Category Archives: LaPugliaCheScrive

“Storia della Sacra Corona Unita” di Andrea Apollonio

storie 2015 - apollonio-tipografia

Al fianco di Cosa Nostra, Camorra e ‘ndrangheta, nel menzionare le organizzazioni mafiose più potenti e agguerrite del Mezzogiorno, si cita ancora oggi la Sacra Corona Unita, indicata non di rado quale “mafia pugliese”. Gli studi specialistici, come spesso avviene, si prendono in carico la difesa della verità, o quantomeno l’analisi assai più attenta dei fenomeni descritti superficialmente sui giornali o nel dibattito pubblico. Ed è così che si scopre che la storia della Sacra Corona Unita ha peculiarità assai diverse da quelle delle altre grandi organizzazioni mafiose, sia per ciò che riguarda la sua stessa fondazione, sia per le sue dinamiche interne, sia per la sua radicalizzazione sul territorio regionale. Un approfondimento utile ed esaustivo su queste vicende si trova ora in Storia della Sacra Corona Unita, un saggio di Andrea Apollonio edito da Rubbettino (pp. 350, euro 16).

L’autore, nato a San Pietro Vernotico, è dottore di ricerca in Giustizia penale presso l’Università di Pavia e ha già pubblicato numerosi studi sul fenomeno mafioso in Puglia e non solo, partecipando anche in qualità di consulente alla Federazione delle Associazioni Antiracket Italiane promossa dal Ministero dell’Interno. Un’esperienza personale che lo ha aiutato nel comprendere determinate dinamiche ma anche nell’affinare uno stile divulgativo che rende il volume ancor più valido dal punto di vista editoriale. Un lavoro che si apre, fin dalle pagine dell’Introduzione, con un chiarimento sulla tesi di fondo che vi è esposta: quella di uno «strano destino» occorso alla Sacra Corona Unita, di essere «sottovalutata negli anni di massima espansione e radicamento, ampiamente sopravvalutata oggi, che non esiste più in quanto struttura mafiosa, ed è divenuta piuttosto un brand, un “marchio” che, ove possibile, la criminalità locale sfrutta per i propri abietti fini; ma che non risponde più alla realtà delle cose». Tesi, come si può ben immaginare, e come ammette lo stesso autore, rischiosa e attaccabile da parte di chi la interpreta come “un favore” fatto ai mafiosi. Ma del tutto coerente con l’analisi esposta nel volume e confermata dall’evoluzione stessa dell’organizzazione criminale nell’ultimo decennio.

Tra i molteplici spunti di riflessione offerti dal libro, è utile soffermarsi proprio sul diverso radicamento territoriale della Sacra Corona Unita in Puglia. Fondata nel 1983 da Pino Rogoli, carismatico criminale di Mesagne, nel Brindisino, in una cella del carcere di Bari, l’organizzazione mafiosa ha fin dall’inizio acquisito forme e dinamiche diverse nelle province pugliesi, radicandosi prevalentemente nel Salento e finendo presto ai margini delle attività criminali in Capitanata (dove la Società foggiana ha presto dimostrato la propria abilità nell’occupazione violenta del territorio) e in Terra di Bari (dove i clan del capoluogo si sono divisi anche i territori dell’hinterland). Da qui, tutto il carattere improprio della definizione della Sacra Corona Unita quale “mafia pugliese”. Ben più pertinente, invece, quella di “mafia acefala”, giacché, come scrive Apollonio, «la stessa sagomatura frastagliata dell’associazione è diretta conseguenza dell’assenza di un vertice riconosciuto, sede di risoluzione delle controversie e delle decisioni più importanti», conducendo ciò alla formazione di «una più realistica, frammentata realtà socio-criminale, contrassegnata da rivalità meramente territoriali e quasi campanilistiche». Così come è pertinente, e originale, la definizione di “mafia anomala” attribuita alla Sacra Corona Unita anche nel sottotitolo dell’opera: tale perché «irriducibile ai paradigmi classici» dell’assocazione mafiosa, come invece ancora troppe demistificazioni e luoghi comuni faticano ad ammettere.

Stefano Savella

“Formicae” di Piernicola Silvis

La SEM (Società Editrice Milanese) sceglie la Puglia per lanciare in anteprima nazionale il suo primo titolo e inaugurare l’attività editoriale. La nuova sigla, ideata da Riccardo Cavallero (quasi trent’anni di esperienza internazionale nell’editoria) e Mario Rossetti (innovatore di professione, tra i fondatori di Fastweb), ha scelto per il debutto in libreria Formicae di Piernicola Silvis: una storia ad alta tensione emotiva ambientata in una Foggia in cui ciò tutto che sembra vero non è detto che lo sia fino in fondo.

Il thriller si svolge in Puglia, terra dell’autore: la città di Foggia con tutte le sue contraddizioni fa da sfondo delle indagini di Renzo Bruni, alto funzionario del Servizio Centrale Operativo –  il mitico SCO – l’unità investigativa della Polizia di Stato. Livio Jarussi, il bambino scomparso da due anni, chiama al telefono un anziano sacerdote, dicendo che è vivo e sta bene. Aspetta soltanto di essere riportato a casa, dai genitori. Quando la polizia arriva nel luogo indicato dalla voce anonima, una discarica alla periferia di Foggia, trova una scena sconcertante. Qualcuno ha allestito un terribile quadro rituale. Sepolto malamente tra i rifiuti c’è il corpo di Livio. Sulla misera tomba, come un lugubre ornamento, si alza una croce di legno e ferro. Ciò che rimane di Livio, ormai mangiato dalla terra che l’ha nascosto per due anni, è quasi solo un brandello della felpa che indossava al momento della scomparsa, dove campeggia la scritta Zio Teddy. Una macabra firma.

Questo ritrovamento per Bruni significa tornare a occuparsi del caso che più di ogni altro l’ha tormentato, come poliziotto e come uomo. Per Zio Teddy invece è semplicemente la ripresa di una partita a due, giocata con gli strumenti del male.

Piernicola Silvis (1954), dirigente della Polizia di Stato, è questore di Foggia. Nel corso della carriera è stato capo delle Squadre Mobili di Vicenza e Verona, dirigente dei commissariati di Pubblica Sicurezza di Vasto e Senigallia, capo di gabinetto della questura di Ancona, vicequestore vicario di Macerata e questore di Oristano. Formicae è il suo quarto romanzo, dopo Un assassino qualunque (2006), L’ultimo indizio (2008) e Gli anni nascosti (2010). I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue.

Il romanzo sarà presentato in anteprima nazionale oggi a Foggia presso la Sala Fedora del Teatro Giordano alle ore 19 (in collaborazione con la Libreria Ubik); poi mercoledì alle ore 18 alla Libreria Ubik Librissima di Lecce; infine giovedì alla Feltrinelli di via Melo a Bari, sempre alle ore 18.

“Il nome dell’isola” di Fabio Greco

Viene finalmente pubblicato il romanzo d’esordio di Fabio Greco, nato a Saronno ma vissuto per molti anni a Ugento, in provincia di Lecce. Il nome dell’isola (Autori Riuniti, pp. 130, euro 14) era stato, infatti, selezionato qualche anno fa tra i finalisti del Premio Calvino, quando ancora aveva come titolo Genti a cartapesta. Il protagonista è appunto un artigiano della cartapesta affascinato dalle storie e dalle leggende del suo Salento: «Quei racconti di mille e mille anni prima, presenti e familiari al contempo, quand’anche rivestiti d’invenzioni, a Masello gli rimandavano la sensazione d’essere partecipe d’una stessa storia, d’uno stesso destino, intra a quella terra di confine […]. Gli pareva d’essere un tutt’uno con quelle genti di prima e con le genti di ora, genti di lassotta che tenevano intra agli occhi lo stesso orizzonte, tenevano intra al naso gli stessi profumi e intra alle orecchie lo stesso mare; […] genti a cartapesta che le storie gli s’appiccicavano addosso foglio a foglio a macerare». Il nuovo titolo, Il nome dell’isola, sottolinea invece come l’opera sia intessuta di narrazioni e leggende che prendono spunto dalle origini di una definizione: Isola di Pazze, uno sperone roccioso che fronteggia la costa e intorno al quale dibattono tre vecchiarazza che «restavano ore e ore intra alla piazza a discutere su chi teneva la verità certissima e vera su quel nome».

A tratti ci si perde nell’affastellarsi dei racconti, anche per via di un periodare talmente ampio da sembrare talvolta quasi fuori controllo, ma è un romanzo riuscito e suadente, non solo per quel che narra ma anche e soprattutto per la lingua che Fabio Greco crea per farlo; una lingua ritmata ed espressiva, che conia felici neologismi e ricalca le sonorità dialettali, tanto da far venir voglia di leggere ad alta voce numerosi passaggi. Oltre all’inventiva linguistica, va però anche sottolineata la capacità dell’autore di delineare immagini e visioni che non riproducono quelle del consueto e orami abusato folclore salentino: memorabili ad esempio le pagine finali con la bizzarra processione che attraversa il paese di terrazzo in terrazzo, sino a giungere nel suo cuore pulsante, la piazza.

Giovanni Turi

“Candore” di Mario Desiati

cupjl2swyaazkuc

Dopo dieci anni Mario Desiati dona una nuova vita a Martino Bux, il protagonista di Vita precaria e amore eterno (Mondadori 2006), ma l’amore di Toni a salvarlo non c’è più e Martino si rifugia nel mondo della pornografia, ne è ossessionato, conosce a memoria film, eroine, scene di cui offre al lettore “cataloghi autistici”, addirittura prova a “spacciare Siffredi come novello Pasolini in un esame di letteratura all’università”.

Martino, per seguire reggicalze e corsetti, perde Fabiana, abbandona l’università, trova lavori saltuari, si lascia travolgere da un viaggio, quello di Candore (Einaudi, pp. 232, euro 19), che spesso assume una dimensione onirica, dalle atmosfere schnitzleriane di Traumnovelle: sullo sfondo una Roma decadente, dei pendolari che affollano ogni giorno tram e bus, dei palazzoni di periferia, dei chioschi dei fiorai aperti tutta la notte.

Eppure l’ossimoro del titolo è solo apparente perché Martino Bux ha negli occhi la meraviglia di un bimbo, vede tutto come per la prima volta, con candore e innocenza. La sua educazione sentimentale si nutre di una parola chiave che è il desiderio: “Di un film porno amavo la contrattazione che precedeva l’incontro, l’improbabile seduzione a cui sarebbe seguito il sesso. Al momento della penetrazione ero già andato via”.

Si innamora solo di ragazze che somigliano ad attrici hard, non ricambiato, e si condanna alla solitudine. Dalla prima all’ultima pagina di questo romanzo Martino è solo, emarginato: “a cosa serve amare qualcuno che non ti capisce?” – si chiede Luisa Montieri – la donna che Martino ama più di tutte – con infinita nostalgia.

Bux ha la storia del porno cucita addosso e con lui Desiati racconta abilmente l’Italia degli ultimi trent’anni dai giornaletti ai cinema a luci rosse, dai locali di striptease fino all’era di internet e all’oggi: “il porno del futuro è senza sperma, senza umori, senza carne”. E il porno diventa un filtro letterario per raccontare un mondo che non c’è più, una comunicazione che è cambiata completamente e forse non in meglio.

Scritto con tenerezza e ironia, mai volgare, con un finale splendido dal profumo di tuberose.

Chiara Dell’Acqua

“Canti della tartaruga” di Daniele Giancane

“Le tartarughe, in fatto di strade, ne sanno più delle lepri”… eh sì, poiché una tartaruga permane su una strada più a lungo della sua comprimaria e dunque, per mera diacronia, ne ha più esperienza – così l’esordio in citazione dei Canti della tartaruga (Edizioni Eva, pp. 48, euro 9), ultimo impegno che listerà la bibliografia di Daniele Giancane per aver “colorato l’intera estate del 2015”… di saggia ironia.

Nell’introduzione lo stesso Autore avverte che, partito, con grandi idealità, dalla poesia di rivoluzione, sia poi pervenuto alla scrittura di ricerca metafisica, ed infine approdato ad una raccolta di poesie su… una tartaruga! E già su quei punti di sospensione si gioca, con fine ironia, tanta vita e ricerca, sino a quest’ultimo approdo protetto, sull’isola-carapace. Dalla ribellione alla consapevolezza dunque, la parabola di un’intera esistenza che riordina e porta a sintesi innumerabili tasselli, perché «la vita è una realtà complessa e che non è captabile da qualsivoglia ideologia, da nessun “pensiero unico”, da nessuno schema di interpretazione».

È immediatamente dichiarata la sobrietà della ricerca che non sfiderà, non cercherà “vette sublimi”, né attenderà l’estasi per afferrare l’estro poetico e tradurlo in versi, ma si svolgerà nel giardino di casa, luogo di sintesi perfetta tra le piccole e le buone cose, in una fusione pascolo-gozzaniana che promette subito di travalicarne i limiti.

L’Autore ha a lungo osservato l’animale, ne ha analizzato il comportamento, registrato scientificamente le proprie annotazioni, utilizzando un metodo preciso, quello narrativo, che tanto spazio occupa nell’attuale panorama letterario e pedagogico contemporaneo. Ma lo ha fatto con un’attenzione accurata-smisurata, direi incomprensibile ai più, poiché, di fatti, egli afferma espressamente che dell’animale ha cercato di capirne azioni, bisogni, reazioni e motivazioni; insomma un adeguato programma di studio predisposto in giardino per il mite rettile!

Così tra i placidi versi, fa capolino ora un geranio ora una dalia, in un luogo segreto ove si danno convegno i due, regno incontrastato della testuggine, dal quale probabilmente ella non uscirà mai, assumendo così in sé la funzione di tempio che ne custodirà la sacralità del principio di vita-morte.

Schietta la relazione che il Poeta instaura con l’animale; le dichiara subito di non essere il suo padrone (perché non si può essere proprietari di una vita!) ma suo amico, se lei accetterà l’amicizia. Una struggente delicatezza che avvince, che rimanda ad un percorso interiore di presa di coscienza di uguaglianza verso tutte le creature del mondo, di armonia verso la natura e l’umanità, sulle tracce di Aldo Capitini e di un autentico pacifismo. A lui nulla importa se si dica che l’animale non sia intelligente; di fronte alla sua mitezza, che non si lamenta, che sa attendere e accetta di buon grado la trascuratezza del suo convivente, rimane ammirato e, con slancio di pacificata andatura, prende per sé, a modello, tale comportamento.

Si avverte che i due sono avvezzi a stare insieme; c’è l’intimità che viene dalla frequentazione, dalla condivisione, c’è conoscenza reciproca e abitudine a dividere lo stesso scorcio di cielo (balena alla mente quanto la teoria psicologica di Clark Hull abbia dimostrato circa il peso delle abitudini nelle scelte individuali). Ciò porta a conoscerne i suoi “gusti personali e precisi”, così un lacerto di albicocca diventa motivo d’incanto, come un bel tramonto, e non importa chi dei due più goda di fronte ad uno o all’altro piacere, poiché i due si fondono in un unico principio di natura.

Si avverte immediatamente che l’Autore è affascinato dall’ampia letteratura mitologica e dalla simbologia legata a questo animale, sacro, sin dall’antichità, a molti popoli. Reverenziale il suo atteggiamento di fratello-poeta, ché già l’aspetto fisico introduce a numerosi simbolismi, a partire dal guscio che rappresenterebbe l’unione tra cielo (il carapace) e terra (la piastra), al numero e al disegno delle placche, con rimandi alla numerologia; inoltre la tartaruga si è prestata a essere considerata personificazione della Madre primordiale, immagine di stabilità, di resistenza, di protezione, di ordine, di saggezza e longevità.

Nell’immaginario essa ha la capacità di annientare il tempo, quasi di cancellarne i suoi effetti su di sé, un po’ meno sul mondo, è l’anti-cronos per eccellenza, presenza silenziosa e costante, quasi immutabile nel rappresentare quel “che è”, come atavica e rugosa verità.

Nello sguardo indagatore del suo compagno di soste, che ne segue i lenti passi cadenzati, a ogni piè sospinto, si vive la meraviglia del creato alla maniera di Einstein, come stupore grato per l’esistenza di ogni fenomeno e materia.

Nella paziente e vicendevole scoperta dell’uno per l’altro, l’Autore si accorge che l’animale è in grado di azioni straordinarie; ecco che, nella confidenza reciproca, si condividono virtù e qualità nascoste ad altri; solo allora l’animale si manifesta in un sibil-canto represso e forse a lungo preparato, che esplode in un’inaspettata bell’esecuzione per il suo amico.

A ben guardare, tartaruga, in modo traslato, è ognuno di noi quando si fa interlocutore di un dialogo disteso con se stesso, privo di scansioni temporali, ed è la nostra stessa coscienza nell’atto di prendere le distanze dalla febbrile routine quotidiana.

Tante le sequenze iconografiche nella raccolta, scattate e messe lì, quasi in un immaginario album fotografico compilato per tracciare un segno nella memoria umana, perché lei, la “chelonia”, ha memoria immortale, anzi ci mostra “che il tempo è davvero un’astrazione, una scala indefinita, un pregiudizio”, e reca in sé la storia del mondo: “tu sei l’alba del mondo, il ricordo di ere innumerevoli e remote”. Tra queste, una delle più tenere e cariche d’ironia è La tartaruga e l’innaffiatoio, dove i due protagonisti, fantasiosamente descritti, si muovono secondo una logica tutta loro, anche se sono “lontani mille miglia nella scala evolutiva” ma “felici solo di girare in tondo”. Può una poesia, al di là dell’ex cathedra, suscitare simpatia? Questa sì, teneramente.

Ma, se tanto ha osservato e analizzato, l’Autore non svela tutto dell’animale, non ci dice, per esempio, qual è il suo nome o se, volutamente, un nome non c’è.

Maria Pia Latorre

Seconda edizione del Premio letterario Les Flâneurs

premio

È stato pubblicato pochi giorni fa il bando per la seconda edizione del Premio letterario nazionale Les Flâneurs, organizzato dall’omonima casa editrice con sede a Bari. Il concorso intende valorizzare opere letterarie di qualità al fine di inserirle all’interno del mercato editoriale. Agli autori più meritevoli sarà proposto un contratto di pubblicazione. Sono due le sezioni in cui è possibile partecipare: narrativa e saggistica, in entrambi i casi a tema libero. Le opere presentate dovranno essere inedite e composte in lingua italiana, e non vi sono limiti di età per gli scrittori partecipanti. Romanzi e saggi presentati dovranno rispettare un’estensione compresa tra 100.000 e 300.000 battute (spazi inclusi).

Il termine ultimo per l’invio dei manoscritti è il 31 marzo 2017. Per i vincitori del primo premio nelle due diverse categorie è previsto un premio di 100 euro, che sarà erogato sotto forma di anticipo sui diritti d’autore e soltanto dopo l’accettazione del contratto editoriale proposto da Les Flâneurs Edizioni. Per entrambe le sezioni, il contratto prevede la pubblicazione del romanzo sia in versione cartacea sia in versione digitale. La quota di iscrizione al Premio è di dieci euro. I romanzi e i saggi verranno valutati dalla commissione editoriale della casa editrice e da un comitato di lettura composto da esperti del settore, giornalisti e scrittori.

Il testo completo del bando è disponibile sul sito internet della casa editrice Les Flâneurs: http://www.lesflaneursedizioni.it/premio-les-flaneurs-2/.

“Morire come schiavi” di Enrica Simonetti

Il fenomeno del caporalato compare e scompare periodicamente dalle cronache dei quotidiani quasi senza lasciar traccia, derubricato a una questione regionale, periferica, immutabile. Eppure sono vasti i territori della provincia italiana colpiti dagli abusi e dalle irregolarità nel lavoro in agricoltura. Di fronte a un sistema dei media che assiste generalmente silenzioso a questo diffuso problema, un ruolo importante è svolto da pubblicazioni come saggi e reportage giornalistici che provano a colmare l’assenza di approfondimento riguardante questo fenomeno.

Tra questi ultimi, uno dei più recenti è Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato di Enrica Simonetti (Imprimatur, pp. 144, euro 13). L’autrice è giornalista delle pagine culturali della “Gazzetta del Mezzogiorno”, ma si ritrova – come racconta in questo stesso libro – a dover confrontarsi in estate con una vicenda di cronaca apparentemente come tante altre: la morte, nelle campagne di Andria, di una donna di San Giorgio Jonico, Paola Clemente, impegnata nella pratica dell’acinellatura in uno dei numerosi vigneti di quel territorio. Sarà una storia che, invece, lascerà il segno, e che spingerà la cronista ad allargare il raggio delle sue ricerche, portandola ben oltre i confini pugliesi.

Dalla Calabria, dove nel 2010 si era verificata la rivolta di Rosarno e dove numerosi migranti continuano ogni anno a essere impegnati nella raccolta delle arance, al Piemonte, dove un altro bracciante, il rumeno Ioan Puscasu, viene trovato morto dopo una giornata di lavoro nella serra in cui era impiegato, “ovviamente in nero”. Per poi tornare in Puglia: a Nardò, dove negli anni scorsi è scoppiata una rivolta che ha ottenuto clamore nazionale guidata da Yvan Sagnet, oggi sindacalista della Cgil e in prima fila nella lotta contro il caporalato; in Capitanata, dove non è ancora stata trovata una soluzione al famigerato ghetto di Rignano Garganico; e a Oria, dove le lotte contro il caporalato risalgono alla prima metà degli anni Novanta.

Enrica Simonetti unisce i fili di queste e altre storie, attraverso la cronaca sul campo e interviste a chi, in ambiti diversi, ha contribuito ad analizzare il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento del lavoro nelle campagne. E anche a chi ha provato a trovare soluzioni: una nuova legge in materia è stata infatti approvata proprio poche settimane fa dal Parlamento per combattere questo fenomeno. Funzionerà?

Si parlerà anche di questo venerdì mattina alle ore 10,30, presso la Sala Matutinum della Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia, all’interno della rassegna “Building Apulia”, dove il libro di Enrica Simonetti verrà presentato al fianco di un altro lavoro dedicato al mondo del lavoro in Puglia, La zattera di Fulvio Colucci (Il Grillo Editore).

“L’equilibrio imperfetto” di Lucia Sallustio

La Generazione Erasmus è ormai da anni una realtà consolidata. Migliaia di giovani europei vivono parti importanti delle proprie vite all’estero, e spesso costruiscono relazioni e rapporti di lavoro che li conducono altrove per sempre, a confrontarsi con un’altra lingua e altri stili di vita, adattando ad essi il proprio bagaglio di tradizioni familiari e di esperienze personali. Tra loro, moltissimi sono coloro che già durante il percorso universitario nel proprio paese d’origine si avvicinano allo studio delle lingue straniere; e ancor di più coloro che decidono di diventare traduttori (magari per imprese private o free-lance) o interpreti di organizzazioni istituzionali.

Rossella Oddi è una di loro: originaria del Sud Italia, approda alla Scuola per interpreti e traduttori di Ginevra, dove stringe amicizia con la sua docente Inde, tedesca, di poco più grande. A seguire le lezioni c’è anche Larry, un ragazzo irlandese che le fa (inutilmente) la corte. Proprio nel corso di una traduzione simultanea di un incontro al festival del cinema di Zurigo Rossella conosce Max, regista spagnolo di cortometraggi, rampollo di una famiglia di imprenditori nel settore oleario. L’incrocio di nazionalità è appena iniziato. E le storie di questi personaggi si intrecceranno a lungo nel nuovo romanzo di Lucia Sallustio, L’equilibrio imperfetto (Intermedia edizioni, pp. 200, euro 13).

L’autrice non a caso è stata docente di lingua e letteratura inglese prima di diventare Dirigente scolastica, e alla fusione tra le lingue (e tra coloro che quelle lingue parlano) erano già dedicati alcuni dei versi di Inter-city, la sua più recente raccolta di poesie. E un treno è anche quello che conduce, nella prima parte del romanzo, la giovane Rossella a Madrid, verso un posto di lavoro nell’impresa di Jorge Déseado, padre di Max. Non era previsto, però, che i due si sarebbe nuovamente incontrati: e accade, tuttavia, portando i due a Toledo e poi a vivere insieme in un appartamento arredato in stile giapponese (in totale coerenza con il multiculturalismo di cui le loro stesse vite sono ormai espressione).

Ma quella di Rossella e Max non sarà una storia d’amore semplice. E anzi l’«intrigo internazionale» si scioglierà soltanto nelle ultime pagine del romanzo, passando da Dublino e dalle immense campagne irlandesi, ma anche dall’Italia. D’altra parte, nonostante i suoi viaggi, Rossella «si sorprendeva a scoprire tratti della sua personalità che la riconducevano alle radici, alla sua terra. Allora, aveva la piacevole sensazione di sentirsi tesa come un ponte tra passato e presente, tra Nord e Sud».

Stefano Savella