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Quinta edizione di “Luce a Sud Est. Concorso di scrittura sociale”

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Pietre Vive Editore, in collaborazione con le associazioni Pietre Vive e il Tre Ruote Ebbro, bandisce la quinta edizione del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.

Duplice lo scopo del concorso: promuovere l’editoria etica, di denuncia o di promozione, per diffondere una nuova lettura attenta e trasversale del Paese; favorire l’accesso alla pubblicazione di giovani scrittori impegnati su tematiche sociali.

Il concorso è aperto a tutti, senza limiti geografici o di età. È ammesso al concorso qualsiasi genere letterario (romanzo, racconti, poesie, reportage giornalistico, testo teatrale, ecc.) purché attinente al tema. Il vincitore sarà premiato con la pubblicazione della propria opera. La partecipazione al concorso è gratuita.

I manoscritti dovranno essere invitai entro il 7 gennaio 2018 a questo indirizzo: info@pietreviveeditore.it mettendo in oggetto: LUCE A SUD EST, e accompagnando il testo con la scheda di adesione scaricabile, insieme al bando, sul sito di Pietre Vive.

Al vincitore sarà offerta la pubblicazione dell’opera proposta con Pietre Vive Editore.

In via sperimentale quest’anno, la giuria sarà composta da un comitato di cinque persone, tre delle quali selezionate fra i lettori di Pietre Vive, e due fra i collaboratori interni della casa editrice.

Nelle ultime edizioni sono stati premiati con la pubblicazione il romanzo breve “Il sindaco” del calabrese Claudio Metallo, incentrato sulla carriera politica di un uomo di potere; il romanzo allegorico “Isola” del pugliese Domenico Maggipinto e il poemetto “L’adatto vocabolario di ogni specie” dell’emiliano Alessandro Silva, entrambi ispirati al disastro di Taranto e dell’Ilva; e la raccolta di poesie “Il mondo come un clamoroso errore” di Paolo Polvani delicata serie di ritratti degli ultimi.

È possibile scaricare il BANDO e la scheda di adesione sul sito di Pietre Vive: www.pietreviveeditore.it

“Bellissime” di Flavia Piccinni

Dalle agenzie pubblicitarie ai concorsi di bellezza, dagli spot televisivi alle sfilate di moda: il lavoro delle modelle si svolge spesso al chiuso di questo quadrilatero di alternative. Esiste tuttavia, all’interno di questo spazio, un angolo che molti fingono di non vedere, pur essendo in realtà perfettamente illuminato e addirittura iper-esposto su media e social network. È il mondo delle modelle bambine, considerate regine di bellezza da un esercito di genitori e di parentame vario, e in quanto tali proposte per una vera e propria carriera professionale: di breve durata, certo, ma sufficiente a inorgoglire madri e padri e a cambiare radicalmente, talvolta per sempre, lo spirito con cui quelle bambine intendono e percepiscono la crescita fisica e intellettuale.

Bellissime, di Flavia Piccinni (Fandango Libri, pp. 200, euro 16), descrive nel dettaglio chi frequenta questo mondo, i luoghi in cui si celebra il mito della bellezza infantile e le ripercussioni sul modo in cui le bambine affrontano le relazioni con le coetanee e con il mondo degli adulti. Lo fa con sguardo critico, opportunamente attento a mostrare i rischi e le storture (in qualche caso al limite dell’inaudito, come avviene nei concorsi di bellezza per bambine ospitati anche quest’anno in numerose mete estive). L’ipersessualizzazione di quei corpi interroga infatti una società intera che già è alle prese con un pesante ritardo sulla percezione maschile del corpo delle donne adulte. Va da sé che di fronte a bambine con meno di dieci anni l’aggressione psicologica assume tratti ancor più marcati, pur passando, tutto sommato, pressoché inosservata.

Piccinni si immerge nel mondo dei provini, delle sfilate di moda (su tutte, Pitti Bimbo), dei concorsi di bellezza per bambine, forse la punta dell’iceberg di questo mondo che affonda le radici nel trash televisivo e in una cultura per cui lo sguardo maschile sulle donne viene introiettato e fatto proprio anche da molte madri, nonne, sorelle. Il racconto dell’autrice è profondamente legato alla situazione nel nostro paese, ma non mancano cenni su storie riguardanti l’esplosione del fenomeno delle baby miss negli Stati Uniti, patria del pageantry, un termine che «Sintetizza l’universo che ruota intorno ai concorsi e, anche se alla lettera vorrebbe dire spettacolo sfarzoso, si tratta di molto di più. Pageantry non riguarda esclusivamente l’esibizione in sé, ma abbraccia anche quello che la precede, e naturalmente le segue, sottolineando un modo esistenziale di rapportarsi allo specchio per conquistare la piacevolezza». Piccinni si rivolge, inoltre, ad alcune testimonianze preziose che propongono un punto di vista personale e nient’affatto scontato sull’argomento, da Giulia Blasi a Melissa Panarello. Passando per Lorella Zanardo, il cui documentario Il corpo delle donne, del 2009, continua a restare drammaticamente attuale. E questo libro di Flavia Piccinni ne è la più evidente dimostrazione.

Premio Merini: Dimartino, poeta tarantino, ritira la targa d’argento di Michele Affidato

Vincitore - Antonio Mirko Dimartino

Si è svolta la scorsa domenica, nel capoluogo calabrese, la cerimonia di premiazione della VI edizione del Premio di Poesia “Alda Merini”, ideato e realizzato dall’Accademia dei Bronzi presieduta da Vincenzo Ursini, con il partenariato della Camera di Commercio di Catanzaro.

Centinaia i poeti giunti da tutta Italia che hanno partecipato alla consegna dei riconoscimenti, tra i quali un poeta, professore e giornalista tarantino. Per la sezione poesia, infatti, il primo premio è stato assegnato a Antonio Mirko Dimartino per l’opera “Neoplasie evidenti” nella quale il poeta addita, “con lucida consapevolezza – è sottolineato nella motivazione – le cause di un male oscuro che devasta speranze e corrode prospettive di una comunità – quella di Taranto, città dell’Ilva – a cui hanno rubato il futuro”. Dimartino, visibilmente emozionato, ha ritirato una preziosa targa d’argento realizzata dal Maestro orafo Michele Affidato, con attestato e la realizzazione prossima di un progetto editoriale con le Edizioni Ursini.

Antonio Mirko Dimartino è un giovane scrittore di origini pugliesi residente da diversi anni in Calabria, brillante laureato in Scienze dell’Amministrazione con la passione per la poesia, giornalista della principale testata di Lamezia Terme e professore presso un noto liceo privato. Membro di giuria in diversi concorsi letterari, tra i quali ricordiamo il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Jack Kerouac nonché quello di Amelia Rosselli e di Sylvia Plath, Dimartino decide di rimettersi in gioco proprio come poeta al Premio Alda Merini di quest’anno, ottenendo il primo premio assoluto e riprendendo una meravigliosa carriera iniziata vincendo il Premio Neruda all’età di soli 16 anni. Negli anni ha collezionato numerosi riconoscimenti in ambiti spesso diversi, come il primo posto assoluto nella terza edizione della Scuola di Liberalismo Ludwig von Mises del 2011, per la quale ha affrontato e presentato una tesi sul problema dei beni pubblici ottenendo una borsa di studio della Camera di Commercio. Dopo aver ottenuto un’altra borsa di studio anche nel 2012, questa volta della Unipol Banca per un elaborato sul problema della “Società aperta” di Karl Popper, nel 2013 il Dimartino ottiene anche uno speciale riconoscimento dalla Fondazione Vincenzo Scoppa durante il Premio Internazionale Liber@mente. Nel 2014 arriva una menzione d’onore al Premio John Keats con una lirica dedicata al poeta prematuramente scomparso dal titolo “John sotto il peso del mondo” e l’anno successivo un quarto posto al Premio Letterario Area dello Stretto di Reggio Calabria, con una straziante lirica dal titolo “Migranti sullo Stretto dei venti”.

Nel 2015 riceve altresì un importante riconoscimento come giornalista in quel di Morano Calabro, la splendida cittadina ai piedi del Pollino, durante la cerimonia di chiusura del Premio Internazionale di Poesia Arthur Rimbaud. Il riconoscimento, che mette in luce peculiarità personali del Dimartino quali la tenacia e la concretezza, realizza un eccelso merito al giornalista per quel percorso – di cui ne danno prova i numerosi articoli – atto a difendere i giovani e ad affrontare i problemi legati alla nostra terra, soprattutto nel mondo del lavoro. Presente con le sue poesie in numerose antologie, tra le quali ricordiamo la selezione per ben tre anni di seguito al Premio Tropea Onde Mediterranee, il Dimartino si cimenta in concorsi ed esperienze sempre nuove. Nel 2016 viene selezionato per il Repertorio di Arte e Poesia, un censimento nazionale dei migliori poeti contemporanei e nel 2017 per il prestigioso Calendario di Arte e Poesia dell’Accademia dei Bronzi, con la lirica “Sublime incanto”.

Il secondo premio è stato assegnato ex-aequo ai poeti Elvio Angeletti di Marzocca di Senigallia per la lirica “Intarsi di vita” e Anna Cappella di Casapulla (Caserta), per la lirica “Il profumo delle camelie”. Assenti gli altri due poeti Alba Corrado di San Felice Circeo e Valeria Salvo di Comitini.

Particolare attenzione è stata riservata ai premi speciali assegnati quest’anno a Pino Verbaro (per il volontariato), Giuseppe Galati (per la sezione arte) e Franco Scrima (per il giornalismo) e ai riconoscimenti istituzionali attribuiti dall’Accademia dei Bronzi a Daniele Rossi (medaglia del Presidente del Senato Pietro Grasso) e Cettina Mazzei (medaglia del Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini).

Particolarmente significativa è stata la presenza, nella qualità di poeta, di Massimo Ronco, atleta pugliese, di Gioia del Colle, che ai prossimi campionati mondiali master di nuoto che si terranno a Budapest dal 17 al 20 agosto, gareggerà nella specialità 100 farfalla.

Le motivazioni critiche sono state lette da Annarita Palaia mentre Adele Fulciniti ha interpretato, con grande tensione emotiva, le poesie premiate. Ai cinque finalisti, oltre ai premi messi in palio, è stato consegnato altresì il primo album musicale “Nessuno è perfetto” di Massimiliano Lepera. Per l’Accademia dei bronzi hanno portato il loro saluto Titta Scalise, Mario D. Cosco e Antonio Montuoro. Cosco si è particolarmente soffermato sulle opere di Alda Merini che saranno oggetto di una prossima pubblicazione a cura delle edizioni Ursini.

Un ringraziamento finale particolare è stato infine rivolto da Vincenzo Ursini al Commissario straordinario della Camera di Commercio di Catanzaro “la cui adesione in qualità di partner dell’evento – ha detto – è stata per noi di grande aiuto perché ci ha consentito di confermare tutti gli impegni assunti in precedenza”. Insomma, il premio Merini, pur non ricevendo contributi pubblici, si conferma come un appuntamento culturale di prestigio che offre anche alla città una autentica opportunità turistica.

“Cronache della discordia” di Francesco Marocco

L’estate è tempo di letture distensive e rientra pienamente nel solco delle parodie dell’Italia contemporanea il secondo romanzo del barese Francesco Marocco, che ha esordito nel 2012 con Mai innamorarsi ad agosto (Fandango).

Cronache della discordia (Mondadori, pp. 288, euro 18) è un’opera corale che ha per protagonisti, insieme al premier (Mirko Bazzi), un giovane innamorato della ragazza sbagliata (Riccio), un’insegnante per vocazione (Culobasso), due candidati sindaco (Gino Matera e Bernardino Chiarelli) e una miriade di personaggi minori e macchiette: sono gli abitanti di due piccoli e immaginari comuni lucani divisi da un odio atavico e ora riuniti per volontà del governo in un unico municipio.

Per un caso fortuito, a loro spetterà decretare le sorti della nazione e provare magari a scardinare le logiche dell’ostilità e del campanilismo che da sempre condizionano i nostri rapporti: «L’Italia era quella, lo era sempre stata e così sarebbe rimasta, un posto unito solo sulla pelle di uno stivale, una mappa di conflitti tra regioni, città, paesini, quartieri, vicini di casa. Dovunque passi anche solo una strada, dovunque si affaccino anche solo due porte, ogni linea che disegna l’Italia traccia una separazione tra noi e qualcuno che non siamo noi, un altro a cui non ci accomuna nulla se non la stessa diffidenza che proviamo per lui e lui prova per noi».

“E invece io” di Davide Grittani

Il percorso professionale di Alberto Airoli, giornalista delle pagine culturali del quotidiano «La Notizia», è curioso, persino controintuitivo: da Pavia, una delle città con il più alto indice di qualità della vita, decide di accettare il trasferimento in una redazione di un capoluogo del Sud Italia: tutti gli indizi lasciano immaginare che si tratti di Foggia. Altrettanto curiosamente, Arioli sembra in un primo momento riuscire ad adattarsi bene alle dinamiche della sua nuova città di residenza: reduce da un matrimonio fallito, inizia a stringere relazioni professionali, politiche e affettive, tra cui quella con Ivana, sposata a un anchorman di un telegiornale su una tv locale. È sulla soglia dei cinquant’anni, e decide di festeggiare il traguardo con un viaggio solitario in America Latina, per il quale apre una raccolta fondi in una agenzia viaggi della sua nuova città.

Ma questo orizzonte è destinato a crollare, proprio nei giorni che precedono la partenza. E la vita di un giornalista qualunque finisce rapidamente alla gogna dei mass media e dei social network. Davide Grittani, giornalista e pressoché coetaneo del protagonista, racconta questa storia nel suo ultimo romanzo, E invece io (Robin Edizioni, pp. 216, euro 12), selezionato nella fase preliminare del Premio Strega. Già autore del romanzo Rondò nel 1998 (Transeuropa), di un saggio-inchiesta sul crollo della palazzina di viale Giotto a Foggia e di una raccolta di reportage (C’era un Paese che invidiavano tutti, 2011), Grittani torna qui alla narrativa con un lavoro (che diventerà presto un film) in cui affronta le dinamiche quotidiane di una città del Sud (non necessariamente circoscritte a Foggia, di cui lo stesso autore è originario), con inserti ironici e senza risparmiare punte sarcastiche nei confronti della politica locale, monopolizzata dal Partito dei Demiurghi e dalla Federazione Illuminata.

Qualcosa inizia a cambiare con una dura recensione di uno spettacolo teatrale, anticipata da uno scontro personale fuori dai camerini, con un giornalista-attore legato alla politica. Lo stesso Arioli è legato alla politica, come la sua testata e il suo direttore: e succede così che inizino ad arrivare al giornalista “venuto dal Nord” strani segnali e oblique minacce. Ma è lo stesso Arioli a sentirsi cambiato: «Sono all’equatore del tempo a mia disposizione, tutto quello che mi ha tenuto compagnia fino ad oggi – le presunte buone maniere, le abitudini politically-correct, gli opportunismi e le prudenze strategiche che avrebbero dovuto garantirmi serenità e protezione – sta lasciando il posto a un primitivo istinto di conservazione». Il crollo nervoso prosegue con l’aggressione a un automobilista che si era inchiodato al clacson, e affonda con il trattamento degno di una “macchina del fango” che gli viene riservato da un dossier anonimo girato ai giornali e in procura. Gli resta il viaggio in Sud America, per riprendersi. Cile, Argentina e Perù: «C’è un Sud dell’anima e del mondo che sa dire di “no”. Adesso che mi ricordo c’è. Io, invece, non ne sembro più capace».

Stefano Savella

“La macchina per cucire” di Valeria Patruno

C’è un modo alternativo di viaggiare. C’è un modo alternativo per impegnarsi a favore delle aree più povere della Terra. E c’è un modo alternativo per condividere le proprie storie di vita. Il libro di Valeria Patruno, La macchina per cucire. Viaggio nelle periferie dei diritti (Giazira Scritture, pp. 194, euro 14), raccoglie tutti questi elementi e soprattutto si distingue da quelle numerose pubblicazioni autobiografiche che non hanno granché da raccontare, fatta eccezione per l’egocentrismo dell’autore. In questo libro, al contrario, le storie vissute personalmente dall’autrice rappresentano il vero punto di forza; e sono talmente ricche di notizie, di contesti diversi, di emozioni che semmai saremmo tentati di conoscere, per ciascuna di esse, un ulteriore approfondimento.

C’è un modo alternativo di viaggiare, ed è quello di chi lavora nel campo della cooperazione internazionale. Valeria Patruno, laureata in Scienze politiche, opera in diverse aree del mondo da circa quindici anni, collaborando con agenzie delle Nazioni Unite e con alcune Ong e occupandosi anche di consulenza e formazione per le piccole e medie imprese. Al centro del suo libro ci sono proprio questi viaggi: dal Pakistan alla Cina, dal Kosovo al Mozambico, l’autrice ha attraversato luoghi distanti nello spazio e per tradizione culturale, ma senza perdere lo sguardo di chi intende conoscere in profondità il paese di cui si è ospiti. Uno sguardo ben diverso, com’è evidente, da quello di un turista; uno sguardo che però non lascia spazio alla compassione, e che invece è tutto rivolto alla passione, quella per il proprio lavoro di cooperante internazionale.

C’è un modo alternativo per impegnarsi a favore delle aree più povere della Terra, diverso dall’inviare un sms di solidarietà. La cooperazione internazionale soffre di una atavica assenza di narrazione da parte dei grandi mezzi di comunicazioni, oltre che di risorse economiche. Eppure è il campo in cui si misura davvero la volontà di aiutare intere popolazioni a ottenere migliori condizioni di vita. Valeria Patruno racconta numerose situazioni di questo tipo, soffermandosi in particolare su quei luoghi che necessitavano di un aiuto particolare successivamente a un grave disastro: un terremoto, un’alluvione, uno tsunami. Ricostruire da zero interi villaggi necessita non solo di grosse quantità di denaro, ma soprattutto di organizzazione, progettazione, impegno: il lavoro della cooperazione internazionale è prevalentemente quello, e le esperienze personali dell’autrice ne offrono una testimonianza preziosa.

Infine, c’è un modo alternativo per condividere le proprie storie di vita. Patruno in questo libro ha scelto di riprodurre le e-mail che, nel corso dei suoi viaggi, inviava ad amici e parenti rimasti in Italia. Si tratta, quindi, spesso di testimonianze in cui le emozioni personali e i racconti di vita quotidiana in contesti tutt’altro che facili prevalgono sulle approfondite analisi geopolitiche. Come scrive Claudio Schiano nella Prefazione, «In questo libro le storie fanno ciò che sanno far meglio: trasformare le statistiche e le riflessioni sociopolitiche in vite, dare mani e piedi e volti ai concetti, per impedirci di dimenticare che senza la gentilezza di Amir, senza la vocazione a proteggere di Liam il fuggitivo, senza l’operosità di Haad non potremmo neppure immaginarlo, un mondo più giusto».

“Nessuno è buono” di Michele Sciscio

Nessuno è buono di Michele Sciscio (GoWare, 2017, pp. 143, euro 10,99 – ebook euro 4,99) narra le vicende di Gualtiero Covella, un professore di latino che, suo malgrado, viene risucchiato dal vortice di un’esistenza inquieta sempre alla ricerca di riscatto personale, professionale e sociale: “In quest’orgia di mondo dove ognuno si fa vanto di non prendersi sul serio, lui l’aveva fatto: si era perso sul serio. Voleva salire. Perciò aveva studiato per diventare professore e per uscire dal ghetto. Ora, di tanto livore non c’era traccia. Il carcere lo aveva sedato” (p. 9).

Il prof sembra un pessimista, in realtà è soltanto impaziente che la razza umana si estingua, ma non per questo cova rancore verso l’umanità. L’esperienza del carcere lo trasforma in un uomo senza futuro, “E ora c’era il presente: un passato vestito da presente. Questo lo attendeva. E questo era il suo futuro” (p. 20).

Ed è proprio dal passato, macchiato da azioni criminali, che Gualtiero cerca di riappropriarsi della sua vita, simile a una ragnatela al centro della quale il ragno si sente protetto e invincibile, circondato da personaggi legati l’uno all’altro da un destino imprevedibile e beffardo: da Baracca a Ivanka (la “badante”), da Pilato ad Alessio Maritati (deputato della Repubblica italiana), da Vudialle a Dirce (la diva del web).

Le vicende, con un intreccio dalle tinte nere, si svolgono in Puglia, nella città agricola di Cerina, tagliata da tratturi possenti come vene di legno e interessata da una lenta conversione industriale, e vedono il coinvolgimento di politica, fondazione bancaria e chiesa.

Un romanzo avvincente, capace di instaurare empatia tra lettore e personaggi, ricco di colpi di scena e spunti di riflessione, e con un finale che si presta a diverse interpretazioni.

Michele Sciscio dimostra di essere uno scrittore avvezzo all’uso consapevole della parola, perché sa che si cade in trappola anche quando si raccontano emozioni e sentimenti e che, come sostiene Gualtiero, “La lingua è una prigione, si disse. L’ennesima. Parlare vuol dire imprigionarsi. Perciò inseguirla è inutile: si cade in trappola. Che vuol dire buono? Buono per chi? Per gli altri, per se stessi, per chi? Buono è una parola. Un’altra cella del carcere” (p. 80). E, forse, in questa affermazione si cela anche una possibile risposta alla dichiarazione provocatoria espressa nel titolo del libro. Da leggere.

Pasquale Braschi

“I tre volti di Ecate” di Vito Santoro

Due giovani e inesperti ladri d’appartamento, Dario Ondiga e Alberto Marzo, entrano in una grande villa per un furto su commissione. L’oggetto del desiderio è una piccola statua di Ecate di cui non sanno riconoscere il valore. Un imprevisto scontro a fuoco con un personaggio misterioso cambierà i loro piani e dà inizio all’articolato intreccio di I tre volti di Ecate, il nuovo romanzo noir di Vito Santoro pubblicato dalle edizioni Spartaco (pp. 194, euro 10). Come nella prova precedente del 2015, Non c’è tempo per il sole (premio Narratori della Sera), anche qui Santoro dà prova di saper costruire una trama narrativa complessa, muovendo i personaggi come pedine di una scacchiera. Separandoli, infatti, su due schieramenti contrapposti, che iniziano a inseguirsi per ottenere la statua e far perdere le tracce del trafugamento.

Intorno a Dario e Alberto, infatti, si muovono interessi ben più alti di loro ma non del tutto chiari, almeno all’inizio. Da una parte c’è Messalla, ricco proprietario di un albergo, alleato con il commissario di polizia Nebbio, disposto anche a commettere omicidi e a inquinare le acque pur di passarla liscia. Dall’altra, un altro uomo con oscuri interessi e appassionato di armi da fuoco, Mario Sforza, che offre la propria protezione ai due giovani: «Qualcuno aveva messo in giro la voce che Sforza fosse un ex mercenario. Un agente dei servizi segreti si fantasticava, o addirittura una spia. Alberto e Dario non avevano mai creduto a quelle storie: per loro Sforza era solo una persona che aveva deciso di lasciarsi il passato alle spalle e aveva scelto quella piccola città del Sud per cercare un po’ di tranquillità». Altri personaggi prendono posizione tra i due schieramenti, come il sicario Hahn, giunto dall’Europa dell’Est per far fuori i testimoni della vicenda. Nel mezzo, il proprietario della statuetta, il Conte, Enrico Banti, che intende ritornarne in possesso per motivi affettivi.

Il paesaggio in cui Santoro ambienta il romanzo unisce ricordi di luoghi diversi: la vicenda si sviluppa tra la città di Cesme, il Casale, l’isola di Sant’Andrea, il bar Gabriel, e tutti questi luoghi portano con sé suggestioni del paesaggio dell’Italia meridionale: «Aggirarono la duna e si diressero verso un vecchio rudere abbandonato. Alcuni mattoni erano caduti da un pezzo e ciò che restava era ricoperto da muschi secchi e avvolto da tralci di rovo. Probabilmente un tempo quello era stato un rifugio per i pastori, ma il progressivo inaridimento del terreno aveva allontanato quella zona dagli itinerari delle greggi». Ma l’attenzione del lettore resta fissata sulla storia di questo romanzo, i cui nodi verranno sciolti soltanto nelle battute finali.