricerca in Giustizia penale presso l’Università di Pavia e ha già pubblicato numerosi studi sul fenomeno mafioso in Puglia e non solo, partecipando anche in qualità di consulente alla Federazione delle Associazioni Antiracket Italiane promossa dal Ministero dell’Interno. Un’esperienza personale che lo ha aiutato nel comprendere determinate dinamiche ma anche nell’affinare uno stile divulgativo che rende il volume ancor più valido dal punto di vista editoriale. Un lavoro che si apre, fin dalle pagine dell’Introduzione, con un chiarimento sulla tesi di fondo che vi è esposta: quella di uno «strano destino» occorso alla Sacra Corona Unita, di essere «sottovalutata negli anni di massima espansione e radicamento, ampiamente sopravvalutata oggi, che non esiste più in quanto struttura mafiosa, ed è divenuta piuttosto un brand, un “marchio” che, ove possibile, la criminalità locale sfrutta per i propri abietti fini; ma che non risponde più alla realtà delle cose». Tesi, come si può ben immaginare, e come ammette lo stesso autore, rischiosa e attaccabile da parte di chi la interpreta come “un favore” fatto ai mafiosi. Ma del tutto coerente con l’analisi esposta nel volume e confermata dall’evoluzione stessa dell’organizzazione criminale nell’ultimo decennio.

Tra i molteplici spunti di riflessione offerti dal libro, è utile soffermarsi proprio sul diverso radicamento territoriale della Sacra Corona Unita in Puglia. Fondata nel 1983 da Pino Rogoli, carismatico criminale di Mesagne, nel Brindisino, in una cella del carcere di Bari, l’organizzazione mafiosa ha fin dall’inizio acquisito forme e dinamiche diverse nelle province pugliesi, radicandosi prevalentemente nel Salento e finendo presto ai margini delle attività criminali in Capitanata (dove la Società foggiana ha presto dimostrato la propria abilità nell’occupazione violenta del territorio) e in Terra di Bari (dove i clan del capoluogo si sono divisi anche i territori dell’hinterland). Da qui, tutto il carattere improprio della definizione della Sacra Corona Unita quale “mafia pugliese”. Ben più pertinente, invece, quella di “mafia acefala”, giacché, come scrive Apollonio, «la stessa sagomatura frastagliata dell’associazione è diretta conseguenza dell’assenza di un vertice riconosciuto, sede di risoluzione delle controversie e delle decisioni più importanti», conducendo ciò alla formazione di «una più realistica, frammentata realtà socio-criminale, contrassegnata da rivalità meramente territoriali e quasi campanilistiche». Così come è pertinente, e originale, la definizione di “mafia anomala” attribuita alla Sacra Corona Unita anche nel sottotitolo dell’opera: tale perché «irriducibile ai paradigmi classici» dell’assocazione mafiosa, come invece ancora troppe demistificazioni e luoghi comuni faticano ad ammettere.

Stefano Savella

“Formicae” di Piernicola Silvis

La SEM (Società Editrice Milanese) sceglie la Puglia per lanciare in anteprima nazionale il suo primo titolo e inaugurare l’attività editoriale. La nuova sigla, ideata da Riccardo Cavallero (quasi trent’anni di esperienza internazionale nell’editoria) e Mario Rossetti (innovatore di professione, tra i fondatori di Fastweb), ha scelto per il debutto in libreria Formicae di Piernicola Silvis: una storia ad alta tensione emotiva ambientata in una Foggia in cui ciò tutto che sembra vero non è detto che lo sia fino in fondo.

Il thriller si svolge in Puglia, terra dell’autore: la città di Foggia con tutte le sue contraddizioni fa da sfondo delle indagini di Renzo Bruni, alto funzionario del Servizio Centrale Operativo –  il mitico SCO – l’unità investigativa della Polizia di Stato. Livio Jarussi, il bambino scomparso da due anni, chiama al telefono un anziano sacerdote, dicendo che è vivo e sta bene. Aspetta soltanto di essere riportato a casa, dai genitori. Quando la polizia arriva nel luogo indicato dalla voce anonima, una discarica alla periferia di Foggia, trova una scena sconcertante. Qualcuno ha allestito un terribile quadro rituale. Sepolto malamente tra i rifiuti c’è il corpo di Livio. Sulla misera tomba, come un lugubre ornamento, si alza una croce di legno e ferro. Ciò che rimane di Livio, ormai mangiato dalla terra che l’ha nascosto per due anni, è quasi solo un brandello della felpa che indossava al momento della scomparsa, dove campeggia la scritta Zio Teddy. Una macabra firma.

Questo ritrovamento per Bruni significa tornare a occuparsi del caso che più di ogni altro l’ha tormentato, come poliziotto e come uomo. Per Zio Teddy invece è semplicemente la ripresa di una partita a due, giocata con gli strumenti del male.

Piernicola Silvis (1954), dirigente della Polizia di Stato, è questore di Foggia. Nel corso della carriera è stato capo delle Squadre Mobili di Vicenza e Verona, dirigente dei commissariati di Pubblica Sicurezza di Vasto e Senigallia, capo di gabinetto della questura di Ancona, vicequestore vicario di Macerata e questore di Oristano. Formicae è il suo quarto romanzo, dopo Un assassino qualunque (2006), L’ultimo indizio (2008) e Gli anni nascosti (2010). I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue.

Il romanzo sarà presentato in anteprima nazionale oggi a Foggia presso la Sala Fedora del Teatro Giordano alle ore 19 (in collaborazione con la Libreria Ubik); poi mercoledì alle ore 18 alla Libreria Ubik Librissima di Lecce; infine giovedì alla Feltrinelli di via Melo a Bari, sempre alle ore 18.

“Il nome dell’isola” di Fabio Greco

Viene finalmente pubblicato il romanzo d’esordio di Fabio Greco, nato a Saronno ma vissuto per molti anni a Ugento, in provincia di Lecce. Il nome dell’isola (Autori Riuniti, pp. 130, euro 14) era stato, infatti, selezionato qualche anno fa tra i finalisti del Premio Calvino, quando ancora aveva come titolo Genti a cartapesta. Il protagonista è appunto un artigiano della cartapesta affascinato dalle storie e dalle leggende del suo Salento: «Quei racconti di mille e mille anni prima, presenti e familiari al contempo, quand’anche rivestiti d’invenzioni, a Masello gli rimandavano la sensazione d’essere partecipe d’una stessa storia, d’uno stesso destino, intra a quella terra di confine […]. Gli pareva d’essere un tutt’uno con quelle genti di prima e con le genti di ora, genti di lassotta che tenevano intra agli occhi lo stesso orizzonte, tenevano intra al naso gli stessi profumi e intra alle orecchie lo stesso mare; […] genti a cartapesta che le storie gli s’appiccicavano addosso foglio a foglio a macerare». Il nuovo titolo, Il nome dell’isola, sottolinea invece come l’opera sia intessuta di narrazioni e leggende che prendono spunto dalle origini di una definizione: Isola di Pazze, uno sperone roccioso che fronteggia la costa e intorno al quale dibattono tre vecchiarazza che «restavano ore e ore intra alla piazza a discutere su chi teneva la verità certissima e vera su quel nome».

A tratti ci si perde nell’affastellarsi dei racconti, anche per via di un periodare talmente ampio da sembrare talvolta quasi fuori controllo, ma è un romanzo riuscito e suadente, non solo per quel che narra ma anche e soprattutto per la lingua che Fabio Greco crea per farlo; una lingua ritmata ed espressiva, che conia felici neologismi e ricalca le sonorità dialettali, tanto da far venir voglia di leggere ad alta voce numerosi passaggi. Oltre all’inventiva linguistica, va però anche sottolineata la capacità dell’autore di delineare immagini e visioni che non riproducono quelle del consueto e orami abusato folclore salentino: memorabili ad esempio le pagine finali con la bizzarra processione che attraversa il paese di terrazzo in terrazzo, sino a giungere nel suo cuore pulsante, la piazza.

Giovanni Turi

“Candore” di Mario Desiati

cupjl2swyaazkuc

Dopo dieci anni Mario Desiati dona una nuova vita a Martino Bux, il protagonista di Vita precaria e amore eterno (Mondadori 2006), ma l’amore di Toni a salvarlo non c’è più e Martino si rifugia nel mondo della pornografia, ne è ossessionato, conosce a memoria film, eroine, scene di cui offre al lettore “cataloghi autistici”, addirittura prova a “spacciare Siffredi come novello Pasolini in un esame di letteratura all’università”.

Martino, per seguire reggicalze e corsetti, perde Fabiana, abbandona l’università, trova lavori saltuari, si lascia travolgere da un viaggio, quello di Candore (Einaudi, pp. 232, euro 19), che spesso assume una dimensione onirica, dalle atmosfere schnitzleriane di Traumnovelle: sullo sfondo una Roma decadente, dei pendolari che affollano ogni giorno tram e bus, dei palazzoni di periferia, dei chioschi dei fiorai aperti tutta la notte.

Eppure l’ossimoro del titolo è solo apparente perché Martino Bux ha negli occhi la meraviglia di un bimbo, vede tutto come per la prima volta, con candore e innocenza. La sua educazione sentimentale si nutre di una parola chiave che è il desiderio: “Di un film porno amavo la contrattazione che precedeva l’incontro, l’improbabile seduzione a cui sarebbe seguito il sesso. Al momento della penetrazione ero già andato via”.

Si innamora solo di ragazze che somigliano ad attrici hard, non ricambiato, e si condanna alla solitudine. Dalla prima all’ultima pagina di questo romanzo Martino è solo, emarginato: “a cosa serve amare qualcuno che non ti capisce?” – si chiede Luisa Montieri – la donna che Martino ama più di tutte – con infinita nostalgia.

Bux ha la storia del porno cucita addosso e con lui Desiati racconta abilmente l’Italia degli ultimi trent’anni dai giornaletti ai cinema a luci rosse, dai locali di striptease fino all’era di internet e all’oggi: “il porno del futuro è senza sperma, senza umori, senza carne”. E il porno diventa un filtro letterario per raccontare un mondo che non c’è più, una comunicazione che è cambiata completamente e forse non in meglio.

Scritto con tenerezza e ironia, mai volgare, con un finale splendido dal profumo di tuberose.

Chiara Dell’Acqua

“Canti della tartaruga” di Daniele Giancane

“Le tartarughe, in fatto di strade, ne sanno più delle lepri”… eh sì, poiché una tartaruga permane su una strada più a lungo della sua comprimaria e dunque, per mera diacronia, ne ha più esperienza – così l’esordio in citazione dei Canti della tartaruga (Edizioni Eva, pp. 48, euro 9), ultimo impegno che listerà la bibliografia di Daniele Giancane per aver “colorato l’intera estate del 2015”… di saggia ironia.

Nell’introduzione lo stesso Autore avverte che, partito, con grandi idealità, dalla poesia di rivoluzione, sia poi pervenuto alla scrittura di ricerca metafisica, ed infine approdato ad una raccolta di poesie su… una tartaruga! E già su quei punti di sospensione si gioca, con fine ironia, tanta vita e ricerca, sino a quest’ultimo approdo protetto, sull’isola-carapace. Dalla ribellione alla consapevolezza dunque, la parabola di un’intera esistenza che riordina e porta a sintesi innumerabili tasselli, perché «la vita è una realtà complessa e che non è captabile da qualsivoglia ideologia, da nessun “pensiero unico”, da nessuno schema di interpretazione».

È immediatamente dichiarata la sobrietà della ricerca che non sfiderà, non cercherà “vette sublimi”, né attenderà l’estasi per afferrare l’estro poetico e tradurlo in versi, ma si svolgerà nel giardino di casa, luogo di sintesi perfetta tra le piccole e le buone cose, in una fusione pascolo-gozzaniana che promette subito di travalicarne i limiti.

L’Autore ha a lungo osservato l’animale, ne ha analizzato il comportamento, registrato scientificamente le proprie annotazioni, utilizzando un metodo preciso, quello narrativo, che tanto spazio occupa nell’attuale panorama letterario e pedagogico contemporaneo. Ma lo ha fatto con un’attenzione accurata-smisurata, direi incomprensibile ai più, poiché, di fatti, egli afferma espressamente che dell’animale ha cercato di capirne azioni, bisogni, reazioni e motivazioni; insomma un adeguato programma di studio predisposto in giardino per il mite rettile!

Così tra i placidi versi, fa capolino ora un geranio ora una dalia, in un luogo segreto ove si danno convegno i due, regno incontrastato della testuggine, dal quale probabilmente ella non uscirà mai, assumendo così in sé la funzione di tempio che ne custodirà la sacralità del principio di vita-morte.

Schietta la relazione che il Poeta instaura con l’animale; le dichiara subito di non essere il suo padrone (perché non si può essere proprietari di una vita!) ma suo amico, se lei accetterà l’amicizia. Una struggente delicatezza che avvince, che rimanda ad un percorso interiore di presa di coscienza di uguaglianza verso tutte le creature del mondo, di armonia verso la natura e l’umanità, sulle tracce di Aldo Capitini e di un autentico pacifismo. A lui nulla importa se si dica che l’animale non sia intelligente; di fronte alla sua mitezza, che non si lamenta, che sa attendere e accetta di buon grado la trascuratezza del suo convivente, rimane ammirato e, con slancio di pacificata andatura, prende per sé, a modello, tale comportamento.

Si avverte che i due sono avvezzi a stare insieme; c’è l’intimità che viene dalla frequentazione, dalla condivisione, c’è conoscenza reciproca e abitudine a dividere lo stesso scorcio di cielo (balena alla mente quanto la teoria psicologica di Clark Hull abbia dimostrato circa il peso delle abitudini nelle scelte individuali). Ciò porta a conoscerne i suoi “gusti personali e precisi”, così un lacerto di albicocca diventa motivo d’incanto, come un bel tramonto, e non importa chi dei due più goda di fronte ad uno o all’altro piacere, poiché i due si fondono in un unico principio di natura.

Si avverte immediatamente che l’Autore è affascinato dall’ampia letteratura mitologica e dalla simbologia legata a questo animale, sacro, sin dall’antichità, a molti popoli. Reverenziale il suo atteggiamento di fratello-poeta, ché già l’aspetto fisico introduce a numerosi simbolismi, a partire dal guscio che rappresenterebbe l’unione tra cielo (il carapace) e terra (la piastra), al numero e al disegno delle placche, con rimandi alla numerologia; inoltre la tartaruga si è prestata a essere considerata personificazione della Madre primordiale, immagine di stabilità, di resistenza, di protezione, di ordine, di saggezza e longevità.

Nell’immaginario essa ha la capacità di annientare il tempo, quasi di cancellarne i suoi effetti su di sé, un po’ meno sul mondo, è l’anti-cronos per eccellenza, presenza silenziosa e costante, quasi immutabile nel rappresentare quel “che è”, come atavica e rugosa verità.

Nello sguardo indagatore del suo compagno di soste, che ne segue i lenti passi cadenzati, a ogni piè sospinto, si vive la meraviglia del creato alla maniera di Einstein, come stupore grato per l’esistenza di ogni fenomeno e materia.

Nella paziente e vicendevole scoperta dell’uno per l’altro, l’Autore si accorge che l’animale è in grado di azioni straordinarie; ecco che, nella confidenza reciproca, si condividono virtù e qualità nascoste ad altri; solo allora l’animale si manifesta in un sibil-canto represso e forse a lungo preparato, che esplode in un’inaspettata bell’esecuzione per il suo amico.

A ben guardare, tartaruga, in modo traslato, è ognuno di noi quando si fa interlocutore di un dialogo disteso con se stesso, privo di scansioni temporali, ed è la nostra stessa coscienza nell’atto di prendere le distanze dalla febbrile routine quotidiana.

Tante le sequenze iconografiche nella raccolta, scattate e messe lì, quasi in un immaginario album fotografico compilato per tracciare un segno nella memoria umana, perché lei, la “chelonia”, ha memoria immortale, anzi ci mostra “che il tempo è davvero un’astrazione, una scala indefinita, un pregiudizio”, e reca in sé la storia del mondo: “tu sei l’alba del mondo, il ricordo di ere innumerevoli e remote”. Tra queste, una delle più tenere e cariche d’ironia è La tartaruga e l’innaffiatoio, dove i due protagonisti, fantasiosamente descritti, si muovono secondo una logica tutta loro, anche se sono “lontani mille miglia nella scala evolutiva” ma “felici solo di girare in tondo”. Può una poesia, al di là dell’ex cathedra, suscitare simpatia? Questa sì, teneramente.

Ma, se tanto ha osservato e analizzato, l’Autore non svela tutto dell’animale, non ci dice, per esempio, qual è il suo nome o se, volutamente, un nome non c’è.

Maria Pia Latorre