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Intervista a Livio Muci/1

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Sull’ultimo numero del nostro magazine abbiamo intervistato Livio Muci, fondatore delle case editrici pugliesi Besa Editrice e Edizioni Controluce e docenre di Editoria multimediale all’università del Salento e presso Master a Urbino. Pubblichiamo oggi la prima parte dell’intervista e domani la seconda parte.

Accanto all’esperienza di Besa Editrice, che continua a rappresentare un punto di riferimento nella media editoria pugliese, da pochi anni lei ha ispirato il nuovo marchio editoriale Edizioni Controluce. Quali sono le peculiarità di questa nuova casa editrice? Quanto è importante per un editore che opera in periferia costruire un catalogo composto in prevalenza da traduzioni? È un investimento che ottiene successo in ambito regionale e nazionale?

Può apparire un controsenso, dopo aver contribuito ad affermare una sigla, Besa Editrice, con una sua identità e un suo riconoscimento, pensare a una seconda sigla e dover rifare completamente un lavoro svolto nell’arco di almeno un decennio. La verità è che Besa è finita per diventare, oltre al progetto originario, tante altre cose. Cioè è diventata quella che si suol definire una casa editrice generalista.

Con Controluce vorrei personalmente tornare al punto di partenza, al progetto originario così com’era nato, ma rielaborato alla luce di una certa esperienza. Perciò, schematicamente, Controluce avrà una produzione esclusivamente di traduzioni o di una serie di titoli “pescati” per favorire un affaccio sulla finestra del mondo. Besa invece, pur continuando anch’essa ad avere questa funzione, è allargata ad altre collane come quella sul cinema, che nel 2010 prenderà un nuovo slancio. Ci sarà questa ripartizione tra una casa editrice più specializzata rispetto ad un’altra che è un contenitore molto più vasto e che al suo interno può avere tutto.

Per quanto riguarda le difficoltà, esse sono evidenti: ricordo sempre a me stesso che la Puglia totalizza appena il 2% del mercato nazionale del libro. È quindi evidente che una casa editrice come Controluce, che guarda a un certo tipo di iniziative, in una regione come la Puglia ha poco riscontro, anche perché curiosamente quando l’istituzione pubblica, la Regione nella sua interezza, ha mostrato interesse, probabilmente più per obblighi istituzionali che per sensibilità, verso questo tipo di tematiche, ad esempio penso ai Balcani, poi in concreto sull’aspetto specifico dell’editoria non c’è stato nessun fatto nuovo. Tutto lo scambio con l’Oriente viene inteso o solo come rapporto istituzionale o come una serie di eventi soprattutto musicali e cinematografici, che poi non costruiscono realmente quel collegamento auspicabile che l’editoria, la lettura, la letteratura ecc. potrebbero rinsaldare meglio.

Sul piano nazionale invece il percorso di Controluce è nella normalità, rientrando tra quelle case editrici che devono affrontare costi, per questo tipo di attività, molto rilevanti, e ovviamente anche penalizzanti, rispetto a dei colossi che in questo tipo di produzione possono assumere titoli più costosi e di richiamo e poi affrontare i costi con più scioltezza. La scommessa è proprio questa, anticipare i colossi che arrivano spesso tardivamente, dopo che altri centri di cultura hanno sancito che quel determinato libro, quel determinato autore può dirsi “blasonato”. Per esser chiari, se un autore ha successo a Parigi o a Francoforte o a Londra viene automaticamente tradotto in Italia, anche se quasi sempre dall’inglese o dal francese, e non dalle lingue originali. Naturalmente si può capire che lottare contro questo sistema non è certo semplicissimo però la scommessa va condotta comunque fino in fondo.

Lei ha contribuito a fondare in Puglia i “Presìdi del libro”, che rappresentano un movimento importante per la promozione della lettura sui territori, ma sulla cui efficacia in termini di incremento del numero dei lettori è in atto da tempo una riflessione complessa. Quali ritiene possano essere gli aggiustamenti necessari per rendere più incisiva la loro attività?

Partiamo da un presupposto: la Puglia legge poco. Allora è necessario riflettere sul perché quella serie di eventi promossi lodevolmente, tra gli altri, anche e soprattutto dai Presìdi del libro, ai quali sono comunque favorevole, di cui continuo a far parte e che auspico possano proseguire, di fatto non produce un allargamento della base dei lettori. Il problema mi pare che consista nel fatto che è difficile radunare un pubblico per la lettura vera e propria.

Educare alla lettura non è sicuramente un compito facile, e la soluzione viene spesso cercata con forme sinergiche accattivanti per il pubblico, e a questo si aggiunge il fatto che la partecipazione a questi eventi, in molti dei nostri paesi, fa “tendenza”, per dirla con una battuta. Sta di fatto che se questo non genera il desiderio di leggere, l’esperimento va in buona parte rivisto.

Da questo punto di vista devo rilevare un’incongruenza in relazione all’attività politica, in quanto tutto il sostegno dato ai Presìdi del libro non si sostanzia mai, per esempio nell’acquisto dei volumi, e questo potrebbe essere davvero un incentivo alla lettura. Se è vero infatti che viene spesso sottolineata la difficoltà nell’acquisto dei volumi, favorirne l’acquisto con un programma di sostegno da parte dell’ente pubblico può diventare uno strumento di diffusione del libro stesso.

La verità è che sempre più spesso noi editori riceviamo dalle biblioteche, pugliesi in particolare, la richiesta di ricevere libri gratis. E allora non si capisce il senso stesso dell’operazione. Questo tipo di richieste fa meditare, perché se dobbiamo regalare i libri alle biblioteche, cioè agli organismi pubblici, se dobbiamo assistere, quasi senza ricavare vantaggi, a una serie di eventi, piuttosto che risolvere il problema della lettura, allora qualcuno come me si chiede che senso abbia proseguire questa attività.

Stefano Savella

Intervista a Raffaele Nigro/2

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte dell’intervista che ci ha rilasciato Raffaele Nigro per il mese di novembre. In queste ultime due domande, lo sguardo si allarga a una visione sullo stato della piccola editoria in Puglia, oggetto delle nostre informazioni, e sul futuro del Mediterraneo e dei suoi rapporti con l’Europa.

Nella Sua pluridecennale esperienza di scrittore, giornalista e animatore culturale, parte importante del Suo lavoro ha riguardato l’attenzione e per certi versi la promozione delle pubblicazioni di piccole e medie case editrici locali. Può dirci il Suo pensiero sul presente e sul futuro delle piccole realtà editoriali locali?

Tipograficamente le case editrici locali si sono molto arricchite, sono diventate realtà belle e interessanti. Purtroppo i capitali non le aiutano e per cui hanno difficoltà ad avere una distribuzione che superi il Garigliano. Adesso per fortuna c’è internet e allora la vendita on line, l’immissione in rete dei loro cataloghi favorisce l’uscita dalla nicchia, però fintantoché il libro resterà un oggetto da toccare, da vedere e da guardare, la presenza in libreria rimane ancora fondamentale. E questa è la lagnanza più grossa che io faccio a proposito dell’editoria locale, e cioè che tipograficamente ha raggiunto dei grandi livelli, però ancora non si dà dei direttori editoriali che vogliano affrontare il mercato nazionale e globale, anche se comincia a darseli un po’ a macchia di leopardo.

In una Sua recente intervista ad «Avvenire» ha rilanciato la proposta di un “parlamento degli scrittori del Mediterraneo”. Negli ultimi anni è avanzata sempre più l’idea di un “cimitero chiamato Mediterraneo” per rievocare i migranti morti nelle traversate. Crede che sia più importante l’impegno dell’Unione Europea per spostare il suo baricentro verso sud o che i paesi del Mediterraneo, nel loro complesso, conservino una loro autonomia distintiva dal continente europeo?

Io penso che l’Europa non ha fatto niente o ha fatto poco per avvicinarsi al Mediterraneo e ai paesi a sud del Mediterraneo e che sarebbe proprio il caso di svegliarsi, di cercare maggiori rapporti e non continuare a considerare quei paesi o come colonie o come luoghi da cui fuggono i poveri che verrebbero a toglierci lavoro e denaro nell’Occidente e in Europa. In quanto ai paesi del sud del Mediterraneo, credo che essi tenderanno a cambiare perché è nella logica delle cose e poi perché sono paesi che vogliono entrare nella modernità e io ritengo che le notizie troppo eclatanti relative al fondamentalismo islamico uccidono l’Islam moderato che è quello poi più diffuso in questi paesi. E anche il fatto che noi del sud dell’Europa abbiamo sempre dialogato con queste popolazioni mi fa pensare che sia proprio il caso che l’Europa e il sud del Mediterraneo debbano dialogare in maniera molto molto più stretta; tuttavia rimane sempre la frattura…

Intervista a Raffaele Nigro/1

Per il numero di novembre del nostro supplemento cartaceo gratuito «PugliaLibre. libri a km zero» abbiamo intervistato lo scrittore e giornalista Raffaele Nigro, pugliese d’adozione, che ha da qualche mese pubblicato un nuovo romanzo dal titolo Santa Maria delle Battaglie (Rizzoli). In questa prima parte dell’intervista Nigro ci parla di questo suo ultimo romanzo e di un’altra sua recente pubblicazione per un editore pugliese, Progedit, che esamina la produzione artistica del Novecento in Puglia e nel Meridione d’Italia.

In Santa Maria delle Battaglie si assiste a un ampio flash-back, tra la storia di Federica, la giovane in stato di coma, e i personaggi del Cinquecento della sua memoria. Crede che le generazioni più giovani di lettori possano venire affascinate da un tracciato di storia del Cinquecento meridionale, oppure crede che la media domination di quest’epoca li renda estranei a racconti di un periodo storico da loro così distante?

Io cerco di fare un discorso sul tempo, sulla unitarietà delle coordinate del tempo, passato, presente e futuro. Io credo che i media con le ultim’ora e con l’attenzione spasmodica a segmenti del presente, tendano a portare gli utenti, gli spettatori, i lettori a guardare esclusivamente ai fatti che accadono oggi istante per istante e dunque a far dimenticare il passato remoto e a non dare una progettualità verso il futuro anteriore. Questo significa che il nostro tempo si riduce a segmenti di presente e perde totalmente il senso della storicità, della storia e dunque della memoria, ma perde anche la possibilità di idealizzare e di costruire un progetto che vada nel futuro anche più lontano. Perciò Federica che perso la memoria, che ha perso la coscienza, è la metafora di una società che finisce per perdere coscienza di sé, del mondo che sta vivendo, dell’umanità a cui appartiene, che ha costruito un grande filone che è quello della storia, a cui tutti abbiamo dato mattoni e calce per costruirla. E allora interviene frequentemente Maria delle Battaglie che dice: «Ricordati Federica, svegliati Federica, non dimenticare Federica, ti sto raccontando Federica…».

In un altro Suo nuovo libro, Novecento a colori (Progedit 2009), Lei traccia un ampio resoconto della storia dell’arte e degli artisti pugliesi e meridionali dell’ultimo secolo. A cosa risale il Suo interesse per l’arte pugliese e quale percorso artistico in particolare L’ha maggiormente interessata?

Io ho notato che sia gli artisti sia il pubblico e gli acquirenti meridionali restano fortemente legati al figurativo, con difficoltà passano al concettuale e con ancora maggiore difficoltà passano a forme d’arte più moderne legate alle installazioni e al post-moderno. Inoltre, un altro elemento che mi ha colpito è che non esiste una storia dell’arte pugliese dopo il Sei-Settecento. O meglio, c’è una storia dell’arte che arriva fino all’Ottocento, curata da Christine Sperken Farese, dopodiché non c’è più niente, e credo quindi che sia giunto il momento in cui qualcuno si occupi di dare un prima e un poi a questi artisti e italiani, e pugliesi, e meridionali, perché solo se noi storicizziamo la presenza degli artisti riusciamo a capire oggi come si inseriscono certi pittori e scultori che a prima vista non sembrano dirci niente. Faccio un esempio: Adolfo Grassi oggi magari può aver detto tutto ciò che aveva da dire, ma se lo collochiamo negli anni Sessanta quando si passò dal realismo ancora napoletano a una pittura onirica e fantasiosa, ci rendiamo conto che quella fu un’invenzione. Oppure l’ingresso di certe correnti nella pittura meridionale, dovuto a certi pittori che oggi non vengono presi in considerazione. Ma se noi li guardiamo per l’età che hanno, per ciò che hanno fatto quando erano giovani, quando hanno provato a scompaginare la storia della pittura, allora ognuno acquista una sua valenza e un suo significato.

“Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008″

Recensione di Nunzio Bianchi

Letteratura del Novecento in Puglia. 1970-2008, a cura di Ettore Catalano, Progedit, Bari 2009, pp. 552, euro 40.

Le coordinate culturali, cronologiche e geografiche del titolo orientano subito il lettore verso un ambito preciso: lo spazio letterario (nelle forme della produzione, circolazione e consumo) della Puglia (ma meglio si potrebbe dire delle Puglie, designazione adatta come non mai in questo caso a cogliere le proteiformi espressioni e le immancabili contraddizioni di questa terra) nell’ultimo quarantennio (il 1970 è l’anno da cui prende l’abbrivio il «”racconto” – così definito dal curatore nell’Introduzione – di una Puglia letteraria diversa», più à la page e più versatile di quanto si immagini e soprattutto di quanto sia stata quella degli anni Cinquanta e Sessanta).

La Letteratura del Novecento in Puglia raccoglie venti contributi critici che tentano di fornire «un provvisorio, ma […] indispensabile punto di partenza per comprendere meglio la tradizione della letteratura contemporanea pugliese» e di cogliere la nuova identità di una Puglia letteraria contesa fra ansia di modernità, liberazione e rivalsa sul passato e una Puglia che naviga – come registra Catalano – «verso un paesaggio sociale che subisce la durezza delle crisi economiche e sociali e rischia lo sfrangiamento e la marginalizzazione; ma che reagisce con una resistente tenuta civile e, nel mutare delle situazioni e dei poteri politici, non dimentica una sostanza di umanità e di risentita coscienza etica, anche nell’esercizio letterario».

Questo lavoro collettivo, affidato a studiosi delle università pugliesi («non per arroganza “provincialistica” – si riconosce –, ma per bisogno di analisi, di radicamento sociale e di visibilità del lavoro letterario») non fornisce una parola definitiva, né pretende di dire tutto il dicibile, ma costruisce «una solida ipotesi antropologico-letteraria tesa a rileggere la storia della produzione letteraria degli ultimi quaranta anni» e svela una realtà talora sconosciuta, poco nota o negletta, persino agli specialisti del settore.

A dare un’idea meno approssimativa di questa storia letteraria pugliese può qui bastare la riproposizione dell’indice, che valga pure quale riconoscimento al lavoro di molti: Introduzione. La tradizione letteraria pugliese dall’autoreferenzialità penitenziale alla saggezza etica di Ettore Catalano; I. Tradizioni e ricerca del nuovo nella letteratura in Puglia di Ettore Catalano; II. La diffusione della cultura in Terra di Bari di Maria Beatrice Pagliara; III. L’italiano oggi. Resistenze e innovazioni nel repertorio dell’italiano contemporaneo di Immacolata Tempesta; IV. Poeti in Capitanata di Sergio D’Amaro; V. La scrittura narrativa in Capitanata di Lea Durante; VI. La poesia in Terra di Bari di Daniele Maria Pegorari; VII. La narrativa in Terra di Bari di Vanna Zaccaro; VIII. Il teatro dalla comunità al consumo di Tina Achilli; IX. La scrittura letteraria nell’Alto Salento: narrativa, teatro e poesia in Terra di Brindisi di Ettore Catalano; X. Poeti in Terra di Brindisi dagli anni Ottanta a oggi di Anna De Macina; XI. La poesia dialettale contemporanea in Terra brindisina di Mimmo Tardio; XII. Sei poeti salentini di Donato Valli; XIII. Le riviste letterarie, i fogli di poesia, i gruppi a Lecce e in provincia di Antonio Lucio Giannone; XIV. La narrativa a Lecce e in provincia di Maria Ginevra Barone e Fabio Moliterni; XV. Momenti e figure della letteratura a Taranto di Leonardo Sebastio; XVI. Sud «moderno» e sguardo anglosassone: la Puglia non letteraria di Henry Vollan Morton e Paul Theroux di Luigi Cazzato; XVII. Gli autori pugliesi all’estero di Cosma Siani; XVIII. Pugliesi brava gente: cinema e set in Puglia di Anton Giulio Mancino; XIX. L’editoria libraria in Puglia. Schede informative di Pasqua Gasparro, Luigia Marino, Maria Elena Palmisano.

La mole del volume, ma soprattutto la ricchezza dei contributi e dei dati esposti e discussi impediscono una sintesi compiuta di queste pagine, che il lettore paziente e interessato avrà modo di sfogliare, seguendo l’ordine di presentazione dei saggi o procedendo per province territori e città (confini invero instabili e provvisori per il fenomeno letterario, ma utili per un quadro interpretativo d’insieme) o ancora muovendosi lungo i percorsi più tradizionali dei generi (narrativa, poesia, teatro).

Ai capitoli destinati all’analisi del fenomeno letterario per ambiti territoriali (capp. II, VI, VII per la Terra di Bari; capp. IV, V per la Capitanata; capp. IX, X, XI, XIII, XIV per il Salento; cap. XV per il Tarantino) si alternano altri di approfondimenti tematici: le ‘svolte’ letterarie della letteratura pugliese segnate dal successo nazionale (Nigro, Carofiglio) e originalità (cap. I); le dinamiche della lingua italiana negli ultimi quarant’anni e il rapporto con le lingue degli ‘altri’ (l’inglese, le lingue degli immigrati, dei giovani) e con il dialetto (cap. III); la cultura teatrale nella Puglia degli ultimi trent’anni, tra innovazione e attaccamento alle realtà locali (cap. VIII); l’immagine della regione negli scritti di due esemplificativi rappresentanti novecenteschi di letteratura odeporica (cap. XVI); la Puglia vista da scrittori pugliesi all’estero (cap. XVII); un’indagine su sei poeti salentini nella riproposizione di alcuni passi estratti da lavori già editi di Donato Valli (cap. XII).

Un’ultima osservazione merita l’anno posto a limite prossimo dell’indagine: il 2008. Va dato atto ai curatori di aver coraggiosamente affrontato il compito di fornire una prima messa a punto critica e di aver tracciato un profilo della produzione letteraria pugliese recente e recentissima: compito spesso esposto a critiche e incomprensioni, ma soprattutto rischioso e non agevole. Lo ricordava Luigi Baldacci in un articolo apparso nel 2000 sul «Corriere di Firenze» (e ripubblicato su «Alias» del 1° agosto di quest’anno): «Bisogna vivere. Il critico di letteratura che parla dei propri contemporanei non avrà come riferimento la stella polare dell’assoluto ma, trattandosi degli eventi in corso, gli sarà necessario usare criteri relativi, anche se questo relativismo di valutazione tenderà fatalmente a rialzare l’indice delle quotazioni: un’opera che, considerata nel corso di un secolo, sarebbe meno che mediocre, può apparire più che notevole se valutata nel giro di un anno».

Intervista a Francesco Lotoro/2

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Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte dell’intervista concessa da Francesco Lotoro a PugliaLibre sui temi riguardanti la cultura ebraica a Trani e in tutta la Puglia, al centro del Festival in programma dal 6 al 10 settembre.

Oltre quelle di Sannicandro e di Trani qual è la situazione nelle altre storiche comunità ebraiche pugliesi?

Oggi non ci sono più comunità ebraiche in altre città pugliesi, c’è solo un retaggio storico che è rimasto in monumenti, luoghi, contesti fisici piuttosto che umani. In alcune di queste città ci sono ebrei iscritti al Registro anagrafico ebraico di Napoli ma è Trani il capoluogo ebraico della Puglia e tale rimane. Nelle altre città, fatti salvi gli ebrei che colà vivono, è rimasto l’aroma dell’ebraismo: a Oria ci sono ancora i resti del cimitero ebraico e la tradizione poetica e medica di Shabbataj Donnolo. A Otranto ebraicamente è rimasto molto poco ma è la città stessa che profuma di questa nostalgia degli ebrei otrantini che si trasferirono a Salonicco e nelle isole greche e, come riferisce il Prof. Fabrizio Lelli, conservarono una loro peculiarità al punto da essere chiamati Comunità del gallo. Infatti, mentre altre comunità pugliesi cacciate dalla Puglia tendevano ad aggregarsi e creare un rito comune, la comunità ebraica otrantina rimase ‘arrogantemente’ separata, rivendicando una propria autonomia. Di tutto ciò parlano i muri a Otranto, Oria, in certi quartieri di Bari e anche a Barletta. Ciò è di gran valore storico, archeologico ma dobbiamo ricordarci che noi siamo ebrei, non etruschi. L’ebreo non vive di glorioso passato. Ne parla, lo valorizza ed è giusto che sia fatto ma non si crogiuola in esso; preferisce respirarlo della contemporaneità, nel presente. L’attuale disegno sociale e geografico dell’ebraismo in Europa si è profondamente modificato nei secoli; ci sono luoghi a grande presenza demografica ebraica finché Inquisizione, persecuzioni a sfondo religioso, pogrom e infine la catastrofe della Shoah li ha decimati. A ciò si aggiunga lo spartiacque storico della nascita dello Stato d’Israele nel 1948 che ha ridisegnato la geografia ebraica di almeno 3 continenti. Nell’Italia meridionale la storia non fu così tragica ma il risultato di restrizioni, angherie e vessazioni subìte dagli Ebrei sin dall’epoca Angioina per arrivare ai Borboni fu lo spopolamento pressoché totale di ebrei dal Mezzogiorno. Eppure la Puglia era una piccola Gerusalemme, primo approdo sul continente per chi veniva da Israele. Il minhag (rito ebraico) di Trani che abbiamo perduto (oggi a Trani eseguiamo il rito italiano) conservava una forte impronta del canto del Tempio di Gerusalemme perché uno dei primi trasferimenti di ebrei fatti schiavi dopo il 70 dell’era volgare fu in Puglia. Qui molti ebrei arrivarono, stazionarono e vennero successivamente affrancati da ebrei liberati che ormai erano agiati al punto da poter comprare gli schiavi ebrei. Gli ebrei pugliesi furono i primi a opporsi alla costituzione di Onorio nel 398 dell’era volgare che li costringeva a pagare obblighi alla curia, il poeta ebreo Achimaaz sventò l’assedio di Oria da parte del Sultano di Bari Sawdan nel IX sec. dell’era volgare. Da Bari in giù si sviluppò prevalentemente una forte tradizione poetica ebraica mentre Trani, tradizionalmente città di legge sviluppò una maggiore tradizione giuridica. A Trani i posekim (dottori della Legge ebraica) venivano consultati anche dai cristiani per la loro limpidezza ed equanimità. La Puglia, in quanto regione ‘lunga’ (quasi tre regioni in una), ha dato la possibilità a varie comunità ebraiche di sviluppare diverse tradizioni. Oggi tutto ciò va conservato e rivalutato, d’altronde la Puglia vanta uno dei più celebri ebraisti come Cesare Colafemmina. In altre parole, va riportato alla luce non già con l’odore del passato ma guardando al presente e al futuro, altrimenti che senso ha parlare dell’ebraismo attuale di Trani e Sannicandro? Alcuni Maestri dicono: «ebreo non è già chi vanta la propria mamma o la propria nonna ebrea (l’ebraismo infatti si trasmette per via matrilineare); ebreo è chi avrà il proprio nipote ebreo». È un bellissimo paradosso che è altresì figura della vita di un ebreo che deve proteggere e trasmettere la propria identità ebraica al punto da ipotecarla oggi su quella del figlio di suo figlio. Questo è il modo di pensare ebraico e in tale ottica vanno visti la creazione a Barletta di un poderoso Archivio di musica ebraica (soprattutto scritta nei Campi di concentramento), il Festival della cultura ebraica in Puglia, la rinascita ebraica di Trani, il cammino lungo e faticoso di Sannicandro Garganico, una Giornata Europea della Cultura Ebraica affidata dall’Unione Comunità Ebraiche Italiane a Trani che in fondo è rinata solo cinque anni fa.

Ancora di recente, tuttavia, si sono verificati incresciosi episodi di vandalismo nei pressi della sinagoga di Trani e in particolare sulla scala che porta all’ingresso, un vero e proprio simbolo della religione ebraica. Né sono mancati, purtroppo, negli anni scorsi, altre intimidazioni. Crede che sia sempre necessario tenere alto il livello dell’attenzione riguardo questi fenomeni o che questi siano sempre più spesso solo stupidi atti di vandalismo?

Ho detto spesso che l’ebreo di Trani è forse uno dei più fortunati in Italia e in Europa. Trani è una città di cultura, civiltà e tutto questo l’ha immunizzata da atti antisemiti o che portino il timbro dell’antisemitismo come oggi lo conosciamo. Quello che è successo alla Sinagoga Scolanova va ascritto a vandalismo, delinquenza dello stesso timbro di chi tempo fa vandalizzò la cattedrale di Trani. Il barbaro che ha fatto tutti i suoi bisogni e ha scritto con la vernice spray sui muri della Sinagoga è lo stesso che si è permesso di fare altrettanto contro altri siti religiosi di valore artistico. Questo non è meno grave dell’antisemitismo ma è un fenomeno che va combattuto con adeguati strumenti culturali. Come disse l’arcivescovo di Trani mons. Pichierri quando è stata vandalizzata la Sinagoga, c’è un malinteso senso del divertimento, in quanto questi fenomeni avvengono il sabato e la domenica sera quando Trani diventa una città molto frequentata. Occorre controllare l’uso arbitrario del tempo libero che non deve scaricarsi sui siti religiosi e artistici di Trani. È un problema che la comunità ebraica non può affrontare da sola. Dispiace che ciò avvenga a Trani non perché non mi dispiaccia per i vandalismi che accadono altrove ma perché Trani, grazie alla rinascita ebraica che ha avuto luogo, è un esempio al mondo, ne hanno parlato giornali israeliani, americani, tedeschi; è qualcosa che va conservato gelosamente, un gioiello della presenza di culture diverse (ricordo che c’è anche una chiesa ortodossa nei pressi della Sinagoga) e non dobbiamo permettere a questa gente di rovinare, di guastare questo sogno.

Intervista a Francesco Lotoro/1

In occasione della Giornata Europea della cultura ebraica, che quest’anno vedrà Trani come città capofila in tutta Europa, e che si svolgerà domenica prossima 6 settembre, e in prossimità della prima edizione del Festival della cultura ebraica che si terrà in tutta la Puglia dal 6 al 10 settembre, pubblichiamo oggi e domani, in due parti, l’intervista esclusiva concessa a PugliaLibre da Francesco Lotoro, responsabile culturale della Sinagoga Scholanova di Trani, pianista e autore del volume Fonte di ogni bene, sulla storia della comunità ebraica di Sannicandro Garganico.

Fonte di ogni bene racconta, con particolare attenzione verso la sua tradizione musicale, la vicenda della comunità ebraica di Sannicandro Garganico. Una comunità con numerose caratteristiche proprie: è lecito affermare che si tratta di un caso unico in Italia, considerando anche gli anni, quelli a cavallo tra le leggi razziali, in cui la comunità sannicandrese ha mosso i suoi primi passi?

L’avvicinamento di questo gruppo di sannicandresi contemporaneo a Donato Manduzio è in fondo estraneo al normale avvicinamento all’ebraismo. L’ebraismo per definizione non è conversionistico, non cerca di avvicinare nessuno ma è correlato al popolo ebraico, di conseguenza la religione ebraica è la religione del popolo ebraico e non di altri. Quindi passò del tempo prima che questa ‘illuminazione’ (altro termine non saprei trovare) di Manduzio disegnasse compiutamente qualcosa di simile all’ebraismo. Come ho scritto nell’introduzione al libro, quello della comunità sannicandrese all’inizio somigliava a una sorta di Caraismo, un fenomeno interno all’ebraismo che si sviluppò nella diaspora tra i sec. VIII e IX dell’era volgare e si atteneva ai soli cinque libri scritti, al Pentateuco. Ma c’è una grande differenza; il Caraismo rinnegava il Talmud e tutta la tradizione mishnaica, Manduzio e i suoi seguaci semplicemente ne ignoravano l’esistenza e intendevano l’ebraismo come se fosse solamente quello scritto. Sappiamo che l’ebraismo vive sulla linea della Torà scritta oltre all’armamentario dei libri di Profeti e Salmi che assieme alla Torà formano il Tanach; ma l’ebraismo ha anche una tradizione orale codificata ed elaborata gradualmente in Mishnà, Talmud, Mishnè Torà, Shulchan Arukh e Responsa; l’ebraismo è inconcepibile senza di essa. I sannicandresi disponevano in fondo di quello che, usando la terminologia cristiana, possiamo definire l’Antico Testamento e hanno ritenuto che quella fosse la summa dell’ebraismo e che il popolo ebraico non esistesse più. Dobbiamo immaginarci cosa fosse Sannicandro in quegli anni, se tuttora arrivarci non è molto semplice. Parliamo quindi di un paese collocato in un contesto, quello garganico, assai isolato. E se non ci fosse stato quel venditore ambulante che capitò da quelle parti e disse loro che Roma, Milano, Bologna erano città piene di ebrei, queste persone avrebbero continuato a credere in qualcosa che poteva servire al conforto dell’anima ma non si proiettava nell’ebraismo. È fuori dalla tradizione ebraica essere isolati, l’ebraismo respira perché un ebreo ne conosce un altro, una comunità ne conosce un’altra, e alla diaspora si è sopravvissuti perché c’è stato sempre questo gigantesco ‘tam tam’. Quando la Brigata Ebraica al seguito dell’VIII Armata britannica giunse a Sannicandro, Manduzio e i suoi seguaci riconobbero il Maghen David sui carri militari e strinsero immediatamente amicizia. Nel 1946 si arrivò alla definitiva conversione dei sannicandresi secondo i criteri del tribunale rabbinico e all’immigrazione di gran parte di loro in Israele. Oggi questo gruppo che vive a Sannicandro e che ci ha fornito tutto il materiale su cui si basa Fonte di ogni bene sta completando lo studio e il processo di ghiur (conversione) all’ebraismo. Queste peculiarità, queste eccezioni della comunità sannicandrese sono belle, vanno studiate, hanno una prospettiva antropologica, culturale ma non dovrebbero, in un certo senso, esistere a lungo. Quando una persona o un gruppo desidera vivere l’ebraismo come in un qualsiasi contesto ebraico se non addirittura con una profonda, maggiore osservanza a tutti i suoi precetti, un tribunale rabbinico dovrebbe provvedere facendo in modo che questo gruppo si metta in regola secondo le normali procedure in tempi ragionevoli, per cui i maschi vanno circoncisi e, dopo la guarigione dalla Milà, devono fare la Tevilà (bagno rituale) come le donne. Insomma questo gruppo dovrebbe essere dotato di tutto ciò di cui sono dotate le altre comunità. Trani differisce da Sannicandro perché lì è tutto in regola dal punto di vista halachico, c’è una sinagoga, tutti gli ebrei sono regolarmente iscritti al registro anagrafico ebraico di Napoli (Trani non è ancora comunità autonoma), ecc. Quello di Sannicandro è un fenomeno di cui Trani ebraica si è molto occupata, facendo in modo che uscisse dalla peculiarità di ebraismo de facto e diventasse una delle comunità ebraiche italiane a tutti gli effetti. I sannicandresi che si trasferirono in Israele avevano già fatto il loro percorso e sono oggi perfettamente integrati nel tessuto sociale dello Stato d’Israele, c’è chi ha continuato a fare lavori semplici, chi ha intrapreso la via dell’esercito, tra di loro ci sono anche rabbini. In questo senso il ‘miracolo sannicandrese’ che all’epoca fece parlare giornali inglesi, tedeschi, francesi, italiani è stato riassorbito nella vita dello Stato ebraico. Il vecchio gruppo sannicandrese pregava ancora in lingua italiana mentre quello attuale che sta perfezionando il cammino di conversione prega quasi sempre in lingua ebraica, ha intrapreso usi e costumi dell’ebraismo italiano. Certo, rimane la peculiarità del canto in un italiano con diverse inflessioni dialettali ma con un testo sempre e comunque rispettoso dei Salmi, dei Profeti, della Torà; peculiarità che va preservata, trattandosi di un fenomeno artistico, culturale, musicale che ha partorito qualcosa di unico nel suo genere ossia un canto ebraico in lingua italiana. Fonte di ogni bene intende essere l’apripista della pubblicazione di tutti i circa cento canti che ancora si conservano nel testo e nella memoria dei sannicandresi. Per più di un anno io e il collega Paolo Candido li abbiamo registrati e avremmo voluto pubblicarli tutti ma lo sforzo editoriale era ingente, nonostante il patrocinio e il finanziamento che pure abbiamo ricevuto dall’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia. Perciò ci siamo limitati per il momento a pubblicarne undici con un apparato critico del Prof. Pasquale Troìa, augurandoci che questo libro smuova alcuni ambienti musicologici e che riesca gradito a chi possa aiutarci a pubblicare integralmente il repertorio dei canti sannicandresi. La differenza tra questa nostra operazione editoriale e altre precedenti, come quella del rabbino Leo Levi di Firenze o dello stesso Pasquale Troìa, riguarda proprio l’aspetto artistico; ecco perché ne abbiamo pubblicato la partitura. Noi abbiamo fatto cantare le donne della comunità di Sannicandro ma in realtà l’obiettivo è quello di far cantare un coro professionistico: vorremmo cioè prendere questo repertorio e renderlo fruibile a tutto il mondo musicale, specie quello attento alla tradizione popolare, facendo uscire questi canti dalla comunità di origine e rendendolo patrimonio artistico.

Il festival della cultura ebraica in Puglia, dal 6 al 10 settembre, sancisce un po’ il punto di arrivo di un percorso cominciato alcuni anni fa con la riapertura della Sinagoga Scolanova di Trani. Sa indicarci se si tratterà di un appuntamento che conserverà una periodicità annuale o se è stato organizzato esclusivamente in occasione dell’elezione di Trani quale città capofila della Giornata europea della cultura ebraica?

Non mi occupo direttamente del Festival, io sono uno dei responsabili della Giornata europea della cultura ebraica. Tuttavia le parole del Governatore Nichi Vendola e gli auspici dell’assessore Silvia Godelli che tanto hanno voluto questo festival sono stati chiari: che questa sia la prima edizione, e non l’unica, di un progetto che deve continuare. L’anno prossimo si dovrà fare una seconda edizione del festival Negba. Naturalmente bisognerà vedere il riscontro che avrà il Festival quest’anno; un festival vive non solo di idee, proposte, conferenze, concerti ma anche dell’impatto su una popolazione maggioritaria che ebrea non è. La risultante di questo incontro tra un ebraismo ridiventato pane quotidiano in Puglia e il modo in cui l’amatore, la persona di cultura recepirà la cultura ebraica a Trani, Bari, Lecce, il gradimento di questo pubblico darà tutte le coordinate per un secondo festival l’anno prossimo.

“Fonte di ogni bene” a cura di F. Lotoro e P. Candido

Incrocia molti ambiti di studio e più di una volta riesce ad emozionare il lettore la storia della comunità ebraica di Sannicandro Garganico e dei suoi canti, ora raccolta nel volume Fonte di ogni bene. Canti di risveglio ebraico composti dal 1930 al 1945 a Sannicandro Garganico (pp. 128, euro 12), curato da Francesco Lotoro e Paolo Candido e con uno scritto di Pasquale Troìa, pubblicato dalla Editrice Rotas di Barletta. Musica, storia locale, etnoantropologia, religione, tradizioni popolari, dunque: ma tutto questo non esprime la magia, la portata rivoluzionaria dell’opera di Donato Manduzio, fondatore della comunità ebraica sannicandrese, chiamato direttamente in sogno a dar vita a una comunità tuttoggi viva, e vivace, di religione ebraica nel cuore del Gargano. Un’opera tanto più voluta e fortemente rincorsa se si fa caso agli anni in cui questo avvenne, gli anni della dittatura fascista, quelli delle leggi razziali del 1938, affrontati senza paura dalla coraggiosa comunità di Sannicandro, attiva ancora senza un vero riconoscimento da parte della comunità ebraica nazionale, che mirava in tal modo anche alla difesa dei sannicandresi da possibili ritorsioni.

La fine della guerra e la costituzione dello Stato d’Israele condussero buona parte della comunità a trasferirsi nella nuova patria, negli insediamenti di Biria e Safed. Intanto, nel 1946, il Tribunale rabbinico di Roma aveva finalmente accettato definitivamente la loro conversione e nel 1948, a 63 anni, moriva Donato Manduzio. Proprio di quest’ultimo, fondatore e animatore della comunità, sono da ascrivere molti dei canti che sono l’oggetto vero e proprio dello studio curato da Lotoro e Candido. Canti che è possibile ascoltare nel Cd allegato al libro, prezioso contributo che conclude la lettura con le parole di fede sincera e di amore per i frutti della propria terra cantate senza l’ausilio di strumenti musicali dalle donne della comunità ebraica di Sannicandro e registrate nel corso del 2008. Molti di questi stessi canti, tra l’altro, erano già stati censiti all’inizio degli anni Sessanta da Leo Levi, musicologo italiano famoso proprio per aver collezionato in tutta Italia, tra il 1954 e il 1961, viaggiando tra tutte le comunità ebraiche nazionali, un Repertorio di canzoni popolari ebraiche. «Molti canti sono di origine biblica – scrive Troìa nel suo saggio –, alcuni addirittura una parafrasi dei Salmi ‘inculturata’, altri una loro ‘dialettalizzazione’ cantata».

In attesa del documentario San Nicandro, Sefat. La vera storia di Donato Manduzio, le cui riprese hanno già avuto inizio, Fonte di ogni bene rappresenta una testimonianza di grande rilievo, resa possibile grazie anche al contributo dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dell’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia. La rivalutazione della comunità ebraica di Sannicandro Garganico e delle sue peculiarità, infatti, è solo uno dei passi che ha portato negli ultimi anni in Puglia a un percorso di ampio respiro sul recupero delle testimonianze e delle presenze della cultura e della religione ebraica in Puglia, a partire da Trani, vero punto focale della comunità ebraica pugliese, dove già da alcuni anni è stata riaperta al culto la Sinagoga Scholanova, e che quest’anno rappresenta la città capofila della Giornata Europea della Cultura Ebraica. Tantopiù che, tornando alle vicende della comunità sannicandrese, gli studi finora condotti su di essa erano prevalentemente opera di autori non pugliesi e pubblicati per editori settentrionali o addirittura esteri, fatta eccezione per i saggi di Terzulli (Adda, 1995) e Colafemmina (Schena, 2006). Anche per quest’ultimo motivo, il volume curato da Lotoro (pianista, docente presso il Conservatorio di Rodi Garganico, sta incidendo l’Enciclopedia discografia KZ Musik contenente l’intera produzione musicale composta nei campi di concentramento) e Candido (docente di Armonia complementare presso il Conservatorio di Foggia) rappresenta una tessera del ritorno in Puglia dei testimoni della cultura ebraica.

Stefano Savella

Intervista a Mario Desiati/2

Riportiamo oggi la seconda e ultima parte dell’intevista rilasciata da Mario Desiati a PugliaLibre per il mese di luglio.

Prima della tua attività di narratore c’è stata quella di poeta, con una raccolta uscita per Lietocolle e altre poesie comparse in antologie. Ricordo in un tuo incontro a Bari come tenessi particolarmente a che, in quarta di copertina, venisse citata anche questa tua parte di attività. Scrivi ancora poesie? Qual è la tua riflessione sul mercato editoriale della poesia contemporanea in Italia?

In quella circostanza io mi riferivo soprattutto alla scrittura poetica, nel senso che secondo me la poesia è fondamentale per un narratore. Il mio discorso è legato proprio alla mia attività di narratore, perché la poesia ti aiuta a far emergere un immaginario, ti aiuta a spiegare la lingua, le parole, a trovare soluzioni. Ma la poesia in Italia a livello editoriale è morta. Non esiste, o esiste soltanto per due collane che pubblicano pochissimi libri, e nemmeno nel resto d’Europa gode di ottima salute. La poesia resta comunque un genere letterario che non finisce mai, a mio avviso viviamo in un periodo in cui c’è un ricambio e magari fra qualche anno tornerà. Ma in questo momento in Italia non esiste, editorialmente. Esiste solo nelle riviste letterarie, che sono secondo me uno dei migliori canali per chiunque scriva poesia, anche per conoscersi, per stimolare il dibattito, per fare scambi, un canale spesso sottovalutato dagli stessi poeti ma che è l’unico che c’è in Italia.

Ormai da alcuni anni sei un’importante figura del lavoro editoriale in Italia, prima in Mondadori e ora a Fandango. Puoi raccontarci l’inizio di questa tua attività? Qual è il tuo giudizio sulla produzione della piccola e media editoria pugliese?

Io ho iniziato a lavorare con un piccolo editore locale, poi sono passato sull’editoria nazionale dove ho fatto i primi lavori con un editore come PeQuod, che pubblica soprattutto narrativa e che ha pubblicato il mio primo libro. Quindi ho iniziato a lavorare in rivista, e quando prima ne parlavo mi riferivo proprio alla mia esperienza personale in «Nuovi Argomenti», poi sono stato per alcuni anni in Mondadori. Adesso mi occupo di una media casa editrice, secondo la definizione dell’Associazione Italiana Editori, perché siamo una casa editrice che pubblica trenta titoli l’anno. Vista da fuori, quella delle case editrici pugliesi è sicuramente una delle realtà più vive del Mezzogiorno, a prescindere da Laterza che ha pubblicato il mio ultimo libro, che è un editore che ha ormai una sua storia assolutamente importante nel nostro paese nel campo dell’editoria. In Puglia ci sono tante piccole realtà che oggi aiutano soprattutto la narrativa, per il fatto che in Puglia si racconta moltissimo perché c’è molto da raccontare. Ad esempio ci sono Manni, Besa, Lupo, che sono editori salentini, ma ce ne sono anche tanti nel versante barese e tarantino che pubblicano molti narratori. Ad esempio ne ho scoperto uno di recente, un lucano, Vincenzo Corraro, che ha pubblicato con la Palomar di Bari. E poi ci sono tante esperienze del recente passato, penso alla poesia e a editori come Lacaita di Manduria che pubblicava Dario Bellezza e altri grandi poeti. Quella pugliese è sicuramente un’editoria libera e viva.