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Intervista a Ettore Catalano su editoria e letteratura/2

[Pubblichiamo di seguito la seconda parte dell’intervista gentilmente concessaci dal prof. Ettore Catalano. La prima parte si può leggere qui]

Un dato oggettivo è rappresentato dall’iperproduzione delle pubblicazioni, tant’è che potremmo parlare di ipertrofia della scrittura. Quale lettura dà di questo fenomeno.

Purtroppo, riprendendo il discorso sopra accennato, molta produzione non meriterebbe neppure di giungere in casa editrice (ma questa è la valutazione di uno che si è formato nella Bari in cui pubblicare con Laterza, De Donato o Dedalo non era certo impresa da poco, dato anche lo spessore culturale di quelle redazioni che filtravano le domande e i dattiloscritti), e, in ogni caso, io penso che un’offerta ipertrofica danneggi le molte voci degne di ascolto. Devo anche dire che, purtroppo, non esiste più, a leggere i giornali, una critica militante onesta e libera, magari anche capace di qualche stroncatura a fin di bene. Tutto mi pare un po’ “congelato” e troppo “educato”, guidato forse da interessi non propriamente letterari. D’altra parte, un po’ di responsabilità è da attribuirsi alla latitanza di una certa  critica accademica, anche se oggi le cose sono abbastanza differenti da quelle difficoltà che trovavo io quando mi occupavo di studi legati alla letteratura regionale.

Il suo occhio e il suo fiuto di critico coglie l’affermarsi in Puglia di una “voce” letteraria degna di nota?

Non mi piace fare nomi, ma c’è una pattuglia di giovani scrittori fra i trenta e i quaranta anni che promettono assai bene.

Recentemente Pietro Citati in un’intervista pubblicata dal «Corriere della Sera», ha parlato di “declino degli scrittori” e della scomparsa dei Classici dalle letture degli italiani. Insomma ha tracciato un profilo alquanto scadente del lettore. Queste affermazioni la trovano concorde?

Non sempre concordo con la prospettiva critica di Citati, ma sono d’accordo con lui su alcune sue recenti e pungenti osservazioni. È davvero impressionante, in presenza di tanta gente che scrive, il fenomeno che respinge i classici nello spazio del museo delle cere a vantaggio di certi prodotti scadenti e disinformati. Tuttavia, il problema è più generale, secondo me, ed è il risultato di un processo di complessivo decadimento della tradizione degli studi letterari e umanistici attraverso cui passano la superficialità e l’approssimazione di una quantità di testimoni soltanto di se stessi. Cosa degnissima, s’intende, ma non sufficiente a meritarsi un posto negli scaffali della letteratura, quella che ci emoziona e ci pone davanti interrogativi e spesso abissi di senso. D’altra parte, se oggi per “scrittori” passano calciatori, ministri, giornalisti e magari qualche ragazzotta di non specchiata virtù, io rimpiango molto i tempi in cui Pasolini, Sciascia, Moravia, Calvino e altri intellettuali scrivevano, anche sui giornali, sapendo di letteratura, ma essendo poi in grado di radicare nel sociale quelle suggestioni.

Tranne rare e virtuose eccezioni, vedo oggi affermarsi una nuova versione del cortigiano e del giullare, dell’intrattenitore-presentatore.

Cosa consiglierebbe ad un aspirante scrittore ed editore? Vale ancora la pena investire tempo, energia e denaro nella pratica della scrittura?

Il mio semplice consiglio è cercare sempre la qualità nel proprio lavoro e quello dell’editore è, specialmente oggi, un mestiere molto difficile. Per quanto riguarda lo scrittore, il problema è diverso: non è lo scrittore a scegliere di essere tale, ma è la scrittura a sceglierlo. E allora non c’è altro da fare che dedicarsi a questa “maledizione” con tutto il proprio potenziale di “cattiveria” conoscitiva. Concludo con un aforisma di Karl Kraus: «Ci sono certi scrittori che riescono ad esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe».

Maria Rosaria Chirulli

Intervista a Ettore Catalano su editoria e letteratura/1

Ettore Catalano è docente di Letteratura italiana presso l’Università del Salento, con un occhio particolare rivolto a Pirandello, Vittorini, Pavese, ma anche a Foscolo e al teatro. Recentemente ha pubblicato Per altre terre – Il viaggio di Ulisse (Progedit) un’originale rilettura del poema dei poemi, l’Odissea, che sta raccogliendo notevoli consensi da parte dei lettori. Accorto critico letterario, è stato curatore, tra l’altro, della più aggiornata ricerca sulla produzione letteraria pugliese dal 1970 al 2008 (Letteratura del Novecento in Puglia). Lo abbiamo raggiunto per commentare con lui i risultati del Premio Puglialibre 2011 e fare il punto in merito al fermento letterario pugliese.

Professor Catalano, un commento a caldo sul Premio PugliaLibre 2011. Hanno ancora senso i premi letterari?

Il Premio PugliaLibre 2011 mi pare utile testimonianza della vivacità delle nostre case editrici, le quali, pur tra mille problemi cercano di muoversi in direzione di una professionalità capace di coniugare un catalogo tematico regionale con una proposta di problematiche di ambito nazionale. Quanto ai Premi letterari, quelli più importanti sono terreno di caccia delle grandi case editrici, quelli che potevano decollare per meriti progettuali ed operativi (vedi il Premio Bari di cui sono stato giurato) sembrano costretti al silenzio o a pause sconcertanti per il disinteresse dei nostri politici, naturalmente mascherato da esigenze di bilancio. Si spreca ancora tanto in Italia (e sappiamo tutti in quali settori e per leggi a dir poco incomprensibili), ma solo quando si parla di cultura e di ricerca la scure è sempre più affilata.

Consentitemi di sottolineare, tra i premiati, Cristanziano Serricchio: il premio a lui destinato è meritatissimo e io ne sono particolarmente felice per essere il critico cui è stata affidata la prefazione ad un volume che raccoglie tutta la sua produzione poetica  fino al 2009.

La Sua attività si estende ad ampio raggio. Potrebbe tracciare in sintesi il profilo delle tendenze letterarie di questa nostra Regione così prolifica sul piano artistico?

Oggi vedo una Puglia ricca di fermenti e di scritture letterarie nella quale non mi pare possibile né produttivo individuare un solo asse tematico. Quel che posso dire è che vedo in costante diminuzione libri stricto sensu “meridionali” (circostanza non sempre del tutto positiva, se ciò implicasse un abbandono dell’attenzione verso le specificità culturali della nostra identità) e in costante crescita produzioni che, sul versante più accettabile, sembrano alludere ad una più complessa localizzazione multiculturale delle nostre problematiche “meridionali”.

Puglia ed editoria: elementi di criticità e punti di forza.

Non sono un tecnico in questo campo, ma un’osservazione personale, desunta dalla mia esperienza anche di lettore, vorrei proporla. Secondo me, la Puglia appare un singolare ed emblematico laboratorio. Noi assistiamo  a una moltiplicazione degli eventi e dei fermenti nel campo della promozione della lettura (i Presidi del Libro compiono dieci anni di attività), così come furoreggia la moda della scrittura anche grazie a quel pernicioso fenomeno dell’auto-pubblicazione alimentato  da  scrittori della domenica e da grandi marchi che si fanno pagare anche le poche copie pubblicate. Dal canto loro, gli editori provano a rafforzare la filiera del libro con iniziative comuni come quella dell’Associazione Pugliese degli Editori. Viene tuttavia da chiedersi quali siano i risultati di questa primavera pugliese. Sarebbe interessante verificarli attraverso un’inchiesta sugli effetti della società del libro sulla merceologia del libro. Per il momento mi consta che le vendite sono stantie, mentre le librerie chiudono (sta chiudendo la Gutenberg a Lecce, un’altra storica libreria di Bari si sta ridimensionando),  le biblioteche non godono del favore dei politici, e gli stessi editori stentano a chiudere i bilanci in pareggio.

Maria Rosaria Chirulli

Mercoledì 28 marzo pubblicheremo la seconda parte dell’intervista a Ettore Catalano.

Partire non è come morire: intervista a Giancarlo Liviano d’Arcangelo/2

Allarghiamo l’orizzonte: l’Italia è un paese per giovani?

L’Italia è un paese dove si può essere solo soggiogati o soggiogatori. Pasolini diceva, negli anni 70, che già allora non c’erano altre divisioni di classe nella società italiana, né altre scelte possibili. Solo soggiogati o soggiogatori. Niente mi sembra più vero di così. Per ovvi motivi, è molto facile che la maggior parte dei soggiogatori siano vecchi, gente che occupa i luoghi strategici del potere e che naturalmente tende a spianare la strada a dei successori cooptati nella propria area familiare. Non so, quindi, se è solo un problema di generazioni, perché in genere i cooptati giovani sono già prontissimi a replicare le dinamiche apprese dai vecchi. Si diventa cinici da giovani, tutto qui. Il vero problema sono i criteri attraverso sui si formano le classi dirigenti. Cioè cooptazione pura, come dicevo, e censo. Tutti sanno che con questa legge elettorale i primi posti nelle liste dei partiti, cioè quelli che alle elezioni fanno scattare i seggi, si comprano. È una sorta di vero e proprio investimento, per cui è evidente che poi, giovane o vecchio, chi ha compiuto l’investimento deve rientrare, ed è qui che la politica diventa a tutti gli effetti non più gestione della collettività, ma un puro settore produttivo di reddito.

Cosa significa avere 35 anni? Come vivi tu questa fase della tua vita e che effetti ha su di essa la scrittura che tu pratichi da più di dieci anni?

A 35 anni in Italia uno scrittore è considerato ancora giovane. Questa è allo stesso tempo una stortura e una cosa vera. È una stortura perché i 35 anni sono l’età di massimo splendore per un essere umano, quella in cui se si ha avuto la fortuna di conservarsi ancora interiormente integri, e non corrotti, è possibile raggiungere la massima purezza nella dialettica tra se stessi e il mondo, e affrontare la propria, chiara, palese, evidente minutezza con grande coraggio e ironia, fungendo comunque da agente di novità e freschezza. Al tempo stesso la scrittura è forse uno dei pochi lavori in cui il bagaglio personale, se ben amministrato, può effettivamente rappresentare un vero valore aggiunto, sempre se il lavoro da scrittore è percepito come un percorso in cui la propria ricerca funge da filtro del mondo esterno, materiale che in qualche modo viene ingerito così com’è, grezzo e complesso, pieno di materia inorganica e organica al tempo stesso, e restituito in nuove forme.  In questo senso a 35 anni ci sono ancora centinaia di esperienze da fare, anche intime, personali. Ciò che è davvero difficile fronteggiare, è sentire che un certo modo di essere scrittori non è più richiesto. A uno scrittore è richiesto, come ho accennato prima, di essere soprattutto un intrattenitore, un ruolo che un tempo era riservato ai giullari. È proprio il modo di produzione che impone questo. Il potere, che si appoggia al modo di produzione, è una specie di spirale che gira all’infinito su se stessa. Io, grosso gruppo multinazionale dell’industria o della finanza, occupo la “cosa pubblica” attraverso le collusioni con la politica e con il possesso dei mass media, e da questa posizione privilegiata costruisco la realtà a piacimento, offrendo il racconto quotidiano e simulato della democrazia e scolpendone i principi basici nell’immaginario collettivo; mentre le scelte che contano, quelle determinanti per il futuro di tutti, si compiono in stanze private, secondo interessi privati. L’Italia è un caso limite, un caso da laboratorio per un intellettuale che voglia fare da Cassandra. Solo che il ruolo per lui ritagliato dal meccanismo che ho illustrato è quello dell’intrattenitore. Racconta storie che non parlano della realtà così com’è, ma thriller fantasiosi o storie rassicuranti in cui l’amore alla fine, mette tutti d’accordo. E sarai premiato. Questo è quello che il meccanismo chiede agli intellettuali.

Rassegnato, arrabbiato, o indignato con un margine di speranza?

Il margine di speranza proviene dal fatto che poi, in ultima istanza, c’è sempre la scelta personale. Finché un uomo si sente responsabile delle proprie scelte e scende a compromessi solo con ciò che ritiene giusto è ancora un uomo. Ma su certi equilibri, sono abbastanza rassegnato, perché è evidente che l’Italia è un paese alla deriva, in cui sono ormai a rischio le coordinate minime della convivenza civile. Ciò che non fa precipitare la situazione e solo la bontà, e a volte la mancanza di cultura o l’ingenuità dei deboli. In un paese dove il 40% della ricchezza nazionale è in mano del 10% della popolazione, in un paese in cui i comuni si amministrano scientificamente raggiungendo un livello limite di dissesto finanziario in cui è impossibile spendere per il bene collettivo, e tutte le nuove immissioni di denaro sono destinate a commesse o consulenze “chirurgiche”, non ci può essere che un grado di violenza latente e sommessa davvero spaventosa. E questa situazione, lo ripeto, è in continuo peggioramento.

Ma dei trentenni c’è davvero da fidarsi? Sono senza macchia e senza peccato o irrimediabilmente contaminati dalla logica del mercato e della spietata competizione?

Basta analizzare il contesto in cui sono posizionati. È chiaro che un trentenne/quarantenne che occupa posizioni di potere in istituzioni conservative come consigli di amministrazione di società multinazionali, di aziende bancarie o partiti politici, non può essere un agente di cambiamento, perché la selezione, come ho accennato, è spietata. Un gruppo di potere funziona a lungo termine se le diverse personalità che ne fanno parte, pur con le debite differenze individuali, condividono un ventaglio di obiettivi e valori, e soprattutto un modus operandi comune. Le personalità “aliene” a un certo cinismo, ai giochi di potere, alle dinamiche di divisione del potere, o si autoescludono, se non sono ingenue, o vengono escluse ai primi passaggi della filiera. È alquanto improbabile che un giovane che vuole fare politica attiva con ideali positivi e poca voglia di compromessi possa fare strada. Può riuscire a diventare consigliere comunale una volta, poi resta isolato se non si conforma alle prassi dominanti. E chi resta isolato o ferma il proprio percorso e molla, o capisce che è meglio conformarsi alla prassi condivisa, a un certo alfabeto.  Chi non è ancora diventato cinico, forse, più che i trentenni, sono gli adolescenti. Che tuttavia vertono, a parte pochi casi, in uno stato di abbandono e di vuoto culturale spaventoso. Al punto che c’è da chiedersi: ma la vera salvezza è nel conformarsi? È nel cedere al cinismo più aggressivo e pervasivo? O è nella piena coscienza di sé e del peso delle proprie scelte? Io opterei ancora per la seconda possibilità. Ma è difficile, molto difficile in questo contesto.

Maria Rosaria Chirulli

Partire non è come morire: intervista a Giancarlo Liviano d’Arcangelo/1

Questo è il tempo in cui le promesse, sia quelle che riguardano la vita sia quelle che riguardano l’aldilà,  non sono più credibili; è il tempo che non ha posto per le velleità e neppure per le pacate speranze. Sembra un tempo immobile, impenetrabile come la superficie delle cose. Eppure è proprio in tempi come questi che si avverte il bisogno di un puntello, di un argano che ci sollevi e ci permetta di tornare a concepire per Martina Franca e per l’Italia intera una visione, con quel distacco sereno e necessario nel valutare gli errori che in passato sono stati commessi, le dinamiche dalle quali tali errori erano scaturiti, le riflessioni utili per costruire un futuro credibile. Martina Franca, come tutta l’Italia, sta invecchiando, sta perdendo i propri figli che trovano altrove lo spazio adeguato per affermarsi, per coltivare i propri talenti, per offrire il proprio contributo nel settore di competenza. Questa settimana abbiamo raggiunto Giancarlo Liviano D’Arcangelo, autore tra l’altro del reportage narrativo Le ceneri di Mike, un giovane martinese che ha compiuto la scelta difficile della letteratura dell’impegno e dell’informazione politically correct. Gli abbiamo chiesto di raccontarci di sé, della sua esperienza e di esprimere la propria visione anche in rapporto a Martina Franca.

Hai lasciato Martina Franca nel 1995. Perché? Scelta volontaria o obbligata?

Ho lasciato Martina nel 1995, per motivi di studio. Devo ammettere che è come se avessi sempre saputo che sarei partito per andare all’università lontano. Era un’esperienza di vita che entrambi i miei genitori avevano fatto nella loro giovinezza e a noi figli ne hanno sempre parlato con trasporto e devozione. Per cui, in un certo senso, non ho dovuto fare altro che aspettare il mio turno. Più che della partenza da Martina, che io non vedo affatto come un momento tragico per un ragazzo, mi concentrerei sull’eventualità del ritorno. È assolutamente vero, infatti, che un’esperienza di qualche anno fuori dal proprio ambiente di riferimento, lontano dai gruppi che tendono a inquadrare in un ruolo preciso e immutabile, e anche dalla famiglia che funge spesso da ammortizzatore della propria diversità, aiuti a migliorare la conoscenza di sé stessi. Ecco perché i ritorni stabili sono difficili. In genere si torna cambiati, e come sempre quando si cambia, insofferenti a ricordare come si era prima del cambiamento. Poi indubbiamente esiste una componente che definirei “romanzesca”. Un ragazzo che parte da un paese come Martina, grande ma pur sempre periferico, compie il classico viaggio dell’eroe archetipico di ogni romanzo di formazione. Affronta peripezie e avventure, e apertosi all’ampiezza massima di un mondo che prima gli sembrava limitato, reagisce in due modi possibili. Sfidando quell’ampiezza, e provando a ritagliarsi lì il proprio spazio, o rinculando come il calcio di un fucile dopo lo sparo, cioè rifiutando il “nuovo” troppo grande e spaventevole, per rifugiarsi in ciò che conosce da sempre.

Quali sono i tuoi campi d’azione e d’impegno?

Il mio percorso, almeno nelle intenzioni, è quello dello scrittore che qualcuno definirebbe “impegnato”. Ma se dal dopoguerra in poi queste definizione annetteva tutti gli scrittori che in qualche modo applicavano alla realtà una chiave di lettura marxista, e quindi trovavano una certa collocazione in area del Partito Comunista e potevano integrarsi e avere un pubblico di riferimento, oggi credo che uno scrittore impegnato sia colui che non si limita a creare opere di pura evasione, di puro intrattenimento, ma colui che attraverso il proprio lavoro restituisca in modo problematico il grado di difficoltà a cui è giunta oggi la realtà. In pratica, nient’altro che quello che hanno fatto sempre gli scrittori da quando esiste la letteratura. Ai nostri giorni, invece, questa diviene una distinzione importantissima, perché se fino a qualche decennio fa esistevano pochissimi scrittori d’intrattenimento, oggi la proporzione è cambiata. Gli scrittori complessi, che hanno una visione e realmente qualcosa da dire sono pochissimi, e migliaia sono invece gli autori di romanzi in serie, puri prodotti commerciali come scatole di cereali, in cui la visione del mondo è sempre convenzionale. Quelli che Nabokov chiamava“gli ornatori del luogo comune”.

Da Roma tu torni periodicamente a Martina Franca: quali impressioni, sensazioni ne ricavi? Ti senti uno sradicato o mantieni i contatti con i tuoi coetanei che qui sono rimasti?

Con Martina ho mantenuto un legame molto forte, è stata la patria della mia infanzia e della mia adolescenza, un periodo chiave nella vita di uno scrittore, un uomo cioè che tende compulsivamente a mettere in competizione i propri ricordi con il proprio presente illudendosi di poterne ricavare un percorso per il futuro. A Martina, inoltre, ho gran parte della famiglia e moltissimi amici, e d’estate appena posso mi fiondo in campagna. Il clima della collina, la qualità della luce, la purezza cristallina del cielo e l’intensità di alcuni tramonti che si evolvono bruciando ogni tonalità di rosso, sono momenti di salvezza, abluzione e riconciliazione.

Quali sono a tuo avviso le”urgenze” necessarie per Martina Franca? Quale percezione hai dei giovani che a Martina Franca si muovono e agiscono?

Io credo che Martina, come grandissima parte del Sud Italia, abbia in primo luogo bisogno di una classe politica completamente rinnovata, nell’anima e nel cuore. Purtroppo, e non può che essere così, anche a Martina si registra una tendenza tipica ormai di tutta la nazione. L’amministrazione della “cosa pubblica” è il luogo che riunisce, come la carta moschicida per gli insetti, tutte le peggiori personalità di un territorio, le più avide, le più truffaldine e le più affamate di potere, per il semplice motivo che in quell’aria è più semplice avvicinarsi a grosse quantità di denaro senza che gli sprechi, i furti, o gli illeciti siano facilmente bloccati. Ci sono purtroppo pochissime eccezioni, che tuttavia si smorzano o perdono il proprio entusiasmo appena si avvicinano alla realtà della politica, perché si accorgono che il prezzo di non conformarsi a certe prassi, a certe gerarchie, è il rimanere esclusi. Anche per questo i giovani tendono ad andar via da Martina. La cattiva amministrazione, le poche occasioni di dedicarsi alla vita culturale vera, fungono da meritocrazia al contrario. E in qualche modo, le personalità più pure, le meno votate al compromesso, o quelle che non riescono ad abituarsi al vuoto, devono emigrare.

Maria Rosaria Chirulli

Domani, su www.puglialibre.it, la seconda parte di questa intervista a Giancarlo Liviano d’Arcangelo.

Intervista a Elisabetta Liguori

Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Elisabetta Liguori, dopo la recensione pubblicata ieri su www.puglialibre.it:

Una dimensione fondante della Felicità del testimone è quella delle criticità famigliari; quanto lavorare presso il Tribunale dei Minori ha influenzato il suo sguardo?

Si dice che ogni autore scriva sempre e comunque del proprio demone, qualunque romanzo pubblichi. Bene, se è così, allora il mio demone è la famiglia. Lo è sempre stato, per esperienza, per attitudine e per lavoro. Famiglia sì, ma anche le altre relazioni umane in senso più ampio. La coppia, i legami di sangue, le dinamiche amicali. Questo mio ultimo romanzo tratta anche di questo, infatti. Altro non è che la storia di un incontro tra una donna e una bambina. Dunque tra due mondi. Quello di una famiglia disastrata, chiusa nella sua claustrofobica provincia, con quello di una ultra quarantenne alle prese con un lavoro difficile, una madre anziana, un compagno orso, una cagna inquieta e pochi altri amici fidati. Questo incontro è incardinato all’interno di una vicenda giudiziaria con tanto di omicidio, testimone oculare, indagini processuali, ombre e paesi in rivolta. Si tratta, peraltro, di una vicenda ispirata ad un caso autentico che insanguinò il Salento qualche anno fa. È dunque evidente: la prospettiva con la quale sono solita guardare certe dinamiche è quella appresa lavorando come cancelliere. La mia è una testa giuridica: mi servo degli schemi propri del mondo del diritto e il tribunale nel tempo si sta trasformando in un serbatoio infinito di storie alle quali attingere. Il Tribunale per i minorenni, in particolare, è la sede ideale. Qui si studiano e si tutelano i diritti fondamentali di ogni individuo, il nascere e l’evolvere dei primi desideri. Deve essere anche un po’ per questo che mi piace tanto metterli in relazione l’uno con l’altro, misurare la distanza tra un desiderio che nasce e la sua realizzazione successiva, attraverso le variazioni psichiche che tale percorso provoca nell’uomo. E inscenare, dove possibile, evoluzioni letterarie, ipotesi alternative, a partire da storie reali (e desideri reali).

Sempre con Manni ha partecipato alle antologie Mordi & fuggi e Sangu, insieme a numerosi scrittori meridionali e in particolare pugliesi; secondo lei cosa ha portato a una tale vitalità creativa nelle nostre contrade?

La colpa è dei muretti a secco. Ho sviluppato una mia teoria a riguardo. Quel cumulo ragionato di pietre di diversa dimensione che circoscrive le nostre province ben ci rappresenta come popolo. Un popolo ingegnoso, ma di pochi mezzi, che conosce i propri limiti ma sente fortissima la necessità di dar voce alla propria identità. Di reagire al silenzio, anche attraverso l’arte. Quei muretti sono la nostra fortuna e la nostra croce. Ipnotici e imperfetti, uniscono fatica e bellezza, fragilità e forza, vincoli e stimoli, desideri e tormento. Tra loro uguali, eppure diversi. Costruiti con grande perizia si reggono su antiche alchimie, senza nessun collante che non sia l’estro artigianale, tramandato nei secoli e rinnovato nella contemporaneità. Sembrano il frutto semplice di un gesto casuale, ma invece richiedono un lavoro paziente, quanto caparbio. Anche la creatività a Sud è così: espressione simultanea sia del bisogno di reazione che di quello della conservazione. Protesta e vessillo. È facile perdersi inseguendo muretti a secco: le pietre sfarinano, si frangono, si consumano, eppure resistono. A guardarli ti confondono, ti imprigionano, ti contagiano. Quelle pietre, ciascuna nella sua diversa forma, piccole o grandi, leggere o di peso, aguzze o arrotondate, si nutrono della loro stessa molteplicità. Come strumenti diversi, suonano la stessa musica, ciascuno a suo modo. Il rischio è però l’isolamento. Quei muri sono unici, infatti, sempre identificabili, bellissimi da guardare, ma a volte destinati a restare invalicabili, fin troppo lontani dal resto della geografia comune.

Giovanni Turi

Intervista a Flavia Piccinni

Dal momento che attraversa tutto il romanzo, da cosa nasce la passione della protagonista dello Sbaglio per gli scacchi? È condivisa anche dall’autrice? Cosa rappresenta in realtà questo gioco?

Io ho giocato a livello agonistico per tanti anni, e volevo raccontare gli scacchi sotto un’ottica diversa. Demolire la classica associazione con la shoah, così come l’immagine fredda e chiusa che spesso si ha del gioco. Gli scacchi sono una perfetta metafora della vita, ma anche un modo per decifrare nei dettagli la realtà. Sono un mondo dentro cui perdersi. Un mondo pericoloso, dove il confine fra passione e ossessione – come spesso accade con tutti i grandi amori – è molto labile.

Dominante è il tema dell’ipocrisia nei rapporti umani, dell’ambiguità dei sentimenti. Ritieni che sia una condizione della natura umana o che sia stata esasperata dalla contemporaneità? Cosa è successo nella famiglia italiana?

Credo che ormai la famiglia italiana non esista più. È stata smembrata, nei valori e nelle priorità. Il risultato, come la protagonista del romanzo Caterina proverà sulla sua pelle, è un vuoto simulacro. È certamente banale dire che l’ipocrisia e l’egoismo sono connaturati da sempre nell’uomo e che la società moderna ne aggravi il lato meschino e bastardo, ma è così. E, forse, non è neppure così tremendo come ci piace dire.

Taranto si materializza nostalgicamente in controluce nella figura della nonna materna, ma quasi tutta l’opera è ambientata a Lucca. Quanto sono distinte tra loro le anime di queste due città e quanto ti appartengono?

Sono nata e cresciuta a Taranto, mentre a Lucca ho trascorso la mia adolescenza. Se una è la città delle mie radici, l’altra conserva i luoghi e i ricordi del liceo, delle prime amicizie e dei miei primi racconti. Si tratta, ovviamente, di due città diverse come solo una città del Centro-Nord e una del Sud possono essere. Tanto Taranto è aperta e solare, pur nei suoi infiniti problemi come quelli legati all’inquinamento dell’Ilva e all’infinita sequenza di morti bianche legati all’acciaieria, quanto Lucca è prigioniera di un’anima nobile, con le sue mura protettrici e castranti, con le sue strade buie e il suo estremo provincialismo. Sono due universi paralleli, e proprio per questo ho scelto di raccontarle entrambe: due province italiane distanti anni luce, eppure immerse in egual misura in quel gretto perbenismo ipocrita tutto nostrano.

«Le sconfitte fanno parte dei tornei, dissuadono i giocatori ottusi e fanno andare avanti solo i più talentuosi e determinati». Vale anche nell’editoria, no? Quanto talento e quanta determinazione ti sono occorsi per approdare così giovane alla Rizzoli?

Non è pubblicare con Rizzoli, il traguardo. Almeno non lo è, e non lo è mai stato, per me. Il traguardo credo che sia scrivere una cosa che rappresenti me e le mie idee, il mio punto di vista sul mondo in tutto e per tutto. Scrivere è giustamente doloroso e faticoso, è una ricerca continua e interminabile che niente ha a che vedere con il riconoscimento, credo spropositato, che si dà alla casa editrice creando una classifica con editori di serie A e serie B. Il vero problema della nostra gerontocratica e poco meritocratica Italia è proprio questo: guardare ai giovani, soprattutto se scrittori, in base alla loro età leggendo più che le loro parole, le loro biografie. Ovviamente il risultato che si raggiunge diventa deviato, insincero, ipocrita. Credo che un libro vada letto e apprezzato per il suo valore o per il suo non-valore, e che giustificare il proprio parere in base ai dati biografici dell’autore sia sbagliato. Detto questo, non ho il miraggio del grande editore. Sono felice che Rizzoli abbia creduto in me e nel libro, ma non credo affatto che sia un punto di arrivo. Per arrivare a Rizzoli credo mi siano stati necessari lo stesso talento e determinazione che servono a un trentenne, un quarantenne, un cinquantenne. Uomo o donna. Né più, né meno.

La tua grande padronanza stilistica lascia intuire un ricco sostrato di letture: quali i tuoi autori di riferimento? Tra i tanti scrittori pugliesi emergenti come te, su chi punteresti?

Ercole Patti e Irene Brin sono sicuramente i miei due scrittori preferiti. Fra gli emergenti punterei su Giancarlo Liviano D’Arcangelo, mentre tanti altri degli scrittori pugliesi che amo leggere di più, come Mario Desiati, Nicola Lagioia e Omar di Monopoli, ormai non sono più emergenti da tempo.

Giovanni Turi

Intervista a Maurizio Cotrona

Chiediamo innanzitutto a Maurizio Cotrona cosa gli abbia ispirato i contorni del suo originale protagonista… Si può dunque essere egoisti mentre ci si sforza di non esserlo?

Ho cominciato a lavorare sul romanzo con la sincera intenzione di costruire una voce positiva, ottimista, per rompere con una tradizione recente della letteratura italiana fatta di personaggi maledetti o falliti o scettici. Ho scoperto che Giordano diventava egoista mentre scrivevo, pagina per pagina.

Credo che l’egoismo più pericoloso sia proprio quello inconsapevole e consiste, essenzialmente, nella negazione della propria parte di responsabilità in ciò che di bene o di male esiste al mondo. Si può diventare egoisti attraverso l’indignazione: il mondo fa schifo e allora cerco di proteggere il mio recinto dalle minacce che vedo attorno, ovunque. Oppure attraverso l’evasione: il mio Paese è bello, le cose vanno abbastanza bene e allora posso dedicarmi a cuor leggero ai miei svaghi preferiti. Al pessimista bisogna rimproverare l’incapacità di incidere sul reale perché non ama ciò che biasima, all’ottimista bisogna fare la stessa critica perché non vede i problemi. Due atteggiamenti che conducono al medesimo esito: nessun cambiamento. «Occorre covare lo stupore, ma anche l’orrore», scrivo in Malafede. Occorre l’atteggiamento dell’innamorato che, proprio perché ama la sua terra, ne vede i frutti come le vergogne. E le combatte.

Ogni volta che Giordano si affaccia ai siti d’informazione, deve riconoscere: «La percussione delle notizie mi mette davanti agli occhi una parata di vittime». Quanto dipende dalla realtà odierna e quanto dall’accanimento dei mass media sugli aspetti scabrosi dell’esistenza? Le problematiche attuali influiscono inevitabilmente sulla vita dei singoli?

I giornali, per loro natura, si nutrono di eccezioni. Un evento qualsiasi non sarebbe una notizia se non rappresentasse una “novità” rispetto a qualche tipo di normalità. I media fanno il proprio mestiere, poi sta all’intelligenza di ciascuno capire che le notizie non rappresentano per intero i “fenomeni”. Per citare un esempio che si ritrova nel romanzo: se io leggo in prima pagina che è morto un neonato in un ospedale di Avellino e ne deduco che la sanità italiana è un colabrodo, faccio un operazione superficiale. La verità è che in Italia abbiamo delle statistiche sulla mortalità natale da fare invidia alla Svezia. Le statistiche non mitigano la tragicità dell’esperienza. Ma è vero anche il contrario, la tragicità dell’esperienza non mitiga il valore delle statistiche.

«Provate a immaginare un posto terribile qualsiasi: a Taranto è peggio –, e le colpe sono di chiunque non sia presente nel momento in cui state ascoltando il racconto». Cosa condividi delle considerazioni riguardo alla tua città di origine espresse in Malafede?

Ho scritto il libro proprio per stigmatizzare una mentalità del genere. Ragionare in termini di “meglio” o “peggio” è arbitrario e superfluo. A Taranto, come in qualsiasi altro posto del mondo, esiste uno spazio di possibilità. Grande o piccolo che sia, uno spazio di possibilità esiste. L’importante, mi pare, è che chi ama la città utilizzi questo spazio con concretezza, fantasia, entusiasmo. Senza paura di entrare dentro i luoghi del potere e resistendo alla tentazione dello scetticismo, che suggerisce l’inutilità di qualsiasi tipo di sforzo.

Sono tantissimi i giovani scrittori pugliesi di grande valore: cosa ha portato a questa fioritura di talenti? Possibile che quasi tutti debbano cercare altrove la propria realizzazione professionale?

Parlo per Taranto. Taranto è una città che non sta zitta. Spesso è costretta a parlare di dolore e di tradimenti, a volte parla di luce e di coraggio. Ma parla. Noi scrittori rispondiamo a questa voce. Credo.

È vero che molti “talenti” – come dici tu – hanno trovato spazio lontano dalla nostra regione. In Puglia ci sono molti piccoli editori coraggiosi, quello che manca è un editore di narrativa sufficientemente robusto, capace di prendere questa ricchezza e portarla con forza nelle librerie italiane. Qualcuno che faccia quello che riesce a Laterza per la saggistica.

Giovanni Turi

Intervista a Franco e Antonella Caprio

Con il romanzo Il segreto del gelso bianco (Besa Editrice) Antonella e Franco Caprio si sono aggiudicati il Premio LibriaMola 2010, il riconoscimento speciale dello staff di PugliaLibre come miglior romanzo pubblicato in Puglia lo scorso anno, infine, il secondo posto al Premio Letterario Via Po di Torino, giungendo dinanzi a concorrenti come Alessandro Defilippi, Alain Elkann, Massimo Gramellini, Enrico Remmert!

Sul loro bel testo noi di PugliaLibre ci siamo già soffermati, tra i primi, nel post del 24 febbraio 2010 quando era ancora una piacevole sorpresa dagli esiti incerti. Proviamo ora a scoprire con gli autori le chiavi del loro successo.

I romanzi pubblicati ogni anno sono tantissimi; oltre alla qualità stilistica e narrativa della vostra opera, cosa vi ha consentito di distinguervi tra gli altri esordienti e di raggiungere questi traguardi?

Antonella: l’aver narrato una storia vera e l’aver usato un linguaggio popolare e familiare altrettanto autentico e forte ha sicuramente colpito sia i lettori sia gli addetti ai lavori. La ricorrenza, poi, della celebrazione del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia ha risvegliato il bisogno di rispolverare la memoria del nostro passato, per far sì che essa possa costituire un seme per il nostro futuro, e Il segreto del gelso bianco è stato individuato anche come romanzo storico che fa onore ai tanti italiani del popolo che hanno “fatto” la storia d’Italia.

I premi e i riconoscimenti che il romanzo si è accreditato sicuramente non sono per noi un traguardo ma un punto di partenza…

Franco: ritengo che il riscontro ricevuto dal romanzo sia da attribuirsi essenzialmente all’abbinamento di un prosa semplice ma non banale e di un racconto che riesce ad avvincere senza trascurare i contenuti, mescolando dramma ad ironia, in modo da poter essere apprezzato dai lettori più smaliziati come da quelli occasionali. E poi la scelta di abbinare un lirismo descrittivo ad un linguaggio diretto dalla sintassi dialettale, che rende più vivi e veritieri i personaggi e consente una immersione totale del lettore nel mondo che descriviamo.

Sicuramente vi hanno aiutato a farvi conoscere presso il pubblico dei lettori anche le tante presentazioni a cui avete preso parte. Volete raccontarcene una particolarmente riuscita e, magari, anche una disastrosa?

Antonella: sono molte quelle riuscite e indicarne una sarebbe fare involontariamente un torto alle altre, possiamo solo ringraziare i vari Presidi del Libro, le librerie, i circoli culturali (es. Pro-loco o Università della Terza Età) e gli istituti scolastici che ci hanno cordialmente accolto, diffondendo il romanzo in Puglia e in Piemonte.

Franco: a me non rimane che descrivere una presentazione poco riuscita in quanto chi doveva preoccuparsi di diffondere la notizia dell’evento (e precisamente il gestore di un lido balneare che aveva accettato di rientrare nel progetto “Spiagge d’Autore”, promosso dalla Regione Puglia e Confcommercio Puglia) ha pensato bene di lasciare usare ai suoi utenti la mazzetta degli inviti come zeppa per la gamba del bigliardino… quando si dice che: “in Italia la cultura sostiene il peso dello sport!”.

Come vi siete sentiti a concorrere con gli altri prestigiosi candidati del Premio Letterario Via Po? Pensate che l’ambientazione prevalentemente rurale e pugliese del romanzo via abbia penalizzato?

Antonella: non penso affatto che il romanzo sia stato penalizzato, anzi… arrivare secondi classificati ad un premio aristocratico, elitario e fortemente selettivo come appunto il Premio “Via Po” di Torino ed aver battuto i più blasonati e amati scrittori locali come Gramellini ed Elkann, significa aver presentato un romanzo che ha sconvolto i selezionatori (Margherita Oggero, Piero Soria, Sergio Pent) e gli oltre settanta giurati. Un romanzo che ha sicuramente rotto un po’ gli schemi e forse anche per questo è stato molto apprezzato.

Franco: visto il risultato riteniamo di no! Anche perché la realtà rurale pugliese che descriviamo è per certi versi assimilabile a quella di ogni regione italiana e quindi anche a quella del Nord e del Piemonte in particolare. Comunque considerando che il premio intende valorizzare la piemontesità e che nel nostro romanzo la città di Torino, che pure amiamo avendoci dato i natali, è vista con gli occhi di un emigrante che vi giunge nei primi anni ’60 e ne percepisce il grigiore, potrebbe pur essere che la cosa abbia avuto una minima incidenza.

Ormai in tanti attendono la vostra seconda prova narrativa: sarà ancora un romanzo a quattro mani? Ci concedete qualche anticipazione?

Antonella: si! Sarà ancora un romanzo a quattro mani, ispirato anche questa volta a fatti realmente accaduti. Ora ci stiamo lavorando ma il “grosso” del lavoro è svolto: c’è la trama, ci sono i personaggi, c’è il messaggio sociale, poiché con la prossima opera affronteremo un tema sociale importante: l’educazione. Di più non possiamo svelare.

Franco: Del prossimo romanzo in realtà una prima bozza l’abbiamo già stesa, ma occorre ancora un lungo lavoro di revisione. Non possiamo anticipare né il titolo né la trama, ma possiamo dire che si tratta di una storia attuale che si svolge in una scuola primaria di Torino. Ciò che possiamo anticipare è solo il sottotitolo: “cinico ritratto di scuola”.

Giovanni Turi