Category Archives: LaPugliaCheScrive

“Candore” di Mario Desiati

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Dopo dieci anni Mario Desiati dona una nuova vita a Martino Bux, il protagonista di Vita precaria e amore eterno (Mondadori 2006), ma l’amore di Toni a salvarlo non c’è più e Martino si rifugia nel mondo della pornografia, ne è ossessionato, conosce a memoria film, eroine, scene di cui offre al lettore “cataloghi autistici”, addirittura prova a “spacciare Siffredi come novello Pasolini in un esame di letteratura all’università”.

Martino, per seguire reggicalze e corsetti, perde Fabiana, abbandona l’università, trova lavori saltuari, si lascia travolgere da un viaggio, quello di Candore (Einaudi, pp. 232, euro 19), che spesso assume una dimensione onirica, dalle atmosfere schnitzleriane di Traumnovelle: sullo sfondo una Roma decadente, dei pendolari che affollano ogni giorno tram e bus, dei palazzoni di periferia, dei chioschi dei fiorai aperti tutta la notte.

Eppure l’ossimoro del titolo è solo apparente perché Martino Bux ha negli occhi la meraviglia di un bimbo, vede tutto come per la prima volta, con candore e innocenza. La sua educazione sentimentale si nutre di una parola chiave che è il desiderio: “Di un film porno amavo la contrattazione che precedeva l’incontro, l’improbabile seduzione a cui sarebbe seguito il sesso. Al momento della penetrazione ero già andato via”.

Si innamora solo di ragazze che somigliano ad attrici hard, non ricambiato, e si condanna alla solitudine. Dalla prima all’ultima pagina di questo romanzo Martino è solo, emarginato: “a cosa serve amare qualcuno che non ti capisce?” – si chiede Luisa Montieri – la donna che Martino ama più di tutte – con infinita nostalgia.

Bux ha la storia del porno cucita addosso e con lui Desiati racconta abilmente l’Italia degli ultimi trent’anni dai giornaletti ai cinema a luci rosse, dai locali di striptease fino all’era di internet e all’oggi: “il porno del futuro è senza sperma, senza umori, senza carne”. E il porno diventa un filtro letterario per raccontare un mondo che non c’è più, una comunicazione che è cambiata completamente e forse non in meglio.

Scritto con tenerezza e ironia, mai volgare, con un finale splendido dal profumo di tuberose.

Chiara Dell’Acqua

“Canti della tartaruga” di Daniele Giancane

“Le tartarughe, in fatto di strade, ne sanno più delle lepri”… eh sì, poiché una tartaruga permane su una strada più a lungo della sua comprimaria e dunque, per mera diacronia, ne ha più esperienza – così l’esordio in citazione dei Canti della tartaruga (Edizioni Eva, pp. 48, euro 9), ultimo impegno che listerà la bibliografia di Daniele Giancane per aver “colorato l’intera estate del 2015”… di saggia ironia.

Nell’introduzione lo stesso Autore avverte che, partito, con grandi idealità, dalla poesia di rivoluzione, sia poi pervenuto alla scrittura di ricerca metafisica, ed infine approdato ad una raccolta di poesie su… una tartaruga! E già su quei punti di sospensione si gioca, con fine ironia, tanta vita e ricerca, sino a quest’ultimo approdo protetto, sull’isola-carapace. Dalla ribellione alla consapevolezza dunque, la parabola di un’intera esistenza che riordina e porta a sintesi innumerabili tasselli, perché «la vita è una realtà complessa e che non è captabile da qualsivoglia ideologia, da nessun “pensiero unico”, da nessuno schema di interpretazione».

È immediatamente dichiarata la sobrietà della ricerca che non sfiderà, non cercherà “vette sublimi”, né attenderà l’estasi per afferrare l’estro poetico e tradurlo in versi, ma si svolgerà nel giardino di casa, luogo di sintesi perfetta tra le piccole e le buone cose, in una fusione pascolo-gozzaniana che promette subito di travalicarne i limiti.

L’Autore ha a lungo osservato l’animale, ne ha analizzato il comportamento, registrato scientificamente le proprie annotazioni, utilizzando un metodo preciso, quello narrativo, che tanto spazio occupa nell’attuale panorama letterario e pedagogico contemporaneo. Ma lo ha fatto con un’attenzione accurata-smisurata, direi incomprensibile ai più, poiché, di fatti, egli afferma espressamente che dell’animale ha cercato di capirne azioni, bisogni, reazioni e motivazioni; insomma un adeguato programma di studio predisposto in giardino per il mite rettile!

Così tra i placidi versi, fa capolino ora un geranio ora una dalia, in un luogo segreto ove si danno convegno i due, regno incontrastato della testuggine, dal quale probabilmente ella non uscirà mai, assumendo così in sé la funzione di tempio che ne custodirà la sacralità del principio di vita-morte.

Schietta la relazione che il Poeta instaura con l’animale; le dichiara subito di non essere il suo padrone (perché non si può essere proprietari di una vita!) ma suo amico, se lei accetterà l’amicizia. Una struggente delicatezza che avvince, che rimanda ad un percorso interiore di presa di coscienza di uguaglianza verso tutte le creature del mondo, di armonia verso la natura e l’umanità, sulle tracce di Aldo Capitini e di un autentico pacifismo. A lui nulla importa se si dica che l’animale non sia intelligente; di fronte alla sua mitezza, che non si lamenta, che sa attendere e accetta di buon grado la trascuratezza del suo convivente, rimane ammirato e, con slancio di pacificata andatura, prende per sé, a modello, tale comportamento.

Si avverte che i due sono avvezzi a stare insieme; c’è l’intimità che viene dalla frequentazione, dalla condivisione, c’è conoscenza reciproca e abitudine a dividere lo stesso scorcio di cielo (balena alla mente quanto la teoria psicologica di Clark Hull abbia dimostrato circa il peso delle abitudini nelle scelte individuali). Ciò porta a conoscerne i suoi “gusti personali e precisi”, così un lacerto di albicocca diventa motivo d’incanto, come un bel tramonto, e non importa chi dei due più goda di fronte ad uno o all’altro piacere, poiché i due si fondono in un unico principio di natura.

Si avverte immediatamente che l’Autore è affascinato dall’ampia letteratura mitologica e dalla simbologia legata a questo animale, sacro, sin dall’antichità, a molti popoli. Reverenziale il suo atteggiamento di fratello-poeta, ché già l’aspetto fisico introduce a numerosi simbolismi, a partire dal guscio che rappresenterebbe l’unione tra cielo (il carapace) e terra (la piastra), al numero e al disegno delle placche, con rimandi alla numerologia; inoltre la tartaruga si è prestata a essere considerata personificazione della Madre primordiale, immagine di stabilità, di resistenza, di protezione, di ordine, di saggezza e longevità.

Nell’immaginario essa ha la capacità di annientare il tempo, quasi di cancellarne i suoi effetti su di sé, un po’ meno sul mondo, è l’anti-cronos per eccellenza, presenza silenziosa e costante, quasi immutabile nel rappresentare quel “che è”, come atavica e rugosa verità.

Nello sguardo indagatore del suo compagno di soste, che ne segue i lenti passi cadenzati, a ogni piè sospinto, si vive la meraviglia del creato alla maniera di Einstein, come stupore grato per l’esistenza di ogni fenomeno e materia.

Nella paziente e vicendevole scoperta dell’uno per l’altro, l’Autore si accorge che l’animale è in grado di azioni straordinarie; ecco che, nella confidenza reciproca, si condividono virtù e qualità nascoste ad altri; solo allora l’animale si manifesta in un sibil-canto represso e forse a lungo preparato, che esplode in un’inaspettata bell’esecuzione per il suo amico.

A ben guardare, tartaruga, in modo traslato, è ognuno di noi quando si fa interlocutore di un dialogo disteso con se stesso, privo di scansioni temporali, ed è la nostra stessa coscienza nell’atto di prendere le distanze dalla febbrile routine quotidiana.

Tante le sequenze iconografiche nella raccolta, scattate e messe lì, quasi in un immaginario album fotografico compilato per tracciare un segno nella memoria umana, perché lei, la “chelonia”, ha memoria immortale, anzi ci mostra “che il tempo è davvero un’astrazione, una scala indefinita, un pregiudizio”, e reca in sé la storia del mondo: “tu sei l’alba del mondo, il ricordo di ere innumerevoli e remote”. Tra queste, una delle più tenere e cariche d’ironia è La tartaruga e l’innaffiatoio, dove i due protagonisti, fantasiosamente descritti, si muovono secondo una logica tutta loro, anche se sono “lontani mille miglia nella scala evolutiva” ma “felici solo di girare in tondo”. Può una poesia, al di là dell’ex cathedra, suscitare simpatia? Questa sì, teneramente.

Ma, se tanto ha osservato e analizzato, l’Autore non svela tutto dell’animale, non ci dice, per esempio, qual è il suo nome o se, volutamente, un nome non c’è.

Maria Pia Latorre

Seconda edizione del Premio letterario Les Flâneurs

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È stato pubblicato pochi giorni fa il bando per la seconda edizione del Premio letterario nazionale Les Flâneurs, organizzato dall’omonima casa editrice con sede a Bari. Il concorso intende valorizzare opere letterarie di qualità al fine di inserirle all’interno del mercato editoriale. Agli autori più meritevoli sarà proposto un contratto di pubblicazione. Sono due le sezioni in cui è possibile partecipare: narrativa e saggistica, in entrambi i casi a tema libero. Le opere presentate dovranno essere inedite e composte in lingua italiana, e non vi sono limiti di età per gli scrittori partecipanti. Romanzi e saggi presentati dovranno rispettare un’estensione compresa tra 100.000 e 300.000 battute (spazi inclusi).

Il termine ultimo per l’invio dei manoscritti è il 31 marzo 2017. Per i vincitori del primo premio nelle due diverse categorie è previsto un premio di 100 euro, che sarà erogato sotto forma di anticipo sui diritti d’autore e soltanto dopo l’accettazione del contratto editoriale proposto da Les Flâneurs Edizioni. Per entrambe le sezioni, il contratto prevede la pubblicazione del romanzo sia in versione cartacea sia in versione digitale. La quota di iscrizione al Premio è di dieci euro. I romanzi e i saggi verranno valutati dalla commissione editoriale della casa editrice e da un comitato di lettura composto da esperti del settore, giornalisti e scrittori.

Il testo completo del bando è disponibile sul sito internet della casa editrice Les Flâneurs: http://www.lesflaneursedizioni.it/premio-les-flaneurs-2/.

“Morire come schiavi” di Enrica Simonetti

Il fenomeno del caporalato compare e scompare periodicamente dalle cronache dei quotidiani quasi senza lasciar traccia, derubricato a una questione regionale, periferica, immutabile. Eppure sono vasti i territori della provincia italiana colpiti dagli abusi e dalle irregolarità nel lavoro in agricoltura. Di fronte a un sistema dei media che assiste generalmente silenzioso a questo diffuso problema, un ruolo importante è svolto da pubblicazioni come saggi e reportage giornalistici che provano a colmare l’assenza di approfondimento riguardante questo fenomeno.

Tra questi ultimi, uno dei più recenti è Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato di Enrica Simonetti (Imprimatur, pp. 144, euro 13). L’autrice è giornalista delle pagine culturali della “Gazzetta del Mezzogiorno”, ma si ritrova – come racconta in questo stesso libro – a dover confrontarsi in estate con una vicenda di cronaca apparentemente come tante altre: la morte, nelle campagne di Andria, di una donna di San Giorgio Jonico, Paola Clemente, impegnata nella pratica dell’acinellatura in uno dei numerosi vigneti di quel territorio. Sarà una storia che, invece, lascerà il segno, e che spingerà la cronista ad allargare il raggio delle sue ricerche, portandola ben oltre i confini pugliesi.

Dalla Calabria, dove nel 2010 si era verificata la rivolta di Rosarno e dove numerosi migranti continuano ogni anno a essere impegnati nella raccolta delle arance, al Piemonte, dove un altro bracciante, il rumeno Ioan Puscasu, viene trovato morto dopo una giornata di lavoro nella serra in cui era impiegato, “ovviamente in nero”. Per poi tornare in Puglia: a Nardò, dove negli anni scorsi è scoppiata una rivolta che ha ottenuto clamore nazionale guidata da Yvan Sagnet, oggi sindacalista della Cgil e in prima fila nella lotta contro il caporalato; in Capitanata, dove non è ancora stata trovata una soluzione al famigerato ghetto di Rignano Garganico; e a Oria, dove le lotte contro il caporalato risalgono alla prima metà degli anni Novanta.

Enrica Simonetti unisce i fili di queste e altre storie, attraverso la cronaca sul campo e interviste a chi, in ambiti diversi, ha contribuito ad analizzare il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento del lavoro nelle campagne. E anche a chi ha provato a trovare soluzioni: una nuova legge in materia è stata infatti approvata proprio poche settimane fa dal Parlamento per combattere questo fenomeno. Funzionerà?

Si parlerà anche di questo venerdì mattina alle ore 10,30, presso la Sala Matutinum della Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia, all’interno della rassegna “Building Apulia”, dove il libro di Enrica Simonetti verrà presentato al fianco di un altro lavoro dedicato al mondo del lavoro in Puglia, La zattera di Fulvio Colucci (Il Grillo Editore).

“L’equilibrio imperfetto” di Lucia Sallustio

La Generazione Erasmus è ormai da anni una realtà consolidata. Migliaia di giovani europei vivono parti importanti delle proprie vite all’estero, e spesso costruiscono relazioni e rapporti di lavoro che li conducono altrove per sempre, a confrontarsi con un’altra lingua e altri stili di vita, adattando ad essi il proprio bagaglio di tradizioni familiari e di esperienze personali. Tra loro, moltissimi sono coloro che già durante il percorso universitario nel proprio paese d’origine si avvicinano allo studio delle lingue straniere; e ancor di più coloro che decidono di diventare traduttori (magari per imprese private o free-lance) o interpreti di organizzazioni istituzionali.

Rossella Oddi è una di loro: originaria del Sud Italia, approda alla Scuola per interpreti e traduttori di Ginevra, dove stringe amicizia con la sua docente Inde, tedesca, di poco più grande. A seguire le lezioni c’è anche Larry, un ragazzo irlandese che le fa (inutilmente) la corte. Proprio nel corso di una traduzione simultanea di un incontro al festival del cinema di Zurigo Rossella conosce Max, regista spagnolo di cortometraggi, rampollo di una famiglia di imprenditori nel settore oleario. L’incrocio di nazionalità è appena iniziato. E le storie di questi personaggi si intrecceranno a lungo nel nuovo romanzo di Lucia Sallustio, L’equilibrio imperfetto (Intermedia edizioni, pp. 200, euro 13).

L’autrice non a caso è stata docente di lingua e letteratura inglese prima di diventare Dirigente scolastica, e alla fusione tra le lingue (e tra coloro che quelle lingue parlano) erano già dedicati alcuni dei versi di Inter-city, la sua più recente raccolta di poesie. E un treno è anche quello che conduce, nella prima parte del romanzo, la giovane Rossella a Madrid, verso un posto di lavoro nell’impresa di Jorge Déseado, padre di Max. Non era previsto, però, che i due si sarebbe nuovamente incontrati: e accade, tuttavia, portando i due a Toledo e poi a vivere insieme in un appartamento arredato in stile giapponese (in totale coerenza con il multiculturalismo di cui le loro stesse vite sono ormai espressione).

Ma quella di Rossella e Max non sarà una storia d’amore semplice. E anzi l’«intrigo internazionale» si scioglierà soltanto nelle ultime pagine del romanzo, passando da Dublino e dalle immense campagne irlandesi, ma anche dall’Italia. D’altra parte, nonostante i suoi viaggi, Rossella «si sorprendeva a scoprire tratti della sua personalità che la riconducevano alle radici, alla sua terra. Allora, aveva la piacevole sensazione di sentirsi tesa come un ponte tra passato e presente, tra Nord e Sud».

Stefano Savella

Gli “spaghetti noir” di Claudio Calabrese

A partire dal dicembre del 2013, con precisa cadenza annuale, sono comparsi sul Kindle Store di Amazon tre romanzi gialli ambientati a Bari: La logica della follia, Il filo incrociato e La vendetta del tempo. Come in tutte le detective story che si rispettino, a condurre in porto le indagini c’è un investigatore, l’ispettore Andrea Pantaleo, che innerva con l’acume delle sue deduzioni, il dipanarsi delle storie raccontate. Rigorosamente burbero, ostinato e allergico alle regole, Andrea Pantaleo è disilluso come Philip Marlowe e corpulento come Sam Spade. Un tipaccio, insomma, c’è poco da fare. Ma è anche un uomo onesto, genuino e inflessibile, con un’unica irrinunciabile debolezza: l’amore incondizionato per il cappuccino bollente.

L’autore, Claudio Calabrese, è un appassionato consumatore di letteratura poliziesca, ma è anche uno che negli ambienti penali ci lavora. E si vede. La sua attività di consulente presso la Procura della Repubblica di Bari gli ha permesso di trasferire nelle pagine dei suoi romanzi quella veridicità procedurale, il realismo dei complessi meccanismi dell’indagine, che rendono l’intreccio efficace senza tuttavia sminuire l’invenzione romanzesca. L’accostamento che subito si impone è quello con gli anomali legal thriller del conterraneo Francesco Caringella, o con i primi lavori del più celebre Carofiglio; quelli con l’avvocato Guerrieri, a cui Calabrese ammicca di stima, sfociando nell’omaggio dichiarato quando dà al personaggio del Vice Questore Aggiunto il nome dell’ex magistrato barese: Gianrico. I gialli giudiziari di Carofiglio non sono però gli unici padri letterari di Calabrese; anzi quest’ultimo se ne discosta, o meglio ne evolve il modello, rievocando e rielaborando la migliore letteratura di genere: dai classici della Christie, di Doyle e di Ellery Queen, alle più recenti esperienze della Vargas e della Holt, passando per Montalbán e Camilleri (naturalmente). Il risultato è una specie di spaghetti noir ricco di spunti, di colpi di scena, di inversioni di marcia, con un grosso debito cinematografico riconoscibile soprattutto negli ingranaggi delle strutture narrative e nelle descrizioni dettagliatissime che accrescono la suspence di alcune sequenze rendendole estremamente iconiche.

Ma perché ci interessano tanto i romanzi di Calabrese? Primo. Perché si tratta di storie avvincenti e robuste raccontate con una lingua fluida che non lesina l’uso del vernacolo, non solo come strumento di caratterizzazione, ma per creare quegli spazi umoristici utili a stemperare la tensione generata dal racconto. Secondo. L’ambientazione barese, per quanto atipica possa sembrare, funziona e, nel ridisegnare la geografia cittadina in un affresco denso di mistero, il lettore locale non può non restare affascinato dal ritrovare, nella familiarità dei luoghi in cui è cresciuto, la spiazzante dimensione del delitto. Terzo. Perché in poco più di un anno la trilogia dell’ispettore Pantaleo ha venduto quasi ventimila copie in formato digitale, in sordina, senza il clamore dei grandi gruppi editoriali, soltanto attraverso l’apprezzamento e il passaparola degli acquirenti; i quali, è sempre bene ricordarlo, prima di tutto sono lettori. E questa è, probabilmente, la vittoria migliore.

Marco Marsigliano

“Una volta l’estate” di Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi

Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, a Roma. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti della vita di Maya ed Edoardo. I due protagonisti si conoscono per le vie centrali di Roma, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo all’Eur. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita che la costringe a sacrificare la sua parte artistica.

È questa la storia su cui si innesta l’ultimo romanzo di Ilaria Palomba, scrittrice barese e collaboratrice di Scuola Omero, dal titolo Una volta l’estate (Meridiano Zero, pp. 160, euro 13), un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi, di cui è autrice a quattro mani con Luigi Allemandi. Palomba ha pubblicato negli anni scorsi il romanzo Fatti male (Gaffi), e ha tradotto in tedesco per Aufbau-verlag il suo precedente romanzo Homo homini virus (Meridiano Zero), vincitore del Premio Carver 2015 e terzo al Premio Nabokov 2015. Ha curato l’antologia di racconti e disegni Streghe Postmoderne (AlterEgo), di cui fa parte anche come autrice. Annibaldi è scrittore, editor e docente della Scuola Omero. I suoi racconti sono stati pubblicati dalla rivista “Linus” di Baldini&Castoldi, nella collana narrativa di Omero Editore (“Fantareale. Nuova antologia del racconto fantastico” e “Amore e Sesso Fantareale”) e sulla rivista internazionale “Les Cahiers européens de l’imaginaire”.

Quando Edoardo è via Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa vuole davvero e tenterà di dimostrarle come vivere senza rinunciare. Qual è allora il ruolo del bambino che Maya porta in grembo? E del dottor Traversi? È andato tutto allora come racconta la ricostruzione di Maya? C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi?

“Empty – Il potere” di Giuliana Tunzi

Alla Columbus High School di New York l’anno scolastico comincia con una novità: tra i banchi arriva Jennifer Stewart, sedicenne trasferitasi da Chicago per motivi di lavoro del padre, chirurgo. Jennifer è una adolescente come molte altre: con le sue paure, i suoi impacci (soprattutto in casa le capita di perdere l’equilibrio…), i suoi desideri. I primi giorni di scuola sono perciò, per lei, molto difficili, essendo diventata oggetto della curiosità generale, con le ragazze che intendono coinvolgerla nel loro giro, qualche ragazzo che prova a conquistarla e qualcun altro che la tratta con indifferenza.

Insomma, tutto apparirebbe funzionare come in qualunque altro romanzo adolescenziale tipico dell’iconografia americana, a cui molte serie televisive ci hanno abituato. Ma nel romanzo d’esordio di Giuliana Tunzi, Empty – Il potere (Caosfera edizioni, pp. 322, euro 18), la storia a un certo punto prenderà una piega diversa, per aderire a tutt’altro genere letterario, assai in voga tra i lettori più giovani di tutto il mondo. L’autrice, venticinquenne barese, oltre alla scrittura coltiva la passione per la recitazione ma ha anche sperimentato generi musicali diversi, e con questo romanzo – un altro indizio per comprendere quale svolta prenderà la storia di Jennifer – inizia una vera e propria saga.

A entrare nella vita di Jennifer, fin dal suo primo giorno di scuola, è in particolare un bellissimo ragazzo, Richard Wollen, che la soccorre dopo un incidente automobilistico. In quella stanza d’ospedale, nonostante una prima impressione alquanto strana ricevuta a scuola, dove lui le era apparso “irreale”, Jennifer e Richard si conosceranno e diventeranno presto inseparabili. Tutto sembrerà filare liscio come in una perfetta love story liceale. Ma il ragazzo nasconde un segreto, e come lui altri ragazzi e ragazze della scuola. Ciò tuttavia non farà venir meno i sentimenti di Jennifer nei suoi confronti: «Non mi ero mai innamorata in vita mia, ma se i sintomi dell’amore erano i brividi, le farfalle nello stomaco e, soprattutto, quel sentirsi perennemente stupidi… allora ero fregata! Ero persa totalmente di quel ragazzo. Non pensavo si potesse amare così tanto una persona… ehm, Angelo».