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Pugliesi fuorisede/6: Intervista ad Anna Carrozzo

Anna Carrozzo, giovane fondatrice di GenerAzione Rivista, nata da giorni memorabili al Festivaletterattura. Cosa ci dici in più riguardo queste due avventure?

Sono felice di rispondere a questa domanda perché tengo molto a GenerAzione Rivista, e non solo perché sono fra le persone che l’hanno fondata.

La rivista è nata nel settembre del 2008 a Mantova, quando io e un piccolo gruppo di persone facenti parte dei volontari del Festival della Letteratura, abbiamo deciso d’investire parte del nostro tempo e della nostra passione di ventenni in un progetto che sentissimo nostro fino in fondo e che rispondesse ai nostri interessi.

La settimana trascorsa al Festival è stata fra le più entusiasmanti della nostra giovane vita, perché ci siamo trovati a formare un gruppo molto affiatato e desideroso di costruire qualcosa di nostro: eravamo stanchi di non riconoscerci in quello che leggevamo in altre riviste e dell’etichetta di “bamboccioni” che c’era stata, a nostro avviso ingiustamente, attribuita.

Nella tua presentazione a GenerAzione Rivista dici che per te la rivista è uno stile di vita: ti puoi spiegare meglio?

Per rispondere a questa domanda devo, mio malgrado, citare me stessa, ovvero riportare le parole dell’editoriale che ho scritto per il primo numero della rivista.

GenerAzione Rivista è uno stile di vita perché «nasce come un’impresa e al tempo stesso un’avventura, che si vuole collettiva, la cui prima ragion d’essere risiede nell’esternare sogni, emozioni e desideri di un gruppo di giovani con le idee e la forza per sperare in un futuro migliore. […] La nostra rivista VUOL FARE PAURA, vuole ricordare a tutti che i giovani non sono dei “bamboccioni” e, se non si lascia loro lo spazio, sanno come prenderselo».

GenerAzione Rivista è uno stile di vita perché l’intento di chi scrive sulla nostra rivista è quello di mostrare agli altri, senza troppe paure o infingimenti, un punto di vista sul mondo.

Credo fermamente che in una società in cui si rischia costantemente l’anonimato, perché siamo spesso tentati di omologarci alla massa, sia necessario esprimere la propria opinione e apportare il proprio contributo per cambiare le cose che non vanno.

Non abbiamo la pretesa di cambiare le cose o di affermare verità universali, ma ci piace entrare nella realtà con determinazione «perché pensiamo che la responsabilità di ciascuno di noi sia coinvolta, e che ognuno debba contribuire a fare la società in cui vive».

Parlaci di quello che fai per campare…

In questo momento della mia vita sono impegnatissima col mio lavoro di tesi magistrale che mi porta via gran parte delle energie, ma che mi sta dando anche tante soddisfazioni, e sto lavorando part-time in una biblioteca.

Sei originaria di Oria (Br), adesso vivi e lavori a Bologna. Come mai questa città?

Ho scelto di trasferirmi a Bologna perché volevo conoscere da vicino una città che ho sognato sin dai primi anni dell’adolescenza e volevo frequentare quella che, oltre ad essere la prima università fondata in Italia, è anche una delle più rinomate e, devo dire, che la realtà ha superato le aspettative.

L’Università di Bologna ha molto da offrire e la città mi ha conquistata col suo fervore culturale e con le sue mille opportunità per chi, come me, vuole sempre aprire nuove finestre sul mondo. Oltretutto, è una città in cui confluiscono persone provenienti da varie parti del mondo e io sono felicissima di avere l’opportunità di confrontarmi sempre con nuove realtà e culture. Bologna, come molti buoni libri, permette di viaggiare e di conoscere nuovi mondi senza spostarsi.

Cosa ti manca del Sud?

Nonostante io abbia deciso di restare a Bologna, anche dopo la fine dei miei studi, il Sud mi manca molto perché è lì che sono cresciuta ed è lì che vado quando ho bisogno di tornare alle origini.

Del Sud mi manca la semplicità e la capacità di accogliere delle persone, la bellezza dei luoghi; mi mancano i panorami che resti incantato a guardare, gli alberi d’olivo secolari, la cucina semplice e genuina e… e potrei continuare all’infinito.

Le tue letture imprescindibili.

Sono tanti i libri che mi hanno formata e che mi porto nel cuore, ma ce ne sono tre, in particolare, che amo regalare alle persone che amo, ai quali ripenso sempre con piacere e che rileggo tutte le volte che ho bisogno di pormi delle domande su me stessa. Si tratta del Diario di Etty Hillesum, delle Affinità elettive di Goethe e del Profeta di Gibran: tutti e tre libri “spirituali” che mi permettono di entrare in sintonia con me stessa, di riflettere sulla mia persona e sui miei rapporti interpersonali. A questi tre sento, proprio in questa fase della mia vita, di doverne aggiungere un altro: L’omonimo di Jhumpa Lahiri, che ho appena finito di leggere e che mi ha dato moltissimo.

Qual è il tuo rapporto con gli e-reader?

Credo che gli e-reader siano “il nuovo inevitabile”, nel senso che non si può pensare di bloccare le nuove forme di divulgazione del sapere, né ostinarsi a leggere solo su carta. Aprirsi al nuovo è di vitale importanza per una civiltà che vuole evolversi, ma devo confessare che faccio ancora molta fatica a leggere un e-book perché mi piace instaurare un rapporto quasi fisico con i libri, ma so che prima o poi mi abituerò a farlo.

Cosa bolla nella tua pentola del futuro?

Non so di preciso cosa aspettarmi dal futuro, ma so che vorrei continuare ad occuparmi di letteratura della migrazione (uno dei miei più grandi interessi) e a scrivere ma, dato che bisogna anche arrivare alla fine del mese, dovrò anche cercarmi un lavoro che mi permetta di continuare a vivere a Bologna, perché è qui che amo stare ed è qui che ho trovato l’amore.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/5: Storia di un copywriter, Marco Cetera

L’estate prosegue calda e le città si svuotano e riempiono a seconda dei flussi di turisti e di viaggiatori. Certo è che restare nell’afosa metropoli di Milano non è il massimo, perciò abbiamo pensato di trasferirci in una città più ariosa, e per certi versi anche più turistica: Trieste. Senza dimenticare però di passare dal capoluogo lombardo!
Il protagonista di questo incontro virtuale è Marco Cetera, nato a Castellaneta nel 1974. Maturità classica, laurea in Filosofia a Bari, master in Scrittura pubblicitaria a Roma. Nel 2001 si trasferisce a Milano dove lavora in diverse agenzie pubblicitarie come copywriter. Dal 2010, vive e lavora a Trieste in una ventosa agenzia creativa che vende idee e boccate d’ossigeno.

Allora, Marco, tu lavori come copywriter in un’agenzia pubblicitaria. Un mestiere di cui tutti ormai hanno capito il senso, o no?

Scrivere, il copywriter non deve far altro che scrivere. Volendo adoperare la classica distinzione dei ruoli utilizzata all’interno delle agenzie pubblicitarie, si può dire che l’art director cura l’aspetto iconico e visivo di un messaggio promozionale, mentre al copywriter spetta il compito di scrivere i testi. Testi che devono informare, convincere, persuadere, vendere.

Come sei arrivato a fare questo lavoro?

Un giorno mio fratello mi fa: «Sai, c’è un mio amico che lavora in un’agenzia pubblicitaria. Lavora, si diverte e guadagna bene». Tre validi motivi per provare a fare lo stesso lavoro, penso io. E così, dopo la laurea in Filosofia all’Università di Bari, ho seguito un master di scrittura pubblicitaria a Roma, per poi trasferirmi a Milano e iniziare la mia avventura di copy. Molto presto ho scoperto che, in effetti, mio fratello aveva detto la verità. Ma non tutta la verità. Perché si lavora, non c’è dubbio, ma con dei ritmi allucinanti. Ci si diverte, non lo nego, ma con un bel macigno di stress sulle spalle (soprattutto all’inizio, quando si è dei pivelli inesperti). Si riesce a portare a casa l’agognata pagnotta, ma senza mai emanciparsi dall’avvilente condizione di precarietà (mi riferisco in particolare ai pubblicitari della mia generazione – classe 1974).

In rete si trova il tuo poema musivo Come non detto, una specie di mosaico di citazioni letterarie che hai composto secondo il tuo gusto e che tu stesso definisci “enciclopedismo testuale”.

Come dichiara il sottotitolo, Come non detto è un “poema musivo ipertestuale”. Musivo, perché l’opera è composta dall’assemblaggio lineare di 2000 citazioni-tessere di altrettanti autori. Ipertestuale, perché a ognuna delle 2000 citazioni corrisponde un link che consente al lettore del sito di conoscere immediatamente la fonte bibliografica e di leggere la biografia dell’autore a cui quella frase (o parola) appartiene. I rinvii a Wikipedia (riordinati in ordine alfabetico e tematico nelle rispettive pagine dell’indice) consentono di comporre la basilare costellazione di un sapere che spazia dalla letteratura alla fisica teorica, dai fumetti alla filosofia. Un’operazione che, appunto, mi piace definire di “enciclopedismo digitale”. Grazie alla sua rete di link, Come non detto ricrea in maniera “nascosta” la mappa di un archivio virtuale del sapere. Una mappa nata dall’esigenza – lo ammetto: un’esigenza molto personale – di far fronte alla mastodontica forza centrifuga di dissipazione culturale che agisce nella rete. Una piccola bussola, a disposizione di tutti, che galleggia sul mare magnum digitale.

Qual è la vicenda narrata nel tuo poema?

Ho messo in versi la storia di “Lui” (pro-nome proprio del protagonista).

Lui si è macchiato di una grave colpa: l’elaborazione di un Nuovo Linguaggio. Per questo viene arrestato da due sbirri in borghese che lo conducono presso il palazzo del Supremo Consiglio Culturale. Qui, al cospetto del Giudice Supremo, Lui deve dimostrare la Novità della sua invenzione. Ma, messo ripetutamente alla prova, non riesce a tirar fuori nulla di davvero originale. «Tutto è stato già detto!»

Per aver tentato di contravvenire alla Prima Norma del Linguaggio Universale stabilita dal Consiglio Supremo («È impossibile dire qualcosa di nuovo»), Lui viene condannato alla deportazione forzata nella Penisola del Luogo Comune.

Fin qui, tutto chiaro, lineare.

La lettura di Come non detto si complica solo quando si inizia a considerare che tutti i versi utilizzati dall’autore – cioè da me – per raccontare la vicenda di Lui sono in realtà parole o frasi di Altri.

L’ingranaggio letterario mette il lettore di fronte a questa paradossale forma di rifrazione: l’autore del poema sembra essere condannato allo stesso destino assegnato al protagonista della storia che sta narrando. Quale destino? L’impossibilità di dire qualcosa che non sia già stata detta prima.

L’autore narra la vicenda di Lui ma, allo stesso tempo, parla di sé.

Come non detto è una “storia nella storia”, in cui la vicenda raccontata (livello basso) si ripete nell’aspetto fondamentale dell’atto narrativo che la incornicia (livello alto). Un gioco di specchi “mise en abyme” (“collocato nell’abisso”).

A questo punto il problema è: furto o paranoia?

Certo, da un lato l’autore si appropria consapevolmente delle parole Altrui, in un fraudolento processo di es-autor-azione, ma dall’altro, volendo approfondire o sprofondare nel senso del poema, sono proprio queste, le parole, che sembrano anticipare le intenzioni narrative dell’autore.

«Come non detto è la prova ontologica che decreta, in modo tangibile ed empirico, la morte dell’autore» e tu ti dichiari l’assassino degli autori di cui hai violentato e mescolato le parole. Ma sei davvero convinto, come dici nella postfazione, che non vi sia davvero più nulla da aggiungere?

Le lettere dell’alfabeto sono palesemente un’invenzione dell’uomo. La scrittura, idem. È l’uomo che detta le regole del gioco della scrittura. La trasgressione di queste regole è a sua volta una regola che fa parte sempre dello stesso gioco. Il linguaggio, proprio perché umano, è finito. Sin dall’inizio, nel momento stesso in cui è stata tracciata la prima parola nella storia dell’uomo, il linguaggio ha esaurito le sue possibilità essenziali. La biblioteca di Babele di Borges – un luogo oscuro e labirintico che comprende tutti i libri possibili dell’umanità – non è altro che la materializzazione letteraria di questo concetto.

Ma se il linguaggio ha già manifestato la finitezza della propria essenza, perché continuare a scrivere? Il bello della scrittura sta proprio nel riuscire a far emergere il proprio limite. Che è anche il limite della nostra esistenza.

Credi che ti avrebbero ritenuto “colpevole” Christa Wolf, Demostene, Vincenzo Cerami o Ernst Bloch, solo alcuni degli autori di cui ti sei servito?

L’es-autor-azione è una dinamica che riguarda tutti gli esseri scriventi e parlanti. Tutti sono “colpevoli” (ammesso che sia corretto parlare di “colpa”), per il semplice fatto di usare il linguaggio. In Come non detto mi sono limitato a rendere il meccanismo della “coazione a ripetere” spudoratamente esplicito e – che piaccia o no – poetico.

Oltre a questa tua originalissima opera, hai in serbo altre creazioni per il futuro, ti stai cimentando in qualcosa?

Ho un mare di idee per la testa, devo solo trovare il tempo per fermarmi, organizzarmi e decidere di portarne a termine almeno una.

Parlando di questioni personali, invece raccontaci, da dove vieni?

Da Castellaneta. La città sorge sul ciglio di un burrone. Inutile sottolineare la valenza simbolica di questo piccolo, bianco spettacolo urbanistico. Vivere al limite, pugliesità al quadrato.

Adesso vivi a Trieste. Come si combatte l’estate dello spread nella città forse più di frontiera d’Italia?

Preparando le valigie. L’Austria e la Slovenia sono a due passi. Volendo uscire dalla zona Euro, si può sempre decidere di scappare in un’isola della Croazia. Cherso è bellissima. Già mi vedo a Valun – un piccolo borgo di pescatori sulla costa settentrionale dell’isola – a tirar su le reti per dar da mangiare alla mia famiglia…

Scherzo. A Trieste non si può fare nulla contro lo spread. Si tira a campare come si fa nel resto d’Italia. La lotta vera (politica) va sostenuta a Roma e a Bruxelles.

Hai vissuto a Roma, a Milano e a Trieste: dove preferisci o hai preferito vivere?

In tutti e tre i casi ho dei ricordi molto positivi. Roma è bellissima. Milano, industriosa e culturalmente molto stimolante. Ma Trieste è semplicemente perfetta. Può apparire strano, ma per me rappresenta il giusto compromesso tra Nord e Sud, tra la grande metropoli europea e la piccola città della provincia italiana. Tempo fa, su una guida di Trieste ho letto questa definizione: «la città più meridionale del nord Europa». In effetti, la città, i suoi palazzi, il porto vecchio e lo spritz (quello originale, alla maniera austriaca, ossia con vino bianco ed acqua frizzante) sono decisamente mitteleuropei. Tutto il resto, non solo è italiano, ma profondamente mediterraneo: la gente, il sole, il mare, il vento (anzi, IL vento), le virtù… E i vizi.

Torneresti a vivere in Puglia?

In un certo senso, non me ne sono mai andato.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/4: Intervista a Simona Incerto

Come mai vivi a Milano, Simona?

Milano, diversamente da altre città, secondo me non si sceglie… è lei che sceglie te. E così è stato anche per me. Dopo la laurea, ho tentato di vivere in Puglia e di lavorarci, ma come potrai immaginare non riuscivo a mantenermi… così ho deciso di guardarmi intorno. Ho iniziato a frequentare un corso di scrittura creativa, poiché da sempre amo la scrittura e la letteratura in generale…

In cosa ti sei laureata, esattamente?

Laurea in Filosofia morale e contemporaneamente diploma di Sassofono in conservatorio: dopo aver conseguito entrambi i titoli, ho seguito questo corso di un paio di mesi a Milano, ospite di un’amica. Tornata in Puglia ho provato a cercare lavoro sia a Bari sia nel resto d’Italia. Le uniche risposte che ho ricevuto sono arrivate da Milano… ed eccomi qui.

Adesso lavori in Rcs, giusto? Parlacene un po’.

In realtà lavoro in Rcs dal 2005, nella redazione Rizzoli saggistica, sono una redattrice editoriale e svolgo un lavoro meraviglioso e vario, anche se precario e mal pagato… la quadratura del cerchio non è ancora arrivata! Comunque, le mansioni sono tantissime: si leggono i testi che arrivano in redazione, li si giudica, si decide insieme al proprio editor di riferimento se pubblicarli o meno… a quel punto s’inizia il vero e proprio lavoro sul testo, affiancati dall’autore nel caso di un testo italiano, dal traduttore se il libro è straniero; oltre la vera e propria correzione di refusi, c’è un macroediting da fare, si cerca di capire se il testo scorre, se è coerente, se contiene informazioni corrette e laddove si ripresentano delle criticità si interviene. Dopo c’è l’editing vero e proprio, limatura e rifinitura dell’italiano; altre volte, il libro lo dobbiamo scrivere noi o comunque dobbiamo preparare una base di partenza per un autore che magari non ha tempo di farlo: cioè raccogliamo il materiale, lo organizziamo, ne prepariamo un indice e poi l’autore lo rivede, lo amplia, lo riscrive…

Un sacco di mansioni e un lavoro meraviglioso… ma sei precaria, e come te tantissimi lavoratori dell’editoria, pur nelle grandi aziende abbastanza solide come RCS!

Non è influente, ahimè, la grandezza di un’azienda… purtroppo i contratti atipici sono previsti per legge e i datori di lavoro hanno tutti gli agi di usarli. Io ho un contratto a progetto che si rinnova di 6 mesi in 6 mesi, come tutti i miei colleghi Rcs.

So che fai parte di Rerepre (rete redattori precari)…

Sì, sono tra i fondatori di Rerepre che è nata nel 2008, proprio a causa del precariato dilagante in editoria.

Qual è lo scopo della Rete?

Mah… gli scopi sono tanti. Intanto sensibilizzare e far emergere il problema, coinvolgere i colleghi nelle varie aziende, creare azioni di disturbo per l’Aie o le varie aziende. I datori di lavoro non ci pagano i contributi, non abbiamo tutele e ammortizzatori sociali, loro sono liberi di fare quello che vogliono visto che con un mercato del lavoro così immobile non si può far molto… oltretutto si lavora all’interno di una redazione che ha dei tempi che i collaboratori devono rispettare, per cui non posso permettermi di cercare un altro lavoro o avere più tempo per fare ciò che voglio: lavoro molto spesso la sera o i fine settimana, senza vedermi riconosciuti gli straordinari.

Secondo te, per quale motivo non vi regolarizzano, se non tutti almeno in parte?

Così possono tenere i costi bassi, e potersi liberare dei collaboratori quando vogliono.

Hai idea di come sia la situazione di persone che svolgono il tuo stesso lavoro all’estero?

Conosco un paio di persone che lavorano per delle agenzie letterarie, una in Inghilterra e una in Belgio. Una è assunta e l’altra è precaria, ma conosciamo il welfare inglese, diversissimo dal nostro.

Ultima domanda al riguardo: il questionario che state compilando online a cosa dovrebbe portarvi?

Quel questionario vede la luce dopo anni di tentativi… abbiamo iniziato a farne uno come Rete, ma purtroppo non ha avuto la diffusione sperata; così ci siamo uniti con SLC (che è la parte di Cgil che si occupa dei lavoratori della conoscenza) e ne abbiamo commissionato uno più scientifico all’IRES di Bologna: il fine è quello di mostrare il problema e la sua portata; generazioni intere di professionisti (dai 25 ai 50 anni e più), costretti a lavorare con compensi da fame in una situazione non di flessibilità, ma di precarietà, ovvero in totale assenza di progettualità. Quindi generazioni di persone che non possono avere accesso a mutui per comprare qualunque cosa, che non riescono neanche a ipotizzare di fare dei figli, perché con contratti che vanno da 3 a 6 mesi, è difficilissimo assumersi questa responsabilità… generazioni di persone che al momento sopravvivono solo perché i veri ammortizzatori sociali (genitori e nonni) sono ancora vivi, ma dopo?

Vi auguro di ottenere qualche riconoscimento e sicurezza in più. Andando invece verso argomenti più lieti, so che sei innamorata della Germania e che l’hai visitata spesso.

Sì, un amore indotto dalla filosofia e dalla musica classica in primis. Poi lì si è trasferita la mia amica più cara e quindi cerco di raggiungerla ogni volta che posso. La città che più amo è Berlino, credo la più vivibile in Europa, al momento.

Pensi mai di trasferirti lì? Magari indotta anche dalle vicende economico/politiche?

Ogni giorno… però queste ragioni non sono sufficienti a farmi trasferire. Non voglio arrendermi né voglio fare delle scelte sulla base della disperazione. Finora ho scelto in base a ciò che sentivo, all’impulso del momento. Magari ho sempre sbagliato, ma non ho rimpianti. Una fuga per me non è contemplata fine a se stessa e amando il mio lavoro è difficile che possa farlo in Germania… poi convivo da anni col mio compagno che insegna e anche per lui è difficile lasciare l’Italia. Quindi per ora resistiamo, convinti che le cose debbano cambiare per forza.

Visto che siamo ormai in piena estate e spero che andrai in vacanza, ti farei la classica domanda su quale libro porterai sotto l’ombrellone…

Assolutamente vacanza: lavoro per poter viaggiare! Al momento mi sto preparando al viaggio portoghese, e quindi sto leggendo Il libro dell’inquietudine di Pessoa che, ahimé, mi mancava… Poi ho una pila tra cui scegliere, penso a Sopra eroi e tombe di Ernesto Sabato e Vizio di forma di Pinchon… e il romanzo postumo di Wallace per cui sono ancora in lutto.

Ah, letture proprio da ombrellone, eh!

Già! E infine c’è anche la tesi del mio compagno, da editare.

Infine: qual è stata la cosa più difficile cui adattarsi da quando vivi al nord?

Una grossa, unica: il clima! E l’assenza di mare… e questa assurda dedizione al lavoro con conseguente spregio per l’ozio… per me è incomprensibile. In realtà non sono molto fatta per le grandi città; bella l’esperienza ma credo di adattarmi meglio a città più piccole, le città “villeggiatura”, come le chiamo io…

Stai pensando a città di mare?

Sì, punterei verso quelle zone…

Ottima idea. Al prossimo trasferimento, allora.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/3: Intervista a Roberto La Forgia/2

Recentemente è uscito il tuo Il signore dei colori, che affronta un tema abbastanza forte quale quello della pedofilia. All’inizio sono rimasta stupita dalla scelta di questo argomento, ma pensando alla mia infanzia, devo dire che in parte capisco il perché di scrivere una storia simile a Bari, dove il tema della pedofilia e in generale i tabù sul sesso sono presenti in modo velato, costanti ma mai veramente affrontati. C’è molta paura e molta ignoranza. Che ne pensi?

Non è solo un problema del Sud. Ho sentito la responsabilità di affrontare questo tema con i toni giusti e più vicini all’umanità dei personaggi, della vittima, dell’aggressore e di chi li accompagna. I giornali tendono a una mostrificazione che fa male solo alle vittime, aggravando il loro trauma. Nel mio libro è raccontata la vita e il suo strano gioco di far ridere e di ferire. Molti amici che sono stati ragazzi a cavallo tra gli anni ottanta e novanta ci si sono rivisti e hanno capito che anche le questioni più drammatiche vanno trattate con lucidità e serenità.

Come mai hai scelto la basilica di Capurso nell’immagine centrale della copertina del libro? Motivi personali o estetici?

Non è una scelta ma un ricordo vivido che emerge da solo.

Com’è nata la tua collaborazione con la rivista «Il Male»?

Mio fratello Pasquale ha segnalato il mio lavoro a Vincino mentre lavoravano insieme su una bellissima cronistoria della prima edizione di questa rivista Il Male. 1978-1982. I cinque anni che cambiarono l’Italia. Adesso pubblico regolarmente su questo giornale. La vivo come una preziosa collaborazione. Ogni settimana ho la possbilità non solo di condividere ma ancor prima di elaborare un mio punto di vista in maniera fruttuosa e con un ritorno dei lettori. Ho scritto e disegnato anche qualcosa sulla Madonna del Pozzo di Capurso (che torna puntualmente in tutti i miei lavori).

Hai anche in ballo il progetto di Mosso

Mosso non è un progetto, Mosso è il mio salotto. Una sorta di massoneria. Quando abbiamo qualcosa da dire e tempo per coniugarlo al meglio scriviamo e disegnamo un nuovo numero di Mosso da rilasciare grauitamente in formato pdf. Abbiamo parlato del «Corriere dei Piccoli», di Dino Buzzati e recentemente abbiamo curato un’anteprima de Il Signore dei Colori introdotta da amici autori ed esperti di arti visive.

Regista, fumettista, pubblicitario, disegnatore… Scommetto che non ti riconosci in nessuna di queste definizioni, perciò ti chiedo: cosa credi che starai facendo ancora tra dieci anni?

Molto probabilmente libri a fumetti ma devo dire che quando mi metto davanti a un foglio bianco non mi dico “adesso fai un fumetto” ma “adesso metti te stesso” e non scommetto mai su quello che uscirà.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/3: Intervista a Roberto La Forgia

Nella tua biografia si legge “nato a Treviso, infanzia barese”. Come mai questo spostamento nord-sud?

Mia madre è di origini trevigiane ma prima che io nascessi si era già stabilita a Bari con mio padre. Sono nato in estate, durante la consueta vacanza a Treviso che i miei facevano ogni anno. Dopo qualche giorno di vita ero su un treno Venezia-Bari.

Cosa prediligi ricordare dell'”infanzia barese”?

Il senso di sicurezza. Erano certamente anni difficili ma i bambini uscivano di casa il pomeriggio presto e rientravano a mezzanotte inoltrata. Le strade erano frequentate da adulti e bambini e questo garantiva a tutti un senso di protezione. Ne Il signore dei colori ho voluto restituire questo senso di sicurezza nella disinvoltura con cui i ragazzini protagonisti del libro si addentrano in stradine di campagna con le loro bici e con i fanalini spenti.

Nel 2007 è uscito Gli Intrusi, per Coconino Press di cui hai curato il progetto, un’indagine sulla provincia barese che ha raccolto la voce di alcuni giovani fumettisti. Questo progetto da cosa è nato?

Gli intrusi è nato dalla voglia di raccontare la provincia di Bari superando gli stereotipi che ci accollano e che purtroppo molto spesso ci si crea anche autonomamente. Con Michele Casella e mio fratello Pasquale ho invitato i migliori fumettisti emergenti a vivere per qualche giorno a Bari e inventare una storia nei luoghi che visitavano. Sono uscite storie e immagini di una terra fervida sotto una luce inedita. Adesso alcuni di questi autori spopolano all’estero e continuano il loro lavoro di osservazione.

Nel 2008, appena venticinquenne, hai fondato Littlepills, casa di produzione video, e ti sei dedicato al lavoro di attore e regista. Com’è la vita alla Littlepills?

Con Littlepills producevamo video in pillole per il web e per la tv. Qui ero già a Vittorio Veneto. Abbiamo iniziato arrangiandoci con i nostri mezzi e autoproducendoci e con un’idea fissa: dissacrare per far ridere (o l’inverso). La vita alla Littlepills era meravigliosa. Ho un ricordo splendido di quelle giornate a girare in cerca della location giusta. Penso di non aver mai passato così tanto tempo nei negozi di abbigliamento in cerca dei costumi giusti per vestire i nostri personaggi. Il bello era quando dovevamo procurarci dell’intimo femminile. Io ed Elvio, un cristone di due metri, abbiamo turbato tante giovani commesse.

Ne parli al passato. Cosa è successo?

Il progetto Littlepills si è chiuso 2 anni fa ma non escludo l’idea di tornare a fare video.

Spiegaci meglio: la produzione dei video era rivolta a che genere di clienti esterni?

I video erano prodotti per clienti tra cui Zooppa, Havaianas, Tomtom, Bonsai tv ma inizialmente abbiamo dovuto autoprodurci per avere qualcosa da mostrare e capire quali fossero i nostri punti di forza.

Preferivi l’attività di attore o di regista?

Ci occupavamo di tutto. Dalla scrittura alla ricerca dei materiali di scena, dal casting alla scrittura, dalla preparazione del setting alle riprese e la recitazione, e poi a casa a montare. È stato un momento in cui ho imparato molte cose, dal lavorare in squadra a capire come fare un’inquadratura ma continuo ad avere un debole per la recitazione. Mi piaceva mettere in gioco la mia fisicità. Mi sono fatto lanciare da un ponte alto sette metri e mi sono lanciato da un furgone in corsa. Penso sia tutta colpa di Buster Keaton.

Azzurra Scattarella

Domani su www.puglialibre.it la seconda parte dell’intervista a Roberto La Forgia, che sarà a Bari, presso La Feltrinelli Libri e Musica in via Melo, il prossimo 15 giugno.

Pugliesi fuorisede/2: Intervista ad Antonio Cornacchia

Antonio Cornacchia, direttore di www.vorrei.org e art director. Altamurano, vive a Monza e risiede in Lombardia da ormai quattordici anni. La sua esperienza, i suoi consigli, la sua storia.

Innanzitutto, spiegaci un po’ cosa fai.

Sono un art director, in italiano sarebbe direttore artistico ma farebbe pensare a qualcos’altro. Il mio ruolo, nell’ambito della comunicazione di un’azienda o di un evento, è quello di ideare, creare e realizzare tutta la parte creativa. Mi occupo dalla progettazione dell’immagine coordinata (il logo, il marchio e le loro applicazioni), della presenza online (sito web, account sui social network, campagne banner) e di quella offline (pubblicità sulla stampa, in tv, alla radio, sulle affissioni stradali). In più curo progetti editoriali, sia che mi vedano coinvolto in prima persona che per alcuni clienti. Sono consulente di editori librari e di testate giornalistiche. Infine – quando se ne presenta l’occasione – mi dedico anche all’ideazione di eventi e rassegne culturali.

E, in secundis, perché hai scelto di trasferirti in Lombardia?

Per amore di una donna.

Com’è stato il primo impatto dal punto di vista lavorativo con il “mondo di su”?

Nei primi anni ad Altamura, dopo gli studi in Accademia delle Belle Arti, avevo lavorato solo come grafico. Una volta a Milano sono entrato in una delle più grandi agenzie di pubblicità italiane. Era come se fossi entrato a far parte della rosa del Milan: con direttori creativi come Gavino Sanna e Pasquale Barbella e colleghi come Vicki Gitto, che adesso è fra i più noti creativi del pianeta – e mi si è aperto un mondo. Professionalità di altissimo livello, budget enormi, ambiti internazionali. Molto stimolante, formativo. E stressante. La mia dimensione ideale è più artigianale e a quella sono tornato dopo quattro anni, facendo tesoro dell’esperienza accumulata e mettendola al servizio di clienti più piccoli.

E dal punto di vista umano? Casi di discriminazione o “leghismo”?

No, nessuno. In un ambiente così dinamico, pieno zeppo di persone arrivate da ogni parte, sarebbe veramente impensabile.

Parlaci de La rivista che vorrei, il tuo progetto alternativo di informazione. Com’è nata, chi ti ha aiutato, come va dopo anni di lavoro.

Tutto nasce da un presupposto: l’informazione è un bene sensibile. Come la scuola, la salute. Lasciarla solo a logiche commerciali non è sano. Non si possono vendere le notizie e l’approfondimento come fossero scarpe: finisci per produrre solo quelle comode. Così nel 2008 ho fatto girare qualcosa di simile ad un appello fra i miei contatti, per invitare a riflettere insieme sulla possibilità di pensare ad una testata slegata da logiche di mercato. Si sono avvicinate persone, tante, con esperienza e storia diversissime. Così è nata La rivista che vorrei, per tutti solo Vorrei. Con il tempo la cultura e l’ambiente sono diventati i nostri cavalli di battaglia e un preciso ambito territoriale (quello intorno Monza) il nostro riferimento. Perché su quello avremmo potuto dire qualcosa di inedito, su questioni nazionali sarebbe ingenuo credere di poter dire qualcosa che non sia stato già detto da altri. Negli anni c’è stato un grande via vai di collaboratori, da pazzi scatenati convinti di avere a che fare con chissà che a persone squisite. Del nucleo fondativo siamo rimasti in 5-6. Non essendo fonte di alcun guadagno, o hai motivazioni personali e civili molto forti oppure non riesci a star dietro ad una iniziativa così molto a lungo. Oggi, io credo che la rivista sia di fronte alla necessità di una evoluzione. Non so bene verso quale direzione, ma sarà sano ripensarla.

C’è secondo te uno spirito o un approccio diverso al lavoro di chi è all’interno dell’industria della comunicazione o delle aziende editoriali e culturali rispetto a quanto esiste al Sud?

Sono via da quasi 15 anni ormai e non conosco benissimo quanto accade in Puglia. Da lontano vedo che tanto è cambiato, che sono nate realtà molto interessanti, penso per esempio a Caratteri Mobili e ai bellissimi film prodotti sul territorio, fortunatamente senza essere banali cartoline (mi viene in mente Mar piccolo, ad esempio). Ovviamente la stratificazione profonda e permanente, anche in un’epoca ansiogena e bulimica come la nostra, ha tempi geologici. La trasfusione di conoscenze da Nord e Sud, fra estero e locale che gli studenti e i professionisti che emigrano e arrivano è indispensabile e benefica. Ma ci vogliono tempo, risorse e serietà per alzare il livello medio generale di consapevolezza. Di sicuro c’è che il numero di persone che lavorano, o vorrebbero lavorare, negli ambiti creativi e in quelli della comunicazione è aumentato vistosamente, al Nord come al Sud. Che abbiano qualcosa di interessante da comunicare, poi, è tutto da vedere.

Qual è la tua personale risposta a quelli che dicono, polemizzando, che è sbagliato partire, perché se tutti quelli del Sud se ne vanno al Nord, dove andrà a finire il Sud?

Io sono un privilegiato perché sono andato via per una mia scelta personale. Non ero di fronte ad un obbligo come lo era stato mio padre negli anni ’50-’60 prendendo il treno Bari-Zurigo. Quindi non sono la persona più preparata per questa risposta. Penso però che muoversi faccia sempre bene, conoscere, confrontarsi, aprirsi. La differenza sta nel farne una scelta: se lo fai per forza, vuol dire che dove sei non hai prospettive. La causa di questa mancanza è un misto di limiti personali, limiti ambientali e contesti sociali. La soluzione, o almeno il tentativo di, è l’azione personale e collettiva per migliorare il presente. Non sopporto chi si lamenta senza muovere un dito, aspettando la provvidenza o il gerarca di turno che gli regali il posto fisso. E non sopporto chi crede di vivere nel posto più bello del mondo senza aver vissuto neppure una settimana di seguito altrove e non per vacanza. Al Sud come al Nord la differenza la fa la consapevolezza che i diritti non sono favori fatti da altri. E sono lo specchio dei doveri.

Se tornassi indietro, rifaresti la stessa scelta?

All’amore non si comanda. Soprattutto dopo.

Cosa diresti a un ragazzo/a che sta decidendo se vagliare o meno la possibilità di trasferirsi al Nord dal Meridione d’Italia?

Abbi coraggio. Fatti questa esperienza, impara tutto quello che puoi e mettiti nella condizione di poter scegliere cosa fare poi della tua vita. È un lusso, lo so. Prova a conquistartelo.

Azzurra Scattarella

Pugliesi fuorisede/1: “Una libraia nella grande Melano”

Talvolta si sente dire che “ciò che Milano legge oggi, diventa ciò che l’Italia leggerà domani”. Viene da sé che questa è la città in cui andare se si vuole avere a che fare con l’editoria.

Io sono venuta qui per lavorare. Anzi, no: sono venuta qui per amore. O forse per tutt’e due. Molti sono qui per amore del lavoro, scelta che francamente non condivido. Ma io sono del Sud. Se dico più di tre frasi continuative, mi beccano subito. “Siciliana?” “Calabrese?” “No, pugliese” (colpa delle mie vocali troppo aperte alla Lisa Simpson). “Ah sì, di dove?” “Bari.” “Davvero?” e poi, il novanta per cento delle volte, “Anch’io! Anche mia nonna! Anche mia/o madre/padre” o qualche altro pezzo della famiglia.

Mi fa piacere incontrare la gente del Sud, capire che ci sta a fare qui al Nord, come si trova, dove abita. E notare che quasi nessuno ha perso l’accento. O che con una terrona si slacciano e parlano senza remore. Per questo motivo scrivo di questo, dei miei due anni di trasferimento su, nella metropoli d’Italia, a novecento kilometri da casa.

Quando ho fatto il colloquio per quello che sarebbe stato il mio attuale lavoro ero molto emozionata. Come quando devi superare un esame per il quale sei preparatissimo e non vedi l’ora di metterti alla prova e mostrare il tuo sapere, però hai anche una paura del diavolo perché se non lo dovessi passare non sai se riuscirai a sorriderti. Faccio una buona impressione, sento di avere la vittoria in tasca, socchiudo gli occhi pensierosa e sognante. Quante volte avrò desiderato lavorare in una libreria? E finalmente, ci sono.

La libreria è piccola, da rifinire, ci sono ancora i muratori che preparano i mobili e devono terminare gli attacchi elettrici. E poi bisogna allestire con gli altri librai venuti ad aiutarci. L’inizio effettivo del lavoro slitta, ma io sono già in paradiso.

In libreria le cose vanno veloci, si impara ogni giorno qualcosa di nuovo, c’è sempre qualcosa da mettere a posto, qualche dubbio su come catalogare un libro. Ma soprattutto c’è il problema dello spazio: i libri sono tanti, non si sa più dove metterli. Scaffali che scoppiano, arrivi improvvisi di cartoni ricolmi, copie che trabordano, pile e pile da sistemare. Ho la costante sensazione di vivere nel gioco del tetris. Ma ormai sono un genio della logistica – e poi c’è il magazzino, che straripa a mesi alterni, però c’è.

Chi lavora in libreria sa di essere la preda di alcune categorie umane. La prima sono i sedicenti scrittori. Di solito la formula è: “Per caso avete questo libro …?” e sparano il titolo del loro capolavoro incompreso. Noi: “No, non ce l’abbiamo”, segue una pressante (per il genio incompreso) e fastidiosa (per me) chiacchierata approfondita su come far entrare il libro da noi, farne arrivare delle copie, contattare l’editore e il distributore, ecc. Il più delle volte si risolve con un nulla di fatto, spesso non per colpa nostra. Siamo tutti dei geni incompresi, in fondo.

Una seconda categoria è quella dei perditempo ed esibizionisti (spesso simile alla prima). Dalla più semplice delle domande queste persone arrivano a parlarti di tutt’altro – della politica, della scuola, della famiglia, dei vip sul giornale – e non se ne vanno neanche quando una coda si forma dietro la cassa.

Per noi c’è il bonus della categoria speciale: i malati. Eh sì, perché la libreria è situata all’interno dell’Ospedale Cà Granda, dove c’è una vasta area commerciale (in Lombardia non esiste spazio pubblico inutilizzato, presto o tardi diventa un centro commerciale, non c’è fuga dal diktat consumistico). Da noi gira gente in carrozzella o in pigiama, anziani in vestaglia, donne in tuta di velluto o in veste da camera rosa, future madri, tabagisti incalliti che non si rassegnano all’idea che no, non vendiamo sigarette… Ci sono quelli con i tubi nel naso o nel collo, con il catetere o con la flebo attaccate. Un’umanità malata che non rinuncia al giornale, all’enigmistica o all’ultimo libro della Parodi. Che richiede la propria dose di dignità e libertà da tutte queste cure e medicinali.

Tanti pazienti tornano ciclicamente. Più magri, più grassi, più bianchi, che hai sempre paura a chiedergli “come va”. C’è un bambino che ha mille fili, tipo tubi dell’elettricità, che gli corrono in testa, attaccati con la ventosa. Scende in galleria con una cuffia in testa. Non parla per niente e i genitori gli comprano qualunque cosa. Ho impresso il ricordo di un signore anziano che veniva la mattina prestissimo, appena aperto. Radi e lunghi capelli grigi, occhi grandissimi, ematomi ovunque, fisico rinsecchito e una grande flebo a cui era attaccato un apparecchio che emetteva un ‘bip’ e che cadeva in continuazione. Andava avanti con questo girello rumoroso nel quale spesso inciampava e faceva una pena tremenda, camminava a passi brevi e lenti con la vestaglietta azzurra. Per più di anno è venuta una signora alta e bella con il marito: salutarci prima che facesse la chemio era un modo per esorcizzare la paura. Poi veniva più leggera a comprare regali a parenti e amici, e ha lasciato a noi un pacco intero di caramelle – e un meraviglioso ricordo.

Con molte facce ho acquisito familiarità, so quali sono i loro gusti e cosa compreranno; con i clienti abituali si instaura una specie di rito, si fanno battute ad hoc per prendersi in giro e comunicare; e nonostante scocciatori e clamorose gaffes, lo scambio umano che un lavoro a contatto con il pubblico offre è gratificante. Anche al Nord, dove si dice che siano tutti più freddi.

Milano è una città dura ed enorme, che ti riserva sempre delle sorprese. Come intravedere il prossimo accessorio modaiolo in metro o scoprire delle ville che proprio non ti aspetti vicino alla Bicocca. Al momento sono appesa a un filo e non so cosa ci sarà dall’altra parte. Socchiudo gli occhi e sono di nuovo pensierosa e sognante. Milano è qui, la città palpita e io resto in attesa, vigile.

Azzurra Scattarella