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“Più silenzioso dell’acqua” di Berislav Blagojević

Più silenzioso dell’acqua è l’isolamento di chi sopravvive a una guerra ingiusta. È l’amore di una donna che tenta di riportare suo marito alla realtà, è l’aiuto di un medico che decide di opporsi a un sistema sanitario ormai guasto, è un dialogo immaginario con un poeta russo annotato su un taccuino.

Più silenzioso dell’acqua (Stilo Editrice, pp. 120, euro 14) è il romanzo in cui Berislav Blagojević traccia il ritratto di un Paese sconvolto fisicamente ed emotivamente, partendo dalla vicenda di Danilo Mišić, protagonista reduce dal conflitto consumatosi in Bosnia ed Erzegovina negli anni ’90, all’indomani della dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Si tratta di una sanguinosa guerra fra etnie della stessa nazione (serbi, croati e bosgnacchi) che non lascia pace alla coscienza, soprattutto per chi, come Danilo, ha incontrato da vicino, al fronte, i volti della distruzione e della disperazione. Paziente psichiatrico numero 36918, egli si chiude in un silenzio invalicabile, e a stento l’unico medico incorrotto dell’ospedale cercherà di risvegliarlo dal torpore in cui sembra essere caduto. In realtà, è un silenzio loquace, il suo, traboccante di domande senza risposta: attraverso la sua voce, questo testo ci restituisce gli interrogativi di un’intera generazione che nei Balcani di quegli anni si trovava a fare i conti con la fame, i preparativi bellici, gli agguati di milizie inebetite e bisbetiche, un’unica e infinita notte illuminata dai proiettili luminosi delle sparatorie. Una lotta fra popoli che, a conti fatti, è una lotta contro il senso e la ragione: piccole guerre alimentate da odi ingigantiti. “Il vero manicomio è quello fuori dell’ospedale”, dirà Danilo in una delle sue intime conversazioni col poeta russo Daniil Charms: unico legame con la realtà, e unico interlocutore nel riaffiorare dei ricordi di una memoria traumatizzata, visitata dai fantasmi vittime di truci scontri, frutto di un titanico senso di colpa. Il tema fondamentale con il quale l’autore di origine croata B. Blagojević porta a confrontarsi è quello dell’identità in crisi, riflesso di una memoria sgretolata perché costretta a rimuovere pur di difendersi, che non può più contare sul senso di appartenenza civile e nazionale, ormai demolito dalla guerra.

Che cosa resta di una popolazione così deprivata della propria dimensione personale e collettiva? Rimangono uomini invalidi, poiché limitati su ogni fronte: impossibilitati a esprimere liberamente il proprio pensiero, a viaggiare e muoversi, a realizzarsi professionalmente, soprattutto se apolitici od oppositori. Chi resta incanala il proprio istinto di sopravvivenza nella speranza che il presente diventi presto passato, e che l’eco degli slogan comunisti dica il vero – il domani sarà migliore. Con uno stile chiaro ed essenziale, che si fa strada nell’emotività dei personaggi senza invaderla né forzarla, l’autore ci racconta la commovente missione di Radmila e Alen (moglie e amico di Danilo) accompagnati dal dottor Braković, tre moderni e balcanici Argonauti che tenteranno di salvare l’infermo, ciascuno con le proprie motivazioni e riscattando una parte di sé. Mentre dalle radio si diffonde quella musica portata, insieme al resto, dal ‘ciclone infuriato della storia’ (Pink Floyd, Led Zeppelin, David Bowie), il lettore apprende pagina dopo pagina che, a dispetto degli avvenimenti – o forse proprio da quelli imparando ?- , è ancora possibile comprendersi fra persone educate alla stessa fede e che parlano la stessa lingua. La sfida finale, universale, è sulle note di Leonard Cohen, vedere se riusciamo ad essere così forti, “Waiting for the Miracle” (“Aspettando il miracolo”).

Rossella Mariani

“La nostra voce non si spezza” di Antonio Lillo

Antonio Lillo è uno di quegli autori rari che riesce a essere efficace sia nella scrittura in versi che nella forma della prosa. Forse è perché lo sguardo di un poeta è prima di tutto lo sguardo di un uomo che tiene dentro di sé ancora la prospettiva pulita dei bambini, di chi è sempre pronto a stupirsi e a dare un nome nuovo alle cose. La nostra voce non si spezza, Stilo Editrice (pp. 116, euro 12), è un libro di racconti dalla struttura unitaria e da una varietà interna sottile e precisa, come un fiore chiuso che al suo interno contiene petali e pollini. Il libro presenta nove racconti, nove parentesi di vita quotidiana, niente di straordinario, la vita che può appartenere a tutti.

Antonio descrive soprattutto quei tratti dell’ordinario che vengono taciuti normalmente, di cui crescendo non se ne tiene conto, che rimangono ai lati dei ricordi. Qui forse sta la commistione tra poesia e narrativa, dove si ricerca l’esatta parola come fosse la prima volta che la si pronuncia, nel miracolo dell’accadere delle cose di tutti i giorni. Sebbene ogni racconto sia una storia a sé stante ciò che li rende uniti e riconoscibili a livello stilistico è la completa umiltà della voce narrante, una voce che non si descrive ma che cede la sua a chi di parole ne ha sempre dette poche, a chi non veniva davvero ascoltato e perdeva poco a poco la voglia di raccontare e raccontarsi. Il libro è pieno di personaggi che restano in silenzio, che dicono poche cose, spesso sempre le stesse, l’autore quindi cerca la crepa che sta nella routine, in quella che è una apparente ripetizione degli eventi.

Antonio cerca la fessura in cui liberare queste voci, che sono le nostre voci, dei nostri padri, dei vecchi del paese, degli amici dimenticati. Il padre infatti è un elemento ricorrente lungo tutta la narrazione, una figura di confronto con cui ci si scontra ma ci si raggomitola insieme nel dolore di una perdita o delle difficoltà giornaliere. L’autore ci inserisce con precisione nei dettagli di una crisi sottile e sotterranea dei giovani e dei meno giovani, la crisi di chi non trova un suo posto, di chi perde il lavoro o nemmeno riesce mai a iniziare a cercarne uno. Di chi cambia casa e si trasferisce nelle grandi città dove forse spera che la fretta strozzi tutto, anche quel contorno che ti evita la solitudine per qualche periodo come ne L’uomo ombra, in cui si affronta la noncuranza, ci si scorda del coinquilino e il racconto inizia con una domanda che blocca il respiro da quanto è vera e schietta: «Dove finiscono le persone dimenticate?».

Ed è questa scrittura disarmante e diretta che è il sottile filo che unisce tutti i racconti. Una scrittura sincera, che chiama le cose col loro nome togliendo tutte le patine e tutte le sfumature che si danno per alleggerire dolori che non hanno alcuna speranza di essere alleviati. È una voce di bambino quella di Antonio, di chi ha conservato l’innocenza tutta chiusa nel petto come in Una storia di cani, dove parlando della perdita della madre dice con spontaneità e leggerezza «Io di mia mamma non ricordo più niente, anche se mio padre dice che la cicatrice che ho in fronte, proprio sopra il sopracciglio, è un suo ricordo, me l’ha fatta lei un giorno che aveva bevuto troppa birra.» Antonio Lillo in questi racconti ha la capacità di modellare la lingua e la parola attraversando temi difficili come la descrizione di una depressione profonda e scura, rendendoli comprensibili e semplici per chiunque abbia incontrato almeno una volta una persona con una tristezza che ha origini lontane e irraggiungibili. L’autore però riesce anche a utilizzare un registro leggero e lieve, come in Lettera a un editor, ma pur sempre con un profondo significato.

La spinta costante in questi racconti è la ricerca del giusto e del vero, della radice prima degli eventi, dei comportamenti e delle emozioni umane, Antonio cerca tra le persone e le cose che vede e tocca con le proprie mani il limite ultimo della genuinità umana. Dove tutto il superfluo viene scrostato dalla superficie, restano solo le parole necessarie.

Clery Celeste

“preScrivimi un libro” di Angelo Urbano

prescrivimi un libro

La Biblioterapia è uno strumento psicologico che, attraverso la lettura e la scrittura, favorisce la cura di sé e la conoscenza di altri modi di pensare, di vivere e di essere. Questa tecnica si pone tra le applicazioni clinico-terapeutiche a più larga diffusione come strumento di auto-aiuto e di riflessione in situazioni di disagio psicologico e sociale. Rappresenta un atto di crescita, di ricerca della propria identità e valida risorsa in grado di affrontare particolari traumi o periodi di vita negativi condividendone i conseguenti vissuti emotivi. Leggere e scrivere, dunque, rappresentano una modalità efficace per prendersi cura di sé in quanto, nella loro diversità, i libri ci offrono differenti universi di significato, regalano benessere, sono una finestra sul mondo. Sviluppano il pensiero inducendolo al ragionamento e accrescono contemporaneamente l’immaginazione. I nostri orizzonti si allargano, mettendoci direttamente in contatto con idee, persone e luoghi sconosciuti.

Angelo Urbano, psicologo, in preScrivimi un libro. I benefici psicologici della biblioterapia (Stilo Editrice, pp. 130) affronta costrutti psicologici e sociali intrecciandoli con testimonianze di scrittori e lettori che, della parola, hanno fatto una vera e propria medicina dell’anima in grado di curare ferite e lenire dolori interiori. I libri come farmaci, dunque, in grado di migliorare la qualità della nostra vita, alimentare la nostra resilienza, aiutarci ad affrontare i problemi esistenziali, lenire le nostre ferite, farci sentire meno soli.

In un itinerario parallelo tra analisi psicologica e psicologia applicata, questo saggio “esperienziale” propone storie di amore, malattia, percorsi identitari alla ricerca di sé stessi, condivisione di emozioni, confronto sociale e, purtroppo, anche di separazioni. Tutte raccontate attraverso la personalissima penna dei reali protagonisti. Ne emergono spaccati di vita vissuta tra emozioni e turbamenti, tra gioie e dolori, tra sofferenze e speranze, tra sogni e disincanti.

Il terreno comune rappresentato dalle pagine di un libro si configura come vera e propria ‘piazza’, come luogo di incontro del sé con l’altro da sé, come particolare strumento di comunicazione interpersonale. I libri sono sempre stati veicolo di conoscenza e conoscenze. Sono un ricco patrimonio che gli uomini dovrebbero utilizzare al meglio perché, in fondo, ognuno di noi ha una storia da raccontare.

 

“L’orizzonte della scomparsa” di Giuliana Altamura

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Christian Leone è un giovane pianista di origine abruzzese che fugge dalla provincia italiana per lasciarsi alle spalle, attraverso la musica e un talento ipnotico, una vita inquieta. Ma i viaggi non lo salveranno: da Salisburgo a Montréal, passando per gli Stati Uniti, gli eventi che lo circondano lo conducono a scavare sempre più negli anfratti profondi della sua esistenza. Profondi come il deep web, immensa palude che nasconde, sotto la superficie di click, social network e youtubers, l’anima nascosta della Rete. È lì che Christian approderà per cercare la soluzione a un mistero di cui sarà protagonista collaterale (attraverso un profilo fake su Facebook di nome Christine Vega) e testimone di un suicidio (che scopre, per caso?, su Chatroulette, il sito che mette in collegamento due sconosciuti dotati di webcam).

Se Internet è il “Regno sommerso” di vite multiple ed esistenze virtuali, al di fuori di esso il mondo sembra ignorarlo. I reality di Mtv, lo show-biz, i concorsi pianistici di livello internazionale: tutti, a modo loro, appaiono muoversi su un piano distante, disperatamente aggrappato a briciole di realtà materiale (le riprese tv con camera a mano, le sfilate di moda, i tasti di un pianoforte) e ignaro che ad attenderlo c’è, sempre più vicino, L’orizzonte della scomparsa: come il titolo di questo intenso romanzo di Giuliana Altamura da poco uscito per Marsilio (pp. 224, euro 17) come già Corpi di Gloria, esordio nel 2014 della giovane scrittrice barese.

Con le sue dita tremanti al pianoforte, con gli shock del suo passato, con la sua sessualità confusa e vorace, Christian è tuttavia soltanto un punto di congiunzione tra i due veri fuochi della narrazione. Uno è Blaxon, personaggio reale o forse entità immateriale che affabula uomini e donne su Chatroulette così come su un forum, New Jerusalem, che apparentemente raccoglie integralisti religiosi. A mettersi sulle sue tracce è, fin dalle prime pagine del romanzo, l’altra protagonista, Lara, una giovane di Orlando, Florida. A differenza di Blaxon, lei è certamente un corpo in carne e ossa, marchiato a fuoco dalla violenza sessuale subita da adolescente; eppure Lara è soprattutto «virtualità pura […] la virtualità è un flusso costante, un’anticipazione continua, e impera su tutto, prolifera nel vuoto. Tu non sei nulla, e se non sei niente allora puoi essere chi vuoi. Il niente è il futuro. Possiamo essere chiunque vogliamo solo perché non siamo niente».

Lara e Christian/Christine vogliono comprendere la vera natura di Blaxon per superare i propri traumi. Per farlo, utilizzeranno Facebook e Skype. Christian, dal canto suo, scivolerà oltre, negli incontri in tempo reale di Grindr e nelle profondità del deepweb attraverso OutGuess e Tor. Nel mondo interconnesso, anche i luoghi perdono la propria autenticità: Orlando, Montréal, Salisburgo, persino Parigi, che sembra finire nel desolato bunker di un anonimo edificio di una banlieu; lo stesso bunker in cui Lara deciderà di scuotere la sua vita, e in cui l’arte prova a riacquistare un senso mostrando il male, reale o virtuale che sia. Perché «il male in questo mondo è la violenza stessa del rito – casuale, insensata, illocalizzata. Come una partita a Chatroulette».

Stefano Savella

“Povera patria” di Stefano Savella

Tempo di ricorrenze, purtroppo non piacevoli. Sono passati venticinque anni dall’arresto di Mario Chiesa e quindi dall’inizio dell’inchiesta Mani Pulite. Numerosi i testi al riguardo usciti in questo periodo, interessante è provare a guardare questa parte di Storia da una particolare angolazione. Stefano Savella in Povera patria. La canzone italiana e la fine della Prima Repubblica (Arcana, pp. 240, euro 17,50) analizza gli eventi insieme ai testi di molte canzoni di quegli anni. Chi ha vissuto quel periodo ricorderà le monetine contro Craxi, i discorsi in autobus sui politici tutti ladri, lo sconquasso dei partiti tradizionali. Sembra che sia cambiato poco, solo Craxi non c’è più e la gente le monetine preferisce tenerle in tasca. Tempo di crisi, non si sa mai!

Effettivamente gli anni sono passati, se ne sono accorte le giunture, ma la politica e la società italiane non sembrano aver trovato una via seria ed equilibrata per la gestione del Paese. Si continua a prendere decisioni con la pancia più che con il cervello e i successi di partiti estremisti o xenofobi sono all’ordine del giorno. Il morbo populista dall’Italia sembra essersi esteso al resto dell’Europa e anche agli Stati Uniti.

L’atmosfera di quegli anni a cavallo del 1992 (il libro si occupa degli anni subito precedenti e arriva fino al 1994, anno della vittoria di Berlusconi alle elezioni) si respira pienamente nel libro ed è straordinario perché più che un racconto diretto è una severa e puntigliosa ricerca con citazioni documentate accuratamente. Si tratta del lavoro di uno storico della quotidianità con la scrittura piacevole ma ricca di un romanzo. Savella, tacitianamente, cerca di esaminare le fonti contando sul distacco temporale dagli eventi e mantiene una ammirevole equidistanza tra le parti. Qui e là emerge il suo pensiero, ma in maniera così discreta e corretta da non inficiare la imparzialità del lavoro.

Dopo un decennio di edonismo e spensieratezza, gli anni ’90 si caratterizzano per una rivoluzione giudiziaria che stimola gli istinti del pubblico e i cantanti più attenti, anche alcuni notoriamente disimpegnati, fiutando l’aria si lanciano in canzoni dai testi politici e di denuncia. Il titolo del libro è, ovviamente, preso dalla canzone di Battiato, il più mistico dei nostri cantautori. Non un cantautore totalmente disimpegnato, ma sicuramente poco incline alle canzoni strettamente politiche. La scelta è inevitabile, perché la canzone viene pubblicata pochi mesi prima dell’arresto di Mario Chiesa e musicalmente è una sorta di dolce lamento che contrasta con l’asprezza delle parole. La si può definire una canzone civile, nel senso stretto del termine e Savella giustamente ricorda quanto mettano i brividi le parole: “ma non vi danno un po’ di dispiacere/quei corpi in terra senza più calore?” che sembrano prevedere le stragi di Capaci e via D’Amelio. La canzone diventa quindi l’inno di una stagione purtroppo oscura e il cantautore siciliano sarà sempre restio a cantarla e, infatti, nei concerti degli ultimi anni non sarà più presente o quasi.

Il libro è ricco di curiosità e notizie su cantanti noti e meno e ogni capitolo è dedicato ad una o più canzoni inserite nel contesto storico che ci viene raccontato. L’ultima parte di ogni capitolo ci dice come è andata a finire. Va sottolineata l’ultima parte dedicata a Sanremo ricca di curiosità giudiziarie, politiche, ma anche musicali, se così si può dire. Una su tutte, il ricordo dei Fandango, gruppo misconosciuto che partecipa al Festival del 1993 con una cantante di nome Lilla Fiori, casualmente figlia di Publio Fiori, notabile democristiano e in seguito tra i fondatori di Alleanza Nazionale. Una sequenza meravigliosa di stonature, per una canzone neanche troppo disgustosa.

Questo libro quindi è una miniera d’oro per gli amanti della politica e della musica e andrebbe letto avendo a portata di mano Youtube per poter apprezzare alcune canzoni citate. Oltre che per rivedere alcune facce. Utilissimi l’indice dei nomi e le note che rendono giustizia al certosino lavoro di ricerca compiuto dall’autore.

Fabio Mele

“Popolo nazione stirpe” di Ferdinando Pappalardo

La definizione di «casta» applicata alla classe politica è apparentemente un fenomeno tutto sommato recente. Nel maggio prossimo, infatti, ricorreranno i dieci anni dalla pubblicazione dell’omonima inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, uno di quei rari casi in cui il titolo di un libro acquisisce una fortuna che supera gli stessi successi editoriali (pur già di per sé eclatanti). Ma è proprio vero che la rivolta contro la Casta (tout court: il riferimento alla politica è da tempo scomparso, portando con ciò a un’implicita negazione delle altre, talvolta ben più radicate, caste) si debba circoscrivere agli ultimi anni della Seconda Repubblica? La risposta è no; eppure sembra difficile convincerne un Paese proverbialmente senza memoria, inchiodato a rincorrere le polemiche e gli scandali del giorno per poi dimenticarli a stretto giro.

Altri libri servono a questo scopo: uno tra questi è il recente Popolo nazione stirpe. La retorica civile di Gabriele d’Annunzio (1888-1915) di Ferdinando Pappalardo, pubblicato per i tipi di Piero Lacaita Editore (pp. 160, euro 18), storica casa editrice di Manduria con una lunga vocazione nella diffusione della cultura laica e dell’impegno civile. Una pubblicazione, quella di Pappalardo, che – come è chiaro sin dal titolo – non si limita a ripercorrere in chiave storica il ruolo nella vita politica di uno dei protagonisti della temperie culturale dell’Italia unita; ma che unisce, a una ricerca dei testi dannunziani usciti su quotidiani e riviste dell’epoca, l’analisi della dimensione politica del Vate attraverso le sue opere letterarie. Il tutto, sotto il segno di una «retorica civile» ben contraddistinta proprio da quegli accenti che oggi definiremmo «anti-casta».

Ben trenta anni prima dell’impegno interventista nelle «radiose giornate di maggio» del 1915 si trovano le radici della presenza di d’Annunzio nel dibattito pubblico, ed è proprio questo trentennio a rappresentare lo spazio cronologico della ricerca di Pappalardo, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Bari e direttore del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani. La breve esperienza parlamentare di d’Annunzio tra il 1897, quando fu eletto per la Destra nel collegio abruzzese di Ortona, e il 1900, quando fallì la rielezione sostenuto dalla Sinistra, rappresenta soltanto una parte di quella fase storica; utile, e per certi versi decisiva, tuttavia, per comprendere appieno il «pensiero politico» del Vate, o, per dir meglio, la sua assenza. Come scrive Pappalardo, infatti, «egli si nutrì di un viscerale disprezzo per la politica, se per politica s’intendono i compiti del governo, la cura dell’amministrazione, il pluralismo della rappresentanza e la sua dialettica»; in sintesi, verso tutto ciò che potesse rappresentare l’idea del «compromesso»: «La sua oratoria civile tracima di denunce, ma è poverissima di proposte».

Questo giudizio non contraddice l’espletamento del mandato parlamentare: condotto infatti, come sottolinea l’autore, senza sottoscrivere alcun disegno di legge e senza mai prendere la parola in aula o nelle commissioni sui provvedimenti legislativi in discussione. Va, semmai, inquadrato alla luce delle parole pronunciate da Claudio Cantelmo nella Vergine delle rocce («Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio!»), rivolte – come commenta Pappalardo – a «sollecitare con il proprio esempio gli artisti affinché levino alta la voce contro la decadenza del presente e si dispongano alla battaglia contro la barbarie democratica, prima responsabile del declino del loro declino sociale». Senza dimenticare, tuttavia, l’«innata propensione al protagonismo» di d’Annunzio, e la ricerca di «un canale di comunicazione con più ampi strati sociali». L’esperienza di deputato non scalfirà, in realtà, le sue polemiche anti-parlamentari: presenti fin dal 1888 nell’Armata d’Italia, continueranno a costituire un punto fermo nella retorica civile dannunziana anche nei comizi per la campagna elettorale del 1900, forse con «l’intento di blandire l’orgoglio municipalistico degli elettori fiorentini», dove era in quell’occasione candidato.

Stefano Savella

“Il volo dell’eremita” di Caterina Emili

Il protagonista è sempre lui: l’inossidabile Vittore Guerrieri, umbro trapiantato in Puglia, a Ceglie Messapica, per commerciare olio, vino e altri alimenti tipici verso i ristoranti del centro-nord. Anche i suoi compagni di bevute e, soprattutto, di mangiate, sono gli stessi: l’amico Mario, sarto, e sua moglie Maria, regina delle brasciole al ragù. Così come i compari del bar, come il Professore, che cattura gli avventori con le sue litanie onniscienti. A cambiare, nell’ultimo romanzo di Caterina Emili, Il volo dell’eremita (pp. 160, euro 14,50), è soltanto lo strumento della pubblicazione: la prestigiosa casa editrice e/o invece del self-publishing (di successo) utilizzato per gli ultimi libri, L’innocenza di Tommasina e Il ritrovamento dello zio bambino. Preceduti da L’autista delle slot, edito da Besa nel 2012.

Anche stavolta la vita di Vittore riserva la costruzione di un ponte tra la Puglia e l’Umbria. La telefonata di una agenzia immobiliare di Marsciano, un borgo in provincia di Perugia, svela al protagonista l’eredità dell’appartamento di sua madre, per il quale una coppia di neozelandesi innamorato dei paesaggi umbri è disposta a investire una grossa cifra. Soldi che fanno gola a Vittore ma soprattutto ai suoi amici del bar, che lo “invitano caldamente” («Nassi scherz culli sold!», come dice Mario) a recarsi nella sua terra d’origine per ottenere quel compenso inaspettato.

Ma presto Vittore (con Mario che lo accompagna nella trasferta umbra) comprende che la situazione è assai meno semplice. Ingorghi successori lo conducono così a fare la conoscenza di Volendo Guerrieri, un lontano cugino abbarbicato nei boschi dei Monti Amerini, presso Amelia nel Ternano, dove conduce una vita da eremita. Sulle sue tracce si muovono come segugi (non poteva essere diversamente, in terra di tartufi) Vittore, Mario e il Professore, pronto per quest’esperienza fuori dal comune e dalle amate mura di Ceglie.

Chi è davvero Volendo, e quale segreto custodisce, spetta al lettore comprenderlo fino all’ultima pagina, nel consueto intrigo di storie e personaggi (tra i quali svetta, in questo libro, padre Antonio Noica, anzi Noika) creato dall’autrice inframezzato da pranzi sostanziosi, vino a volontà, caffè e ammazzacaffè. Del resto, come dice Vittore: «Ho sempre fame da quando vivo a Ceglie. […] È tornata da quando vivo in Puglia, è tornata prepotente e costante, ingorda di orecchiette, di castrato, di fave, di pittole, di braciole, di taralli. E io la lascio fare, anzi la vizio e la allevo come un prezioso cincillà».

Stefano Savella

“Il processo del 1891 alla Malavita barese”

La storia della criminalità organizzata in Italia è, da tempo, uno dei temi di maggiore interesse in ambito editoriale. Il fenomeno Gomorra ha poi, negli ultimi anni, rappresentato un’eccezionale cassa di risonanza per tutte le pubblicazioni di quel settore (sconfinando, in verità, ben oltre il recinto dell’editoria). E c’è un elemento, in particolare, che distingue gli uni dagli altri saggi, reportage o romanzi sulle attività criminali delle organizzazioni mafiose e su quelle della delinquenza comune: la presenza, o meno, del reato di “associazione” tra gli appartenenti a un clan. La questione è solo apparentemente tecnicistica: su di essa si fondano non solo le sentenze dei tribunali ma anche radicati giudizi dell’opinione pubblica (si pensi, per fare un esempio recente, all’inchiesta su “Mafia Capitale”).

È proprio per comprendere bene le origini e la stessa esistenza di questa “associazione” di stampo mafioso che è utile leggere un libro da poco pubblicato da LB Edizioni: Il processo del 1891 alla Malavita barese (pp. 160, euro 10), che riprende il contenuto di un altro volume, uscito nello stesso 1891, comprendente tutte le fasi del primo processo celebrato nel capoluogo pugliese sulla Malavita locale intesa quale organizzazione mafiosa unitaria, al pari della Camorra in Campania. Quel volume di oltre 125 anni fa vedeva la luce grazie all’opera di un giornale cittadino, “Don Ficcanaso”, che seguì tutte le fasi del procedimento. Una testimonianza storica preziosa, come sottolinea nella Prefazione il procuratore generale onorario della Cassazione Leonardo Rinella, «perché è uno spaccato significativo del crimine organizzato nella città di Bari e della lotta allo stesso, quando l’unità della nazione era stata raggiunta da appena un ventennio e quindi le istituzioni, comprese quelle impegnate nella sicurezza dello Stato, erano ancora in fase di organizzazione».

L’operazione editoriale condotta dal “Don Ficcanaso”, e oggi ripresa in questa pubblicazione, consentiva anche al lettore che non avesse dimestichezza con il lessico giuridico, in qualche modo, di prendere parte come spettatore al processo. Anzi, a quello che oggi definiremmo un “maxi-processo”: erano infatti ben 179 gli imputati, tanto che fu necessario allestire la sala d’udienza e le gabbie nel “bunker” di uno stabilimento collocato nei pressi del Castello Svevo, a quel tempo adibito a carcere cittadino.

Senza scendere nel dettaglio delle vicende emerse dagli atti del processo e del ruolo svolto dai personaggi di spicco della malavita barese di quel tempo, è possibile sottolineare almeno tre punti di particolare interesse. Anzitutto, la netta dichiarazione, di gran parte degli imputati, dell’inesistenza di una “associazione” tra di essi: risse, rapine, omicidi e lesioni si sarebbero dovute giudicare, perciò, esclusivamente a titolo personale. Il secondo aspetto da rilevare è il ruolo giocato da rappresentanti delle forze dell’ordine che hanno raccolto nel tempo gli indizi che avrebbero poi condotto al processo; come Eduardo Felzani, prima ispettore e poi questore di Bari, che in dibattimento affermava: «A noi ufficiali di polizia giudiziaria non basta sentire la denunzia, ma occorre l’accertamento del fatto prima che si deferisce al giudice penale».

In conclusione, vanno menzionate le parole che il direttore del “Don Ficcanaso”, Biagio Grimaldi, scriveva poco dopo la sentenza che sancì l’esistenza dell’associazione tra i criminali imputati nel processo. No, secondo Grimaldi «l’associazione non esiste. E ciò lo diciamo perché sentiamo anche noi il dovere di gridare contro chi volle denigrare la regina delle Puglie abbassandola a una misera ancella, contro chi la volle calunniare, chiamandola covo di malfattori. […] Bari non è mai stata un covo di malfattori! I pugliesi sono stati sempre laboriosi ed onesti!». Come si può vedere, è da tempo che personalità di rilievo pubblico si affannano a negare l’esistenza o quantomeno la pericolosità di un fenomeno mafioso in nome della tutela del buon nome della propria città e dei propri concittadini. Un rischio che, dopo oltre 125 anni, si manifesta pressoché intatto nelle parole di non pochi esponenti politici (e in particolare di certi sindaci).

Stefano Savella