Category Archives: Monografia

“Alboràn”: intervista a Emiliano Poddi

Emiliano Poddi, nato a Brindisi nel 1975, è stato tra i candidati al Premio Strega 2008 con il romanzo d’esordio: Tre volte invano (Instar Libri); c’era dunque una legittima aspettativa riguardo alla sua seconda prova letteraria, e non è stata tradita.

Quella di Alborán (Instar Libri, pp. 194, euro 13,50) è una storia delicata, intessuta di suoni e di silenzi: il protagonista è un autore radiofonico che, dopo aver perso il nonno da bambino, non ha saputo evitare di chiudersi in se stesso, timoroso che tutti gli affetti siano destinati a dissolversi troppo presto. La sua fragilità e la sua incertezza hanno finito per compromettere anche la relazione con Stefania: «aveva di continuo la sensazione che io tendessi a scapparle via, verso un luogo che nessun altro poteva raggiungere, e chissà se io stesso c’ero mai arrivato»; ma questa volta Luca è disposto a rischiare… Durante l’ultima puntata del suo programma, Space Bottle, ripercorre il recente passato e si prepara a giocare il tutto per tutto; al suo fianco l’anziano tecnico del suono Ezio, l’unico che abbia saputo colmare parte del vuoto pneumatico che lo circonda – l’unico se non si tiene conto, ovviamente, di Bruce Springsteen, la cui voce roca sa strappare Luca dalla paura e talvolta inaspettatamente indicargli la via.

Il suo è un romanzo sentimentale senza essere lezioso, ironico senza rinunciare alla profondità, nostalgico e insieme attuale: come e quanto si è applicato per ottenere un tale equilibrio strutturale ed espressivo?

Ho cercato di ispirarmi alla radio, che a proposito di equilibrio è un luogo piuttosto interessante. In uno studio di emissione ci sono i doppi vetri, la moquette, le luci soffuse e le pareti insonorizzate; ma questo ambiente ovattato è concepito allo scopo di inviare nell’etere un segnale forte e chiaro, come si dice. Trovo che i nostri ricordi più preziosi abbiano qualcosa di radiofonico: sono intimi e al tempo stesso orientati verso gli altri, nel senso che spesso ci viene voglia di raccontarli. Quanto alla possibilità di essere nostalgici e insieme attuali, un grande narratore del secolo scorso ha sistemato la questione una volta per tutte. La tradizione, ha detto Eduardo De Filippo, è la vita che continua.

I personaggi intorno a cui ruota Alborán sono solo quattro: Luca e il nonno, Stefania ed Enzo, e questi ultimi vivono soprattutto nelle pause del narrato. Come mai questa scelta ‘minimalista’?

In effetti me lo sono chiesto, tanto più che anche nel primo romanzo non è che ci fosse una gran folla di personaggi. La risposta che mi sono dato – provvisoria come la maggior parte delle risposte – è che i romanzi somigliano ai loro autori molto più di quanto essi siano disposti ad ammettere. Non è solo una questione di autobiografismo. Voglio dire che certamente Tre volte invano e Alborán mi somigliano perché ci sono finiti dentro alcuni pezzi della mia storia personale; ma forse mi somigliano ancora di più per questa evidente rarefazione di personaggi. Insomma, tanto per esser chiari: a un certo punto mi sono accorto che a me piace avere a che fare con pochi personaggi alla volta non solo quando scrivo…

Il successo di Tre volte invano ha rappresentato uno stimolo o un fardello? A cosa sta lavorando adesso?

Intanto si è trattato di un piccolo successo, non tale da generare aspettative enormi. Però è stato un esordio positivo, e questo ha agito in me sia da stimolo sia da fattore ansiogeno. Ma non sono sicuro che tra le due cose ci sia una grande differenza. Un mio mito – nonché amico, nonché personaggio di Tre volte invano –, l’ex campione di basket Roberto Cordella mi ha raccontato che prima di ogni partita gli è sempre venuto il mal di pancia. Ed era un buon segno, perché quando scendeva in campo troppo tranquillo, senza la stretta dell’emozione nello stomaco, be’, quella era la volta che giocava male. In altre parole, bisognerebbe trasformare l’ansia da prestazione in energia positiva. Io ci ho provato.

L’ultima cosa che ho scritto è un monologo teatrale che andrà in scena il 15 aprile al Teatro Verdi di Brindisi. Si intitola Revolution, parla degli anni ’60 visti da una piccola città del Sud – Brindisi, appunto. Si racconta dei Beatles, della corsa allo spazio e dell’arrivo della fabbrica. Sarà interpretato e diretto da una bravissima attrice, Sara Bevilacqua, anche lei brindisina. Come brindisini sono i due musicisti che la accompagneranno sul palco cantando le canzoni dei Fab Four.

Alcune delle pagine più suggestive di Alborán sono ambientate nel Gargano, a Mattinata: qual è il suo legame con la Puglia? Conta di tornarci stabilmente, prima o poi?

È un legame stretto, ma per ora solo narrativo, per così dire. La Puglia è l’ambientazione della maggior parte delle cose che mi capita di scrivere: e questo, per adesso, è il mio modo di tornarci. Mattinata è una questione a parte. Ci sono stato una volta sola molti anni fa, in una giornata di vento fortissimo e di mare in burrasca. Mentre ero in spiaggia mi sono ricordato di una poesia di Orazio che avevo studiato all’università: la Ballata di Archita. Parla proprio di quella spiaggia, del vento e del mare in tempesta. È stata un’esperienza curiosa: la forza dello spettacolo che avevo davanti sommata alla forza delle parole di Orazio. In più, come racconto nel romanzo, mi piaceva l’idea che Orazio avesse potuto scrivere una ballata, come Bruce Springsteen, il quinto “personaggio” di Alborán.

Giovanni Turi

“Vicolo dell’acciaio”: intervista a Cosimo Argentina

Con Vicolo dell’acciaio (Fandango libri, pp. 264, euro 15) Cosimo Argentina dà prova definitiva, qualora ve ne fosse ancora bisogno, della sua piena maturità narrativa: è un romanzo crudo e disilluso, in cui c’è un senso d’attesa gravoso e disperato; si tratta di un’opera impastata, come il linguaggio impiegato, di vita concreta e quindi scostumata e sorprendente.

Mino Palata è il figlio del Generale, un operaio dell’Italsider di Taranto, un prima linea il cui destino tragico pare ineluttabile. Mino studia legge, per lo meno ci prova, ma le sue vocazioni sono altre: osservare il microcosmo di via Calabria, ad esempio, «dove il novanta per cento delle famiglie ha il capo che se la spassa nel siderurgico»; oppure trasformare in scrittura quelle angosce che solo la bella Isa sembra saper sedare. Ma il demone che gli si agita dentro non è che il riverbero della realtà e incombe su tutti, nonostante le strategie che ciascuno adotta (come l’abnegazione famigliare della madre, o la tacita determinazione del Generale, o il viscido cinismo di Dòminik).

«Perché, onesto, noi siamo davvero per gli dèi come mosche pe’ l’ panarijedde… ci schiacciano così, giusto per passare il tempo. La loro non è crudeltà, è solo una realtà posta su una dimensione differente, perciò…». E talvolta ad assumere le sembianza di una divinità, o meglio di un mostro mitologico, è proprio il siderurgico, che «non dorme mai e si beve le anime e i cristiani»; ovvio allora che Mino e sua madre siano devoti al capofamiglia, un eroe che ogni giorno scende sul campo di battaglia, entra nelle viscere del mostro senza alcuna garanzia di farvi ritorno ed «è grato agli arrivati che gli somministrano lo stipendio… il salario è tutto».

C’è una forte continuità nella sua produzione letteraria, ad esempio è quasi costante la centralità del capoluogo ionico: sono solo le ragioni biografiche a renderlo il suo scenario prediletto? È una coincidenza che il padre del narratore si chiami Camillo come il protagonista di Cuore di cuoio?

Non preordinata, ma alla fine credo di aver scritto una sorta di quadrilogia tarantina dove Il cadetto è stato il romanzo della scoperta, Cuore di cuoio quello dei sogni, Maschio adulto solitario quello degli incubi e Vicolo dell’acciaio quello del dolore. Per un po’ mi allontanerò da questa lingua e da queste tematiche… ma siccome a volte ritornano…

Oltre al numero dei caduti (troppi in entrambi i casi), cosa le ha ispirato il parallelismo tra il lavoro nel siderurgico e la guerra? Davvero non c’è risposta plausibile al ricatto occupazionale e a sollevare i problemi ambientali sono solo ideologi, ecodoppler e adepti annoiati?

Sono sensazioni forti, indimenticabili. La letteratura di guerra resta la migliore in assoluto e noi narratori di oggi siamo – per fortuna – tutti un po’ orfani degli eventi bellici del secolo scorso. Ma in effetti il parallelo si può allungare a molte vicende umane. È la lotta per la sopravvivenza, per il pane e il dominio… se vogliamo sempre la stessa solfa. Quanto al ricatto occupazionale e all’ambiente io ho scritto di quelli avvinti alla catena. Gli altri facciano i passi che devono fare, ma un prima linea spingerà carrelli di ghisa ancora per molto.

Nella bella intervista rilasciata a Fahrenheit su Radio 3 ha confidato di aver scritto Vicolo dell’acciaio ben prima della pubblicazione del fortunato romanzo della Avallone, Acciaio; quali le vicende editoriali che ne hanno ritardato l’uscita?

Andrebbero chieste alla Fandango. Forse erano usciti con Foschini e non volevano pubblicare un altro libro sull’ILVA così a breve. Comunque il mio e quello della Avallone sono libri talmente diversi che non si pesteranno mai i piedi.

La sua ricerca linguistica si accosta sempre più a un gergo italo-dialettale dalla forte carica espressiva e realistica: non teme di essere tacciato di provincialismo o di risultare ostico a chi non ha alcuna confidenza con il tarantino?

Sì, lo temo, ma mi disinteresso della questione. Ognuno cerca il proprio linguaggio e il mio, sotto certi versi, è questo. Lascerò per strada lettori? Può darsi. Io però amo anche le sfide e in futuro tenterò altri linguaggi cercando di fare le cose al meglio delle mie possibilità.

«E poi mi lascio andare su un foglio di carta dove narro una storia, una distorsione, un semplice schizzo d’inchiostro che possa trasformarsi in una via di salvezza». Anche per lei, come per Mino, la scrittura ha una valenza catartica?

Sì, senza dubbio. Scrivo perché mi viene facile, so fare solo quello, e poi perché in questo modo tengo a bada le creature oscure che mi trascino nel fondo dell’anima da 47 anni.

Giovanni Turi

Intervista a Rossano Astremo

Rossano Astremo, scrittore pugliese (di Grottaglie), seguendo un copione ricorrente per le penne pugliesi, risiede a Roma. Dalla capitale ha scritto, per Newton Compton, 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita, e il recente (giugno 2010) 101 storie sulla Puglia che non ti hanno mai raccontato (pp. 300, euro 14,90).

Il taglio dato a questo secondo testo per la collana Centouno è interessante: c’è Federico II immortalato da un paparazzo ante litteram, ci sono le pettole e la scapece gallipolina e prodigi di santi e folletti, ma c’è anche tanta letteratura, una insospettabile presenza di riviste e artisti provenienti dalla Puglia o qui approdati. «Il critone», «L’Albero», «L’esperienza poetica» sono alcune delle riviste culturali citate da Astremo, insieme all’esperienza futurista salentina di Vittorio Bodini e a quella di Girolamo Comi; c’è Alda Merini e c’è Arthur Miller in visita a Monte Sant’Angelo.

Da un testo che titolo e veste grafica suggeriscono di sfogliare, si hanno sorprese positive, e i numerosi spunti inducono all’approfondimento, avvallando la teoria di Manganelli per cui i testi sono larghi, tridimensionali, in espansione.

Abbiamo intervistato l’Autore per PugliaLibre.

La prima domanda, per rompere il ghiaccio: come hai scelto le storie e come ti sei documentato?

Per la scrittura delle 101 storie mi sono documentato leggendo molti testi di storia locale, facendo ricerche su Internet e raccogliendo storie raccontatemi da amici e parenti. Credo che ne sia venuto fuori un ritratto della Puglia desueta e, spero, originale.

Il criterio con cui hai ordinato le storie è cronologico: è stata la sistemazione che ti è venuta subito in mente, per il materiale raccolto? È stato difficile bilanciare la presenza delle varie province? Ti sarà venuto spontaneo attingere prevalentemente dal tarantino, tua zona di provenienza, oppure la “pugliesità” si è acuita con la lontananza dalla tua regione di nascita?

Il criterio cronologico mi è sembrato il più opportuno e il più immediato per immergersi in questo viaggio nel tempo. Per quanto riguarda la presenza di storie ambientate nelle varie province, in effetti il fatto di essere cresciuto in provincia di Taranto e di aver studiato e lavorato a Lecce per molti anni ha influenzato la scrittura del libro. Senza trascurare per questo Foggia, Bari e Brindisi. Almeno, spero che gli abitanti di queste province non ritengano questa predilezione per Taranto e Lecce una ragione sufficiente per disinteressarsi al libro.

Trattandosi di un testo divulgativo, ho trovato interessante che tu abbia dato molto spazio a scrittori, registi e artisti, a scapito di qualche nota di folklore in più, che sarebbe stata la scelta più ovvia: hai voluto valorizzare le eccellenze pugliesi svincolando la regione da stereotipi su cibo e castelli?

Sì, ci sono molti scrittori e artisti nel libro. Perché questo? Perché a differenza di altri temi, quale le prelibatezze della nostra cucina, le vicende biografiche di molti di loro non sono note al grande pubblico. Mi sembrava interessante avere la possibilità di parlare all’interno di un testo divulgativo, di larga distribuzione, di poeti quali Salvatore Toma e Claudia Ruggeri e di artisti come Norman Mommens e Patience Gray.

Molte delle storie partono dalla descrizione di un personaggio con numerosi fratelli e che ha dovuto abbandonare gli studi ma ha comunque seguito un percorso vincente: è una trama che rappresenta la storia di molti pugliesi, credi che ci sia maggior merito ad emergere in Puglia?

Credo che questa visione del riscatto sociale sia comune a molti pugliesi del passato e del presente. Non credo che ci sia maggior merito ad emergere in Puglia, però penso che nel raccontare la storia di alcune eccellenze pugliesi nate dal nulla si può intravedere la mentalità di molti uomini e donne della nostra terra.

Al di là delle storie del passato, raccogliendo quelle più recenti e soprattutto quelle relative a scrittori e poeti, quale bilancio puoi trarre sulla Puglia attuale? Anche tu sei un “emigrato”: è ancora una necessità per molti pugliesi?

Lo stato attuale della scrittura pugliese mi sembra buono. Citando titoli recenti, posso consigliare La battuta perfetta di Carlo D’Amicis e La legge di Fonzi di Omar Di Monopoli. C’è da dire che fare lo scrittore in Puglia è molto difficile. Non è un caso che alcune tra le penne migliori della nostra terra vivano fuori regione. Penso a Desiati, a Lagioia, a D’Amicis, tutti da anni stabilitisi a Roma. Anche Di Monopoli, che è un autore che stimo molto, è venuto da poco nella capitale. Perché questo? Perché nonostante l’impegno di Nichi Vendola, la nostra regione è una terra che offre davvero poco per le giovani generazioni. Emigrare non è necessario, ma molto spesso vitale se si vuole crescere sul piano professionale. Non so se lo stato delle cose cambierà. Quello che è vero è che non credo di tornare più a vivere nella mia terra, pur amandola immensamente e pur provando un’immensa nostalgia. Cerco, però, di sublimarla scrivendo questi libri sulla Puglia. Dopo 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita e 101 storie sulla Puglia che non ti hanno mai raccontato, il prossimo anno sarà la volta di un libro sul crimine in Puglia. Nella speranza che i lettori siano tanti come i due precedenti.

Grazie a PugliaLibre. Alla prossima!

Carlotta Susca

Intervista a Raffaello Mastrolonardo

Pubblicato nel 2008 dalla Besa Editrice, Lettera a Léontine è riuscito a suscitare l’attenzione di molti lettori e un intenso passaparola, sino a diventare un piccolo caso editoriale. Così, grazie anche all’intermediazione dell’Agenzia Letteraria di Loredana Rotundo, l’esordio narrativo di Raffaello Mastrolonardo è stato adesso riproposto dalle edizioni Tea in una nuova ed elegante veste grafica (pp. 316, euro 10).

Un’esistenza alla ricerca del bello e di se stessi quella del protagonista del romanzo, ed è tra queste due coordinate che si consuma la promessa d’amore tra lui e Léontine; la fascinosa e volitiva donna non potrà che minare la mendace armonia su cui poggia la quotidianità di Piergiorgio, medico affermato e padre premuroso, oltre che esteta narcisista, ammaliato dall’arte e dalla musica, dall’incanto della sua Puglia e dalla dolcezza dei ricordi. «Tu hai smosso un equilibrio che pigramente mi ero costruito, e la vita artificiosa, appagante, la tana del mio letargo emotivo, l’ho improvvisamente vista nella sua luce e dimensione reale».

Scrittura limpida, piana, quella di Mastrolonardo, che si accende di lirismo in alcuni brani (il Prologo in particolare), sino al drammatico e inatteso crescendo del finale, dove l’ingombrante voce dell’io narrante si fa meno sicura, e dunque più struggente e spontanea.

Si aspettava un tale successo della sua opera e cosa, secondo lei, lo ha decretato? Solo la brama d’amore e la sensibilità alla sofferenza dei lettori?

Sapevo d’aver scritto un bel romanzo, ma non m’aspettavo tanto successo. Le componenti sono molteplici: il candore narrativo, il fascino dell’amore, la complessità della trama, la molteplicità delle passioni, ma soprattutto la bellezza del linguaggio. Libeccio, uno dei protagonisti del romanzo che, come altri, esiste davvero mi ha detto: “Sai perché Léontine piace così tanto? Perché tu non l’hai scritto da autore, ma da lettore. Hai scritto il romanzo che avresti da sempre voluto leggere”. Ed ha ragione.

Oltre a quello per Léontine, Piergiorgio manifesta un intenso amore per la figlia, per l’arte, per la città di Bari e per la sua provincia: quanto vi è dei sentimenti dello stesso autore in queste emozioni?

Tutto. Non ho difficoltà ad ammettere l’autobiografismo nel mio romanzo. La storia d’amore fra Lea e Piergiorgio è frutto di fantasia. Tutto il resto è vissuto: De Nittis, la musica, l’amore per il mare, per Bari e per la Puglia, per mio padre, per le mie figlie,  le poesie, i luoghi. Tutto. Il lettore percepisce la sincerità e l’apprezza, percepisce la passione e la condivide.

È una storia d’amore, ma anche un romanzo d’analisi che sottolinea l’importanza di ripercorrere il proprio vissuto per riconoscersi e dell’uso terapeutico della scrittura. Il referente principale di ogni nostra azione siamo, dunque, sempre noi stessi?

Certamente. Stavo per dire “ovviamente”, ma di ovvio purtroppo non c’è nulla. È difficilissimo ripercorrere e soprattutto riflettere sul proprio vissuto, siamo spaventati dall’idea di farlo, dal timore di scoprire cose sgradite. Talvolta ci riusciamo, in questo la scrittura è assolutamente d’aiuto, ed ecco che nasce un romanzo come il mio. Il solito Libeccio, psichiatra, ha detto: “I sei mesi in cui hai scritto Léontine ti sono valsi più di dieci anni di terapia da me…” . Ed anche in questo ha ragione.

La trama fa pensare a Non ti muovere della Mazzantini: anche lì il protagonista è un medico sposato che si innamora di una donna non propriamente bella… Quali sono i suoi riferimenti letterari?

Tanti, troppi per poterli citare. Ho il mio scaffale dei “libri per la vita”, ma è una selezione limitativa ed ingiusta. La verità è che ci sono quarant’anni di letture incessanti, bulimiche, tutte sedimentate nell’anima, talvolta nascoste o apparentemente dimenticate. Ma sono tutte lì…

Giovanni Turi

Intervista a Cristina Zagaria

cristina-zagaria

Cristina Zagaria è una giornalista della redazione napoletana della Repubblica, ma le sue radici affondano nella bruna terra pugliese: i suoi genitori sono tarantini ed è nella città ionica che Cristina ha vissuto l’adolescenza, per poi laurearsi in Lettere presso l’Ateneo barese. Ha esordito nel 2006 con il romanzo Miserere (Flaccovio) e ora è già alla quarta pubblicazione con Perché no (PerdisaPop, pp. 118, euro 9).

La sua ultima opera, come la precedente (L’osso di Dio, Flaccovio), pone l’accento sul mondo criminale e sulla difficoltà di riscattarsi per chi ne diventa vittima o carnefice. Perché no racconta l’“iniziazione” di Daniele, un ragazzo assennato che per accidia si lascia convincere da Francesco a compiere una rapina: “tanto per la legge non siamo adulti” e poi, così, possono “entrare nel giro, quello dei più grandi”. Già, perché là dove si smarriscono il senso dell’infanzia e quello dei sogni conta diventare qualcuno, farsi rispettare e fatalmente l’obbiettivo sarà Adriana, che ha appena ritirato la pensione del padre, ed è stata la loro maestra; si illudeva di aver trasmesso dei valori, o quantomeno il suo amore, ma qui la vita non ammette debolezze, altrimenti subisci il “salasso”, diventi succube…

Un noir amaro e vivido nella caratterizzazione dei personaggi, non meno che nell’affresco dei quartieri degradati di Napoli; quanto ti è servita l’attività giornalistica nella resa plastica e minuziosa della realtà?

Tantissimo. In questo piccolo libro c’è tanto della mia esperienza “da cronista” a Napoli e, soprattutto, nel periodo in cui ho scritto “Perché no”, tutte le mattine andavo a fare una lunga passeggiata nel quartiere Sanità, fermandomi a parlare con la gente. Volevo immergermi nel quartiere di Daniele e Francesco e non raccontare una Napoli stereotipata. Volevo che in “Perchè no”, ci fossero quei vicoli, quei volti, quegli odori… non vicoli-volti-odori generici.

«Non ho argomenti. Non ho un motivo per dirgli “France’ sei ammattito? Io non lo faccio, perché…”». Davvero Daniele non può opporre resistenza? Se i genitori non contano (tanto “le mazzate si dimenticano”), allora almeno l’amore per la candida Lucia, la sua stima, non rappresentano un deterrente?

Daniele e Lucia sono troppo piccoli per conoscere veramente l’amore ed esserne trascinati nel bene o nel male. Certo a Daniele Lucia piace e molto. E Lucia ha, come dire, la “testa sulle spalle”, ma non basta. Quando ho deciso di scrivere questa storia (realmente accaduta), l’ho fatto proprio perché mi ha colpito molto che a Napoli i ragazzini diventano baby criminali non per convinzione, scelta o necessità, ma per mancanza di alternative, per la latitanza della società civile, della scuola, della famiglia. Insomma perché “non hanno motivi per non diventarlo”.

È un racconto ispirato a un episodio di cronaca, qual è dunque il confine tra realtà e letteratura? E il compito di quest’ultima è solo di rappresentare o anche di interrogare e ammonire?

Un confine definito non c’è mai. Anche molti romanzi di fantasia spesso prendono spunto da fatti di cronaca. Il mio modo di scrivere è più netto, cioè ricostruisco sempre episodi veri con un lavoro “giornalistico”. Perché lo faccio? Perché un romanzo ha un respiro più ampio di un articolo di giornale e ha una vita più lunga… e sia la cronaca che la letteratura devono interrogare la realtà e interrogarsi. Sempre. Io non prendo mai posizione (o almeno cerco) quando scrivo, ma la mia presa di posizione è alla base: è nella scelta della storia. Io racconto e lascio al lettore la possibilità di farsi un’idea, di prendere una posizione, ma proprio in quel momento entrambi ci facciamo delle domande.

Conosci Andrej Longo? Anche lui descrive Napoli in forma letteraria senza alcun filtro, e lo scenario che ne emerge è a dir poco allarmante… Quali sono i tuoi scrittori napoletani (e non) di riferimento?

Andrej Longo è venuto spesso in redazione, a Repubblica Napoli, e mi sono fermata a parlare con lui. Ma lo conosco più come scrittore… lo adoro. Scrittori di riferimento napoletani? La Ortese, sicuramente. Non napoletani: Jean-Claude Izzo, Agota Kristof, Haruki Murakami… Truman Capote, Italo Calvino, Luigi Pirandello… e… e la lista è lunghissima, sono una lettrice accanita.

Dopo aver vissuto in Puglia, Emilia Romana, Lombardia, Lazio, ti sei stabilita in Campania, a Napoli. Cosa ti ha conquistata di questa terra? Rimpiangi qualcosa della Puglia?

Napoli la amo. Mi piace l’anima della città. È un’anima incasinata, folle, contraddittoria… non sempre positiva… ma piena, accogliente, fantasiosa, galante, romantica, attaccata alla vita con i denti. La Puglia? Taranto mi manca ogni giorno. Dei tarantini rimpiango la schiettezza… siamo un popolo diretto, semplice, essenziale, a volte anche un po’ “ruvido”… qualità che non sempre vengono comprese e che proprio per questo mi mancano terribilmente.

I prossimi progetti lavorativi e non dove ti vedranno? Ma soprattutto, nelle vesti di scrittrice o in quelle di giornalista?

Ahimè il lavoro con il giornale si materializza di giorno in giorno. È questo il suo fascino. Per i progetti da scrittrice: sono tornata in Calabria (altra terra a me cara) per raccontare un’altra storia vera… un’altra storia al femminile. Il libro uscirà ad ottobre. Ma da buona “napoletana” sono scaramantica… non dico altro.

Giovanni Turi

Intervista allo scrittore Vito Bruno

vito_bruno

Vito Bruno, che continua a definirsi alberobellese sebbene viva a Roma da diversi anni, ha esordito con Per invecchiare ho bisogno di tempo (Stalker, 1990), a cui sono seguiti Cirlè ed altri racconti (Feltrinelli, 1995), Mare e mare (e/o, 2000) insignito del premio Selezione Campiello, Domenica ti vengo a trovare (Marsilio, 2003), Il ragazzo che credeva in Dio (Fazi, 2009) e, infine, L’amore alla fine dell’amore (Elliot, 2010).

La sua ultima opera è un testo intenso e drammatico che denuncia l’ottusità della legge italiana in materia di divorzi: è sempre e comunque la donna a essere privilegiata e a ottenere l’affido dei figli. Vito Bruno nell’Amore alla fine dell’amore compie l’estremo tentativo di capacitarsi del naufragio del proprio matrimonio e di rivendicare il ruolo di padre; attraverso uno stile intimo, si denuda come uomo, come scrittore e come genitore, donando al lettore un diario, un’arringa, ma anche un commovente romanzo d’amore…

«Mi ero così abituato alla sua presenza al mio fianco che era diventato impossibile immaginarmi senza di lui. Figuriamoci immaginare qualcuno che deliberatamente volesse portarmelo via, separare un padre da un figlio: la cosa più assurda e innaturale del mondo. E invece, proprio questo stava accadendo adesso. E per mano non di uno sconosciuto, ma della donna che ho amato più al mondo».

Abbiamo incontrato l’autore in una luminosa giornata di aprile, in cui il vento freddo rendeva l’aria tersa e portava lontano l’eco di ogni parola. Il suo sguardo è malinconico e sereno, come quello di chi sa di dover affrontare una battaglia che non ha voluto e che rappresenta in ogni caso una sconfitta, ma diviene incredibilmente dolce quando incrocia gli occhietti vispi del figlio che reclamano continuamente la sua attenzione.

Si legge il testo con la sensazione di inoltrarsi impudicamente nel dolore del narratore, come se si avesse a che fare con un diario lasciato incautamente in bella vista. Come hai trovato il coraggio di raccontarti?

Quello di scrivere per me è sempre stato un impulso elementare, come quello di nutrirsi o di respirare; la scrittura è un gesto involontario, necessario per affrontare la vita. Come mia madre è solita preparare le melanzane sott’olio per “conservare l’estate”, così io ho avvertito l’esigenza di preservare la memoria della stagione più intensa della mia vita…

La tua ultima opera è scritta col cuore, ma in forma altamente letteraria. È un diario consegnato a tuo figlio e alla tua ex moglie, un’arringa rivolta alla società o un esame di coscienza?

Un po’ tutto questo insieme: la parte che si sofferma sull’aspetto giuridico legale vuole invitare a discutere, a considerare la posizione di vantaggio concesso alla donna nella pratica di divorzio, che storicamente ha una ragion d’essere essendo nei secoli la donna il soggetto “debole” nelle relazioni coniugali – e non solo –, ma che spesso al giorno d’oggi degenera in situazioni di ingiustificato privilegio. Inoltre ho pensato a un documento da offrire un giorno a mio figlio, perché possa provare a capire, cosa è successo ai suoi genitori, cerando di salvaguardare l’amore che c’è stato e che continua, nonostante tutto, a esistere.

Quanto alla letterarietà ho sempre mirato a che nei miei scritti questa non fosse fine a se stessa; detesto l’artefatto, perché ritengo che la realtà debba irrompere nella letteratura e che quest’ultima abbia il compito di rappresentare la vita.

Dai due amori che in un certo senso ti hanno tradito (la tua compagna e la scrittura come professione) ne sono scaturiti due che perdurano (quello di tuo figlio e dei tanti lettori). Il tuo bilancio come uomo è espresso nell’ultimo testo, qual è quello come scrittore?

La scrittura è un investimento fine a se stesso, una gratificazione in sé, anche se tutti prima o poi sperano di ottenere i riconoscimenti che credono di meritarsi. Amo tutti i miei libri e non avrei potuto rinunciare a scrivere nessuno di essi, a seguire l’etica della scrittura, in cui rientra anche quest’ultima opera, sicuramente la più personale.

In tutti i tuoi libri è presente la Puglia, ritornano le tue origini; qual è il legame della letteratura con le proprie radici?

Gli scrittori hanno un solo immaginario, il mio pur avendo vissuto a lungo a Roma si è formato in Puglia, ecco perché non posso staccarmi dai suoi luoghi e dalle persone che li popolano.

Lo stato della lettura in Italia è allarmante, in Puglia è drammatico (è terz’ultima tra le regioni italiane per numero di lettori). Cosa ne pensi a riguardo?

In verità quanto mi riferisci mi sorprende: vedo una grande animazione, gruppi di lettura, incontri letterari; oltretutto la Puglia ha una dinamicità maggiore rispetto al resto del Meridione… Occorre però insistere ovunque sulla lettura, perché rappresenta un’irrinunciabile chiave dello sviluppo.

Vito Bruno presenterà la sua ultima opera venerdì 30 aprile alla libreria Im@n di Massafra, mercoledì 19 maggio ad Alberobello, per conto del Presidio del Libro locale, e sabato 22 maggio presso la Libreria Colucci di Martina Franca. Per ulteriori aggiornamenti è possibile visitare il sito internet personale dello scrittore: www.vitobruno.it.

Giovanni Turi

“Riportando tutto a casa” di Nicola Lagioia

Bari tra il 1985 e il 1988 è una città in ebollizione, una città nelle cui vene scorre più denaro di quanto se ne fosse mai visto. Una rincorsa all’accumulazione che è sospinta dal resto d’Italia, grazie anche alla più grande novità di quegli anni, le televisioni private che distribuiscono un unico modello di gusto, di comportamento, di futuro in tutto il Paese senza distinzioni. Una Bari sempre riconoscibile, anche quando i nomi dei luoghi vengono appena distorti, è quella dell’ultimo romanzo di Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (pp. 290, euro 20), che ha ottenuto importanti riconoscimenti e che prosegue sulla strada tracciata dal precedente Occidente per principianti, pubblicato cinque anni fa sempre per Einaudi. Sono molteplici i livelli sui quali è possibile effettuare una lettura del romanzo di Lagioia. Ci preme per primo considerare quello che unisce, non sappiamo quanto consapevolmente, lo scrittore barese nonché editor della casa editrice minimum fax, con un altro suo quasi coetaneo scrittore pugliese, Mario Desiati. Non può infatti sfuggire il parallelo punto di partenza da cui partono i due autori, probabilmente i più rappresentativi della “nuova generazione pugliese”, nei loro ultimi lavori. Come Desiati in Foto di classe, infatti, raccontava nello stile del reportage la ricerca dei suoi ultimi compagni di classe, e da questa poteva riuscire a sviluppare un discorso sul nuovo fenomeno migratorio dei giovani “fuori-sede” pugliesi nel Nord Italia, così Lagioia, nella forma di un vero e proprio romanzo di formazione, fa compiere al protagonista quasi gli stessi gesti (l’elenco telefonico tra le ginocchia, la ricerca più o meno fortunata, in mezzo a centinaia di omonimi, di notizie del proprio compagno di classe su Google), e riporta nel titolo stesso del romanzo, ripreso da un album di Bob Dylan, quella che apparirebbe una risposta, o meglio una conferma, del quadro già raccontato da Desiati, se non fosse che, alla fine del romanzo, appare invece chiaro che un ritorno non è più possibile.

L’altro livello rilevante da considerare è quello dei principali protagonisti, tre adolescenti la cui storia segue, tranne nel caso del protagonista-narratore, quella della loro famiglia. Così Antonio Rubino è il “testimone inconsapevole” della ricchezza gonfiata che gli è attorno, legata però all’intreccio tra imprenditoria, mafia e usura. Vincenzo Lombardi, descritto come un “angelo sterminatore”, cerca in ogni modo di trarre in scacco suo padre, avvocato di grido della città con relazioni pericolose, ma non rimanendogli alla fine che proseguire sulla strada per la quale era stato destinato, vedendo appassire ogni suo tentativo anti-conformista di uscire dal giogo paterno. Tutti e tre i protagonisti, e con loro Rachele, la compagna del narratore, si ritrovano adolescenti a calcare tutte le mattine le strade del quartiere Japigia, il più grande mercato italiano dell’eroina negli anni Ottanta, e trovano ospitalità nella casa di un ambiguo spacciatore, almeno all’inizio, prima che le loro strade finiscano per dividersi per sempre, il narratore e Rachele chiusi nella chioccia di un sacco a pelo, Vincenzo a esplorare le strade sterminate fino ai confini del quartiere e della città, Antonio lasciandosi salassare dalla droga fino a rischiare la vita.

Sopra le teste dei protagonisti si agita però un’onda che lascia sul campo coppie infelici, ricoveri coatti per stress da lavoro, rappresentanti incapaci di tenere il passo degli ordinativi, con il sottofondo, da quegli anni in poi eterno, del ronzio televisivo a ogni ora del giorno e della notte. Ed è proprio dalla televisione che arrivano i segnali delle catastrofi mondiali che per i personaggi è facile tradurre in profezie di tragedie personali. Succede così durante la diretta di Juventus-Liverpool e della strage dell’Heysel, con l’urlo di paura successivo al gol di Platini, o dopo le notizie di Chernobyl e degli slogan reaganiani. Un periodo storico che si può ben racchiudere, in un’immagine suggerita da Lagioia in una presentazione dello scorso mese di novembre alla Libreria Laterza di Bari, nell’alone viola che dominava la pubblicità “progresso” sull’Aids alla fine degli anni Ottanta.

Come ha scritto Goffredo Fofi su «Lo Straniero», «Lagioia dimostra la difficoltà che si incontra a “fare storia”, e a fare romanzo come storia, per l’impossibilità di mettere ordine in un universo sociale così sgangherato come il nostro, dopo gli anni Ottanta. In un mondo che va voluttuosamente al disastro, e che sembra felice di andarci, l’accettazione dell’età adulta è accettazione di una sconfinata mediocrità e di una sconfinata brutalità: è violenza su di sé, gli altri, la natura, il pensiero».

Stefano Savella

Intervista a Livio Muci/2

besa

Ieri abbiamo pubblicato la prima parte dell’intervista a Livio Muci sulla sua esperienza di editore in Puglia. La seconda parte dell’intervista esclusiva, che riportiamo oggi, si sofferma invece sullo stato dell’editoria in Puglia e sulle problematiche riguardanti la promozione della lettura e della piccola e media editoria nei confronti delle istituzioni, in particolare quella regionale.

Qual è la situazione attuale in merito all’approvazione di una legge regionale sull’editoria in Puglia? Poche settimane fa un’altra libreria pugliese, lo Spazio Letterario Kube di Gallipoli, ha chiuso i battenti: ritiene che si possa invertire questo trend?

Non conosco nei dettagli lo stato della legge che è stata presentata. Mi si dice che entro l’anno dovrebbe essere approvata, ma intanto non c’è stata nemmeno la convocazione dei cosiddetti “esperti” per dare qualche parere in merito.

Il problema di fondo è che non si fa concretamente nulla per favorire la lettura. Se gli argomenti racchiusi in un libro sono solo il pretesto per organizzare eventi, non ci si può meravigliare della chiusura continua delle librerie. Se si continua così, a parte qualche libreria di catena come le Feltrinelli, Mondadori, Ubik o Edicolè, le librerie indipendenti non sopravviveranno e spero che a quel punto qualcuno non affermi che «tutto ciò è un peccato», perché quello che sta accadendo corrisponde a una precisa responsabilità politica di chi aveva gli strumenti per intervenire e non l’ha fatto. Altre regioni l’hanno fatto, e l’hanno fatto bene, e naturalmente i vantaggi di questa operatività si vedono continuamente. Manca completamente una politica per l’editoria.

Mentre le librerie chiudono, al di là dell’oceano le grandi multinazionali mettono sul mercato sempre più «libri elettronici», da Kindle in su. Qual è la situazione in Italia in proposito?

Io ho appena acquistato un Kindle. Devo dire che sia l’operazione dell’acquisto che quella della messa in funzione sono abbastanza complesse, e non vorrei che si considerasse imminente qualcosa la cui introduzione in l’Italia verrà dilatata almeno di qualche anno.

Mi sembra più grave quanto dicevo prima, cioè questa sorta di appiattimento a livello pugliese, e che non si riesca a tirar fuori, benché esista, una sorta di punta di diamante, di eccellenza di questo settore, sia nel campo degli autori, sia in quello della critica letteraria, sia nel campo editoriale in senso stretto, preferendo al contrario una sorta di opacità totale in cui tutto sia uguale, dal professionista di paese che scrive poesie all’amata non corrisposta, a situazioni dal punto di vista letterario e saggistico di grande prestigio, un prestigio che viene rilevato solo quando l’autore in questione emigra verso una casa editrice nazionale. Fino ad oggi infatti i media sembrano accorgersi di un autore pugliese solo quando pubblica con case editrici, talvolta anche molto piccole, ma fuori dalla Puglia.