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Gargano. Storia, arte, ambiente e leggende

Si avvicina l’estate e vengono pubblicati anche quest’anno libri che puntano alla promozione delle bellezze artisitche e paesaggistiche della Puglia. Nell’ultimo volume di Carmine de Leo, nato a Foggia nel 1953, non si poteva che parlare del Gargano, nel volume dal titolo Gargano. Storia, arte, ambiente e leggende pubblicato dalla associazione culturale Nuovi Spazi presieduta da Riccardo Rignanese e dal Gruppo Enterra. L’autore, ispettore onorario del Ministero per i Beni Culturali, componente della Società di Storia Patria e vice presidente della sezione di Foggia di “Italia Nostra”, scrittore e giornalista, ha all’attivo altre pubblicazioni sulla storie e le tradizioni del promontorio del Gargano. Tra queste ricordiamo Pietramontecorvino, la porta del Subappennino (1987), Il Palazzo di Federico II di Svevia a Foggia (1990), Il Pane dei Santi. Le pietanze nella religiosità popolare (1998), Disegni e cartografia storica. Capitanata (2002).

In questo ultimo volume pubblicato pochi mesi fa, invece, in un centinaio di pagine De Leo illustra in un viaggio tanti aspetti anche poco conosciuti del promontorio del Gargano, un viaggio che parte dal nord del promontorio, dalla meravigliosa Madonna d’Elio, dai laghi, e poi tanti bellissimi paesi costieri e dell’interno, per immergersi nelle acque cristalline di piccole baie e calette e poi proseguire nell’ombrosa foresta Umbra e quindi, verso sud, nella terra dei santuari e delle grotte millenarie, come Paglicci e tante altre. Il volume è inoltre corredato dalle foto sui luoghi oggetto del libro, scattate dal figlio dell’autore, Andrea De Leo. Insomma, «Un libro che – l’autore – ha lo scopo di estendere la conoscenza del Gargano e dei suoi tesori ad un più vasto pubblico».

Le Minoranze Linguistiche in Capitanata: un itinerario turistico-culturale

Pubblicata dalla Provincia di Foggia, con l’ausilio dello Sportello linguistico provinciale, è stata presentata alcune settimane fa una Guida dal titolo Le Minoranze Linguistiche in Capitanata: un itinerario turistico-culturale, che rientra in un ampio progetto di valorizzazione e di tutela delle minoranze linguistiche franco-provenzale e arberesh presenti, rispettivamente, nei comuni di Celle San Vito e Faeto (la prima) e Chieuti e Casalvecchio di Puglia (la seconda). Un centinaio di pagine in tutto, quelle della guida, che servono a raccontare, ai più piccoli e non solo, storia, tradizioni popolari, lingua, usanze gastronomiche, beni culturali e momenti del vivere quotidiano di queste località, anche con l’ausilio di un apparato iconografico. Tra le testimonianze della grande vitalità culturale dei quattro paesi di Capitanata, vengono citate nella guida, ad esempio, i riti greco-bizantini che ancora si svolgono a Chieuti, i riti del matrimonio e dei fuochi di San Giuseppe a Casalvecchio, a Celle San Vito è invece ancora sentita la festa del carnevale, detta del «pacalotte». Faeto si fa poi apprezzare per le sue doti naturalistiche, trattandosi del paese più alto di Puglia, ai piedi del Monte Cornacchia, ideale per giornate di trekking nella strada che la collega a Celle.

Ma l’incontro di presentazione della guida è stato anche l’occasione per fare il punto sull’iter di una legge regionale che mira a tutelare definitivamente il grande patrimonio linguistico e culturale di queste minoranze linguistiche. L’assessore al Diritto allo studio della Regione Puglia, Lomelo, ha infatti affermato che «È quasi pronto il disegno di Legge Regionale che riconosce e dà dignità legislativa alle minoranze linguistiche presenti in Puglia. Il nostro obiettivo è promuovere e valorizzare queste culture tuttora parlate e diffuse in provincia di Foggia. nel Salento e nel tarantino». L’assessore alla cultura della Provincia di Foggia, Maria Elvira Consiglio, ha invece sottolineato la necessità di «dare continuità agli sportelli linguistici presenti nei quattro comuni» e attivarsi «per trovare nuove iniziative per valorizzare questi centri. custodi di un prezioso patrimonio culturale».

Legambiente contro una lottizzazione a Peschici

Nessun libro oggi, ma un comunicato di Legambiente Puglia che ha trovato pochissimo spazio sui media locali e che invece merita un risalto assai maggiore. LaPugliaChePubblica oggi cede il passo alla PugliaCheVive.

Decisa all’unanimità la lottizzazione della piana di Kàlena da parte dell’Amministrazione comunale di Peschici, sito sempre risultato inidoneo per gli alti costi di urbanizzazione e per i rischi di alluvioni. La soluzione dell’esproprio, rigettata per decenni, in pochi giorni appare la soluzione primaria per l’edificabilità del territorio. Ancora una volta nessuno si preoccupa della salvaguardia dei beni culturali come l’abbazia di Santa Maria di Kàlena, datata 872 d.C. Legambiente chiede alla Soprintendenza di assumersi le sue responsabilità. Opponendosi al ritardo delle istituzioni nelle iniziative di salvaguardia dei beni culturali, Legambiente ha lamentato più volte l’assenza della Soprintendenza nelle vicende dell’abbazia di Kàlena a Peschici, colpevole di aver lasciato mano libera ai comuni ed ai privati. Nell’ultima seduta del consiglio comunale di Peschici si è decisa una lottizzazione di edilizia popolare nella piana di Kàlena (in adiacenza della omonima abbazia). La piana di Kàlena è una zona d’interesse storico paesaggistico caratterizzata dalla presenza dell’abbazia di straordinario valore storico ed artistico, annoverata fra le più antiche d’Italia, ma è anche una zona soggetta ad allagamenti e con alti costi per l’urbanizzazione dei servizi. “La lottizzazione è una scelta scellerata, che viola il paesaggio, ma anche le regole minime del buon senso, visto che in quel posto si potrebbe costruire solo su palafitte.” – dichiara Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia. – “Appena qualche giorno fa, abbiamo sollecitato le istituzioni affinché il restauro dell’abbazia di Kàlena fosse considerata priorità assoluta nel piano strategico provinciale. Se questa è la risposta del consiglio comunale posso affermare che siamo completamente fuori strada”. La lottizzazione, secondo la maggioranza, dovrebbe essere realizzata allo scopo di dare un segnale forte contro l’abusivismo e mirare all’economicità del prezzo delle case, oltre al tentativo di creare lavoro ed affrontare la disoccupazione.Legambiente invita la maggioranza a cambiare idea sull’individuazione del sito lasciando Kàlena incontaminata, attraverso la scelta di un’altro terreno. “La lottizzazione prevede l’esproprio dei terreni dalla famiglia che è proprietaria anche dell’abbazia. Esproprio che da sempre è stato chiesto come la soluzione dell’annosa situazione per la tutela monumentale e paesaggistica di Kàlena.” – aggiunge Franco Salcuni, della segreteria regionale di Legambiente – “Per decenni nessuno ha voluto parlarne, e oggi si decide in modo estemporaneo per la distruzione di quell’angolo di paradiso garganico. Avevamo ragione quando affermavamo che sul Gargano si fanno miracoli per il cemento, ma assolutamente nulla per la tutela”.

"La sanità malata", di Maurizio Portaluri

Uno dei libri pugliesi che nelle ultime settimane ha fatto molto parlare di sé è anche uno di quei libri indispensabili per chiunque voglia addentrarsi, senza pregiudizi ideologici e senza impugnare l’ascia dell’antipolitica, nella comprensione dell’articolato mondo della sanità pubblica, materia, come si sa, di quasi esclusiva competenza regionale e terreno sul quale si giocano molte competizioni elettorali. Si tratta del volume di Maurizio Portaluri, oncologo brindisino, già autore de Di fabbrica si muore scritto a quattro mani con Alessandro Langiu, che racconta la sua esperienza di due anni trascorsi come direttore generale della ASL della provincia di Barletta-Andria-Trani, prima di tornare, a seguito delle sue dimissioni, all’attività di medico, dopo una breve parentesi all’Istituto tumori di Bari. La sanità malata. Viaggio nella Puglia di Vendola (pp. 112, euro 12), questo il titolo del volume (il sottotitolo strizza forse un po’ troppo l’occhio al lettore), è stato pubblicato dalla Glocal Editrice, sempre attenta ai temi della politica regionale, della quale si ricorda soprattutto la pubblicazione de Il Governatore di Lino De Matteis a ridosso delle elezioni regionali del 2005.

Sono 18 i brevi contributi di Portaluri, ognuno dedicato a un aspetto specifico delle difficoltà incontrate nel suo operato di ‘manager’ di una Asl, ai quali si aggiungono la prefazione di Michele Di Schiena – Presidente Onorario Aggiunto della Corte di Cassazione – e una postfazione di Gianluigi Saraceni – dirigente amministrativo della sanità pubblica in Emilia Romagna e in Liguria, chiamato nel 2005 da Nichi Vendola a portare la sua esperienza in Puglia ma dimessosi anch’egli dopo 3 anni di lavoro nella stessa Asl di Portaluri. Gli aspetti assai bene descritti da Portaluri portano, nel complesso, a questa conclusione: che la rivoluzione nella sanità pugliese auspicata da Nichi Vendola nel 2005 è ancora di là da avvenire (o quantomeno a completarsi); che c’è stato probabilmente un errore di valutazione nel credere di poter apportare in pochi anni, se non addirittura in pochi mesi, tutti i cambiamenti necessari a una realtà assai dilaniata dai tanti interessi privati che vi gravitano attorno; e infine che non vanno nascoste le problematiche che l’ingerenza della politica (nazionale, regionale e comunale) ha causato e causa ancora a chiunque voglia rimboccarsi le maniche e agire in maniera indipendente per il miglioramento del sistema.

Va altresì detto, e lo sottolinea anche Portaluri, che determinati indirizzi provenienti dallo Stato centrale agiscono come una clava per impedire la risoluzione di alcuni problemi: l’assumere come fattori presi in esame nei sistemi di gestione «essenzialmente i costi e le prestazioni erogate», un sistema «utile in un’azienda che produce beni materiali o servizi che non hanno ad oggetto la salvaguardia di un bene primario come quello della salute» è uno di questi. Ma anche «la differenza stipendiale tra medici di famiglia e medici ospedalieri, a discapito dei secondi», che «ha spinto questi ultimi a forme di integrazione del reddito […] con conseguenze sulla tendenza prescrittiva, sulle liste di attesa per le prestazioni ed in definitiva sulla sicurezza del paziente». A questo proposito, si registra l’incredibile proroga di ben quattro anni concessa recentemente dal governo e quindi dal parlamento intesa a far continuare ai medici ospedalieri una attività da «libero professionista intramoenia» anche nei propri studi privati, senza dunque alcun controllo da parte del servizio pubblico, nonostante essi ricevano un’indennità di circa 1000 euro per quest’attività che dovrebbe, invece, svolgersi ‘entro le mura’ dei presidi ospedalieri o ambulatoriali. Una proroga che va a tutto vantaggio dei medici ospedalieri (le principali «vittime» del sistema, come Rocco Palese li ha invece definiti in una recente trasmissione televisiva), e che incide a catena sulle liste d’attesa e sulle casse del servizio sanitario regionale. Come sottolinea Portaluri, «la vera alternativa sarebbe una netta separazione tra attività pubblica e privata con grande disappunto di buona parte della classe medica e perdita di consenso della classe politica»: il numero di medici-sindaci, consiglieri comunali e regionali, oltre a essere del tutto sproporzionato rispetto alla popolazione, crea infatti una serie di conflitti di interesse difficilmente arginabili dai manager delle Asl, a fronte anche dei maggiori appoggi politici – di entrambe le sponde – che i primi hanno nei confronti di questi ultimi.

L’analisi di Portaluri prosegue poi sui «metodi di valutazione», sulla difficoltà nel licenziare un medico ospedaliero di Barletta condannato con sentenza definitiva per omicidio colposo ai danni di una paziente, sull’assistenza territoriale ancora poco diffusa, sui disinvolti ‘cambi di casacca’ politici di un gran numero di dirigenti medici e amministrativi, sulle ingerenze delle multinazionali farmaceutiche, sull’inefficacia dei controlli igienico-ambientali, sulla mancanza di autonomia nel controllo e nella partecipazione democratica dei cittadini. A fronte di questo quadro, tuttavia, Portaluri lascia comunque aperto uno spiraglio all’ottimismo: il recente piano sanitario approvato in Regione, che prevede il potenziamento dell’assistenza territoriale e la ricollocazione delle strutture ospedaliere, è atteso alla prova dei fatti.

Frammenti a Sud Est: visioni letterarie del Salento

In chiusura di settimana, una notizia che esula, almeno in parte, dal solito ambito editoriale, e che riguarda un’interessante attività artistica nel Salento. L’Associazione Obiettivi, con la disponibilità e preziosa collaborazione dello Spazio Sociale ZEI (Circolo Arci) di Lecce, organizza una collettiva fotografica dal titolo Frammenti a sud est: visioni letterarie dal Salento. La mostra è stata inaugurata lo scorso martedì 18 novembre 2008 presso i locali dello ZEI (piazzetta dei chiaromonte) accompagnata da una Jam session e rimarrà aperta fino a lunedì 8 dicembre (l’ingresso è libero). “Obiettivi” è la prima associazione di fotoamatori del Salento nata “in rete” ossia nel grande mondo di internet e del portale di foto sharing flickr.com. I suoi 24 soci, infatti, sono salentini incontratisi nel gruppo SALENTO lu sule, lu mare, lu jentu che hanno fondato l’associazione per promuovere l’arte dell’espressione fotografica e la propria terra.

Quello della mostra è un sentito omaggio a questo piccolo lembo d’Italia che sprizza gioia e voglia di fare da ogni suo vicolo, strada, monumento, costume ed usanza. Un viaggio fotografico e mentale attraverso una terra dalla forte inclinazione artistica, la terra della gente semplice e vera, la terra dell’ospitalità dove la tradizione si sposa perfettamente con la voglia di sviluppo ed innovazione. Un percorso fotografico in cui le immagini si fondono con la parole, un’incontro intenso di due arti, due mondi uguali e diversi, la fusione di due anime artistiche che s’incontrano, mescolandosi sullo sfondo di una terra meravigliosa chiamata SALENTO. Maggiori informazioni sui siti: www.associazioneobiettivi.it e www.zei.le.it.

Domenico Protino: un poeta prestato alla musica

Con una “variazione sul tema” (ma non troppo) di questo blog, volentieri pubblico questo pezzo di Stefano Donno (qui il suo blog) sul giovane cantautore pugliese Domenico Protino.

Domenico Protino nasce a Torre Santa Susanna nel brindisino. Sin da giovanissimo si appassiona al mondo delle note. Scopre un amore fortissimo per la chitarra e le sue sonorità, ascolta moltissima canzone d’autore, anzi la divora e apprezza da subito il pop internazionale. Il 2000 per lui è una data a dir poco epocale: decide che la musica sarà la sua vita e allora a capofitto, con impegno e tenacia, non risparmiandosi in nulla, credendoci fino in fondo, riesce a crearsi ogni possibilità di esibizioni live –sia in cover band che come solista– partecipando a concorsi canori nazionali sempre più prestigiosi, che gli permettono di affrontare sin da subito i palcoscenici e il pubblico (che si sa, sente a pelle e da subito chi sta sotto i riflettori, chi cavalca le scene, respira la sua autenticità, genuinità, insomma lo pesa sin da subito senza se e senza ma …), fino ad arrivare alla vittoria del rinomato Premio Lunezia Giovani Autori 2007 che riconosce il valore sia musicale che testuale delle canzoni italiane, con il brano dal titolo “W la vita”, dove Domenico riesce a musicare in versi una sorta di vademecum utile per essere sempre pronti a mettersi in viaggio in questa splendida avventura che chiamiamo vita, compagna e nemica inseparabile di tutti i nostri giorni, percorso minato tra l’inferno e le nuvole. Un premio che gli consente di esibirsi poi in altre importanti manifestazioni come il Premio Mia Martini, il Solarolo Song Festival, il M.E.I., Sanremo off e il Premio Bindi.

Ma non finisce qui: nell’estate 2007, si aggiudica il Premio Salentino con il brano “La nuova aurora”. Il 2008 è l’anno che lo porta veramente su scenari internazionali, e per la precisione oltre oceano: Domenico viene selezionato come unico rappresentante italiano al Festival Internazionale della Canzone di Viña del Mar in Cile (il più importante festival dell’America Latina e unico gemellato con il Festival di Sanremo), vincendo con il brano “La guerra dei trent’anni” giudicato il più meritevole in assoluto sia come migliore autore sia come migliore interprete. A dirla così sembra cosa da poco, ma parliamo di una manifestazione che in gergo potrebbe definirsi una vera e propria gallina dalle uova d’oro, ovvero una porta di accesso al ricchissimo mercato musicale dell’America Latina, quello che per farla breve decreta la buona sorte di ogni cantautore che si vuole definire tale. Ad esempio “La guerra dei trent’anni” fa riferimento, nel titolo, alla guerra del Peloponneso (Atene contro Sparta) e a Pericle abilissimo stratega ateniese, fondatore della democrazia ma anche e soprattutto uomo di cultura, amante della arti nelle sue più sottili espressioni. Come lunghissima fu quella guerra, così anche quella “combattuta” da chi ha trent’anni (precario ad ogni latitudine della sua vita, mito cantato da autori della nostra letteratura contemporanea come ad esempio Mario Desiati con il suo Vita precaria e amore eterno edito da Mondadori) e ha trascorso già abbastanza tempo per non accorgersi che è difficile fidarsi, che soltanto pochi, magari quelli giudicati un po’ strani dalla gente, mantengono la parola data, che nessuno ti aiuta senza un tornaconto personale: insomma un desiderio inconscio di riproporre un equilibrato ritorno all’Età di Pericle, un ritorno alla meritocrazia per dare valore al giusto valore dei sentimenti, delle passioni, degli impegni. Per questo “vuole diventare pazzo” e “vuole diventare cieco” per essere lucido il più possibile e al di sopra di parzialità e storture: la vera vittoria non consisterà necessariamente nella vittoria personale, no quella è ben poca cosa rispetto all’integrità e onestà intellettuale, ma in quella di un sistema trasparente fondato sul merito. Una canzone che stabilisce la vittoria definitiva di Pericle!

Insomma parliamo di un giovane cantautore, che gestisce diversi codici sonori (orecchiabili, curati in ogni suo aspetto, preziosi nella scelta delle sonorità) e diversi impegni sul senso testuale, che ama non limitarsi a essere bardo di se stesso, ma occhio critico attento a quello che succede oggi. Penso ad esempio ai brani “Futuro remoto”, “Quel bravo ragazzo”, IFO (Identified Flying Object). Un Cd che si lascia ascoltare più e più volte, senza mai far perdere la voglia di concentrarsi sulle parole, sulla musicalità in fondo dei suoi… chiamiamoli pure versi! Già perché Domenico Protino è un pop poeta, uno di quelli che potrebbe anche semplicemente declamare i suoi testi, perfino senza alcuno strumento. La critica più austera, più militante, più severa troverebbe i paragoni… già sentito, già ascoltato, c’è stato Battisti, De Andrè, etc… Ma ora c’è lui… c’è Domenico Protino.
Il suo primo album “Domenico Protino”, uscito da qualche giorno, consta di 10 brani. Registrato presso gli studi Panpot di Brindisi e mixato allo Studio S.Anna di Castel Franco Emilia (Modena) e al Creative Mastering di Forlì, suonato interamente, oltre che da Domenico, da musicisti pugliesi, è realizzato sia in lingua italiana che in lingua spagnola per il mercato latino-americano.

Stefano Donno

Gino Dato intervista Marco Rovelli

Un salto fuori dalla Puglia per parlare di uno dei libri più interessanti pubblicati negli ultimi mesi: dopo l’esordio di Lager italiani, Marco Rovelli ha infatti pubblicato Lavorare Uccide, dove raccoglie testimonianze, racconti e tragedie di morti sul lavoro in Italia. Lo ha intervistato, sulla pagine della Gazzetta del Mezzogiorno, l’editore pugliese Gino Dato:

Che cosa significa poi morti bianche?

«È una parola che andrebbe cancellata dal lessico mediatico e successivamente dal vocabolario. È una espressione menzognera. Significava un tempo le morti in culla, quelle dei neonati, di cui non si capivano le ragioni e le responsabilità».

E le morti sul lavoro?

«Sono veri e propri omicidi bianchi. Una causa c’è sempre ed è individuabile. Altra cosa è che non venga mai sanzionata e nessuno paghi. Intanto, un primo passo sarebbe quello di abolire l’espressione e sostituirla con un’altra, omicidi bianchi, che negli anni Cinquanta aveva cominciato a circolare. Poi il lessico mediatico ha tirato fuori questa espressione».

Il libro è uscito nel momento in cui c’è una recrudescenza. Che cosa aggiunge a quello che già sappiamo e vediamo?

«Il mio intendimento è stato di restituire un senso alle morti bianche. I media ce ne danno dei loculi anagrafici. Ma non possono passare per fatalità. Ho in realtà raccontato una storia di storie, sia nella loro singolarità, nella loro irriducibile univocità, ma ho provato anche a trarne un senso universale».

Quali sono l’arco cronologico e i luoghi di cui tratta?

«Ho girato tutta l’Italia e, in generale, i fatti si riferiscono agli ultimi anni. Ritrovo un incrocio strano di modernità e arcaismo, la più avanzata modernità non può fare a meno dell’arcaismo. Alla fine, ho individuato delle ragioni che non sono fatalità, ma che hanno a fare con la natura del tessuto produttivo italiano».

Lei parla di una cultura d’impresa che non prende in considerazione la sicurezza sul lavoro.

«La sicurezza sul lavoro e in generale il lavoro umano sono una variabile dipendente. Al centro della cultura d’impresa c’è il profitto, il reperimento di tassi sempre più alti di profitto, anche solo rispetto a venti anni fa, e questo va direttamente a discapito della sicurezza del lavoro».

E questo rapporto è così schiacciante che non si riesce a trovare dei correttivi?

«Ci sono, solo che, essendo le ragioni delle morti sul lavoro attinenti alla struttura del tessuto produttivo, è chiaro che non vengono messe in atto. Spesso si dice che le leggi ci sono. Certo, la 626 è una legge avanzata, ma non viene rispettata. Il punto è: perché non viene rispettata? La risposta è: perché in qualche modo la natura del nostro sistema produttivo non consente di rispettarla. Neanche il raddoppio degli ispettori del lavoro o dei tecnici della prevenzione potrebbe essere adeguato al raggiungimento».

Diciamo che la legge del profitto crescente è una delle prime cause delle morti sul lavoro. Ci si chciede mai se oggi non ci sia una generale inadeguatezza tecnologica?

«Non ho pensato a questo, non rientra nei mie paradigmi mentali. Credo che ci sia una inadeguatezza di un sistema che non consente all’uomo di lavorare in sicurezza. In questo senso l’uomo è una appendice, la vera cintura di sicurezza sarebbe lavorare con lentezza».

Perché?

«Se l’uomo lavorasse con lentezza e non fosse schiacciato dalla dimensione del lavoro e della produttività, gli incidenti e le morti diminuirebbero. Drasticamente. Ma questo è un sistema che va in tutt’altra direzione: c’è la intensificazione dei tempi del lavoro, la detassazione degli straordinari, l’Unione europea che sfonda il muro delle 48 ore conquistato nel 1917. Quando una civiltà intera dà valore al lavoro sopra ogni cosa, ma al lavoro volto al profitto e non certo alla soddisfazione dei bisogni umani, questi sono i risultati».

Si assiste poi a una forte caduta di potere del sindacato…

«Il sindacato è l’insieme dei lavoratori organizzati. Ma quando il mondo del lavoro è assolutamente disarticolato e disorganizzato e il movimento dei lavoratori comunque ha subìto una sconfitta storica, il sindacato perde la sua autorità, il suo ruolo. Si ritrae. Sicché, se cerca invece di lottare, può succedere che, voltandosi, non trovi nessuno al suo seguito».

Qual è lo stato d’animo dei familiari delle vittime? C’è una costante nel loro comportamento?

«I familiari delle vittime hanno la tonalità della solitudine, non c’è alcun tipo di rete di sostegno sociale da tanti punti di vista, sia per l’attivazione delle procedure per il risarcimento sia per la ricerca della giustizia. È talmente tortuoso il percorso, che quei pochi che lo fanno si ritrovano a imbattersi in mille problemi. E vengono così indotti a contentarsi».

Potremo arrivare a scrivere un libro con il titolo «Lavorare non uccide»?

«Credo proprio di no, è una ipotesi improbabile e fantascientifica».

No EcoMafia Tour ieri a Bari

Ha fatto tappa ieri a Bari, presso la Libreria Laterza, il No EcoMafia Tour, la carovana contro la criminalità ambientale che si è posta l’obiettivo di portare in giro per l’Italia, e in particolare nei luoghi più direttamente interessati dal dissesto ambientale, la nuova edizione 2008 del Rapporto Ecomafia, pubblicato dalle Edizioni Ambiente dall’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente. All’incontro hanno partecipato, oltre al presidente regionale di Legambiente Puglia, Francesco Tarantini, e all’assessore all’Ecologia Michele Losappio, anche i magistrati Vincenzo Russo, della Procura di Foggia, e Antonio Savasta, sostituto procuratore della Procura di Trani.

I due magistrati, in particolare, da anni attenti ai crimini ambientali del territorio pugliese, hanno relazionato sulle proprie esperienze e sulle indagini da loro condotte negli ultimi anni. La Puglia è infatti al terzo posto in Italia tra le regioni dietro Campania e Calabria per numero di infrazioni registrate, per un totale di 18 miliardi e 400 milioni di fatturato della criminalità ambientale. Il problema più sentito, anche in Puglia, riguarda lo smaltimento illecito dei rifiuti. Proprio pochi giorni fa, ad esempio, è stata posta sotto sequestro un’ampia area all’interno del territorio del comune di Castelluccio dei Sauri adibito a discarica illegale fino a contaminare gli argini e il letto del fiume Cervaro, il cui corso è stato addirittura deviato. Il procuratore di Foggia Vincenzo Russo ha ricordato, poi, l’operazione “Veleno”, che aveva colpito il clan Gaeta, sempre nel foggiano, fin dal 1995. Antonio Savasta si è invece soffermato su due crimini ambientali che colpiscono in particolar modo le aree a ridosso del fiume Ofanto e della Murgia. In queste zone, i problemi che hanno richiesto l’intervento della magistratura locale hanno riguardato la contaminazione degli argini e del letto del fiume Ofanto e l’illegalità di numerose attività estrattive in cave abusive. A tal proposito, Savasta ha ricordato l’importanza della creazione, tramite una legge regionale dello scorso mese di dicembre, del Parco regionale dell’Ofanto, in modo da mettere sotto tutela gran parte del territorio iù abusato in questi ultimi anni anche da alcune parti del mondo degli agricoltori, i quali si oppongono all’istituzione del parco. Savasta ha invece sottolineato come in molti casi siano gli agricoltori a trarre immediato vantaggio dall’esportazione in Italia e all’estero di grano e altri prodotti alimentari coltivati in parchi e zone protette e con metodi biologici.