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Pugliesi fuorisede/13: intervista a Raffaello Ferrante

Caporedattore per Mangialibri, Raffaello Ferrante, originario di Bari, ha partecipato al grande romanzo collettivo In territorio nemico (minimum fax, 2013), realizzato con il metodo SIC. Ha pubblicato il romanzo Orecchiette christmas stori (’roundmidnight edizioni, 2014), il racconto Il lavoro logora chi ce l’ha (Centoautori, 2007) e vari altri su antologie – Marchenoir (Italic peQuod, 2012), Gli schizzati (Photocity, 2012), Frammenti di cose volgari (BooksBrothers, 2009), Rien ne va plus (Las Vegas, 2009), Neromarche (Ennepilibri, 2008), e altri editi da Giulio Perrone editore – e su riviste e quotidiani – Inchiostro, Colla, Prospektiva, L’Attacco.

Spiegami innanzitutto il titolo del tuo ultimo libro (Orecchiette christmas stori).

Originariamente il titolo era La vigilia, un titolo che raccontava da solo l’attesa, la speranza in un cambiamento che tutti i protagonisti affidano esclusivamente al proprio destino. La vigilia di Natale – ma poteva essere quella di capodanno, della befana o di una qualsiasi festa comandata – diveniva così per loro semplicemente il pretesto, l’occasione per fare i conti finalmente con se stessi, con le loro fallimentari esistenze. Però pur racchiudendo bene tutto questo era troppo freddo per una location come Bari. Io volevo infatti nel contempo raccontare anche la Bari natalizia dei quartieri popolari, quella dove l’odore di frittura e mandarini si mischia a quello della polvere da sparo dei botti già da ottobre. Questa Bari underground e sudamericana aveva bisogno perciò di un titolo più evocativo, che immediatamente fotografasse l’immagine che avevo. Il tutto cercando una musicalità giusta, orecchiabile, un sound che riecheggiasse una certa America da emigranti, quella dei nomi storpiati alla Totò e Peppino. E non a caso il titolo non è il corretto Orecchiette christmas stories all’inglese, ma l’equivalente Orecchiette christmas stori alla barese.

Come mai hai deciso di scrivere un romanzo?

Non è che ho deciso a tavolino di scrivere un romanzo. Fino ad allora infatti avevo scritto soprattutto racconti per antologie o riviste. Oltre alla splendida avventura della Scrittura Industriale Collettiva ideata da Vanni Santoni e Gregorio Magini, coronata poi da In territorio nemico pubblicato da minimum fax. È capitato però che mi si è infilata in testa ad un certo punto una storia, una suggestione, figlia di letture o film che in quel periodo magari avevo assorbito. E così ho incominciato ad immaginare i vari personaggi, l’ambientazione, la collocazione temporale e il mosaico pian piano è andato componendosi da solo. Alla fine mi son trovato con una storia che in effetti è talmente snella e asciutta che non so neppur io se può essere considerata un racconto lungo o un romanzo breve.

Lettore assiduo, caporedattore per Mangialibri, impiegato al bingo. Come si coniugano queste anime?

È la perfetta sintesi del serial killer, infatti. Lettore lo sono diventato anche tardi, sicuramente dopo i vent’anni. Ma da allora non mi sono più fermato. Anzi ho cercato di recuperare il tempo perduto aumentando in maniera esponenziale il numero di letture annuali (anche grazie a Mangialibri). Poi dopo l’università ho avuto l’occasione di entrare a far parte del dorato mondo delle sale bingo che nel frattempo erano sbarcate in massa in Italia, e mi ci sono tuffato. Solo che come uno dei cinque protagonisti del mio romanzo, ho capito subito che qualcosa, rispetto alle mie aspettative iniziali, lì dentro non quadrava.

E quindi ti sei trovato a lavorare al bingo…

Come ti dicevo nel 2001 improvvisamente in Italia è arrivato il business delle sale bingo. Fior fior di imprenditori ci si sono tuffati riciclando immediatamente teatri, vecchi cinema e trasformandoli in sale bingo. L’idea sponsorizzata era quella di creare luoghi di aggregazione per famiglie all’insegna della vecchia tombola. Nella realtà le cose sono andate in maniera differente. La clientela tipo non era affatto l’allegra famigliola coi fagioli da mettere sulle cartelle e il nonno sordo che chiama i numeri della ‘smorfia’, ma si andava nel migliore dei casi da giocatori incalliti e incancreniti, avvelenati e frustrati in maniera proporzionale al decrescere delle vincite, fino nel peggiore dei casi ai boss della malavita locale in persona. Nel mezzo tutta una fauna di personaggi, che folkloristici è dir poco, di una Bari parallela a quella che scorreva al di fuori di là.

Poi hai cominciato a collaborare per Mangialibri.

Con Mangialibri è nato tutto per caso. Credo di aver trovato un annuncio da qualche parte sul web di ricerca di redattori per recensioni. Da là all’amore a prima vista col ‘Capoccia’ David Frati, è stato un attimo! In realtà Mangialibri è stato fondamentale per ampliare le mie letture anche verso generi nei confronti dei quali magari in precedenza ero un po’ snob, o che mai avrei pensato da lettore di comprare (ricordo per esempio Gratis, un saggio bellissimo di Chris Anderson che senza Mangialibri non avrei mai incontrato), ma è stato importantissimo anche per la scrittura, grazie alla rete di contatti con quel mondo dell’editoria che dal di fuori, fino ad allora, hai solo idealizzato e/o demonizzato in modo errato.

Come sei finito a lavorare e vivere a Fermo?

È stato il corso della vita a portarmi nelle meravigliose Marche – che in realtà però avevo ‘puntato’ già da parecchi anni –, e devo dire che Fermo è diventato per altro un ottimo punto di osservazione per la mia amata/odiata Bari.

Mi hai detto che lavorare al bingo del quartiere San Pasquale di Bari è stata una palestra di vita. Quanto di quello che hai scritto è più o meno vero?

Le vicende sono chiaramente state inventate in funzione della storia che volevo raccontare, ma il ‘colore’ degli attori non protagonisti, quelli che fanno da tappezzeria alla sala bingo sono certamente se non reali, verosimili. Il capitale (dis)umano concentrato là dentro dall’apertura fino alla chiusura è stato sicuramente una grossissima fonte d’ispirazione. Era un po’ come essere costretti a rimanere chiusi nella casa del Grande Fratello con boss, scippatori, ergastolani e rapinatori. Oltre ai ‘semplici’ giocatori, quelli che pur di provare il brivido della vincita si umiliavano a giocarsi bingo di pochi spicci fino alle quattro di mattina.

Ammettilo: sei anche tu un bingo-addicted?

Non solo son sempre stato il tipo che fin da bambino schifava persino la tombola e il giro a sette e mezzo coi parenti, ma lavorando in quell’ambiente, tra i giocatori incalliti, quel barlume di possibilità che magari era segregato in qualche angolo recondito della mia parte più biscazziera, è stato definitivamente sopraffatto. Quando vedi signore dell’età di mia madre ravanare come tossiche nella borsa in cerca degli ultimi spicci per portarsi a casa cinque euro di bingo, ti assicuro che ti passa qualsiasi tentazione!

Il tuo libro è molto diretto e realistico. Quali sono gli scrittori che senti più vicini e che ti sono stati utili nella composizione del testo?

Lo stile è certamente il condimento adeguato per la storia in quel determinato scenario. In altri racconti il mio stile era meno crudo e diretto. Non ho avuto quindi riferimenti letterari specifici a cui ispirarmi durante la stesura ma sicuramente il romanzo è nato anche grazie ad un paio di libri (Montezuma airbag your pardon di Nino D’Attis e L’ultimo capodanno dell’umanità della raccolta Fango di Ammaniti) che per motivi diversi mi han fatto venire voglia di raccontare proprio quella storia, e di un film che credo abbiamo visto in pochissimi, Camerieri di Leone Pompucci, che raccontava le gesta di un nugolo di camerieri costretti a giocarsi nell’ultimo loro servizio ai tavoli, il tutto per tutto. Ecco, il mix di queste tre storie è un po’ il progenitore di Orecchiette christmas stori.

Questo è stato il tuo primo romanzo pubblicato. Come sei entrato in contatto con la casa editrice?

La gestazione è stata lunga e infruttuosa per anni. Nell’attesa di risposte dalle case editrici a cui l’avevo spedito, ho continuato, spinto dai consigli preziosissimi di scrittori e addetti ai lavori a cui l’avevo fatto nel frattempo leggere (Roberto Saporito, Giuliano Pavone e Vanni Santoni su tutti), a modificarlo e migliorarlo, finché  nella nuova e quasi definitiva versione, grazie sempre a Mangialibri, ho conosciuto quel pazzo scellerato di Domenico Cosentino, editore nel frattempo della neonata ’round midnight, che ha sposato immediatamente il progetto (e io immediatamente il loro, dopo aver letto i testi dei primi autori pubblicati, De Silva, Signor, Gianelli, tutta gente senza fronzoli e paillettes letterarie, che ama viceversa raccontare storiacce vere, puzzolenti di strada, sempre col coltello dell’ironia tra i denti) e in pochi mesi, dopo un lavoro importantissimo di editing sul testo, ha mandato in stampa il romanzo nella collana Little Walter rilegandola in questo formato dal gusto retrò, fin troppo fine e stiloso per il contenuto acido e pop-pulp del romanzo.

Hai qualche altra storia pronta? Magari un uovo editoriale-pasquale?

No. Pasqua rispetto a Natale è innocua e indolore per il mio stato mentale e dunque non si merita un romanzo manifesto per demolirla. A pare gli scherzi, al momento non ho nessuna storia su cui sto lavorando se non una mezza e vaga idea tutta da plasmare. C’è però un racconto (dove torno a raccontare una Bari acidissima) che ho scritto per Inchiostro di Puglia, il blog ideato da Michele Galgano che illustra la Puglia attraverso i racconti e le voci dei suoi più prestigiosi (a parte il sottoscritto) autori. Un’idea che ho sposato immediatamente contagiato dall’entusiasmo di Michele e dal valore assoluto delle penne che via via stanno collaborando al progetto.

Leggendo le recensioni al tuo libro ho trovato spesso due aggettivi: pop e pulp. E tu, cosa pensi, ti definisci più pop o più pulp?

No, quale pulp. Sono un placido e pigro signore di quasi mezza età che nutre una sana avversione per gli ‘e vissero felici e contenti’, questo sì, perché credo fortemente che scrivere non significhi sognare o far sognare, per quello c’ho Mastercard, ma riflettere, elaborare, raccontare ciò che ci pulsa quotidianamente attorno e attraverso le vene.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/12: Intervista a Lucia Tilde Ingrosso

Lucia Tilde Ingrosso, giornalista professionista nella redazione di Millionaire, ha pubblicato una quindicina di libri fra gialli, rosa, umoristici, guide. Della sua serie di gialli milanesi con protagonista l’ispettore Rizzo uscirà a breve il quinto capitolo. Tra i suoi titoli: A nozze col delitto, Io so tutto di lei, Uomo giusto cercasi, Milano in cronaca nera (con Giuliano Pavone) e Curriculì curriculà (con lo pseudonimo di Assunta Di Fresco, insieme a Enza Consul). Info: http://www.luciatildeingrosso.it/prova/index.php?sez=1

Hai origini salentine, precisamente di dove sei?

Campi Salentina, provincia di Lecce. Mio nonno era di lì. Faceva parte di una famiglia numerosa ed era il fratello scelto per fare il prete. Ma lui non voleva e così è “scappato” a Milano, dove poi è nato mio padre.

Come definiresti il tuo legame con la Puglia e il Salento?

Bello, molto intenso. Nata a Milano, ho vissuto vent’anni in Toscana (Cortona, AR), sono tornata a Milano. Dico sempre che mi sento italiana al 100%.

Quante volte ci sei stata – e quanto spesso ci torni?

Negli anni dell’università, passavo almeno un mese di vacanze estive nel Salento. Base Campi e poi al mare a Casalabate e Porto Cesareo e in gite in mezza Puglia. Da quando sto con Giuliano Pavone (11 anni), vacanze estive a lido Gandoli, a due passi da Taranto.

Hai sposato un pugliese: caso o destino?

Chissà… Eravamo entrambi tornati single da poco ed entrambi in vacanza in Puglia, così un’amica comune decise di farci incontrare. Fu un colpo di fulmine fra muretti a secco e serate di pizzica. A unirci, nel tempo, tante passioni comuni come il mare, il calcio e la scrittura.

Hai scritto diversi gialli, tra cui uno molto particolare uscito in pasticceria, un romanzo rosa, romanzi umoristici, alcune guide alternative (101 cose da fare in gravidanza e prima di diventare genitori, 101 cose da fare in Lombardia almeno una volta nella vita, Curriculì Curriculà) ma qual è il genere che senti più tuo? E come spieghi questa evoluzione ed espansione nel tuo modo di scrivere?

Da giornalista (lavoro nella redazione del mensile di business Millionaire), sono abituata a piegare la scrittura a seconda degli obiettivi, dei generi e di quello che desidero raccontare. Ma la mia vocazione principe è quella per il giallo. A breve uscirà il quinto capitolo della serie dell’affascinante ispettore Sebastiano Rizzo. Molti lettori si sono affezionati e per me è diventato quasi uno di famiglia! Mi piacciono le mille possibilità date dal giallo: raccontare una città, intrattenere i lettori, inventare e sciogliere enigmi, soffermarsi sugli aspetti psicologici…

Hai scritto anche a due mani con tuo marito; come funziona questo tipo di scrittura, vi sedete insieme, vi aggiornate strada facendo, vi suddividete compiti/capitoli?

A casa, lavoriamo a due scrivanie adiacenti, ma possiamo stare anche delle mezz’ore in silenzio. E poi capirci con uno sguardo. Sì, ci piace molto suddividerci il lavoro e poi revisionare la parte dell’altro. Attualmente, stiamo preparando una guida su quello che si può fare a Milano con i propri bambini, ma in passato abbiamo scritto delle nostre esperienze di cercatori di case, genitori, turisti. Per noi scrivere è un piacere e farlo insieme è un piacere ancora più grande… Adesso abbiamo preparato insieme un corso di scrittura, per insegnare alle persone a ottenere i propri obiettivi, personali e professionali, grazie alla scrittura. Le lezioni si terranno a maggio a Milano.

Nel tuo sito si legge: “Lucia si laurea in economica aziendale alla Bocconi, con una tesi sul marketing librario. Pensa che l’editoria sia il suo futuro e non ha tutti i torti.”  Da questo deduco che, sin da prima di diventare giornalista e di pubblicare, scrivessi per conto tuo.

Ho sempre avuto una vena narrativa. Il mio primo racconto l’ho scritto a 10 anni, con una macchina per scrivere Olivetti, ispirandomi a un libro di Salgari. Il primo romanzo, letto solo dagli amici, raccontava gli anni dell’università Bocconi.

Quali sono state le tue fonti di ispirazione letteraria?

Tante, variegate. Bisogna leggere per imparare a scrivere. Acquisire quelle sensibilità e musicalità che possono fare la differenza. Citerei Oscar Wilde, Agatha Christie, Cornell Woolrich, Stefania Bertola e Massimo Carlotto.

Com’è stato il tuo viaggio/lavoro come inviata da Budapest?

Un’esperienza stupenda e l’inizio della mia collaborazione con Millionaire. Consiglio a tutti un soggiorno di vita e lavoro all’estero.

Approfitto della tua esperienza nel campo e ti chiedo un’illuminazione a nome di tutti i ragazzi/e che cercano lavoro: quali sono, secondo te, gli errori più comuni che si commettono quando si compila un cv?

Non rileggerlo e quindi infarcirlo di refusi. Mandare Cv fotocopia uguali per tutti, senza invece personalizzarlo di volta in volta. Non far emergere qualità e obiettivi personali, che sono ben più importanti di studi ed esperienze. Piangersi addosso. Essere ridondanti. Consiglio poi di non trascurare la forza dei social e quella del passaparola.

Secondo te è vero che i giovani italiani sono choosy?

No. Gli italiani sono forti, fortissimi. Specie i più giovani. Il periodo è nerissimo, ma passerà. E nel frattempo emergeranno i migliori. E i più coraggiosi. Oggi è difficile trovare qualsiasi tipo di lavoro (al contrario di qualche anno fa, quando un posticino in banca o alle Poste non te lo negava nessuno). E quindi tanto vale impegnarsi per fare il lavoro dei propri sogni.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/11: Intervista a Michele Galgano

Classe 1977, Michele Galgano (il secondo da sinistra nella foto) è nato a Gioia del Colle, ma cresciuto a Castellaneta. Dal 2001 si trasferisce a Milano, dove trova lavoro per una multinazionale del settore energia occupandosi di numeri. Ama i social network, la lettura e la Puglia. Gestisce il blog e il gruppo Facebook dei Castellaneti a Milano e ha lanciato la neonata iniziativa Inchiostro di Puglia.

Michele tu sei l’animatore (oltre che ideatore con Marilia Fico e Tiberio Ludovico) di Inchiostro di Puglia, neonato progetto di scrittura collettiva sulla Puglia. Come è nata quest’idea?

Un giorno la mia amica Marilia mi chiama e mi fa: «Ho letto il libro di Renato Nicassio, Un moderato delirio, devi assolutamente leggerlo, è bellissimo! Te lo presto, anzi no, devi comprarlo, bisogna aiutare i giovani scrittori…». Quindi ho letto il libro, che mi è piaciuto moltissimo; contemporaneamente ho conosciuto Giuliano Pavone, scrittore e giornalista de «Il Quotidiano di Puglia», che mi ha fatto un’intervista per il gruppo social dei Castellaneti a Milano, e allora mi è venuta un’idea. Ho pensato che, dato che siamo tutti del Sud, che conoscevo un’altra giovane scrittrice, Angelica Rubino, che mi sarebbe piaciuto promuovere, si poteva organizzare un evento in cui ci fossero sia Nicassio sia la Rubino sia Pavone. E visto che per le feste di Natale saremmo scesi tutti, si poteva organizzare lì in Puglia.

E infatti così è stato. Abbiamo organizzato – con Marilia e Tiberio, che oltre a essere un amico, fa il pubblicitario – un evento alla libreria Nomine Rosae di Castellaneta, il 21 dicembre scorso, con loro come ospiti. L’evento è andato molto bene, ha avuto un ottimo riscontro, ci hanno fatto tanti complimenti e noi ci siamo divertiti. E poi Tiberio aveva creato questo nome bellissimo Inchiostro di Puglia, ci pareva un peccato non riutilizzarlo più, perciò abbiamo pensato a un modo per continuare a farlo vivere.

Quindi è nato il blog…

Sì, è nato questo blog http://www.inchiostrodipuglia.it/ che vuole diventare una sorta di mappa narrativa della Puglia. Ogni città un racconto. Ovviamente inedito e scritto da un autore pugliese.

Avete appena iniziato a postare qualcosa.

Sì, il primo articolo è uscito qualche giorno fa. L’ha scritto Maurizio Cotrona, è un po’ più lungo degli altri perché serve anche da introduzione. Nell’incipit c’è l’Ape Tre Ruote, che da noi in Puglia è ancora usato (mentre a Milano è inesistente), ed è una metafora, lo usiamo per spostarci da una città all’altra, è un filo conduttore scherzoso per spostarci tra le varie località con un mezzo non proprio comodo ma sicuramente rappresentativo. Al momento ben trenta autori hanno già accettato di far parte del progetto, e tutti quelli che ho contattato hanno detto subito di sì, con entusiasmo.

Il progetto al momento è “solo” un blog, ma qual è il suo scopo, effettivamente?

Innanzitutto, promuovere i nostri scrittori, perché non è possibile che ogni volta che si parli di Puglia si parli solo di mozzarelle, olio e olive – quando poi abbiamo un sacco di autori. Naturalmente, anche quello di promuovere la letteratura in generale, che in Italia fa sempre bene. E poi, quella di promuovere la nostra regione, le sue città, paesaggi… Ovviamente, non racconteremo solo le cose belle, eh, ma tutto: anche l’Ilva di Taranto, il Salento che si è reinventato per il turismo, le realtà di Bari, il Gargano. Insomma, tutto ciò che i nostri scrittori vorranno raccontare. Ogni due settimane circa con un nuovo pezzo faremo il giro della Puglia. Poi, non so, magari ci saranno altre presentazioni, incontri, sotto questo nome… vedremo. Al momento, l’obiettivo è scriverne una cartografia letteraria.

Non eri nuovo alle realtà collettive e ai gruppi: come accennavi prima, anni fa, hai fondato il gruppo dei Castellaneti a Milano.

Sì, è un blog (http://castmil.weebly.com/blog.html), ma anche gruppo di oltre 200 iscritti su Facebook molto vivo e ricco di persone validissime, che io gestisco dal punto di vista dei contatti, mentre alcuni amici suggeriscono articoli interessanti, link e post da condividere. Tutto è nato ascoltando la canzone Una cascia di Raffo del cantautore tarantino Alessandro Guido, che descrive la tipica azione del pugliese che vive al Nord che si porta da giù una cassa di birra Raffo, tipica di Taranto, come se non ci fossero altre birre a Milano… Questo gesto nostalgico e assurdo, mi ha fatto pensare che magari si poteva fare qualcosa di più per noi che non abitiamo più in Puglia e che siamo lontani chilometri e chilometri, anche perché ce ne sono tantissimi di pugliesi qui a Milano. È una vera e propria rete, serve a scambiarsi informazioni, a darsi una mano per gli spostamenti, farsi recapitare pacchi, darsi passaggi. È una sorta di gruppo di mutuo soccorso, ma anche un modo per conoscere persone nuove e mantenere i legami con le proprie origini. Per me è una passione e una soddisfazione, vedere come le persone si incontrano, aiutano e condividono, specie in città come Milano, dove non è tutto semplice, la famiglia è distante e avere una rete di supporto può migliorare la qualità della vita e aiuta a non venire risucchiati dalla metropoli, il lavoro, il caos…

Una domanda personale, da pugliese fuorisede a pugliese fuorisede: dove ti vedi tra vent’anni?

È una domanda che mi faccio spesso‏. Mi accorgo che  siamo più attaccati noi che andiamo via di quelli che rimangono: paradossale ma è così‏! Milano mi ha dato tanto‏, realizzazione personale e professionale, la mia compagna è di qui‏… ma il cuore rimane in Puglia‏. Sinceramente, non lo so. Ma se mi fermassi costantemente a pensare a dove sarò, cosa farò, ecc. probabilmente vivrei male‏.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/10: Intervista ad Andrea Coccia

Giornalista pubblicista, nato il 15 dicembre 1982 a Milano, Andrea Coccia gestisce la sezione Letteratura e Fumetti della pagina culturale de Linkiesta.it (LKcultura). Ha fondato la rivista letteraria El Aleph, ha scritto di libri su Booksblog, Grazia e Saturno (Il Fatto Quotidiano) e di un po’ di tutto su ilPost.it. È stato redattore della rivista di satira sociale L’antitempo (Premio Satira Forte dei Marmi 2013) e dal 2010 fa parte del collettivo omonimo. Sta lavorando a un fumetto e a un progetto pazzo insieme a Vito Manolo Roma. Tifa Inter, ha due malattie che si chiamano Jorge Luis Borges e Sergio Leone e ogni tanto si sente un po’ Billy the Kid.

La tua pugliesità è solo nelle origini paterne, diciamo che sei un outsider in questa rubrica. La prima domanda che ti rivolgo è quindi che tipo di legame senti verso la terra di tuo padre?

Sento un legame forte, ma è molto più ideale che reale. In Puglia sono andato poche volte, la famiglia di mio padre è tutta su ormai. Giù non c’è più quasi nessuno. Sembrerà una boutade, ma sono fiero di essere mezzo pugliese, anche perché se non lo fossi, non sarei un vero milanese.

Descrivici il tuo lavoro attuale.

Gestisco, insieme a Giulio D’Antona e Jacopo Colò, la pagina culturale de Linkiesta.it, occupandomi principalmente di Letteratura italiana e fumetti. Sto anche lavorando a due progetti illustrati con mio fratello Vito Manolo Roma, tra l’altro anche lui mezzo pugliese. Uno è un fumetto con protagonista Luciano Bianciardi, l’altro è una specie di dizionario di un gergo usato a Milano a partire dagli anni Ottannta, il Riocontra.

Il progetto editoriale di cui vai più fiero.

Da una parte El Aleph, una rivista letteraria che ho fondato con alcuni compagni di università nel 2004, e che ha rappresentato l’inizio di un sacco di cose. Dall’altra L’antitempo, una rivista di critica e satira a fumetti che ho contribuito a realizzare insieme a Vito Manolo Roma, Matteo Rubert, Giacomo Rastelli, Giacomo Sargenti e Davide Caviglia, un progetto che quest’anno è stato premiato con il premio Satira di Forte die Marmi, cosa che ci ha resi tutti molto orgogliosi. Insomma, per me come i due rami della famiglia, sono fondamentali entrambi.

Sei volontario al Festivaletteratura da tanto tempo. Cosa ti spinse a farlo anni fa?

La curiosità, soprattutto, ero attratto pazzescamente dal mondo di chi i libri li fa e volevo viverci in mezzo. È stata una delle scelte più felici che ho fatto nella mia vita, tra l’altro. Ho imparato più a Mantova in 10 edizioni di festival che nei ventanni che ho passato tra i banchi di scuola e università.

Secondo te per quale motivo un evento come il Festivaletteratura ha tanto successo in Italia (anche quest’anno biglietti esauriti, vendite alte dei libri proposti), dove non si legge quasi per nulla? Sembra quasi contraddittorio…

Prima di tutto non è vero che in Italia non legge nessuno. Circa la metà degli italiani legge almeno un libro all’anno, e sono milioni di persone. Gran parte delle quali hanno tra i 50 e i 60 anni e vivono nel nord del paese. Come può stupirmi, sapendo questo, che un evento che si tiene a Mantova e che è soprattutto affollato di 50-60 anni registri sempre il tutto esaurito? La cultura interessa moltissimo a tante persone, è solo che se queste persone le bombardi con 60mila titoli all’anno e le mandi in librerie-discount in cui vengono loro propinati libri letteralmente a caso. Be’ è chiaro che i libri si faccia fatica a venderli.

Cosa ne pensi dei blog letterari italiani? Quali sono quelli che segui? Secondo te sono davvero imprescindibili per chi lavora nell’editoria?

Di blog ce n’è di ogni tipo: ci sono quelli strepitosi, che affrontano la letteratura con passione e divertimento, come Finzioni o Con altri mezzi, e poi ci sono quelli che potrebbero tranquillamente non esistere, che sono assolutamente non interessanti e ombelicali, come Tazzina di caffè, per esempio. Nulla è imprescindibile per chi lavora nell’editoria, se non una cosa che si dà troppo spesso per scontata: essere interessati a ciò che si fa per il gusto di farlo, e di farlo bene, non soltantto per poter dire di averlo fatto

Uno dei ruoli che hai ricoperto è il social media manager. Definizione sempre più in voga, ma che magari risulta ancora poco chiara ai più. Ti va di spiegare ai lettori che cosa fa il SMM, o almeno cosa facevi tu quando lo hai fatto per l Festivaletteratura di Mantova e per Le corde dell’anima, Festival di letteratura e musica di Cremona?

Il social media manager comunica il festival (ovvero gli eventi, i temi e gli autori) attraverso l’uso di strumenti come Twitter, Facebook, Pinterest, Instagram etc… detti anche social media, o social network. È una tipologia di comunicazione/marketing che si è ormai diffusa in ogni settore, non solo nell’editoria, perché ha il vantaggio di creare – o dare la parvenza di creare – un rapporto con il pubblico diretto, più personale, anche nei toni e nel linguaggio. Ho sentito dire da alcuni che il social marketing potrebbe rappresentare una rivoluzione copernicana nel mondo del marketing. Mi spiego: se prima era l’azienda a inseguire il proprio pubblico con pubblicità e comunicazioni più o meno dirette, ora, quando fatto bene, è il pubblico che vuole seguire la marca, perché la marca diventa un personaggio, con una sua personalità, i suoi gusti e una sua voce.

Secondo te, chi fa live tweeting durante gli eventi (ma anche durante film, spettacoli, programmi tv) si perde o meno qualcosa – non hai il tempo di metabolizzare ciò che accade che lo stai ancora/già commentando o rispondendo.

Il live tweeting, quando è divertente e quando crea un livello supplementare allo spettacolo che stai twittando (tv, concerto, festival non importa) credo sia interessante, se è obbligato e non aggiunge nulla, ripetendo qualche frasetta, be’ allora è una perdita di tempo.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/9: Intervista a Giuseppe Biancofiore/2

Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Giuseppe Biancofiore. La prima parte è stata pubblicata ieri, e si può leggere qui.

Parlaci dell’AFIP.

Ecco, l’AFIP è una di quelle esperienze che non avrei mai vissuto se non fossi venuto a Milano. È un’associazione di fotografi che include tra gli altri molte delle grandi personalità del panorama italiano. E quindi io cosa ci faccio in mezzo? Verrebbe da chiedersi… L’AFIP è aperta ai professionisti che operano in ogni settore della fotografia e spinge tantissimo sulle nuove leve, i giovani, e tutti coloro che della fotografia intendono farne il proprio mestiere, quindi diventare professionisti. Io vi sono entrato a settembre del 2012, nel periodo in cui l’associazione, che era rimasta ferma per una decina di anni, era in fase di “riattivazione”, e in poco tempo mi sono trovato in un ambiente che avevo sempre un po’ sognato, in cui si discuteva di fotografia ad alti livelli ma senza toni autorevoli o atteggiamenti didattici, bensì col sorriso, come una chiacchierata tra amici, alla pari, tra professionisti e personalità che fino a poco tempo prima per me erano dall’altra parte dello specchio. All’inizio stentavo a crederci, poi invece sono finito addirittura nel direttivo. E lo spirito con cui ci si riunisce e che si vuole creare e diffondere è quello caldo di una grande famiglia, la cui grande madre, citando Gastel, è la Fotografia. Con le lezioni magistrali che abbiamo organizzato in Triennale (e che attualmente sono a metà del secondo ciclo) abbiamo portato molti dei più grandi fotografi italiani viventi a parlare col pubblico facendoli scendere dalla cattedra e avvicinandoli alle persone, in un clima quasi da assemblea universitaria, lasciando loro piena libertà. Ed in effetti ogni lezione è diversa dalle altre, e tutte sono molto interessanti.

Poi abbiamo sempre una mostra in allestimento o un evento, e stiamo partendo con progetti dedicati ai giovani fotografi che permettano loro di avvicinarsi fattivamente al mondo del lavoro, ad esempio aiutandoli a preparare un portfolio serio e maturo e mettendoli in contatto con le realtà editoriali. Il tutto capitanato da Giovanni Gastel, il nostro presidente, che non è solo uno dei più importanti fotografi sul panorama italiano e internazionale ma anche una risorsa per noi e una guida, a cui si affianca Alfredo Pratelli, lo storico presidente nonché fondatore dell’AFIP, e tutti i professionisti e i nomi della fotografia che si raccolgono nell’associazione. Insomma, una bella esperienza che sta andando avanti nel migliore dei modi.

Cosa prediligi fotografare?

Per me qualsiasi cosa è degna di una buona fotografia.

Non esiste, nella mia personale poetica, qualcosa che abbia più dignità di altre o che sia più meritevole di essere fotografato. Per questo non ho soggetti prediletti. Perlomeno quando non scatto per lavoro. Osservando le mie foto si possono trovare per la maggior parte paesaggi urbani, ma non sono un fotografo paesaggista e nemmeno d’architettura. V’è del reportage, ma non sono un reportagista. Ho imparato a fare molte cose nella e con la fotografia, non ho mai avuto paura di sporcarmi le mani e questo mi ha portato a fare un po’ di tutto. Che come formazione, per un autodidatta come io sono, non è male. Penso spesso che fotografare ai matrimoni, ad esempio, è forse il miglior modo di imparare il reportage e la fotografia di strada, e anche il più rapido: in un solo giorno hai tanti ambienti, condizioni di luce, situazioni etc. e li devi affrontare tutti rapidamente ottenendo delle foto tecnicamente ma anche stilisticamente valide. Dopo quello sei quasi pronto per andare in guerra!
In ogni caso mi concentro molto sul creare un’immagine forte, che viva di vita propria, e che riesca a portare un messaggio. Per me la fotografia non è un mero riflesso del mondo ma dev’essere una riflessione sul mondo. Mi piace che la foto prenda il suo tempo per essere vista, che l’occhio si soffermi a lungo su di essa esplorandola e cogliendone i dettagli. Per questo spesso tendo a riempire le foto di particolari, a non concentrarmi su un soggetto che sia unico protagonista.

Quali sono i tuoi modelli estetici quando scatti una fotografia?

Tanti, troppi. Sono nato e cresciuto in una famiglia in cui l’arte era nell’aria (i miei genitori sono diplomati all’Accademia di Belle Arti), in famiglia tutti hanno interesse verso l’arte e quasi tutti disegniamo benissimo. Tant’è che neanche volevo farlo, il fotografo. Mi piaceva disegnare, e al liceo iniziai a dipingere. Scrivevo anche. Ho un cassetto pieno di romanzi. Ma solo i primi capitoli: sono troppo pigro. E la pigrizia mi ha fatto anche passare dalla pittura alla fotografia, ritenendo fosse più semplice. Mi sbagliavo, eccome! Ma all’inizio era un hobby, un diletto, quindi non ci facevo molto caso. Questo per dire che i miei modelli vengono per la maggior parte dall’Arte, e non prettamente dalla Fotografia. Cerco di unire il linguaggio fotografico con un gusto che proviene dalla Storia dell’Arte, non tanto nella scelta compositiva quanto negli elementi, nei colori, nella luce, ma ben lungi dal pittorialismo. A volte mi piace inserire anche un elemento astratto, o molto contemporaneo. Ad esempio, molti dei paesaggi sono scattati in verticale, con un grandangolo, seguendo una divisione degli spazi orizzontale. Ebbene, questo si può dire che è ispirato ai quadri di Rothko. La fotografia non è molto diversa dalla pittura o dalla scultura: per dire qualcosa bisogna usare parole proprie, seguendo una grammatica comune ma con un proprio stile, e con le proprie licenze poetiche e soprattutto con un racconto che sia nostro. Quindi bisogna conoscere a fondo quanto hanno fatto gli altri, guardare e imparare il più possibile, ma poi fare qualcosa di diverso, di nuovo se è possibile, e rimanere fedeli a sé stessi e alle proprie scelte. Solo così si riesce a esprimersi e a risaltare nella confusione, e ad essere riconoscibili. Io lavoro seguendo questo, sperando di riuscirci e nel caso contrario, di arrivarci un giorno.

Qual è il lavoro di cui vai più orgoglioso?

Sono molto autocritico, quindi tendo a smorzare continuamente l’entusiasmo e l’orgoglio. Però, dovendo scegliere, senza dubbio il lavoro fatto con Pierpaolo Lauriola sul suo album solista, Polvere. Con Pier siamo amici di lunga data e l’album l’ho visto nascere e crescere, quindi è venuto naturale, quando lui mi ha chiesto di lavorarci, creare la grafica e l’immagine del disco. La copertina però l’ha scelta lui: è una mia immagine scattata in pellicola a Villa Borghese, qualche anno fa, e appena Pierpaolo l’ha vista me l’ha subito chiesta per farci la cover di un album. È un’immagine apparentemente semplice che però contiene un particolare che rovescia letteralmente la lettura della foto. Per il resto abbiamo giocato molto sul concetto di polvere: infatti ogni foto, sia analogica che digitale, contiene una propria grana, e ho manipolato le immagini per far risaltare questa grana, la polvere di cui ogni foto è composta, o meglio “scomposta”, e i colori, molto autunnali e malinconici, come i testi e le musiche del disco. Questa scelta stilistica è diventata il marchio, lo stile identificativo a livello visivo dell’album. Le foto del making of, dei concerti, dei backstage, seguono tutte il filo conduttore dell’artwork dell’album. Anche il video che ho realizzato per il brano Sogni e Segni, che è anche un making of dell’album, è stato creato secondo questo stile. Il video è stato montato con materiale girato nello studio di registrazione durante le session di incisione dell’album, con uno smartphone e l’app “8mm vintage camera”, ed è nato in maniera quasi casuale: ho iniziato a girare con un filtro bianco e nero molto contrastato delle scene, così per prova. Man mano che continuavo a girare prendeva forma in me l’idea di montare tutto, anche perché ci sono piccole citazioni qua e là di video che ci hanno accompagnato nella nostra adolescenza, come Angel of Harlem degli U2 o Ocean dei Pearl Jam. Per farla breve, alla fine ne è uscito un video musicale vero e proprio. Come vedi, alla fine l’ispirazione può venire davvero da ogni cosa. Il bello è che tutto quello di cui è composto l’album, le musiche, i testi, le immagini, il video etc. si integrano perfettamente tra loro, sono un elemento unico e vivo, e ogni parte non può prescindere dalle altre. È un’alchimia unica.

Quando ho visto la copertina dell’album ovunque su internet e carta stampata, non posso negare di esserne stato molto contento, è una bella sensazione. E spero che si ripeterà col prossimo album di Pier, ma non posso parlarne per ora. Sarà una sorpresa.

www.giuseppebiancofiore.it

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/9: Intervista a Giuseppe Biancofiore

Giuseppe Biancofiore è nato a Manfredonia, alle porte del Gargano. Ha studiato Storia dell’Arte in Toscana, laureandosi presso l’Università degli studi di Siena. Dopo poco inizia a lavorare nel campo dei Beni Culturali come fotografo e archivista, prima a Bari e poi a Roma, dove passa tre anni presso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (ex I.C.R.), esercitando sempre la professione di fotografo e ricercando costantemente un suo stile personale e un proprio modo di raccontare. Vive a Milano da due anni, lavorando ora come fotografo freelance. La sua ricerca si concentra sul profondo legame tra gli spazi urbani e coloro che li abitano, attraverso lo studio delle geometrie, della composizione e della luce.

Cosa fai a Milano, Giuseppe?

Cosa faccio a Milano? Ci vivo e ci lavoro. Cosa “ci” faccio a Milano? I primi tempi me lo sono chiesto spesso e a lungo. Ora però, dopo due anni, le cose sono molto cambiate: me lo chiedo giusto una volta ogni tanto, soprattutto nelle giornate particolarmente grigie e piovose. Tra una domanda e l’altra faccio il fotografo freelance.

Per quale motivo ti sei spostato qui e hai lasciato la tua città? Raccontaci.

Qui a Milano sono arrivato un paio di anni fa dopo un pellegrinaggio tra diverse città italiane: sono partito da Manfredonia nel ’99 per Arezzo, per studiare Beni Culturali, poi da lì, dopo la laurea, per Bari, per due anni, poi Roma per tre anni e infine Milano, sperando sia l’ultima tappa.

Quando lasciai Manfredonia non vedevo l’ora di partire: come quasi tutti gli adolescenti ben presto mi sono sentito già fuorisede pur essendo a casa, tutto mi stava stretto e non provavo molto interesse per quel che mi circondava. Diciamo che miravo altrove, creandomi aspettative alte, desiderando di vivere posti e conoscere cose che credevo lontane da me in quel periodo. Amavo la Toscana: avendo sempre avuto una passione per l’Arte non c’era posto migliore dove studiarla per me. È una regione che all’epoca già conoscevo (ho degli zii che vivono lì e che andavamo spesso a trovare e durante gli anni dell’università furono la mia seconda famiglia) ma che scoprii in tutte le sue meraviglie durante il periodo dell’università. Però dopo la laurea sentii il bisogno di cambiare aria. Forse la mancanza del mare. Sembra un cliché ma è vero che per chi è nato sul mare la sua assenza pesa. Rimasi ad Arezzo per qualche mese dopo la laurea, cercando di capire cosa fare, ma oramai non mi sentivo più molto legato a quei posti. Caso volle che la mia attuale compagna in quegli anni vivesse a Bari, città che devo confessare all’epoca conoscevo poco o niente. Quando andai a trovarla la prima volta m’innamorai di quella città e così decisi di stabilirmi lì. Sono rinato, ho passato due anni e mezzo bellissimi, scoprendo, anzi, riscoprendo una città e una terra che era la mia ma di cui mi accorsi di sapere ben poco. Ed è proprio a Bari che ho iniziato a lavorare come fotografo, con Sergio Leonardi dell’Archivio Fotografico Fotogramma. Sergio è stato non solo un datore di lavoro, ma anche un maestro e un vero amico, tanto che ancora oggi siamo molto legati. Con lui girai gran parte della Puglia per lavoro, sulla sua moto carica di attrezzatura fotografica, visitando molti posti che mi erano praticamente sconosciuti, e che forse nel mio immaginario prima di allora non sembravano così interessanti, scoprendo al contrario tante perle nascoste, centri storici minuscoli ma bellissimi, quasi fermi nel tempo. Inoltre proprio la tipologia di lavoro che facevamo, ovvero il lavoro sui Beni Culturali e il lavoro per l’editoria sulla regione, mi permetteva non solo di conoscere luoghi, ma anche di saperne di più su cultura, tradizioni e storia della Puglia. Insomma, in quel paio d’anni recuperai quello che per 25 anni avevo quasi ignorato, e nel frattempo imparavo la fotografia. Poi purtroppo il periodo barese è finito, e, sebbene mi sia trasferito a Roma, città in cui avevo sempre sognato di vivere, me ne sono andato con un grosso groppo in gola e non senza una bella dose di lacrime.

Quale luogo ti ha emozionato e stupito di più?

Bè, proprio Bari. Come dicevo Bari fino ad allora per me era la Fiera del Levante, di cui conservavo un ricordo alquanto drammatico perché da bambino, in visita coi miei genitori, mi ci persi (fui ritrovato dopo qualche minuto fortunatamente). Quando lasciai Manfredonia non avevo molto interesse verso la Puglia, il mondo era fuori di lì, tutto da scoprire. Invece quando vi tornai la mia riscoperta della regione partì proprio da questa città. Per anni avevo vissuto in un paese della Toscana sì bellissimo, ma evidentemente di una bellezza non sufficiente, e soprattutto troppo lontano dal mare. Bari come scoprii era la città perfetta: né troppo piccola né troppo grande, moderna eppure con una parte storica importante e soprattutto ben tenuta, vicina al mare, il costo della vita non era esagerato e oltretutto per tornare a Manfredonia non dovevo più fare ore e ore di treno con cambi rocamboleschi e relativi “viaggi della speranza”. Ancora oggi rimpiangiamo un po’ quel breve periodo in Puglia, in cui molte cose sono cambiate. Ma al contempo in questo momento non potrei andar via da Milano, allontanarmi da quel che sto facendo e da ciò che sto vivendo. In fondo sembra destino non riuscire mai ad essere lì dove si vuole. E forse anche questo per me è il motore della creatività, una spinta a fare, a compensare le mancanze creando e rimanendo attivi. Molto del mio linguaggio fotografico viene da Milano, non da Bari o Roma, ma ora, grazie a quanto costruito qui, sono in grado di raccontare meglio con la fotografia quei posti, a partire da Manfredonia stessa.

Ora che vivi anche lontano dalla Puglia, ti sei fatto un’idea di quale sia la percezione, a livello di bellezze naturali e paesaggistiche, della regione in Italia?

Più che della percezione della regione a livello paesaggistico sarebbe il caso di considerare l’aspetto sociale e culturale. Quando decisi di lasciare Arezzo per Bari una mia amica mi chiese: “Ma come, vai a Bari? E non hai paura?”. Questa domanda mi ha lasciato molto perplesso per diverso tempo, poiché effettivamente del Sud si ha sempre un’immagine non propriamente felice: posti bellissimi ma sporchi, incuria e ignoranza ovunque. Che le cose non girino bene è vero, e che spesso noi ce la mettiamo tutta per confermare i pregiudizi, ma la verità è che ci sono tante realtà belle da scoprire, tanti miti negativi da sfatare. Come Bari Vecchia ad esempio, il nucleo più antico del capoluogo, che per molti è ancora il posto inaccessibile e oscuro che era qualche decina di anni fa. Basterebbe un giro per godere di uno dei più bei centri storici d’Italia.

Stesso discorso vale per il Gargano. E a volte vorrei che proprio il Gargano fosse un posto più conosciuto per tutto quello che ha da dare, per i suoi meravigliosi scorci, per la ricchezza del paesaggio e degli ecosistemi, tutti concentrati in poche miglia quadrate. Manfredonia stessa è un paese che solo di recente ha iniziato una vera e propria politica per il turismo, riportando all’attenzione non solo il paesaggio ma anche alcuni bellissimi monumenti storici, come la chiesa di San Leonardo di Siponto, una delle più importanti nel territorio e forse in Italia. È una terra che merita di più, anche da chi vi abita. Stando lontano, tornandovi a intervalli di mesi, puoi accorgerti meglio non solo della bellezza, ma anche del suo opposto. Balzano agli occhi tutte le idiosincrasie e i difetti di una terra piena di contraddizioni: da un lato la bianca montagna calcarea che scende a strapiombo nel mare trasparente, dall’altra le ciminiere della fabbrica a ridosso della costa, o il cemento dello scheletro di un palazzo iniziato e mai finito. Odi et amo. Non si può sfuggire a questa dicotomia. Comunque è sempre piacevole sentirsi dire “ah, ma vieni dal Gargano? Che posto meraviglioso…”. Ti fa capire quanto sei stato fortunato ad aver passato gran parte della tua vita in un posto che gli altri visitano per vacanza, ad aver vissuto le estati dell’infanzia e dell’adolescenza interamente in spiaggia, lì a pochi metri da casa.

Azzurra Scattarella

Domani sarà pubblicata la seconda parte dell’intervista a Giuseppe Biancofiore.

Pugliesi fuorisede/8: intervista a Pierpaolo Lauriola

Torna l’appuntamento con le interviste a giovani pugliesi che hanno lasciato la nostra regione trovando nuove occasioni per far conoscere le loro competenze o la loro arte. Raccontiamo oggi la storia di Pierpaolo Lauriola: nato a Manfredonia nel 1975, a 20 anni si trasferisce a Bologna dove studia al D.A.M.S per poi approdare in altre città italiane, per ragioni di lavoro. Ora vive stabilmente a Milano. Ex componente dei Pliskin, con cui ha realizzato l’album Quando arriva la sera, è autore e compositore dai primi anni ’90, ha inciso tre album e si definisce ‘in tour perenne’. Polvere è il suo ultimo lavoro (2012).

Hai studiato informatica, hai all’attivo dischi da solista e col gruppo, sei di Manfredonia, ma vivi da più di 10 anni a Milano. Come spieghi tutte queste incongruenze?

Vonnegut diceva che esiste un punto matematico in cui tutte le opinioni, non importa quanto contraddittorie, si armonizzano. A quanto pare esistono anche delle vite dove tutte le incongruenze si armonizzano per creare altro. L’informatica mi ha dato delle competenze che trovo utili anche quando faccio musica. Ho registrato l’ultimo album, Polvere, prima da solo nel mio studio casalingo utilizzando il software Logic e una scheda audio. Anche tutta la parte comunicativa che avviene sui miei canali web l’ho sviluppata in autonomia programmando il portale. L’amore per la Puglia e per la terra in cui sono nato rimarrà dentro di me. Ci torno sempre molto volentieri e spesso i miei viaggi in Puglia sono fonte e linfa per la scrittura. Milano è un porto a cui mi sono ancorato da circa dieci anni e da cui riparto per nuovi viaggi. Negli anni ci sono state altre città in cui sono stato per periodi più o meno lunghi. Roma, Verona, Bologna, Parma, Pescara, Berlino, Praga e Londra. Calvino scisse che “arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti”. Questa frase mi è sempre piaciuta.

Per quale motivo hai lasciato la tua città?

Manfredonia è una bella città a cui sono affezionato. Ma sentivo di dover conoscere il resto del mondo. Fare esperienze. incontrare persone, mentalità, luoghi e riempirmi di nuove vite. Sono un esploratore e un curioso della vita. Così a metà anni ’90 ho deciso di partire per frequentare il corso di laurea in D.A.M.S. a Bologna.

Torneresti a viverci?

Se dovessi sentire la voce del cuore probabilmente sì. Ma a questo punto la mia vita ha preso un’altra strada. Non credo di volerci tornare subito. Magari più avanti. Chi lo sa?

I posti in cui sei nato, i luoghi in cui sei cresciuto tornano spesso nelle tue canzoni? Se sì, in che modo?

L’album Polvere è nato nelle stanze della mia cameretta pugliese. A Manfredonia ci vivono ancora i miei genitori. Proprio il titolo dell’album riprende anche un esordio che mi è successo riprendendo in mano un vecchio nastro della band con cui suonavo quando vivevo in Puglia, i Catarsi. La canzone I Silenzi la suonavo già negli anni ’90 sui palchi pugliesi. Sogni e segni l’ho scritta di getto di ritorno da un viaggio fatto diversi anni fa di ritorno dalla Puglia. Anche i racconti dei miei nonni e l’infanzia nelle campagne del Tavoliere spesso trovano posto nelle canzoni che scrivo.

La tua passione per la musica quando è nata? E come si è evoluto il tuo rapporto con la chitarra nel tempo?

Ho iniziato a suonare la chitarra a tredici anni. Ma già a dieci mi divertivo giocando con la musica. Mettevo in serie tre registratori a musicassetta miscelando i suoni. Utilizzavo i nastri magnetici con i giochi del Commodore 64 nei primi anni dell’home computer. Se mettevi i nastri nel lettore producevano dei suoni che univo con quelli che mutuavo da altri nastri. Infine incollavo pezzi di musica presi da altri artisti formando una nuova base. Potremmo definirli dei loop primordiali fatti a mano. Era uno dei miei giochi preferiti. Avevo un quadernetto su cui giocavo a scrivere album di musica. Quindi davo i titoli alle canzoni. Una di queste si intitolava “il tempo”. Forse un primo tentativo di stesura del testo della canzone numero due di Polvere dal titolo La carne del tempo.

Oggi utilizzo per i pezzi acustici una Cole Clark del cui suono sono profondamente innamorato e per i pezzi in elettrico una Fender Stratocaster. Al suono base ci aggiungo dei pedali e dei processori per personalizzare dei suoni che mi permettono di esprimere meglio certi sentimenti e certe atmosfere. Penso all’uso del Delay e delle distorsioni in feedback.

Ad un certo punto sei passato a suonare da solo piuttosto che in gruppo. Raccontaci il perché.

In ogni progetto in cui ho suonato sono quasi sempre stato l’autore dei testi e delle musiche. Quest’attività comporta quasi sempre dei momenti di solitudine in cui prendi da dentro quello che avevi e lo traduci in un altro linguaggio. Che si tratti di una poesia, di un quadro, della scrittura di una sceneggiatura. Nel mio caso è spesso una canzone.

D’altro canto sono molto socievole e passerei la mia vita quasi sempre in condivisione. Per cui è stato naturale incontrare e collaborare con tanti musicisti nel corso degli anni. Con i quali abbiamo spesso ri-arrangiato le canzoni o trovato nuove soluzioni sonore proprio come se si trattasse di una band, fino a diventare un vero gruppo soprattutto per i live. Il nuovo album in preparazione, con molta probabilità, subirà un processo di sviluppo simile.

Oltre a scrivere canzoni ti capita di scrivere racconti, poesie.

Sì, mi piace molto scrivere. In passato ho pubblicato delle poesie. Sono un grande appassionato di letteratura. Spesso le canzoni che finiscono in un mio album partono da racconti che scrivo in precedenza. Da diversi anni sto lavorando alla scrittura di un romanzo.

Quali sono i modelli a cui ti ispiri quando scrivi?

Radiohead, gli U2 fino a Zooropa, Nick Drake, Fabrizio De André, Ivano Fossati, Capossela, Pink Floyd, Neil Young, Apparat, Michael Hedges, Talking Heads, Arcade Fire, Debussy, Chopin e tanti altri. Mi piace molto la scrittura di Carver, Fante, Steinbeck, Calvino, Pavese, Pasolini, Louis-Ferdinand Céline, Ginsberg, Bufalino. Il cinema di Robert Altman, Kubrick, Wim Wenders. Le poesie di Montale, Wisława Szymborska, Séamus Heaney.

Spesso, quando sei in Puglia per motivi personali, ti capita di esibirti. Forse, probabilmente, hai un’idea di com’è la situazione della scena musicale meridionale. Ci sono gruppi/autori che stimi maggiormente? Quali sono secondo te le opportunità e/o gli ostacoli che incontrano al sud?

Come per il resto d’Italia la situazione non è facile. Nonostante tutto, ci sono persone che riescono ancora a stupire per impegno e abnegazione riservando all’arte e alla musica un trattamento di tutto rispetto. La Puglia offre soprattutto d’estate tanti eventi musicali diventati negli anni anche molto importanti. In tanti conoscono “La notte della taranta”. A me piace ricordare anche il Carpino Folk Festival, il Lottarox Summer Festival, S.IND Ruvo “Festival di suoni indipendenti” a Ruvo di Puglia, il Woodfourth, il Giovinazzo Rock Festival, l’iniziativa Mo’ l’estate Gargano (Rete dei Festival Daunia Felice), Festambientesud a Monte Sant’Angelo.

La Puglia è ormai un vero e proprio laboratorio musicale. Penso al progetto “Officine della Musica” o a PugliaSound. Mi piacciono i Radiodervish, Le Carte, i Missiva. Spesso se non ci sono molte opportunità sul territorio nascono delle iniziative private. Penso al Festival Woodfourth. Dove i gruppi suonano liberamente nella logica della proposta e non del contest. Nessuna gara tra artisti, solo esposizione di progetti.

So che hai fatto un fenomenale viaggio/tour nell’estate del 2012. I tuoi ricordi più belli.

Quando faccio dei concerti in Puglia ci lascio sempre un pezzo di cuore. L’anno scorso siamo partiti con un tour-bus da Milano. Abbiamo percorso tutta l’Adriatica.

Sul tour-bus eravamo in 7 e altri quattro del team in macchina. Era la prima edizione del Woodfourth. Sul Gargano per l’occasione ci hanno raggiunto altri amici. Alla fine eravamo quasi trenta persone nei camerini. Ricordo i sorrisi di chi ha diviso questo viaggio con me, gli abbracci, la musica, i momenti di condivisione e, una frase di una canzone dei Pliskin che dice “…e poi… c’è il profumo del mare…” ripetuta per tutto il viaggio e gridata sul palco la sera dell’evento. Il giorno dopo eravamo tutti a pranzo a casa dei miei genitori. Non dimenticherò mai questo momento.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/7: intervista a Clara Ramazzotti

Clara Ramazzotti si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Verona e in Storia a Milano. Ha lavorato nell’editoria partendo da Iperborea, casa editrice milanese di Emilia Lodigiani, per poi approdare a Tecniche Nuove. Partecipa al Festivaletteratura dal 2009 ed è stata selezionata per Scritture Giovani Cantiere. Con Iuri Moscardi e Antonio Prenna ha lanciato il progetto #parliamodilibri, ha partecipato al Festival Letteratura di Milano con il progetto #lettera22 e ha attivato una collaborazione con Fazi editore curando su GenerAzione una rubrica di e-book e collane low cost digitali. Di origini pugliesi, ora vive a Milano ma sogna una città che sia una via di mezzo tra Berlino e Londra.

Ciao Clara. Comincerei con il chiederti quanto ti manca la tua città natale, e quale sia.

Sono nata a Manfredonia, in provincia di Foggia. Ho pochi e vaghi ricordi della città perché la mia famiglia si è trasferita quando avevo 8 anni. Però ricordo il mare, la sabbia, le conchiglie e il polpo fresco con l’olio. Ricordi di cibo e di iodio, insomma. Credo di dovere alla mia “nascita marittima” il piacere di stare in solitudine all’aria aperta e l’amare il silenzio.

Per quale motivo sei andata via?

Lavoro, come (quasi) sempre. Mio padre, che è veneto, ha trovato il lavoro che tutt’ora ci permette di vivere in Lombardia. Però sono certa che avrebbe voluto restare, potendo.

In questo momento vivi a Milano. Cosa ti piace di più di questa città?

Mi piaceva molto di più quando non ci vivevo! Adoro Parco Sempione e il fatto che ad ogni angolo ci sia qualcosa da fare, da vedere, da mangiare! Il bello di una grande (e vivace) città come Milano è quello di poter fare grossomodo ciò che vuoi, quando vuoi. E se cerchi qualcosa, probabilmente, la troverai.

Adesso, cosa fai di bello nella vita?

Da poco sono redattrice web in una casa editrice milanese. E spero sia solo l’inizio, nonostante i tempi critici e l’editoria a picco. Mi sto impegnando per provare a fare il lavoro in cui credo. In particolare sto proseguendo esperienze e studi – personali – in social media ed editoria digitale che è il fulcro del mio desiderio lavorativo. Ma si vedrà…

Parlaci della tua collaborazione con la casa editrice Iperborea.

È stata la mia prima e importante esperienza in una casa editrice vera. Prima di tutto perché è una casa che funziona grazie al grande affetto e alla qualità – quasi unica – dei suoi lettori e poi perché l’ufficio stampa, in cui ho lavorato, è instancabile. Se doveste mai passare alla festa di Natale Iperborea vi accorgereste che l’atmosfera è positiva nonostante la crisi e poi il Nord Europa attira moltissimo. I lettori iperborei sono sempre molto attenti ad ogni uscita.

Come va l’avventura GenerAzione Rivista, di cui sei caporedattrice e attiva agitatrice?

Mi piace “attiva agitatrice”, mi fa pensare che in effetti non sto mai ferma e questo può essere sia un difetto che un pregio. Nell’attuale convergenza storica credo sia un pregio fare instancabilmente. Ad ogni modo, sono entrata in GenerAzione nel 2009 scrivendo un pezzo. Poi alcuni redattori, in quel periodo, hanno cambiato impegni e priorità lasciando dei posti vacanti e mi è stato chiesto dall’allora comitato di redazione di inserirmi di più. Così da circa 4 anni sono co-caporedattore (con Iuri Moscardi e Diana Osti) e social media manager in erba della rivista. Stiamo crescendo, in quest’ultimo anno abbiamo avuto risposte positive e numeri soddisfacenti. Impariamo moltissimo, conosciamo tanti giovani come noi e molti esperti del settore dell’editoria, leggiamo e studiamo. Credo che GenerAzione Rivista, conoscendola fin dagli esordi, sia davvero al suo anno migliore.

Adesso avete anche un programma radio, giusto?

Non esattamente. Due ragazze bresciane, Sandra Simonetti e Roberta Carolina Ricci, hanno un programma che si chiama “Il Librario” (i podcast su www.lavocedellibraio.it/) e ci invitano a parlare con loro dei temi che trattiamo anche sulla rivista (finora la cultura in Italia, il precariato giovanile e i dettagli letterari). È divertente, stimolante e si aprono discussioni che ci coinvolgono molto. Per ora ne abbiamo registrate 3, speriamo di farne ancora.

Cosa stai leggendo in questo periodo?

Sono un po’ noiosa nelle mie letture! Adoro i saggi storici e i romanzi dell’Ottocento. Nella mia libreria (che si può anche vedere su aNobii, www.anobii.com/chrysophilax) ora c’è L’origine delle specie di Darwin e La donna in bianco di Wilkie Collins.

Dove ti vedi tra dieci anni?

Mah… Sono molti e questi anni mi danno poca voglia di pensarci. Posso dirti dove credo di essere tra dieci anni? In Italia, con una grandissima libreria che condividerò con la persona che amo di più al mondo.

Azzurra Scattarella