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Pugliesi fuorisede/21: intervista a Giuseppe Lezzi

Giuseppe Lezzi è un gallerista, nato a Lecce il 19 giugno del 1960.
Dopo gli studi nella sua città si trasferisce a Urbino dove studia Giurisprudenza; in seguito partecipa a diversi corsi di formazione legati alla comunicazione e alla gestione di risorse umane, si specializza nella gestione della forza lavoro nel settore finanziario. Nel 1990 arriva a Milano dove trasferisce la sua competenza finanziaria nel mondo dell’arte. Nel 2003 fonda Italian Factory organizzando diverse mostre: dalla partecipazione alla biennale di Venezia nel 2003 a rappresentare l’Italia durante il semestre di presidenza italiana a Strasburgo. È stato ed è promotore di diverse mostre in spazi pubblici, come il Palazzo Reale a Milano o il Chiostro del Bramante a Roma o Palazzo Belmonte Riso a Palermo. Nel 2013 a Milano, in collaborazione con Emanuela Baccaro, apre M77: galleria d’arte specializzata nel settore contemporaneo con mostre di grandi artisti italiani e americani.

Ti occupi di arte da tempo. Quando hai capito che era questo che volevi fare nella vita e qual è stato il tuo percorso professionale?

Faccio parte del mondo dell’arte dal 1990, quando ho cominciato a lavorare con una società che promuoveva prodotti della Zecca dello Stato. Con il passare del tempo mi sono reso conto che non era quella l’arte che mi interessava, ma soltanto nel 1994 sono riuscito a creare un’azienda tutta mia. La vera svolta si è avuta nel 2003 quando insieme ad Alessandro Riva e ad alcuni artisti abbiamo creato Italian Factory. Da lì in poi è stata una crescita continua sia dal punto di vista artistico che professionale.

Vivi a Milano da un po’ ma immagino che per motivi professionali e non solo ti sposti parecchio o sei comunque in contatto con altre realtà. Secondo te,  quanto all’avanguardia è la città che si sta preparando ad accogliere Expo? 

Vivo a Milano dai primi anni Novanta e posso tranquillamente affermare che è l’unica città italiana che potrebbe reggere il confronto con altre capitali del mondo, anche se la distanza da altre realtà come New York, Londra o Berlino è siderale, né credo che l’Expo potrà colmarla; purtroppo paghiamo lo scotto di vivere in un Paese depresso che considera l’arte come una disciplina minore. Mi ricordo con molto dispiacere la frase di un ex ministro che affermò che con l’arte non si mangia, detto proprio nel Paese che conserva l’80 per cento di opere d’arte del mondo. Se poi aggiungiamo che l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui si paga l’Iva sulle opere d’arte al 22 per cento il quadro è completo. I galleristi italiani devono fare i salti mortali per reggere il confronto con i colleghi di altri Paesi, per questo motivo Milano e l’Italia non possono reggere il confronto con altre capitali che considerano l’arte una risorsa.

Perché hai lasciato la Puglia? E quando ci torni, cosa vedi nel tuo settore?

Ho lasciato la Puglia perché ho sempre avuto il desiderio di confrontarmi nel lavoro con altre realtà. Avevo bisogno di nuovi stimoli e soprattutto velocità diverse. Amo molto la mia città, Lecce, e per quanto giri il mondo ci torno sempre con molto piacere, sebbene nel mio settore ci sia veramente poco. Comunque sto pensando seriamente di organizzare delle manifestazioni pubbliche in Puglia con alcuni amici pugliesi.

Ad aprile hai inaugurato M77, nuovo spazio dedicato all’arte a Milano. Come sono stati i primi mesi e cosa ci riserverà il prossimo futuro?

Tutta la preparazione per la mostra di Pignatelli è stata complicata ma esaltante e i mesi successivi sono stati sullo stesso livello; posso dirmi molto contento dello spazio espositivo e del programma, che prevede la mostra di Santi Moix, artista della Paul Kasmin Gallery di New York dal 20 ottobre al 31 gennaio. A febbraio ospiteremo due grandissimi artisti della galleria Cheim&Read di New York: Mcdermott&Mcgough, mentre a maggio ritornerà l’arte italiana con Giovanni Frangi. Queste le anticipazioni!

Si è avuto molto da dire sulla collocazione geografica di M77: distante, decentrata, periferica ma in una zona che promette di crescere molto bene. In tutta franchezza, perché hai scelto proprio quella location?

La scelta è stata abbastanza semplice perché nel momento in cui ho visto lo spazio me ne sono innamorato. Il fatto che sia decentrato non conta molto in una città come Milano: se fosse Roma, la centralità sarebbe vitale. In ogni caso, al di là dell’apertura della città della moda voluta da Pinault prevista per il 2015, l’arte è da sempre nata in periferia; per questo anche la scelta della periferia non è stata casuale. In futuro abbiamo comunque dei progetti che prevedono l’apertura di altri spazi, ma naturalmente non in Italia.

Con Italian Factory avete inaugurato una collana editoriale di altissimo livello con autori come Tommaso Pincio o Tiziano Scarpa.

L’idea venne ad Alessandro Riva la cui storia professionale era intrisa di commistioni fra letteratura ed arte grafica; per questo con non pochi sacrifici realizzammo questa collana che ci diede grosse soddisfazioni dal punto di vista delle relazioni. A malincuore abbandonammo il progetto perché la vita ci portò verso altre direzioni.

Oggi come ti definiresti: un gallerista, un imprenditore, un mecenate?

Mi sono sempre definito un manager al servizio dell’arte anche se adesso, come mi suggeriscono alcuni amici per me molto importanti, devo trasformare il mio lavoro da manager in gallerista. Forse la definizione che più mi si addice è quella di gallerista manager.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/20: intervista ad Antonio Sanfrancesco

Antonio Sanfrancesco è salentino, di Taurisano, a pochi passi da Santa Maria di Leuca. È redattore del settimanale Famiglia Cristiana. Dal 2003 vive a Milano, dove si è laureato in Lettere moderne all’Università Cattolica e, dal 2007 al 2009, ha frequentato il XVI biennio della scuola di giornalismo “Carlo De Martino”. Ha scritto di cronaca nazionale per il quotidiano Libero. Per le sue inchieste sul gioco d’azzardo pubblicate nel 2012 ha vinto il Premio Cronista “Piero Passetti”  e il Premio “Guido Vergani”. Per il dossier “Il dramma delle bambine mai nate” è stato premiato dall’Unione cattolica stampa italiana con il Premio “Natale Ucsi 2012″. Su Linkiesta.it cura il blog Opportune et importune dove si occupa di temi religiosi e culturali.

Sei salentino e vieni da un paese, Taurisano, non molto lontano dal mare. Come ci si trova a vivere a Milano, dove la spiaggia più vicina dista almeno due ore?

Male. Milano è una città di una bellezza nascosta, accogliente, capace di fare sintesi tra le diverse anime che la abitano pur nelle contraddizioni di una società multietnica come quella di oggi. Però è troppo lontana dal mare. Chi non è nato in un posto di mare non può capire questa nostalgia profonda, che è quasi esistenziale, inconscia. Di fronte al mare del Salento, e a quello cangiante di Santa Maria di Leuca, che va dal verde al blu cobalto, la felicità è un’idea semplice. Per me il mare non è solo ricordo nostalgico ma, nella sua bellezza, nel suo incessante movimento, è segno di qualcos’altro: rinvia, accenna, suggerisce senza mai definire. I pescatori, spiegava Van Gogh, sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato quei pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra. Ecco, il mare è la metafora più potente dell’avventura umana: non si vive se non rischiando e mollando ogni giorno gli ormeggi. Per questo, appena posso, soprattutto in estate, scappo da Milano per raggiungere la spiaggia più vicina.

Perché hai scelto questa città?

Sono arrivato nel 2003 per frequentare l’Università. Da allora Milano è diventata la mia città d’adozione, anche se non è stato certo un colpo di fulmine. Dopo la laurea, nel 2007, ho superato la selezione per entrare nell’Istituto per la formazione al giornalismo “Carlo De Martino” e poi ho iniziato a collaborare con Libero e Famiglia Cristiana. Alla fine, sono rimasto qui perché ho trovato il lavoro. Milano ha tanti difetti, senza dubbio, ma ha l’eleganza della sobrietà, della discrezione e della solidità. E questo mi piace molto.

Hai sempre voluto fare il giornalista? Cosa ti piace di più e cosa meno di questa professione?

La passione del giornalismo è nata da ragazzo, ai tempi della scuola media grazie anche alla mia insegnante di italiano che ci ha fatto partecipare a diversi concorsi giornalistici per le scuole. Da allora, mi sono sempre imposto di provarci. La velocità con cui questo mestiere sta cambiando e le sfide sempre nuove che pone obbligano a mettersi continuamente in gioco. Quello che mi piace di più è che non ci si annoia quasi mai e ogni giorno bisogna cimentarsi con nuovi argomenti e nuove storie. Quello che mi piace di meno è una certa tendenza al protagonismo: il giornalista resta un mediatore, un ponte, tra ciò che accade e i lettori. Nel cercare e dare le notizie, deve conservare questa umiltà di fondo.

Personalmente, ad esempio, mi occupo molto di bioetica e ho ben presente il rischio che scrivendone possa scivolare in una sorta di giudizio nei confronti delle singole persone che si trovano nel dramma di non poter avere un figlio o alle prese con un doloroso fine vita. È un rischio da correre ovviamente altrimenti non scriverei una riga. Però bisogna fare attenzione a entrare in punta di piedi perché si ha a che fare con la vita delle persone.

Nel 2012 hai vinto il Premio Cronista “Piero Passetti” e il Premio “Guido Vergani” per le tue inchieste sul gioco d’azzardo. Qual è stato il dettaglio più sconvolgente riguardo quest’inchiesta? 

Il ruolo attivo dello Stato che con una politica avventurista e spregiudicata, iniziata alla fine degli anni Novanta, ha arruolato più gente possibile al gioco d’azzardo patologico di massa con l’illusione di fare cassa. Oggi con 420 mila slot machine e 10 mila sale gioco, più tutti i giochi online a portata di mano, l’Italia è una gigantesca bisca a cielo aperto paragonabile, forse, alla sola Macao. Nel 2012, a fronte di una crisi pesantissima, gli italiani hanno speso in gioco d’azzardo 88 miliardi e mezzo di euro. Nelle casse dell’erario, però, sono entrati “solo” 8 miliardi. Quel che non si dice è che con l’azzardo lo Stato guadagna sempre di meno. Questi numeri evidenziano che è in atto uno stravolgimento di tutti i valori di riferimento perché se un Paese per ogni tipo di problema, compreso l’aiuto alle zone terremotate dell’Abruzzo, si affida all’azzardo e non alle proprie risorse culturali e intellettuali, è un Paese in declino.

Come mai ti sei avvicinato a questo argomento? 

Mi colpirono molto i dati sulla città di Pavia dove ci sono 520 slot machine, una ogni 136 abitanti e la spesa pro capite per gioco d’azzardo è la più alta d’Italia: nel 2013 è stata di 2.433 euro. Decisi di fare un’inchiesta più approfondita per Famiglia Cristiana andando a vedere e raccontare la città che gioca anche alle tre di notte e quella che resiste e cerca di curare queste persone. Lì ho capito che il gioco d’azzardo di massa non è una delle tante “nuove dipendenze” di oggi ma è un fenomeno sociale e antropologico, una perversione idolatrica di massa che sta cambiando nel profondo la società italiana. E il peggio purtroppo deve ancora venire.

Hai anche scritto un dossier sul Dramma delle bambine mai nate (premiato dall’Unione cattolica stampa italiana). Di cosa tratta e perché ne hai voluto parlare?

Sono quasi 100 milioni nel mondo le bambine uccise in grembo perché “colpevoli” di essere femmine. Si tratta di aborti sesso specifici che hanno provocato un vero e proprio terremoto demografico. Il primo a lanciare l’allarme nel 1990 fu Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia. Dal Sudest asiatico, dove è nato, il fenomeno è arrivato in Occidente attraverso i flussi migratori. I motivi sono diversi: vanno dalle politiche di pianificazione familiare imposte dallo Stato in Cina, ad esempio, a un mix di credenze e superstizioni che in alcune culture come l’India considerano le femmine un peso, una risorsa a perdere. In Italia il fenomeno è diffuso soprattutto nelle comunità cinese, indiana e albanese e, cosa ancora più inquietante, non riguarda solo donne ignoranti o emarginate ma anche quelle delle classi più elevate. Solo che non ci sono dati precisi, né si conoscono le modalità con cui avvengono questi aborti clandestini. Mi ha sempre sorpreso su questo tema il silenzio del movimento femminista. Il genericidio è un dramma che non può essere lasciato solo agli anti abortisti ma deve coinvolgere tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana.

Credi che la tua fede influenzi il tuo modo di scrivere, oltre che la tua visione del mondo?

La visione del mondo certamente sì, il modo di scrivere no. Come tutti i giornalisti, prima di scrivere cerco di svolgere più verifiche possibili. Ovviamente, nel resoconto di un avvenimento è impossibile non far sentire al lettore l’opinione che mi sono fatto. Che ci si faccia un’opinione è inevitabile, negarlo è da ipocriti. L’importante è fornire a chi legge più elementi possibile per permettergli di farsi un’idea.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/19: intervista a Francesco Oggiano

Francesco Oggiano, 30 anni, è un giornalista professionista. Diplomato al master in giornalismo Iulm-Mediaset, ha collaborato con varie testate, tra cui «IlSole24Ore», TgCom, «Corriere della Sera Magazine»,  Repubblica.it e Affaritaliani.it. Attualmente vive a  Milano, dove segue l’attualità per il sito di Vanity Fair. Ha scritto un libro per Cairo Editore (Beppe Grillo parlante. Luci e ombre sotto le 5 stelle).

Francesco, allora, raccontaci di te: cosa ti ha spinto a venire a Milano, perché hai scelto proprio questa città?

Più che sceglierla, sono stato scelto da lei. Quasi sempre a Milano ci si arriva per cause di forza maggiore. Io ci sono arrivato perché sono stato ammesso alla scuola di giornalismo Iulm-Mediaset nel 2006.

Come descriveresti i primi tempi nella metropoli del nord?

Come tutte le città che non scegli, all’inizio la subisci. La soffri. Poi inizi a capirne i meccanismi. Pian piano la apprezzi, preferendola ad altre città più belle, ma meno di cuore. Perché Milano non ha il mare, non vede il sole e si alza la mattina presto, quasi sempre nervosa. Ma Milano è sempre pronta ad accogliere gli audaci, a dare una prima opportunità, e a volte una seconda, a chi se la merita. Milano è spietata ma giusta. Per questo mi piace.

Sei giornalista e collabori con diverse testate. Hai sempre saputo che questo era ciò che volevi fare?

Ho sempre saputo che lo volevo fare, mai che l’avrei fatto. Sin dall’inizio sono stato abbastanza disilluso e disincantato, vista anche l’abbondanza di pratiche clientelistiche che caratterizzano l’ambiente giornalistico italiano. Ma forse sono state proprio la disillusione e il disincanto che mi hanno permesso di percorrere la strada che volevo, e di osare senza troppo preoccuparmi delle conseguenze. Il fallimento l’avevo già messo in conto. L’àncora che ha legato il mio sogno alla realtà è stata la scuola di giornalismo, vero e unico mezzo non prostitutivo e non classista di accesso alla professione.

Ti occupi di attualità. Se dovessi scegliere la notizia più assurdamente vera di quest’ultimo trimestre, cosa diresti?

Quella di Shayma, una bimba nata da una morta e morta nel reparto nascite. La sua storia inizia il pomeriggio del 24 luglio, a Deir al-Balad, nella Striscia di Gaza. Shayma è dentro il grembo della madre 23enne. Una bomba cade sulla loro casa, la madre si accascia. Arrivano i soccorsi. Alcuni dottori praticano un taglio cesareo sulla pancia della mamma, che ormai ha smesso di respirare, e tirano fuori la piccola. La notizia fa il giro del mondo. Sembra la dimostrazione, vivente, che anche in mezzo all’inferno può nascere la vita. Ma il miracolo è finto e le grida si strozzano quattro giorni dopo. Shayma, che nel frattempo era stata messa in un’incubatrice in un ospedale della Striscia, rimane vittima degli effetti collaterali della guerra. A causa dei bombardamenti l’elettricità va e viene. Il 28 luglio la macchina che mantiene in vita la bimba smette di funzionare a causa di un black-out. In pochi minuti Shayma smette di respirare. La vita in mezzo alla morte si consuma presto.

Segui la vita politica e sociale pugliese o sei più propenso a leggere e approfondire la realtà milanese?

Quando sono a Milano seguo la realtà milanese, ma mantengo sempre un occhio su quello che avviene nel mio paese consultando ogni giorno i blog cittadini, che stanno diventando sempre di più la più preziosa e autorevole fonte d’informazione locale. Appena scendo dalla scaletta dell’aereo che mi ha portato in Puglia però dimentico il «Corriere della Sera» e «Repubblica». Nei giorni in cui sono giù esiste soltanto «La Gazzetta del Mezzogiorno». D’estate il profumo della sua carta è indimenticabile, perché sempre contaminato dalla salsedine di mare.

Quali sono secondo te le qualità che dovrebbe avere un giornalista oggi/ quali sono quelle che tu hai?

Quelle che io cerco di conseguire ogni giorno, e che dovrebbero essere imprescindibili per ogni giornalista sono tre: 1) accuratezza. La rete non perdona. Oggi, grazie agli strumenti di informazione e consultazione libera, chiunque è smentibile nel giro di pochi minuti. 2) indipendenza. Va trovata anzitutto dentro se stessi. Spesso è più forte l’autocensura della censura stessa. 3) imparzialità. Di per sé è irraggiungibile. Ma bisogna tendervi, cercando di far trasparire il meno possibile il proprio punto di vista in quello che si scrive.

Hai scritto un libro sul Movimento 5 stelle, definendolo unico a livello mondiale, nel suo genere, e affascinante come esperimento politico, accostando anche il suo leader a Berlusconi. Ti chiederei, innanzitutto, per quale motivo ti sei appassionato a questa storia e le ragioni di questa ardita somiglianza.

Sin dai tempi dell’Università ero appassionato alla Rete e alla politica. Così iniziai a seguire il blog di Beppe Grillo, che allora era tra i 20 più prestigiosi al mondo. Quando sono diventato giornalista non ho potuto non appassionarmi e iniziare a seguire con i miei articoli una storia che conteneva un sacco di ingredienti esplosivi: un guru della rete, che conosce un comico; un comico, che prima spaccava computer sul palco e adesso apre un blog; un blog che diventa punto di riferimento per migliaia di cittadini; migliaia di cittadini che si uniscono e formano un movimento, ecc.
Accosto il leader (parola più che giusta) del Movimento a Silvio Berlusconi per due aspetti: quello personale e quello mediatico. Grillo e Berlusconi sono entrambi uomini dal carisma fuori dal comune. Sono entrambi due self-made man che hanno eccelso in un determinato campo (la Tv e lo spettacolo), che hanno deciso di scendere in campo e «prestare la propria opera» al servizio dell’Italia. Da autodidatti, si sono affacciati alla politica portando con sé l’immagine di qualcosa di sovversivo e anti-sistema.

Anche l’atteggiamento nei confronti dei media e degli avversari è tanto fuori dal comune quanto comune a entrambi: tutti e due hanno invaso l’Italia con un messaggio veicolato dall’alto, vhs per Berlusconi, post sul blog per Grillo. Ed entrambi hanno sempre evitato il contraddittorio, sia rifiutando le interviste a giornalisti «venduti» (leggi, non loro amici), sia disertando i dibattiti con altri politici.

Queste affermazioni risalgono ad anno fa, quando il libro è uscito. Oggi la pensi ancora così o cosa è cambiato?

Purtroppo Grillo ha continuato a comunicare alla maniera di Berlusconi. Paradossalmente è stato Berlusconi che ha deciso di migliorare la sua comunicazione, decidendo di farsi intervistare da giornalisti che non siano necessariamente suoi dipendenti.

Quando alla tenuta del Movimento, molto è cambiato. Un anno fa i 5 Stelle erano alla vigilia della sfida più difficile: abbandonare lo status di promessa del cambiamento e diventare forza del cambiamento. Finora non ci sono riusciti. Entrati nel palazzo, questi giovani dall’aria onesta ma dalla competenza nulla sono stati soverchiati dai volponi della politica più tradizionale, rimanendo impigliati nelle procedure parlamentari (che non conoscono) e immobili nell’impossibilità di stringere accordi o alleanze (che non fossero quelle decise dall’alto). In più hanno visto incupirsi la loro comunicazione, complici anche le scelte scellerate degli staff nominati dalla Casaleggio Associati.

Come funzionano le vacanze per un dipendente dalle news?

La dieta mediatica si assottiglia, ma non troppo. Si legge (un quotidiano al giorno), si consultano i siti e i social network (almeno una volta al giorno), si controlla la posta (un paio di volte al dì).

Hai in mente di scrivere altri libri, stai già lavorando a qualcosa?
Ho un’idea, ma visto che siamo in trattativa non posso parlarne. Mi spiace.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/18: intervista ad Agostino Picicco

Agostino Picicco vive a Milano dove lavora come coordinatore delle Presidenze di Facoltà dell’Università Cattolica. Ha vissuto a Giovinazzo (Bari) gli anni dell’adolescenza partecipando attivamente all’associazionismo cittadino. Ha conseguito la laurea presso l’Università Cattolica di Milano e, successivamente, l’abilitazione professionale di avvocato e di giornalista pubblicista. Ha operato nella direzione di collegi universitari milanesi. Collabora come giornalista per riviste locali. Partecipa con ruoli di responsabilità alla vita di diverse aggregazioni sociali, in particolare coordina le attività culturali dell’Associazione Regionale Pugliesi di Milano. È componente del Consiglio Generale della Fondazione don Tonino Bello.

Per la Ed Insieme ha pubblicato i volumi Meridione ed emigrazione (2002); A Sud l’orizzonte si è schiarito (2003); L’amicizia: un’avventura meravigliosa (2006); I roghi accesi dal maestro (2008); Nel riverbero di cento ideali (2012); Ti voglio bene (a cura di, con Giancarlo Piccinni) (2013). Per le Edizioni Messaggero di Padova i volumi Padre Agostino Gemelli (2005); Armida Barelli (2007); Ludovico Necchi (2010).

Tanti anni fuori casa, ormai. Ma casa è il posto in cui si nasce e si ritorna malinconicamente o il luogo in cui si decide di risiedere e si tengono i propri affari?

L’attuale contesto globalizzato consente di sentirsi a casa sia nella terra natia che nel luogo del lavoro. Il segreto soprattutto è trovare persone con le quali stare bene sia al Nord che al Sud.

Quando eri più piccolo, ti immaginavi così come sei diventato?

Assolutamente no. La vita ha degli esiti imprevedibili. Innanzitutto non pensavo di dover lasciare il mio paese. E una volta andato via, ho imparato ad amarlo di più non solo col cuore ma anche con una maggiore propositività di azione. Mi sono reso conto che sono più utile stando a Milano che se fossi tornato. E poi mi trovo ad operare in realtà che da piccolo non sapevo neppure che esistessero. Magari non sono quelle che avevo desiderato o immaginato, ma sono ugualmente arricchenti e positive.

Per quale motivo hai scelto Milano per gli studi?

Negli anni dell’adolescenza ho ricoperto ruoli di impegno attivo e di responsabilità nell’ambito dell’associazionismo cattolico cittadino. Ho ritenuto una grande opportunità – in anni in cui l’emigrazione intellettuale non era diffusa, almeno nella mia provincia – quella di completare gli studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. E qui ho trovato un ambiente stimolante, umanamente ricco, culturalmente valorizzato dalla presenza di grandi maestri.

Hai scritto diversi libri e saggi, spesso approfondendo la vita di alcuni personaggi che hai conosciuto o che sono realmente esistiti. Cosa ti colpisce di queste vite che ami narrare?

Sì, ho scritto alcune biografie sui fondatori dell’Università Cattolica, e poi ho approfondito alcuni temi sociologici del vescovo Tonino Bello, grande profeta della pace dei nostri giorni. In loro ho trovato aspetti della mia personalità, vita, esperienza. Studiavo loro e ritrovavo me stesso. In particolare ho molto ammirato in queste figure la capacità di relazione, l’impegno per il prossimo, l’altruismo, il costruire grandi opere a favore della comunità, l’essere umili, innamorati del mondo, pronti a stupirsi per ogni piccola cosa.

Parli diffusamente dei tuoi ricordi, della tua famiglia e della città nel tuo ultimo libro La semplicità delle piccole cose. Ricordi ed emozioni, Ed Insieme. A tuo parere, negli anni, quanto è cambiata la Puglia – se è cambiata – e qual è il dato (fisico, artistico, culturale) che ti balza subito agli occhi?

Sì, la Puglia è cambiata, partecipe del movimento e del dinamismo della globalizzazione. È cambiata in meglio, il turismo è aumentato, la gente sta imparando che la cooperazione è importante, la cultura è più sentita. Leggo anche nei periodici locali più sconosciuti delle tante iniziative culturali: mostre, presentazioni di libri, poesie, spettacoli teatrali. È un segno positivo di maturazione, di partecipazione e di ampiezza di orizzonti. Certo ci sono delle resistenze, ma l’evoluzione si nota.

Anche tu avvocato, giornalista e scrittore. Un po’ come Gianrico Carofiglio o Nicky Persico. Cosa collega la passione per la scrittura con la passione per la giurisprudenza?

La giurisprudenza insegna ad argomentare, a cogliere la ratio dei comportamenti e delle norme. Un buon giurista deve saper scrivere e cogliere i movimenti dell’animo umano e del contesto di riferimento. Da qui il passo è breve per amare la letteratura e diventarne “protagonista”. E poi si dice che il diritto è arido. Forse lo scrivere di temi più ameni è un modo per rituffarsi nelle pieghe dell’animo umano che la poesia e la letteratura rendono possibile.

Parlaci del progetto artistico Emotions of the world.

È un progetto artistico proposto dalla pittrice di origine brasiliana Geovana Clea. Mira a liberare l’arte dalle manovre dei galleristi e dal guadagno ad ogni costo per ridare alle pitture, sculture, ecc. quella dimensione umana, emozionale che trova eco nella sensibilità dell’artista e non necessariamente nel portafoglio. Il respiro internazionale del progetto mira a coinvolgere talenti artistici di tutto il mondo.

Sei uno dei dirigenti dell’Associazione Regionale Pugliesi. Qual è il compito dell’Associazione? E tu come ti sei trovato a lavorarci?

Ho conosciuto dodici anni fa questa realtà importante nel panorama associativo e volontaristico milanese grazie alla presentazione del mio volume Meridione ed emigrazione. È nato un rapporto di grande stima ed amicizia con i dirigenti, che mi hanno chiamato ad essere responsabile del settore cultura dell’Associazione. Anche gli intenti del sodalizio sono stati subito da me apprezzati. Venuto meno lo scopo mutualistico o di gestione del tempo libero, tipico qualche decennio fa di queste realtà, è emerso l’intento culturale. Attraverso convegni, seminari, mostre, presentazioni si tiene vivo il legame con la Puglia, senza ghetti e steccati, ma aperti al territorio che ci ospita e in generale ai tanti fermenti che la metropoli lombarda offre.

 Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/17: intervista a Cristina Zagaria

Cristina Zagaria nasce nel modenese ma passa l’infanzia in Puglia, a Taranto, di cui è originaria la famiglia. Frequenta la scuola di giornalismo di Bologna e diventa giornalista professionista. A 25 anni viene assunta dal quotidiano La Repubblica e lavora nelle redazioni di Bologna, Bari, Roma, Milano. Dal 2007 vive e lavora (sempre per La Repubblica) a Napoli, occupandosi perlopiù di nera e giudiziaria, ma ha lavorato anche per le pagine locali e nazionali della cultura e della politica. Il suo esordio è avvenuto nel 2006 con Miserere (Dario Flaccovio Editore); ha poi pubblicato altri sei romanzi e partecipato a diverse antologie di racconti e saggi; il suo ultimo libro è Veleno, è uscito nel 2013 per Sperling&Kupfer.

Veleno, il tuo ultimo libro, parla di Taranto, dell’Ilva, di una città che sopporta ormai tutto il peggio possibile e delle persone che invece non si arrendono. Da cosa è nata questa storia? E ti piace il paragone che ogni tanto fanno – visto che la protagonista è una donna – con Erin Brockovich?

È nata da me e dalla mia città. Sono tarantina ed emigrata. L’Italia ha scoperto la storia di Taranto e del caso Ilva dopo l’indagine della Procura con il sequestro dell’area a caldo il 26 luglio 2012, ma da tarantina e da giornalista so bene che le trasmissioni tv e i giornali non hanno il tempo e lo spazio (a volte la volontà) per raccontare i “volti”, le “vite”, le tante “verità” di Taranto. Per me che ho abbandonato la mia terra per inseguire il mio lavoro era una necessità, un bisogno (prima che un dovere) cercare di raccontare quello che accade alla mia famiglia e alla mia città. Taranto oggi non sopporta il peggio possibile. Le hanno imposto siti industriali come l’Ilva e l’Eni, ma dopo anni di “incoscienza” questa è l’epoca della coscienza. Taranto si sta ribellando e ha tanta voglia di riscatto, di vita, di giustizia. Ed ecco Veleno, un romanzo civile, una vera e propria inchiesta giornalistica scritta in modo da arrivare a più lettori possibili, a tutti i tarantini, ma non solo. Veleno è un libro scritto prima di tutto per chi non è di Taranto. Perché il caso-Taranto è il caso-Italia, quello che accade con l’Ilva è solo un esempio di quello che accade nel nostro paese, sulla pelle dei cittadini. È un caso italiano.

Il paragone tra Daniela Spera, la farmacista protagonista di Veleno, ed Erin Brockovich è perfetto e nasce dalla realtà. Daniela, proprio come Erin ha raccolto storie e testimonianze e sta collaborando con la magistratura per incastrare i grandi complessi industriali che stanno avvelenando la terra jonica. La vita di Daniela è reale e non è un film, ma c’è la stessa forza di volontà e voglia di verità che ha animato la più famosa battaglia della Brockovich.

Al centro dei tuoi romanzi c’è sempre una donna forte, in qualche modo in lotta con il mondo circostante. Quanto  ti senti vicina a queste tue eroine?

Le ammiro. Le studio. E cerco di prendere da ciascuna di loro coraggio, determinazione, grinta e sogni. Ogni protagonista dei miei libri però è sempre una “eroina quotidiana”, il che vuol dire una donna sul confine: forte e debole. Tutti la vedono forte, ma io cerco e svelo sempre l’anima fragile.

E quante donne realmente così, come le descrivi e racconti tu, hai conosciuto?

Tantissime. Ogni volta che per Repubblica seguo un caso, la chiave di volta è una donna. Sempre. Vorrei davvero poterle raccontare tutte. Sono il volto bello dell’Italia.

I tuoi libri si ispirano spesso a fatti di cronaca e realmente accaduti e, possiamo dire, sono connotati da un forte senso civico. Ti senti più giornalista o più scrittrice? Le due cose sono intrinsecamente collegate o c’è uno stacco quando fai una cosa piuttosto che l’altra?

Ogni mio romanzo nasce come una inchiesta giornalistica. Quando cerco una storia da scrivere insomma sono giornalista. Non riesco a inventare. Ci sono così tante storie vere da raccontare e così poco spazio sul giornale che mi sembra di sprecare del tempo a inventare. Io scrivo libri perché mi piace trovare piccole storie da rendere uniche. Mi piace raccontare l’Italia minore, ecco perché il Sud, le donne… le storie che i giornali non hanno mai raccontato. Perché questa “Italia minore” è quella coraggiosa, forte, ottimista, quella che ancora può sorprendere.

Quando però scrivo un libro il respiro narrativo è sempre molto serrato, ma diverso da un articolo di giornale. La scrittrice cerca spazio, parole, ritmo e poesia. I miei libri sono romanzi: solo che sono veri. E quello che mi affascina sempre è che grazie ai loro protagonisti e alla vita che va avanti continuano a vivere molto tempo dopo la pubblicazione. Sono sempre “oggetti” in movimento. Io dico che sono “vivi”.

Hai cominciato a lavorare giovanissima come giornalista per Repubblica. Come ricordi quei primi passi in questa professione sempre più precaria?

Come un sogno. A Repubblica Bologna, dove ho cominciato a scrivere uscita dalla scuola di giornalismo, ho avuto dei maestri incredibili, vecchi giornalisti, che mi hanno raccontato del giornale creato da Scalfari, dell’odore della tipografia, della ricerca scrupolosa delle notizie, della tecnica per costruire un buon pezzo. Io ascoltavo tutti e cercavo di imparare. Il mio apprendistato, grazie anche a persone come Angelo Agostini (che oggi non c’è più) è stato un momento bellissimo ed esaltante della mia vita. Vivevo per la notizia, per cercare la verità… lavoravo 24 ore su 24 ed era bellissimo.

Da anni vivi e lavori a Napoli: per te, cosa vuol dire, vivere in una città che è anche simbolo di un certo tipo di Meridione?

Napoli è simbolo di tutto e del contrario di tutto. Napoli è meridionale, europea, mediterranea, Napoli è camorra, ma molto spesso anche eccellenza… Napoli è la città ideale per chi è a caccia di notizie e di storie.

Nella tua biografia si legge che dopo la nascita a Carpi e qualche anno a Bergamo torni in Puglia, regione della tua famiglia e che senti come tua “casa”. Sensazione dovuta a cosa?

Il mio accento è l’accento tarantino. I miei ricordi di scuola sono legati a Taranto, le mie amiche di infanzia sono di Taranto, la mia famiglia tutt’ora vive a Taranto. Se immagino casa, casa per me è la Puglia.

Dopo tanti anni, è ancora così?

Un pezzo grande del mio cuore è ormai di Napoli. Ma le radici restano a Taranto.

E per quale motivo hai scelto di vivere al Sud ma non in Puglia?

Per lavoro. Amo il Sud e sono voluta fortemente tornare al Sud, ma dopo sei anni di esperienza alla redazione di Repubblica Bari volevo sperimentarmi in una città più grande e complessa e sono felicissima che il destino mi abbia regalato Napoli.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/16: intervista a Fernando Altamura

Il pianista barese Fernando Altamura all’età di ventidue anni si era già esibito nei più prestigiosi teatri e sale da concerto d’Europa, tra cui la Wiener Zaal e la Grosser Zaal a Salisburgo, il Concertgebouw ad Amsterdam, il Doelen a Rotterdam e la Gewandhaus a Lipsia. Dopo il diploma in Pianoforte presso il Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari conseguito all’età di diciannove anni, ha ottenuto i diplomi di Bachelor e Master of Music presso l’Hogeschool voor Musiek (Codarts) a Rotterdam.
Il suo interesse per la musica contemporanea lo ha portato a esplorare i nuovi repertori e le opere inedite di compositori viventi, compresi, tra gli altri, il lavori di Gianvincenzo Cresta, Ferdinando Sarno, Maria Escribano, Marc Yeats e Klaas De Vries. È stato membro del “Rotterdam Ensemble”, un gruppo di musica contemporanea, e ha fatto parte del New Music New Haven presso la Yale University e della Nouvelle Ensemble Moderne presso il festival di musica contemporanea di Domaine Forget, in Canada.

Com’è avvenuto il tuo incontro con la musica?

È stato piuttosto naturale, dal momento che provengo da una famiglia di musicisti da generazioni. Mia madre è una pianista, mia sorella una violinista. Ho cominciato a suonare il piano per accompagnarla ai saggi, poi è andata a finire che lei ha fatto tutt’altro, io invece ho continuato a suonare professionalmente.

Come descriveresti il tuo percorso professionale – i compositori che ti hanno illuminato, gli incontri che ti hanno segnato, le scelte più ardue e decisive…

Sicuramente devo molto alla mia prima insegnante, la professoressa Marisa Somma: una docente vecchia maniera che mi ha formato con un training severissimo ma efficace, che mi ha permesso di affrontare gli studi successivi all’estero in tutta tranquillità. Mi sono infatti specializzato a Rotterdam, Salisburgo, Seul, all’università di Yale.
Mi sono formato soprattutto sui classici (da Bach a Chopin), per poi specializzarmi nel repertorio tardo-romantico. La mia scelta più ardua? Andarmene dall’Italia a 17 anni, sicuramente. E per fortuna che l’ho fatto allora.

Hai ricevuto sin da giovanissimo consensi e successi – neoventenne eri fuori dall’Italia a suonare per prestigiose sale concerti. Come hai vissuto – e come vivi tutt’ora, dato che non sei certo anziano – questa popolarità e questi riconoscimenti?

Vivo tutto con grande umiltà. Sono contento di suonare sia di fronte a un pubblico di tremila persone in una grande capitale europea, che davanti a quattro gatti in un paesino sperduto della Puglia. Ci metto lo stesso impegno e la stessa passione. Mi aiuta a tenere i piedi per terra.

Com’è nato il progetto Voces Intimae? Chi sceglie i musicisti e compila il programma? A cosa sarà dedicata l’edizione di quest’anno e perché?

Voces Intimae è il titolo della terza edizione del Bari International Music Festival, di cui sono direttore esecutivo. Deriva dalle due parole poste da Sibelius su tre accordi, nel manoscritto del suo quartetto posseduto da un suo amico. Un fine inafferrabile proprio come il significato delle parole latine, traducibili come “voci intime” o “voci interiori”. L’espressione si riferisce alla meditabonda conversazione fra i quattro strumenti, o forse all’uso che Sibelius fa del quartetto come mezzo per dar voce ai propri pensieri nascosti. La musica da sempre è stata lo strumento di espressione del mondo interiore dell’uomo e la musica da camera è il palcoscenico su cui gli strumenti conversano in tempo reale. Il tema di quest’anno sottolinea l’importanza della musica classica nel tessuto sociale: “le parole vengono meno, parla la musica”. Il direttore artistico, il maestro David Fung (acclamato pianista australiano) ci raccomanda i musicisti del festival e crea il programma ogni anno.

Quanto credi risuonino in te le tue origini?

Moltissimo, sicuramente. Dal mio amore per il riso, patate e cozze a quello per la musica Italiana.

Sei uscito di casa prestissimo e anche adesso vivi fuori dall’Italia. Fu un desiderio inarrestabile il tuo o una necessità professionale?

Al tempo è stata una scelta professionale, in Italia non c’erano possibilità lavorative e tutt’ora, per la classica e non solo per quella, è molto difficile. Me ne sono andato a malincuore. Adesso, dopo 11 anni, non riesco più a immaginarmi una vita in Italia.

Tua sorella (Giuliana) è una scrittrice, tu sei un muscisita… verrebbe da dire che avete una certa vena artistica in famiglia. Da chi (o da cosa) deriva?

Mio nonno era un pianista e compositore ed era musicista anche il padre di mio nonno. Forse è il caso di dire che l’abbiamo davvero nel sangue!

Spesso, in questi ultimi tempi, si parla di primavera culturale, di dinamismo artistico, quasi di un momento di avanguardia e sperimentazione per la regione pugliese. Condividi questa visione?

Decisamente. Vedo crescere la Puglia ogni anno di più. Nascono progetti sempre più interessanti e il nostro festival si sposa perfettamente con questa nuova prospettiva.

Vivi a Montréal e hai vissuto anche altrove. Cosa ti manca di più da quando sei fuori dall’Italia, e cosa meno?

Sarà scontato, ma mi mancano moltissimo il cibo, il mare, il caldo, la famiglia. Di meno, il mondo professionale.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/15: intervista a Fernando Coratelli

Fernando Coratelli è nato a Bari, ma si è trasferito sui Navigli ormai da quindici anni. Lavora nell’editoria, organizza eventi letterari, dirige il webmagazine «Torno Giovedì» ed è presente con diversi racconti su varie antologie. Ha pubblicato i romanzi Altrotempo (Cadmo Editore, 2008), Quando il comunismo finì a tavola (CaratteriMobili, 2011) e La resa (Gaffi Editore, 2013).

Partiamo dal principio: perché e quando sei venuto a vivere a Milano.


Sono arrivato a Milano nell’autunno del 1998, altro secolo, altro millennio. Milano non è stata la scelta di vita, è venuta casuale, più che altro la mia essenza nomade mi ha portato via da Bari. Se fossi nato a Milano sarei andato via da Milano – mi sento migrante.

Arrivato in Lombardia, quali erano le tue idee? Come ti sei avvicinato al mondo editoriale?


A Milano sono venuto a frequentare un corso di Tecniche editoriali. Scrivevo, sognavo di fare il romanziere, ma non volevo fare altro nella vita, cioè ho pensato “vorrei lavorare di ciò che amo più di ogni altra cosa fare: leggere e scrivere”.

Il tuo pamphlet, Quando il comunismo finì a tavola, in un certo senso, ricorda un testo candidato al Premio Strega, Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo. L’hai letto? In generale, segui i premi letterari?


Ammetto di non avere letto il libro di Francesco Piccolo, e in ogni caso il mio è antecedente al suo. Non è uno dei miei autori di immediato riferimento, se mi passi l’espressione, non so se lo leggerò, insomma, ho altri più urgenti da leggere. Non seguo i premi, perché in Italia non ce n’è uno che non sia stabilito a tavolino dai grandi gruppi editoriali, non sono mai premi meritocratici ma sempre di potere.

Quanto c’è di tuo nel confronto tra storia politica italiana e tua storia personale visibile nel libro pubblicato con CaratteriMobili? Perché, per chi non lo sapesse, in questo libro per ogni avvenimento storico-sociale di qualche rilevanza tu fornisci il tuo contrappasso soggettivo, dando dettagli su dove eri, cosa stavi facendo, quali scarpe avevi messo, ecc.
 

Quelli bravi direbbero che Quando il comunismo finì a tavola è un libro di autofiction. Non è del tutto vero, la parte narrativa e romanzata ha un suo peso specifico, sono veri però tutti i riferimenti storici, poi se la storia del protagonista collimi alla perfezione o no con la mia credo sia davvero di poco interesse.

La resa è il tuo ultimo romanzo. Nel titolo sveli, per così dire, il sentimento di fondo dei personaggi, che, dopo aver vissuto un trauma iniziale, hanno deciso di cambiare vita – proposito molto difficile da mantenere…


Sì, il titolo è già di per sé uno svelamento del climax. Era mia intenzione raccontare una resa incondizionata e imperante della borghesia intellettuale odierna, quella dei trenta/quarantenni che non hanno saputo costruire niente, che faticano a mantenere in piedi i vecchi valori del Novecento, che forse di quei valori sono schiavi senza apprezzarli eppure tuttavia si dimenano nel tentativo di salvaguardare uno status. Un po’ come dice quel personaggio nel film L’odio (La Haine) di Kassovitz: “L’uomo che precipita dice fin qui tutto bene, fin qui tutto bene: ma il problema non è la caduta bensì l’atterraggio”.

Ti sei mai chiesto come reagiresti tu se ci fosse veramente un attacco terroristico a Milano?


Temo che reagirei come uno dei personaggi di La resa, temo che anche tu reagiresti allo stesso modo, temo che chiunque legga questa intervista reagirebbe così. D’altronde attentati di quella portata ci sono stati, e dopo gli iniziali buoni propositi della gente colpita dalle stragi alla fine ha vinto quella resa intellettuale di cui parlavo prima.

«Torno Giovedì» e Lite Editions. Due progetti online, diversi. Ce li racconti?


Due progetti diversi fra loro, compreso il mio ruolo. «Torno Giovedì» è stato un webmagazine di narrazioni nato nel 2010 da un’idea mia, di Luigi Carrozzo e Franz Krauspenhaar. Sentivamo la mancanza di uno spazio di narrazioni, visto che in quel momento storico alcuni dei grandi blog letterari (si pensi a Nazione Indiana o a Primo Amore) ormai erano appiattiti solo su temi di attualità sociopolitica o al più su recensioni. Mancavano spazi aggreganti di storie, di esperimenti letterari e linguistici. Sono stati tre anni fecondi, firme più o meno famose hanno dato il loro contributo e ci possiamo fregiare anche di avere dato spazio a alcune narrazioni che poi hanno trovato spazio editoriale (tipo La prigione grande quanto un Paese di Marco Drago che dopo averlo pubblicato a puntate su «Torno Giovedì» è diventato un libro per Barbera Editore), o di avere spinto e lanciato esordienti, oltre a avere ospitato autori stranieri che ci hanno inviato loro inediti (penso a David Camus, a Richard Godwin, a Catherine Dufour, fra gli altri).

Lite Editions invece è una casa editrice digitale, nata da un’idea di Desideria Marchi e Giorgio Lonardi. È stata la prima casa editrice italiana di short-story erotiche, che poi ha ampliato il suo raggio di azione a romanzi e a generi come il noir e il romance. Ma di Lite Editions sono stato solo il direttore editoriale per un anno.

A dicembre è andato in scena L’ambigua storia di un bicchiere di Merlot; prossimamente porterai in scena un altro testo, un work in progress di C’è ancora vita sulla costa orientale. Quali sono le difficoltà di scrivere un testo teatrale? E com’è avere il controllo solo di una parte dell’opera, essendo stato autore e sceneggiatore, ma non regista della commedia?


Difficoltà a scrivere un testo teatrale devo dire che non ne ho incontrate. Studio dialoghi da quando ho cominciato a scrivere, non a caso tutta la mia produzione narrativa ha come base i dialoghi, spesso vituperati in Italia, difatti pochi sanno davvero scriverli e dare voci verosimili e specifiche ai personaggi. Non essere il regista di ciò che si scrive è una manna dal cielo, aiuta a lavorare sul testo di continuo, a doversi confrontare, a sapersi mettere in discussione fino al minuto prima che gli attori vadano in scena.

Qual è la sensazione che hai provato nel vederlo, ascoltarlo realizzato?


Una sensazione irripetibile. A uno scrittore non capiterà mai di avere davanti agli occhi duecento o trecento lettori tutti insieme nello stesso momento. A un autore teatrale questo succede: sei lì e recepisci subito l’impatto del pubblico, capisci al volo ciò che ha funzionato e quello che invece va risistemato.

Ultimamente hai sviluppato un certo tipo di scrittura corale, a più voci, di stampo “americano”, e mi sembra che questa sia una scelta precisa che va nella direzione di un recupero dell’epica in letteratura. A quali autori fai riferimento in tal senso? E credi che ci sia qualcun altro che si muove in questa direzione in Europa?


Beh è fin troppo facile (ma è anche vero) dire che i miei autori di riferimento sono Don DeLillo e Cormac McCarthy su tutti. Poi Carver non lo fai mancare mai, dopodiché non tralascerei Auster né McInerney. In Europa non disdegno McEwan (anche se non tutto) e Houellebecq, mi piace molto Zadie Smith, ma vorrei anche segnalare il tedesco Eugen Ruge, per restare in tema di romanzi corali. In Italia si ricomincia ora, non dispero, arriverà roba interessante, ne sono certo.

In chiusura, tornerei alle origini. E ti chiederei di descrivermi il tuo rapporto con la Puglia, con Bari, con le tradizioni, con ciò che hai lasciato ormai da un po’ di tempo.


Ho un rapporto controverso con le tradizioni. Forse sarà la parola che non amo particolarmente, visto che adoro scoprire ancor più che riscoprire. Direi comunque che il mio rapporto con Bari è di stima reciproca. Battute a parte, non sono nostalgico, non lo sono in amore, figurarsi con le origini. Tuttavia la Puglia è una terra bellissima dai colori intensi che ti porti dentro per sempre, ma quello che più di tutto mi lega indissolubilmente con la Puglia, con Bari soprattutto, è l’alba. Il sole sorge dal mare a Oriente, e io sono nelle idee, nelle azioni, nei pensieri sempre con lo sguardo fisso verso Levante.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/14: intervista a Giuliano Pavone

Giuliano Pavone (1970), giornalista e scrittore, è nato a Taranto e vive a Milano. Dal 1999 a oggi ha pubblicato una quindicina di libri, fra cui due romanzi, entrambi ambientati in Puglia ed entrambi per Marsilio: L’eroe dei due mari (2010) – che si è aggiudicato tre diversi riconoscimenti nell’ambito della narrativa sportiva, e da cui nel 2012 è stata tratta una graphic novel – e 13 sotto il lenzuolo. Dal 2014 tiene corsi di scrittura con sua moglie Lucia Tilde Ingrosso.

Hai scelto abbastanza presto di lasciare la tua città e andare a studiare fuori, a Milano. A cosa era dovuta questa scelta?

Voglia di conoscere il mondo, credo. L’assenza di un’università a Taranto mi spingeva a scegliere fra una città vicina, con la prospettiva di fare il pendolare, e una lontana. Fra le due opzioni ho scelto la seconda, e fra le città lontane ho scelto una delle più lontane, non solo geograficamente.

Quando sei partito per l’università immaginavi di restare a vivere fuori o è semplicemente “successo”?

Quando sono partito per l’università dovevo ancora compiere diciott’anni: a quell’età si pensa davvero a dove si vivrà da lì a vent’anni? Io di sicuro non lo facevo. Ero molto più concentrato sul presente e sul futuro prossimo. Credo che non fossi del tutto consapevole di quanto quella scelta potesse orientare la mia vita, ma allo stesso tempo penso che sotto sotto sapevo che sarebbe andata così. Almeno finora. In futuro, chissà.

Il tuo primo libro è di stampo umoristico, tratto che non hai decisamente mai perso, e si intitola Giovannona Coscialunga a Cannes. Dietro il faceto, però, hai anticipato quella che sarebbe stata una forte ondata di revival di un certo tipo di cinema all’italiana. Come hai fatto a vederci lungo?

Non è uno di quei primati che inorgogliscono le mamme, ma in effetti fui uno dei primi a occuparmi in un certo modo di quel tipo di cinema. Il libro uscì nel 1999, ma l’interesse “scientifico” (fra molte virgolette) per quel tema risale ad almeno cinque anni prima, quando con degli amici partecipai a una specie di conferenza goliardica sulla commedia sexy. Allora solo Marco Giusti diceva certe cose. I Veltroni e i Tarantino vennero dopo e, se Giovannona Coscialunga non andò a Cannes, Quel gran pezzo dell’Ubalda fu proiettato al Festival di Venezia, grazie proprio a Tarantino! Naturalmente il mio scopo non era anticipare una moda o “vederci lungo” (fra l’altro si dice che certe pratiche legate alla visione di quei film accorciassero la vista anziché allungarla…): molto più semplicemente mi è sempre piaciuto mischiare l’alto e il basso, e trovare degli spunti di interesse anche in ciò che generalmente viene ritenuto poco meritevole di approfondimento.

In 13 sotto il lenzuolo il protagonista è un tarantino che viveva a Milano ma poi torna nel suo paesello natio. C’è qualche eco autobiografica in questo romanzo?

Anche in L’eroe dei due mari la storia si svolge in Puglia ma con qualche finestra aperta verso Milano, e ciò ovviamente riflette la mia esperienza personale: mi piace mettere a confronto le due realtà che conosco meglio, e riflettere su come ciascuna guarda all’altra. Detto questo, il protagonista di 13 sotto il lenzuolo, che peraltro non è di Taranto ma di un immaginario paese che si capisce essere non lontano dalla città dei due mari, ha ben poco in comune con me. Fra l’altro è più vecchio di dieci anni, e ha certi atteggiamenti “eticamente disinvolti” che proprio non mi appartengono. Anche se alcune lettrici hanno dato per scontato che si trattasse di un mio alter ego e hanno accusato di maschilismo me per dei comportamenti assunti dal mio personaggio nelle pagine del romanzo.

Il calcio è sicuramente una tua grande passione, che torna in diversi tuoi libri (dall’antologia Pallafatù. Il calcio visto da Taranto a L’eroe dei due mari). Sei un tipo alla Nick Hornby che si eclissa quando ci sono le partite e che decide i viaggi in base al calendario della sua squadra di calcio (ma a proposito, per quale squadra tifi?)?

Assolutamente sì! Tifo per il Taranto, ovviamente.

L’eroe dei due mari ha una storia editoriale particolare: prima ancora di essere pubblicato per Marsilio se ne parlava già, grazie all’interessamento di Tommaso Labranca. Com’è andata questa avventura?

Avevo dato la mia prima bozza del romanzo a degli amici esperti di scrittura perché mi consigliassero come migliorarla in vista dell’invio alle case editrici. Fra loro c’era Tommaso Labranca (un grandissimo, peraltro conosciuto proprio alla conferenza goliardica di cui sopra), che nella sua rubrica sul settimanale “Film TV” parlò del mio testo inedito. Ciò sollevò l’immediato interesse di alcuni editori fra i quali Marsilio, con cui firmai pochi mesi dopo.

Ma il libro non aveva un editore prima di Marsilio?

No: avevo solo, da un paio di mesi, iniziato a inviare il dattiloscritto ad alcuni editori, Marsilio compreso. Ma nessuno mi aveva ancora risposto. Cosa peraltro del tutto normale, visti i tempi elefantiaci dell’editoria.

Prima di dedicarti esclusivamente alla scrittura ti occupavi di bandi e progetti europei. Com’era questo lavoro?

Era un bel lavoro, che fra l’altro mi permetteva di viaggiare tanto. Già da allora però dimostravo la mia predilezione per la scrittura: mi ero specializzato nella stesura dei progetti e – per quanto possa apparire strano – quella competenza “tecnica” mi sarebbe tornata molto utile quando decisi di scrivere un romanzo.

Com’è lavorare sui libri in coppia con tua moglie, Lucia Tilde Ingrosso?

Avere una partner che come te è appassionata e professionista della scrittura è meraviglioso. Ci capiamo, anche nelle nostre “stranezze” da scrittori, ci aiutiamo e ci completiamo. Questo accade indifferentemente per tutti i libri, sia quelli a quattro mani sia quelli che scriviamo ognuno per conto proprio: l’atto della scrittura è sempre individuale, ma tutto il contorno è sempre condiviso, anche per i libri “a solo”.

Avete mai pensato di ritrasferirvi in Puglia?

Sì, soprattutto negli ultimi tempi. Ma una decisione del genere non si prende in astratto: dipende dalle occasioni che la vita ti dà, e dalle condizioni in cui si concretizzerebbe l’eventuale trasferimento. Non si può dire in quale posto sia meglio vivere in assoluto. Al momento pensiamo che il vero privilegio non sia poter vivere in una determinata città anziché in un’altra, ma il potersi spostare con una certa libertà in più luoghi nel corso dell’anno. Un privilegio che da un po’ di tempo a questa parte ci stiamo dando, continuando a fare base a Milano ma allungando i nostri soggiorni in Puglia.

Calcio a parte, qual è la cosa che ti porti più dentro del tuo luogo d’origine?

Durante una recente presentazione mi è stata fatta una domanda simile, e un mio amico si è rammaricato perché non ho parlato della Raffo, che, per chi non lo sa, è la “birra nazionale” di Taranto. Mi dai l’occasione per riparare, quindi rispondo la Raffo! Poi, per non passare per cialtrone assoluto, aggiungo la luce, il mare e i ricordi evocati dai luoghi.

Azzurra Scattarella